sabato 8 marzo 2014

il libro di Giuseppe Scaravilli

                                         
          

                                               Crossroads – Gli incroci del Rock

       Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, Genesis, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator,
       PFM, Banco, Pink Floyd, Rock Progressivo Italiano...

I Led Zeppelin avevano grinta vendere. Ma, unitamente a questa, anche un sound granitico e ben riconoscibile, oltre ai riff immortali creati dalla stupefacente chitarra di Jimmy Page. Non ultimo, la presenza di una sezione ritmica tanto precisa quanto devastante, con un batterista dalla potenza fuori dal comune. Il boss della casa discografica americana “Atlantic” intendeva mettere sotto contratto solo i gruppi che avessero tra le loro fila almeno un musicista straordinario: ebbene, nel caso degli Zeppelin, gli elementi straordinari erano quattro su quattro!
Jimmy Page e John Paul Jones si conoscevano già prima di formare la band perché, a dispetto della loro giovane età, durante gli anni ‘60 erano entrambi stimatissimi (e molto richiesti) musicisti da studio. Jimmy guadagnava bene limitandosi a registrare le parti di chitarra che gli venivano richieste. E questo per una infinita varietà di artisti. A volte si trattava di nomi famosi, e in questo caso il suo nome non compariva neanche nei credits di copertina, per non far sfigurare il chitarrista “ufficiale” della band: il che non doveva risultare particolarmente gratificante per il giovane Page. Inoltre, era spesso costretto a suonare musica che non gli piaceva per niente. Oppure, dopo aver tanto lavorato su qualche parte, poteva capitargli di ascoltare il disco per scoprire che i suoi sforzi erano stati vanificati da un missaggio nel quale la sua chitarra si sentiva poco o niente. Così cominciò a stufarsi di quel lavoro, e prese a suonare dal vivo con vari gruppi. Oppure a partecipare alle jam sessions che si tenevano al ben noto “Marquee” di Londra, facendosi subito apprezzare. Anzi, ci fu pure chi decise di “appendere la chitarra al chiodo”, dopo aver visto quel giovane, così gracile e minuto, fare cose pazzesche con il suo strumento. Anche John Baldwin cominciava ad essere stufo delle sessioni da studio, fatte con o senza Jimmy. Qualcuno gli disse però che avrebbe dovuto cambiare il suo nome in “John Paul Jones”. Quest’ultimo era in realtà un personaggio storico, un ammiraglio che si era fatto valere nella guerra dei nascenti Stati Uniti contro gli inglesi, nel ‘700. Al tipo in questione quel nome era piaciuto, anche se probabilmente non sapeva niente di tutto questo. Fatto sta che John Baldwin, eccellente bassista, tastierista ed arrangiatore, divenne da allora in poi John Paul Jones.
Il cantante Robert Plant ed il batterista John Bonham, detto “Bonzo”, invece, suonavano già insieme nella “Band Of Joy” (nome che Plant avrebbe poi “riesumato” alcuni decenni dopo). Rispetto a Page e Jones, loro due erano i “campagnoli” provenienti dalle Midlands. Più precisamente, dalla zona denominata “Black Country” (da qui il titolo del brano “Black Country Woman” degli Zeppelin), per via del fatto che il terreno, a causa dell’estrazione del carbone, era tutto nero. Bonham dormiva in una roulotte davanti casa dei suoi e tirava a campare vendendo anche di nascosto articoli del negozio di sua madre. Mentre Robert, che stava  insieme alla ragazza indiana Maureen (in seguito sua moglie) si dava da fare asfaltando le strade. Naturalmente erano soprattutto musicisti di grande talento, in attesa della grande occasione. Ma era un’attesa che non desideravano durasse in eterno. Al punto che Robert ebbe a dichiarare che avrebbe mollato tutto se non fosse riuscito a sfondare entro i suoi 20 anni (e 20 anni li avrebbe compiuti di lì a pochi mesi!) Singolarmente, molti personaggi divenuti in seguito veri e propri divi del rock, attivi ancora oggi, provenivano da quella stessa zona del Regno Unito, dalle parti di Birmingham.
Tra questi, oltre ai due futuri Zeppelin, anche i Black Sabbath, Steve Winwood (poi leader dei Traffic), Robbie Blunt (chitarrista del primo Plant solista, già suo amico prima degli Zeppelin) e Glenn Hughes (in seguito nei Deep Purple). Quest’ultimo, nonostante Robert all’epoca non fosse ancora nessuno, lo ricorda con un atteggiamento già da rockstar, sfacciato e sicuro di sé, certo del proprio luminoso futuro, con un grande carisma e sempre in compagnia di belle ragazze: quando Jimmy Page gli offrì il posto di cantante del suo nuovo gruppo, Robert Plant non disse subito di si, tutto preso da un suo nuovo gruppo dal nome impronunciabile.
Ebbe modo di parlarne con John Osbourne (detto “Ozzy”, di lì a poco vocalist dei Black Sabbath), e quest’ultimo non riusciva a capacitarsi del fatto che Plant potesse nutrire dei dubbi nell’accettare quella proposta: nell’ambiente Jimmy era una celebrità, soprattutto perché nel frattempo era diventato il chitarrista degli Yardbirds: una band di successo, che suonava regolarmente anche in America ed aveva singoli in classifica. Incredibilmente questo gruppo aveva visto succedersi tra le sue fila prima Eric Clapton, poi Jeff Beck, quindi Jimmy Page, tre tra i più grandi chitarristi del Regno Unito! Jeff e Jimmy erano amici fin dall’adolescenza, suonavano ed ascoltavano il blues insieme: così, quando si liberò un posto come bassista, Beck introdusse Page nella band. Naturalmente quest’ultimo, da anni un gran virtuoso della chitarra elettrica, al basso era  decisamente sprecato. Eppure accettò l’offerta, pur di lasciare il monotono lavoro di turnista da studio. Dopo qualche tempo gli Yardbirds, provvedendo diversamente per il ruolo di bassista, poterono permettersi di sfoggiare per circa sei mesi entrambi i formidabili chitarristi. Per inciso proprio questa formazione, con Beck e Page insieme, appare nel film “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, ambientato nella “Swinging London” della fine degli anni ’60, con Jeff Beck che sfascia la sua chitarra contro l’amplificatore (in effetti Antonioni avrebbe voluto gli Who, che davvero distruggevano i loro strumenti alla fine dei concerti, mentre gli Yardbirds non erano soliti indulgere in questo tipo di bizzarre attività). Il brano che eseguono nel film è “Train Kept A Rollin”: proprio il pezzo (una cover) che gli Zeppelin avrebbero suonato durante la loro prima prova, e che avrebbero utilizzato anche come apertura dei primi concerti. E anche degli ultimi, oltre 10 anni dopo, nel 1980, quasi a chiusura di un cerchio magico.
Ad ogni modo, Beck decise di piantare la band nel bel mezzo di un tour negli USA. E così Jimmy divenne l’unico chitarrista della band, sostenendo benissimo il nuovo ruolo. Con gli Yardbirds si esibiva già con l’archetto nel brano che sarebbe poi diventato “Dazed And Confused” (intitolato all’epoca “I’m Confused”) e, seduto da solo sul palco, anche nell’orientaleggiante “White Summer”. Entrambi i pezzi (il secondo con l’aggiunta di “Black Mountain Side”) sarebbero entrati nella scaletta degli Zeppelin. Il brano speziato di oriente, sempre eseguito con la chitarra “Danelectro”, sarebbe stato anche documentato nel famoso filmato della Royal Albert Hall del 1970, per essere rimesso in scaletta anche in occasione dei due concerti di Knebworth ’79, e nell’ultimo tour della band (“Led Zeppelin Over Europe”, 1980). Beck invece formò il suo “Jeff Beck Group”, con Rod Stewart alla voce. Questa band fu anche invitata a partecipare al leggendario festival di Woodstock dell’ agosto 1969, ma si era sciolta poco prima. Anche Led Zeppelin e Jethro Tull furono invitati, ma non parteciparono perché impegnati in altre date, sempre negli Stati Uniti: un vero peccato! Del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare il successo che avrebbe avuto quel festival, anche per merito del film, uscito l’anno dopo. Se avessero partecipato a Woodstock, sarebbe stata una fantastica occasione poter vedere questi due gruppi inglesi su pellicola, con ottima qualità audio e video, e proprio nel momento della loro esplosione oltre Atlantico.


Dei Jethro Tull il bassista Glenn Cornick si sarebbe sempre rammaricato per l’occasione perduta. Ian Anderson, invece, si disse felice di non essere andato al festival, ritenendo che i partecipanti avrebbero per sempre legato il loro nome a quell’unico evento. Cosa avvenuta forse per Joe Cocker, con la sua strepitosa interpretazione di “With A Little Help From My Friends”: forse l’unico caso di una cover migliore dell’originale (un’innocua marcetta dei Beatles cantata da Ringo Star). Per inciso, la chitarra della versione di Cocker su disco (1968) era, manco a dirlo, di Jimmy Page. Quest’ultimo prese invece a prestito il Beck’s Bolero per inserirlo all’interno di “How Many More Times”, il brano che avrebbe chiuso l’album d’esordio dei Led Zeppelin, registrato nell’ottobre del 1968 agli Olimpic Studios di Londra per una spesa irrisoria.
Il già citato Ozzy Osbourne non ricorda affatto come il suo vero nome, John, avesse potuto trasformarsi in “Ozzy”. Ad ogni modo, si tolse lo sfizio di tatuarsi quelle quattro lettere sulle nocche di una mano, quando era ancora adolescente. E sono lì ancora oggi. Disegnò pure una faccina sorridente sopra una delle sue ginocchia, perché lo aiutasse a tirarlo un po’ su mentre se ne stava comodamente seduto sulla tazza del water. Abitava ad Aston (come tutti gli altri membri dei futuri Black Sabbath) insieme alla famiglia, in una casetta incastrata tra tante altre, tutte in fila lungo una via che all’epoca gli sembrava lunghissima, ma che non lo era affatto. Coi suoi amici andava a giocare in una casa bombardata dai tedeschi, ed era convinto che fosse tutto diroccato apposta per permettere ai ragazzini di giocarci dentro. A scuola faceva lo scemo (e fu in questa “veste” che lo conobbe Tony Iommi, intimo amico di John Bonham. Osbourne inoltre era un po’ dislessico, veniva trattato male dai professori e preso in giro dai compagni. Il suo senso di auto-stima era molto basso. Se ne andava in giro senza scarpe e con un rubinetto appeso al collo, perché non avrebbe potuto permettersi una collana. Non gli riuscì bene neanche la carriera di ladro (!) visto che venne subito “beccato”, e a 17 anni era già in prigione: l’esperienza si rivelò talmente traumatica che decise di non ricaderci mai più. La sua fortuna fu quella di appendere un manifestino in un negozio di Birmingham, frequentato da tutti i musicisti della zona: con questo foglietto di “Ozzy” annunciava di essere un cantante in cerca di una band. E, soprattutto, di essere in possesso di un’amplificazione propria (quella appena compratagli dal padre). Una frase magica da quelle parti, in grado di catturare l’attenzione di molti.
E infatti tutti i futuri Black Sabbath finirono per bussare presto alla porta di casa sua: prima “Geezer”, il bassista (che allora suonava la chitarra), quindi Bill Ward, il batterista, che comparve insieme a Tony Iommi. Il tutto in una successione quasi surreale, perché, dalla  finestra di casa sua, John Osbourne vedeva quella processione di personaggi che sembravano tutti uguali: baffi e capelli lunghi, abiti trasandati. Tony però lo riconobbe subito come lo scemo della scuola, e disse a Bill Ward di lasciarlo perdere, senza neppure metterlo alla prova. Iommi era già un chitarrista molto stimato nella zona, ed era anche un po’ più grande. Bill però insistette perché ad Ozzy fosse concessa almeno una possibilità e, sorpresa, alla prima prova cantò bene: era intonato e sapeva trovare linee vocali interessanti ed azzeccate. “Geeser” passò al basso, si unirono altri musicisti, si cambiarono un po’ di nomi per la band  (compreso quello di una marca di borotalco!) e si cominciò ad andare in giro a suonare. Quando infine decisero di rimanere in quattro, alla fine degli anni ’60, il nome del gruppo divenne “Earth”. In seguito videro il manifesto di un film, in bella vista davanti alla loro sala prove: era un horror italiano che si intitolava “Black Sabbath”. Così Tony Iommi, notando che la gente faceva la fila e pagava per essere spaventata, pensò che quello sarebbe diventato il nome definitivo del gruppo, e che la loro musica avrebbe virato verso atmosfere più tenebrose ed inquietanti. Già in una lettera spedita mentre rientravano da Amburgo, Ozzy annunciava entusiasta che al ritorno a casa si sarebbero chiamati Black Sabbath. Proprio ad Amburgo si erano sentiti quasi arrivati perché suonavano allo “Star Club”, lo stesso locale che aveva visto abituali protagonisti i primi Beatles, il quartetto di Liverpool  che aveva cambiato la vita di Osbourne, quando alla radio aveva ascoltato per la prima volta “She Love You”: fu allora che capì di voler far parte di quel mondo. Purtroppo, dopo tanti anni quel locale era diventato ormai  un postaccio.
E loro si ritrovarono pure a derubare le gentili fanciulle con le quali si intrattenevano dopo i concerti pur di “arrotondare”: mentre uno della band si appartava con qualche tipa, l’altro entrava di soppiatto nella stanza e frugava nella borsetta della malcapitata.  Non sarebbero andati fieri di tutto questo, ma, come diceva Ozzy, dovevano pur mangiare. Si spostavano da una città all’altra con un furgone scassato: pioveva, nevicava, ed i tergicristalli non funzionavano. Così uno di loro si affacciava da un finestrino, l’altro da quello opposto, e tiravano i tergicristalli con le mani, ora in un verso, ora nell’altro, per permettere a chi guidava di vedere qualcosa attraverso il  parabrezza (!).
Un escamotage che utilizzavano pur di suonare era tanto bizzarro, quanto logorante: si piazzavano con il furgone carico della strumentazione davanti ai locali nei quali era previsto il concerto di un gruppo già affermato, e, nel caso il gruppo in questione non avesse potuto esibirsi, si sarebbero proposti loro. Incredibilmente, intorno alla fine del 1968, la cosa riuscì: in una data imprecisata della fine del 1968 i Jethro Tull, infatti,   non furono in grado di raggiungere il locale davanti al quale si erano “appostati” i Sabbath, e Ozzy e compagni riuscirono a suonare al loro posto. Ian Anderson riuscì ad arrivare e a mescolarsi tra il pubblico, mandando in estasi il giovane Osbourne perché, mentre questi cantava, poteva intravedere  Anderson muovere la testa su e giù, seguendo la musica. In effetti il sound dello sconosciuto gruppo di Aston era ancora più pervaso dal blues che dai suoni funerei che li avrebbero caratterizzati di lì a poco. E c’era molto blues anche nel primo disco dei Jethro Tull (“This Was”, l’unico che avevano pubblicato fino a quel momento).
Ma ad attrarre l’attenzione di Ian Anderson doveva essere stata soprattutto la performance di Tony Iommi: Ian doveva trovare un sostituto di Mick Abrahams, il chitarrista dei Tull, e Iommi sembrava essere l’uomo giusto. Del resto, se si ascoltano certi pezzi dei primi lavori dei Black Sabbath, quando Tony Iommi suona da solo, con la stessa Gibson SG rossa che utilizzava Abrahams, sembra assomigliargli molto. In qualche caso, quando la chitarra ha un sound più blues e carico di reverbero, accompagnata solo da un tumultuante sottofondo di basso e batteria, sembra proprio di ascoltare “Cat’s Squirrell”, dal disco d’esordio dei Jethro. Tony ricevette la proposta di entrare nella band di Anderson, e con la morte nel cuore, dovette comunicare ai compagni che avrebbe dovuto lasciarli. Ozzy e gli altri sentirono in quel preciso momento i loro sogni di gloria andare in pezzi: non sarebbero potuti andare da nessuna parte senza il talento di Tony Iommi. Sarebbero dovuti tornare a lavorare in fabbrica, o a fare gli altri i lavori frustranti (o veramente schifosi) che facevano prima. E questo proprio quando le cose sembrava cominciassero a funzionare. Eppure, in una maniera che può anche essere ritenuta commovente, trattennero le lacrime e si congratularono con il loro amico, felici per lui. Di lì a poco, tanto per cominciare, Tony avrebbe partecipato coi Jethro Tull al programma televisivo “The Rolling Stones Rock And Roll Circus” insieme a gente del calibro di John Lennon (allora ancora nei Beatles), The Who, Mitch Mitchell (il batterista di Jimi Hendrix) e, naturalmente gli stessi Stones (ancora con Brian Jones, ritrovato morto nella piscina di Mick Jagger nell’estate del 1969).
Toni Iommi, lavorando in fabbrica, qualche tempo prima si era visto tranciare di netto la parte superiore delle dita della mano destra da un macchinario che non sapeva ancora usare bene. E dal momento che era mancino, si trattava proprio delle dita che avrebbero dovuto scorrere sulla tastiera della chitarra! La sua carriera di musicista sembrava finita. E invece si era fabbricato da solo delle protesi simili a ditali che gli avevano permesso di riprendere a suonare (protesi che utilizza ancora oggi). E adesso, con quel nuovo ingaggio, aveva l’occasione di passare, in pochi anni, dalla triste certezza di aver chiuso per sempre con la musica alla concreta possibilità di diventare il chitarrista di un gruppo importante. Le cose sarebbero in effetti andate così, ma non nel modo che sembrava aver prefigurato il destino.
Iommi, infatti, partecipò alle riprese del “Circus” coi Jethro Tull, il 10 dicembre 1968, ma lasciò quella band dopo un paio di settimane, preferendo tornare coi suoi vecchi compagni: troppo strette erano risultate per lui  la disciplina, la professionalità e la serietà che Ian Anderson imponeva alla band (a dispetto dei suoi 21 anni), e ben presto avrebbe preso il sopravvento la nostalgia per il divertimento, le follie e le risate con Ozzy e compagni. Il suo posto nei Jethro Tull sarebbe stato infine preso da Martin Barre (che non lo avrebbe mollato per 40 anni!), mentre gli Earth, divenuti nel frattempo Black Sabbath, avrebbero sfondato al primo colpo con l’omonimo disco d’esordio, uscito nel 1970 e registrato praticamente dal vivo, in 12 ore, prima di scappare via per tenere un concerto a Zurigo.
Quando poi lo ascoltarono, quasi svennero per la felicità: il suono era pazzesco, erano state aggiunte campane e pioggia all’inizio del disco, e la copertina (alla quale non avevano in alcun modo preso parte) era strepitosa. A quel tempo tutti e quattro portavano al collo grosse croci di ferro, fabbricate dal padre di Ozzy. E a quel punto fecero addirittura il bis, ottenendo ancora più successo, con il successivo “Paranoid”: questo secondo lavoro avrebbe dovuto in realtà chiamarsi “War Pigs”, come uno dei brani contenuti nel disco (e come voleva suggerire la stessa copertina). Ma la casa discografica aveva preferito evitare problemi con quella che sarebbe stata facilmente interpretata come un’aperta denuncia contro la guerra in Vietnam, e preferì attribuire all’album il titolo di un brano che la band aveva registrato all’ultimo momento, giusto perché c’era ancora spazio per un’altra traccia: il pezzo era appunto “Paranoid”, che sarebbe diventata la loro hit più famosa in assoluto, e avrebbe gettato le basi per quello che sarebbe diventato l’heavy metal. Se anche i Black Sabbath si fossero sciolti subito dopo quei primi due dischi, avrebbero comunque marchiato con indelebili lettere di fuoco il libro della storia del rock.
La triade classica dell’hard rock con radici blues rimane quella rappresentata da Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple. Nel 1969, dopo un loro concerto, a questi ultimi si era presentato un giovane commesso chiamato David Coverdale, che chiese a Jon Lord di essere preso in considerazione come vocalist del gruppo. Gli fu gentilmente risposto che i Purple stavano provando Ian Gillan, il nuovo cantante, ma che, nel caso non avesse funzionato, si sarebbero ricordati di lui. Invece Gillan andò alla grande, fin quando, per puro caso, Coverdale diventò davvero la voce dei Deep Purple, nel momento in cui Gillan lasciò la band, nel 1973. Ad ogni modo, durante quel primo incontro, la band britannica aveva già sfornato tre dischi ed una hit (“Hush”, grande successo negli USA) con Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso. Gli altri non erano però soddisfatti del corso intrapreso, e decisero di sostituire Rod e Nick con due componenti degli Episode Six: Ian Gillan, appunto, e Roger Glover. Oltre a Lord alle tastiere i Purple avevano Ian Paice alla batteria (unico dei componenti originari rimasto oggi del gruppo), più il talentuoso Ritchie Blackmore alla chitarra. Quest’ultimo comunicò a Simper che, come bassista, Glover non era in realtà più bravo di lui, ma che la decisione era ormai presa. E Simper non la prese tanto bene, come si può immaginare.
E infatti, qualche anno dopo, lo stesso Blackmore pose come condizione che Roger Glover venisse a sua volta sostituito, altrimenti avrebbe abbandonato egli stesso i Deep Purple. Ancora prima di Coverdale, nel 1973 arrivò così Glenn Hughes, già cantante e bassista dei Trapeze: Ritchie e gli altri andarono a vederlo mentre si esibiva, e gli proposero di unirsi alla band. A Roger Glover cadde il mondo addosso nel momento in cui venne a sapere della sua estromissione, proprio quando la band aveva raggiunto il massimo della sua popolarità, soprattutto a seguito di “Made in Japan”. Per inciso Blackmore, che non aveva nulla di personale contro Roger, non ebbe il coraggio di comunicargli la sua esclusione, e fu uno dei due manager dei Purple ad assumersi l’onere. Glenn Hughes aveva anche una voce strepitosa, ed era in grado di raggiungere acuti impressionanti: avrebbe dunque potuto anche essere lui la nuova voce della band.
Si preferì comunque un cantante che, come Gillan, avesse una bella immagine e nessuno strumento appeso al collo: Ritchie avrebbe voluto Paul Rodgers, ma questi, dopo lo scioglimento dei Free, si era ormai impegnato con i Bad Company (in seguito l’unica band di successo della label “Swan Song” degli Zeppelin), e dunque “ripiegò” su David Coverdale, che aveva una vocalità in qualche modo simile. Alla fine, con questa nuova formazione (denominata Mark III), finirono per alternarsi alla voce (o ad unirsi nei cori) sia Glenn che David, dal vivo come sui dischi del periodo ’74-’75 (“Burn”, “Stormbringer” e “Come Taste the Band”). Se l’essenza più “funky” è documentata soprattutto sul live “Made in Europe”, quella della precedente line up con Gillan e Glover (la “classica” formazione Mark II) è invece immortalata sul leggendario “Made in Japan”, uno dei dischi dal vivo più celebri della storia del rock.
Paradossalmente, i Deep Purple non si resero subito conto del potenziale straordinario di quest’ album, e quasi se ne disinteressarono: concessero che venisse pubblicato solo in Giappone, e solo a patto che fossero utilizzati i loro fonici (Martin Birch in particolare). Inoltre, il disco non sarebbe uscito affatto se a loro non fosse piaciuto. Solo qualcuno della band si degnò di partecipare ai missaggi. Le registrazioni erano state effettuate durante tre spettacoli, tra Tokyo e Osaka, nell’estate del 1972, e catturavano i Deep Purple al massimo del loro splendore: non appena “Made in Japan” venne importato negli USA, all’inizio del 1973, il gruppo esplose. Si trattava quasi di un’esecuzione live del  nuovo disco, “Machine Head”, ma con una potenza ed una personalità quasi sfacciata che sembrava sbattere in faccia al mondo un perentorio “I più grandi siamo noi!”. La versione dal vivo di “Smoke on the Water” divenne ancor più celebre di quella in studio. E questo brano è passato alla storia come il pezzo rock più famoso di sempre, conosciuto praticamente da tutti.
Il testo racconta la storia di quel che successe effettivamente ai Deep Purple: la band si era recata a Montreaux, in Svizzera, per registrare quello che sarebbe divenuto “Machine Head” (1971) con uno studio mobile, all’interno del Casino di Montecarlo. Andarono a vedere Frank Zappa and The Mothers esibirsi in quello stesso luogo, che era anche una sala da concerto.  Ad un certo punto, però, a qualcuno del pubblico venne la bella idea di lanciare un bengala (o qualcosa del genere) verso il soffitto, e l’intero locale andò a fuoco, con conseguente interruzione del concerto ed un generale “si salvi chi può”: i Deep Purple non avevano più a disposizione la location nella quale registrare il nuovo disco. Dalla finestra dell’albergo, Ian Gillan si ritrovò ad osservare mestamente il fumo (“Smoke”) del Casino andato in cenere alzarsi sopra (“on”) le acque del lago (Water). Il gruppo non si perse d’animo e registrò comunque il nuovo materiale, utilizzando lo stesso albergo nel quale era alloggiato: i cavi dello studio mobile posteggiato all’esterno percorrevano i corridoi. E nelle varie camere dell’hotel si piazzarono Lord, Paice, Gillan, Glover e Blackmore, che portarono alla fine la registrazione del lavoro. Se Il primo album con Ian Gillan alla voce (il concerto per gruppo e orchestra, registrato e filmato alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra nel settembre del 1969) non aveva permesso a Ian Gillan di esprimersi in tutta la sua potenza,  con i successivi “In Rock”, “Fireball” e “Machine Head” i Deep Purple definirono il nuovo concetto di hard rock, estremo, eppure impreziosito da momenti di grande classe, venato di blues, contaminato da influenze di musica classica e caratterizzato da grandiosi momenti di pura improvvisazione, con lo spettacolare e continuo incrociarsi tra la chitarra elettrica di Ritchie Blackmore e l’ organo Hammond di Jon Lord. Sfortunatamente la magica alchimia si ruppe quando i rapporti personali tra Ritchie e Gillan si guastarono: già alla fine del ’72 il vocalist inviò una lettera ai manager Edwards e Coletta nella quale manifestava la sua intenzione di lasciare i Deep Purple.Concluse comunque il tour in corso (un po’ come avrebbe fatto in seguito Peter Gabriel coi Genesis), e infine annunciò al pubblico giapponese che quello che si era appena concluso era il suo ultimo show con la band. Ma i Purple non potevano sciogliersi proprio mentre, specie dopo il sopracitato successo di “Made in Japan”, era in classifica con più dischi e più singoli contemporaneamente.
Jon Lord ammise che Gillan e Blackmore non potevano stare insieme non solo nello stesso gruppo, ma neppure nella stessa città (!). E così, messo alla porta Roger Glover e con Ian Gillan dimissionario, i Deep Purple si “reinventarono” con David Coverdale e Glenn Hughes, sfornando l’ottimo “Burn”: l’unica testimonianza filmata di un concerto con questa nuova line-up rimane l’incredibile partecipazione della band al gigantesco festival americano denominato “California Jam”, svoltosi nell’aprile del 1974, con il nuovo disco uscito da poche settimane. In realtà il pubblico avrebbe preferito vedere sul palco Ian Gillan, e non lo sconosciuto David Coverdale, ma lo show fu strepitoso.
Ritchie Blackmore, era però coi nervi tesi, perché non avrebbe voluto esibirsi prima del calar del sole. Nè sopportava le telecamere sul palco, quando queste si avvicinavano troppo a lui: alla fine di Space Truckin’ ne prese una a colpi di chitarra, causandole danni considerevoli, mentre un’ eccessiva carica d’esplosivo  concludeva la loro pirotecnica esibizione incendiando mezzo palco con un’ esplosione assordante, che stordì gli stessi musicisti, rischiando anche di arrostirli sul posto! La band scappò via con lo sceriffo della Contea alle calcagna, e fu in grado di ripagare i danni provocati solo coi proventi che ricevette per la concessione dei diritti TV.
“Made in Europe” avrebbe documentato invece gli ultimissimi concerti (aprile ’75) di Blackmore con i Deep Purple degli anni ’70, prima della sua decisione di lasciare i suoi compagni per formare i Raimbow insieme a Ronnie James Dio, il cantante degli Elf, gruppo spalla di quell’ultimo tour. Oggi, anche riascoltando “Made in Europe” o “Live in Paris”, sembra impossibile credere che un musicista possa aver deciso di abbandonare un gruppo di quella levatura per lanciarsi in un possibile salto nel buio: ma Blackmore era (ed è) un’artista, e lo stile che la band stava abbracciando collimava sempre meno con i suoi gusti: Ritchie non amava il “funky”, e questa componente stava prendendo sempre più spazio tra le pieghe della musica dei Purple: caratteristica che si sarebbe accentuata ancora di più con l’arrivo del nuovo chitarrista, Tommy Bolin (già con Billy Cobham), nel quale Hughes e Coverdale trovarono un ottimo alleato per il nuovo corso del gruppo. “Come Taste The Band”, pur eccelso nella sua miscela di hard rock, soul e funky, ai vecchi fans non sembrò neanche un disco dei Deep Purple. Né le cose vennero facilitate dal fatto che Bolin dovesse spesso sentire  qualcuno del pubblico urlare che voleva Ritchie Blackmore sul palco, e non lui. Ancora meno fu d’aiuto il fatto che Tommy Bolin fosse purtroppo tossicodipendente, particolare del quale gli altri del gruppo, pur buoni bevitori, non erano affatto a conoscenza.
Iniziò male e finì peggio: il disco non sfondò, il tour in Giappone (degli ultimi mesi del ’75) vide un Tommy Bolin spesso in cattive condizioni, e, in un caso, addirittura a rischio della vita. Nel febbraio del ’76, durante il tour americano, i Purple riuscirono a tornare a livelli accettabili. Ma poco dopo, in Patria, i loro ultimi concerti finirono tra i fischi, e a Liverpool David Coverdale lasciò il palco in lacrime. I Deep Purple si sciolsero, e Tommy Bolin morì a causa di un overdose alla fine di quello stesso 1976: ancora una volta, un talento che si butta via, un po’ come Paul Kossoff dei Free, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e tanti altri. Ad ogni modo Blackmore vinse la sua scommessa coi Raimbow, mentre Coverdale resuscitò alla grande con gli Whitesnake (fra i quali, fra l’altro, avrebbero militato anche alcuni dei vecchi amici dei Purple, a cominciare da Jon Lord).



Ma, nel 1984, i tempi erano maturi per un ritorno del gruppo nella formazione Mark II (proprio quella di “Made in Japan”), con il sorprendente disco “Perfect Strangers”. Il sottoscritto ha avuto modo di vedere questi Deep Purple a Cava dei Tirreni nel 1988, e altre due volte in anni più recenti. A parte una “temporanea estromissione” di Ian Gillan nel 1990, è stato poi Blackmore ad abbandonare di nuovo il gruppo nel bel mezzo del tour del 1993, costringendo i suoi compagni ad ingaggiare provvisoriamente Joe Satriani, e, dal 1996 ad oggi, Steve Morse. Jon Lord ha dovuto lasciare prima i Deep Purple per motivi di salute all’inizio degli anni 2000. E successivamente tutti noi, purtroppo, nel 2012, per problemi di salute.
Don Airey (già con Raimbow, Ozzy Osbourne e Jethro Tull) ha preso il suo posto. Dei “vecchi” sono rimasti Ian Gillan, Roger Glover e Ian Paice. Una storia ancora senza fine, con dischi nuovi, concerti in tutto il mondo e la riproposizione dei vecchi, immortali “cavalli di battaglia”. Il sopracitato Don Airey potè diventare il nuovo tastierista del gruppo solo perché si salvò da una brutta (quanto assurda) avventura agli inizi degli anni ’80: era in tour con Ozzy Osbourne (che, coi suoi primi due dischi, stava riscuotendo più successo rispetto ai Black Sabbath senza di lui), ed il bus sul quale in quei giorni viaggiava la band negli USA fece una sosta in un un prato. L’autista conosceva un tizio che possedeva un piccolo aeroplano: era in grado di pilotarlo, e propose a vari componenti della band e dell’entourage di fare un giro con lui. Don Airey partì con il primo gruppo, ed atterro’ poco dopo sano e salvo.
Ma nessuno sapeva che quell’autista-pilota era in realtà un alcolizzato privo anche del patentino per volare. Ed al secondo gruppetto non andò altrettanto bene. Dopo qualche evoluzione il piccolo aereo si abbassò e squarciò il tetto del tour bus, per andarsi a schiantare un po’ più lontano in una nuvola di fuoco. Tutti gli occupanti, compreso Randy Rhoads (il chitarrista di Ozzy) persero la vita. Lo stesso Ozzy, che stava dormendo nel bus con la moglie (figlia del suo manager) fu svegliato di soprassalto da quella botta sul tetto del bus e, tra le fiamme, si gettò fuori, portando con sé la sua signora (che tale è ancora oggi), certo che si fosse trattato di un incidente stradale: non sapeva che il bus era fermo in un campo, e rimase sorpreso dal fatto di non essersi ritrovato sull’asfalto della strada. Fece comunque in tempo a vedere l’aeroplano esplodere, senza capire e senza credere ai propri occhi. Ancora più difficile fu riuscire ad accettare la perdita di Randy: Ozzy aveva trovato in lui il partner ideale, ed era rimasto senza parole quando aveva assistito alla sua audizione, quando era alla ricerca di un chitarrista. Inoltre Randy Rhoads era un bravo ragazzo e non, per ammissione dello stesso Osbourne, uno di quei tipi “fuori di testa” (a cominciare da lui stesso!) che erano soliti gravitare nell’orbita dell’ hard rock. Giusto la sera prima, addirittura, lo stesso Randy aveva comunicato all’ex Sabbath che avrebbe lasciato la band (insieme ai lauti guadagni) per dedicarsi allo studio e all’insegnamento della chitarra. Era legatissimo alla madre, e a lei aveva dedicato un brano molto toccante. John “Ozzy” Osbourne si era molto affezionato a lui, e non riusciva a capire perché quella fine fosse dovuta capitare proprio a Randy. Da allora non smise mai, ogni anno, di mandare fiori sul luogo del suo ultimo riposo.
Anni prima, nel settembre del 1970 Phil Collins riuscì ad entrare nei Genesis: Peter Gabriel capì che Phil era bravo non appena vide come si sedette sul seggiolino della batteria. Phil leggeva di continuo che questi Genesis, nonostante avessero pubblicato due dischi dalle vendite piuttosto modeste (“From Genesis To Revelation” e “Trespass”) suonavano da tutte le parti. Cosa che non riusciva alla sua band, i Flaming Youth. Dunque teneva molto ad entrare nella band, e si recò alla casa dei genitori di Peter Gabriel, dove si tenevano le audizioni per tutti gli aspiranti batteristi, insieme al suo amico Ronnie Caryl, che sperava di essere preso come chitarrista, dal momento che Anthony Phillips aveva lasciato i Genesis qualche mese prima.
Mentre aspettava il suo turno, gli venne offerto di fare un bagno in piscina: e così, sguazzando in acqua, Phil Collins, a 19 anni, in quell’estate del 1970, ebbe modo di ascoltare gli altri batteristi, capendo al volo cosa volevano i Genesis, quello che avrebbe dovuto fare, e soprattutto quello che avrebbe dovuto evitare. Tornando verso casa il suo amico Ronnie si disse convinto di aver ottenuto lui il posto. E invece le cose andarono esattamente al contrario. E quando i Genesis telefonarono a casa Collins per comunicargli che il posto era suo, lui fu felice al punto da abbracciare sua madre. Il gruppo aveva già avuto tre batteristi prima di Phil: Chris Stewart sul singolo “The Silent Sun”, John Silver sul disco d’esordio (registrato durante le vacanze estive del 1968, quando andavano ancora tutti a scuola), più John Mahyew su Trespass. I Genesis erano nati dalla fusione di due gruppi scolastici, gli Anon e i Garden Wall. Ma le severe regole della Charterhouse, riservata ai figli delle famiglie più facoltose, li aveva resi ragazzi piuttosto chiusi ed infelici. Solo la musica era in grado di dar loro entusiasmo e di salvarli da quell’ambiente tanto austero: la scuola somigliava ad una cattedrale gotica, e i familiari erano sempre lontani. Inoltre suonare la chitarra elettrica veniva considerato più o meno un atto rivoluzionario. Phil Collins portò nel gruppo quella ventata di allegria e spensieratezza che erano necessarie. Oltre, naturalmente, ad un sound molto più preciso e professionale, che trasformò completamente la band. In meglio, naturalmente.
E così fu con lui che i Genesis intrapresero il tour di “Trespass” il 2 ottobre 1970, nonostante non avessero ancora trovato qualcuno che sostituisse Anthony Phillips alla chitarra. Ant era un elemento importantissimo per la band, al punto che si pensò seriamente allo scioglimento quando, subito dopo la registrazione di “Trespass”, Ant (come veniva chiamato) annunciò che avrebbe mollato tutto. Era lui, alla 12 corde, l’elegante tessitore delle delicate trame chitarristiche caratteristiche dei primi Genesis ed il loro motore trainante. Affiancava inoltre la sua voce a quella di Gabriel, e poteva anche scatenarsi con l’elettrica in un brano come “The Knife”, che chiudeva sia “Trespass” che i concerti dal vivo. Nonostante non avrebbe poi partecipato alla registrazione del successivo “Nursery Cryme”, anche  l’immortale “The Musical Box” era in buona parte farina del suo sacco. Paradossalmente Phillips, che lasciò perché veniva colto da crisi di panico ogni volta che doveva esibirsi, pur vivendo ancora oggi di musica, non si è mai più esibito in pubblico (dunque dal 1970!).  Alla fine comunque il gruppo decise di proseguire in quartetto: Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford e Phil Collins. Tony simulava le parti di chitarra applicando un distorsore alle tastiere. L’amico di Phil, Ronnie Caryl, riuscì a fare con loro qualche concerto. E per un paio di mesi il loro chitarrista fu Mick Barnard, che comparve anche in TV durante l’esecuzione di “The Knife”(filmato purtroppo andato perduto). Ma tutti sapevano che quella era una soluzione provvisoria e, a seguito di un annuncio di Steve Hackett sul Melody Maker, andarono ad ascoltare il nuovo aspirante chitarrista a casa sua, mentre proponeva loro tre stili diversi, accompagnato dal fratello John al flauto.
Capirono subito che quello era il musicista che faceva al caso loro: abile sia nelle parti “bucoliche” con la chitarra classica, come pure in quelle più aggressive, alla chitarra elettrica, strumento dal quale riusciva a tirare fuori suoni particolarissimi, utilizzando con gusto vari effetti a pedale, senza cercare mai di stupire con “assolo” alla velocità della luce (cosa che loro non avrebbero gradito affatto!) Così, quando Steve andò a vedere i Genesis al Lyceum, nel dicembre del 1970 con Mick Barnard  alla chitarra, sapeva già di essere lui il loro nuovo chitarrista. Per il nuovo album,“Nursery Cryme”(1971), ai due nuovi arrivati, Phil e Steve, fu concesso di inserire un loro brano, intitolato “For Absent Friends”. Quello era anche il primo pezzo cantato da Phil Collins invece che da Peter Gabriel. Un altro sarebbe stato “More Fool Me” su “Selling England By The Pound” (1973), pezzo che avrebbe visto Collins in piedi e al microfono anche durante il relativo tour. Si trattava comunque di due canzoni molto brevi e quiete: nulla avrebbe lasciato presagire che un giorno Phil Collins sarebbe diventato il cantante dei Genesis, dopo che anche Peter Gabriel, nel 1975, avrebbe lasciato  la band, alla fine del tour di “The Lamb Lies Down On Broadway”.
Personalmente ho visto i Genesis a Nizza nel 1992: ricordo che prima del concerto la folla aveva accolto con un gran boato un video del Gabriel solista, ed ho sentito un giovane chiedere alla sua ragazza il perché di quella reazione entusiastica: il tipo in questione non sapeva che Peter Gabriel era stato il cantante dei Genesis! E probabilmente sono ancora  in tanti a non saperlo. Riavvolgendo il nastro, per l’assolo di “The Musical Box” Hackett (che avrebbe lasciato a sua volta la band nel 1977) utilizzò anche qualche idea di Mick Barnard. Ed ideò la tecnica del “tapping”sulla chitarra diversi anni prima di Eddie Van Halen.
All’inizio del 1971 i Genesis partirono con la nuova formazione (poi divenuta quella “classica”) in un tour insieme ai Van Der Graaf Generator e agli Audience, tutti facenti parte dell’etichetta “Charisma”. Sul tour bus, come amava rammentare scherzando Peter Hammill, leader dei Van Der Graaf Generator, ai primi posti erano seduti i Genesis coi loro cestini da pic-nic; al centro gli Audience con le birre, e in fondo gli stessi VdGG con le droghe (!). In quel momento erano proprio i Van Der Graaf il gruppo di maggior richiamo. Fino a quando, concerto dopo concerto, i Genesis riuscirono a conquistarsi sul campo (anzi, sul palco) il titolo di attrazione principale. Semplicemente perché era diventato impossibile fare meglio di loro, come ammise lo stesso Hammill. All’inizio del 1972 vennero filmati per mezz’ora di musica dal vivo alla TV belga, consegnandoci il documento (peraltro di ottima qualità, e a colori) più “datato” che sia possibile reperire. Esistono in realtà altri due brani ripresi in occasione dell’ allora celebre “Atomic Sunrisre festival” tenuto alla Roundhouse di Londra nel 1970, con Phillips e Mayhew ancora in formazione: ma è un filmato senza sonoro, con l’audio dei pezzi (“Looking For Someone” e “The Knife”) sovrapposto in un secondo tempo, e non provenienti da quell’evento (al quale partecipava anche David Bowie).
Altri documenti (solo audio) dei Genesis del 1970 riemersi dall’oblio dopo decenni sono i “Jackson Tapes”,  più le registrazioni effettuate alla trasmissione radiofonica “Nightride”, rispettivamente del gennaio e del febbraio del 1970, entrambi realizzati per la BBC. I primi risalgono più precisamente al 9 gennaio: cioè alla stessa sera che vedeva i Led Zeppelin filmati in concerto alla Royal Albert Hall, da un’altra parte di Londra, il giorno del ventiseiesimo compleanno di Jimmy Page, che dietro le quinte, avrebbe conosciuto proprio in quell’occasione la sua futura moglie (per inciso, quel film degli Zeppelin, ritenuto troppo scuro nelle immagini, rimase nel cassetto, per essere finalmente pubblicato nel doppio dvd antologico del 2003, con un fantastico suono stereo).
Le registrazioni dei Genesis di quel 9 gennaio ‘70, recuperate miracolosamente in tempi più recenti, risultano interessantissime, per quanto brevi: si possono ascoltare infatti i Genesis, ancora senza Collins e Hackett, suonare non solo spezzoni di “Looking For Someone” (poi su “Trespass”, 1970), ma anche di “The Fountain Of Salmacis”, “The Musical Box” (entrambe su “Nursery Cryme, 1971) e addirittura di “Anyway” (in seguito su “The Lamb Lies Down On Broadway”, 1974). I Genesis dei primi anni ebbero più successo in Italia che in Patria: così vennero in tour nel nostro Paese sia nell’aprile che nell’agosto del 1972. All’inizio con un semplice furgone, in seguito con una strumentazione più “ingombrante”, mentre in sala stavano registrando “Foxtrot”, il disco che permise loro di cominciare a vendere e ad essere considerati anche in altri Paesi. E questa volta Gabriel si era rasato sulla fronte una porzione dei suoi lunghi capelli neri. In Italia suonarono anche con gli Osanna, e forse i costumi di scena ed i volti truccati del gruppo partenopeo ispirarono Gabriel per i suoi successivi travestimenti. Tornarono in occasione del “Charisma Festival” nel gennaio del 1973, e ancora per il tour di “Selling England by the Pound”, nel 1974; quindi per quello di “The Lamb” con l’unica data di Torino, nel 1975. Tornarono nel nostro Paese (naturalmente senza Gabriel) solo nel 1982 (tour in cui tornò in scaletta “Supper’s Ready”, per festeggiare i 10 anni dell’epica suite contenuta su “Foxtrot”) e nel 1987 (anno nel quale io vidi Peter Gabriel a Roma). Saltò invece la data del 1992 a Torino, spostata a Nizza, dove, ebbi modo di vederli per l’unica volta.
Essendo Phil Collins divenuto il vocalist della band già dalla metà degli anni ’70, si era resa necessaria la presenza di un secondo batterista: prima Bill Bruford (ex Yes e King Crimson), per la tournèe di “A Trick Of The Tail” del 1976; quindi Chester Thompson, dal 1977 in poi. In realtà, quando Peter lasciò, vennero provati molti possibili sostituti, che dovevano seguire la “guida vocale” cantata da Phil. Ma, alla fine, ci si rese conto che nessuna di quella voce era migliore di quella dello stesso Collins e così, nonostante la sua iniziale riluttanza, divenne lui il nuovo cantante dei Genesis.
Alla chitarra (ma anche al basso) il sostituto di Steve Hackett divenne invece Daryl Stuermer (americano come Thompson), che esordì con loro in occasione del tour di “And Then There Were Three”, del 1978. Con questo quintetto i Genesis si esibirono in tour fino al 1992. E, dopo 15 anni di “stop”, tornarono in pista con questa stessa formazione nel 2007, per una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti. Il DVD del concerto gratuito al Circo Massimo di Roma (di fronte a mezzo milione di persone) avrebbe documentato questa reunion. Si era in effetti parlato di un ritorno “on stage” con Peter Gabriel, ma la cosa non andò in porto. Un vero peccato che Peter non abbia pensato di tornare coi suoi vecchi compagni almeno per il bis finale di Roma: il pezzo sarebbe stato “The Carpet Crawlers”, e sentirglielo cantare (anche sul relativo DVD) coi Genesis sarebbe stato molto emozionante. Invece, a conti fatti, l’unica volta di Peter Gabriel di nuovo con la sua vecchia band, per un concerto intero (e con Steve Hackett nel bis) sarebbe rimasto soltanto quello dell’ottobre 1982 a Milton Keynes, in Inghilterra, sotto la pioggia. Riascoltando la scaletta di quella sera, si potrebbe pensare che i Genesis avessero dovuto riprovare dopo tanti anni tutti quei vecchi brani: in effetti non è del tutto vero, perché molto del materiale dell’era Gabriel veniva ancora portato in tour nel corso dei primi anni ’80: solo che veniva omesso in occasione delle pubblicazioni ufficiali (come “Three Sides Live”), per lasciare posto al nuovo corso intrapreso dalla band, con sonorità decisamente più pop.
 Così, in occasione di quella reunion, le iniziali “Back in N.Y.C.”, il medley tra “Dancing With The Moonlit Knight” e “The Carpet Crawlers” venivano suonate ancora nel 1980; Firth Of Fifth nel 1981, così come “The Lamb Lies Down On Broadway”. Anche la versione ridotta di “The Knife” chiudeva i concerti del 1980, (il “Duke Tour”), mentre l’intera “Supper’s Ready” veniva eseguita proprio durante la tournèe di quello stesso 1982. Per non parlare di “In The Cage”, sempre presente in scaletta, pur senza Gabriel, dal 1978 in avanti. Così, alla fine, i brani che vennero davvero “riesumati” dopo tanto tempo furono la versione integrale di “The Musical Box” e qualcosa da “The Lamb”. Ma il bello, naturalmente, era la possibilità di sentire di nuovo Peter alla voce e Phil alla batteria su tutto questo materiale. La registrazione di una prova precedente questa reunion rivela un Gabriel un po’ impacciato, che dimentica anche alcuni testi. Ed è qui che si può sentire Phil Collins “suggerire” da dietro la batteria: proprio come a scuola!
 A Milton Keynes Gabriel tirò di nuovo fuori i costumi ed il vecchio flauto traverso, mai utilizzato durante la sua carriera solista. Aveva indossato per la prima volta dei costumi sul palco a Dublino, durante il tour di “Foxtrot”: sulla copertina di quel disco era riportata l’illustrazione di una figura in abiti femminili rossi, con una testa di volpe. E questo fu esattamente l’abito di scena che Gabriel decise di indossare alla fine di “The Musical Box”, cambiandosi nei camerini mentre il resto della band portava il brano alla sua sezione finale. Lo shock fu collettivo nel vero senso del termine, perché Peter non aveva avvertito nemmeno i suoi compagni, che rimasero di sasso almeno quanto gli spettatori nel momento in cui lui comparve sul palco con quel vestito da donna (un abito lungo di sua moglie Jill) e la testa di volpe, per cantare la parte conclusiva del brano. Del resto lui sapeva benissimo che, se avesse chiesto il parere della band, si sarebbe sentito rispondere di no. Ad ogni modo gli altri quattro non ebbero più nulla da obbiettare quando quei travestimenti portarono i Genesis direttamente sulle copertine delle principali riviste musicali britanniche!
Nel 1975 alcuni membri dei Genesis ascoltarono in macchina il pezzo nuovo di un gruppo che non riconobbero subito: erano i Led Zeppelin, ed il brano in questione era “Kashmir”. Phil Collins impazzì per il suono massiccio e l’incedere imponente di quella batteria, e provò a fare qualcosa del genere in una canzone che stavano provando per il primo disco dell’era post-Gabriel: Il pezzo, intitolato “Squonk”, si rivelò perfetto sia per l’inizio dei concerti del 1977 che per l’apertura del doppio dal vivo pubblicato quello stesso anno, intitolato “Seconds Out”. Fu questo il disco che mi introdusse nel mondo dei Genesis, quando ero ancora adolescente. Nel 1988 telefonai ad Armando Gallo, autore della foto di copertina di quel disco (nonché amico personale dei Genesis fin dai primi anni ’70), parlai con lui e mi feci spedire una copia del suo (ormai davvero mitico) libro a loro dedicato. Gli chiesi un autografo per me e per i Malibran, il mio gruppo, che all’epoca muoveva i suoi primi passi. Fu una vera fortuna riuscire a “beccare” Armando nella sua casa romana, dal momento che viveva (e vive) anche a Los Angeles, e che stava partendo (sempre in qualità di fotografo) per l’Australia al seguito degli INXS, band di successo di quegli anni.
Un altro importante “riferimento Genesis” per l’Italia sarebbe poi divenuto Mario Giammetti: sulla prima pagina di un numero della sua fanzine “Dusk”, mentre io mi trovavo in condizioni critiche all’ospedale, nel 2012, volle gentilmente rivolgermi un saluto in prima pagina, definendomi  “musicista raffinato”, “leader dei Malibran”, e aggiungendo che “tutto il mondo del Prog” mi aspettava “a braccia aperte”. Davvero un bell’attestato di stima, fortunatamente non isolato.
Nel 1975, in macchina, i Genesis non avevano riconosciuto i Led Zeppelin, perché questi, nel frattempo, erano cambiati un bel po’. Con il nome di “New Yardbirds” nel 1968 avevano intrapreso un tour in Scandinavia, che si era rivelato utilissimo per mettere a punto i brani per il disco d’esordio sotto la nuova denominazione. Degli Yardbirds rimaneva non solo Jimmy Page, ma anche il manager Peter Grant, più il tour manager Richard Cole, che ai tempi delle tournèe con la vecchia band divideva la stanza con lo stesso Page. Nel film “The Song Remains The Same” del 1976 Cole, tra l’altro,  è la prima faccia che compare, interpretando  il gangster barbuto che viene fuori da una casa, seguito dalla mole immensa di Peter Grant e da un altro tizio, tutti armati di mitra a tamburo. Jimmy pagò di tasca sua la registrazione del primo album degli Zeppelin, avvenuta in sole trenta ore nell’ottobre del 1968, e con pochissime sovra-incisioni.
A Robert Plant non sembrava neanche vero di trovarsi in uno studio, e quando ascoltò la musica in cuffie andò letteralmente in estasi. John Paul Jones e Jimmy Page, invece, registravano già da anni, ma fu  Page a guidare tutte le operazioni, sapendo perfettamente cosa voleva ottenere, e come ottenerlo. Si occupò in prima persona anche del fenomenale suono della batteria che sarebbe venuto fuori dal disco (benchè in buona parte generato dalla stessa potenza di John Bonham!), tenendo i microfoni a distanza per “generare profondità”, come era solito asserire. Peter Grant adorava e rispettava Jimmy.
Soltanto una volta John Bonham ebbe a polemizzare  con Page, durante le registrazioni, sempre a proposito della batteria. E Grant intimò a “Bonzo” di fare quello che diceva Jimmy Page, perché, in caso contrario, l’avrebbe sbattuto fuori dal gruppo (e probabilmente anche dalla finestra). Per inciso, nessun altro si sarebbe potuto permettere di parlare in quel modo a John Bonham senza rischiare di farsi male sul serio! Ma lui fece buon viso a cattivo gioco, perché aveva capito che quello era il gruppo giusto per combinare qualcosa di veramente importante. E per questo aveva rinunciato a possibili lavori con gente del calibro di Chris Farlowe e Joe Cocker. Lo stesso John Paul Jones l’aveva capito, e disse che di lì a poco avrebbe fatto un sacco di soldi: e infatti, in poco tempo guadagnò due milioni di sterline! Gli Zeppelin, dopo la Scandinavia, fecero ancora qualche data inglese (anche al noto Marquee di Londra) come “New Yardbirds”.

Quando infine esordirono con il nuovo nome “Led Zeppelin” (in un primo tempo scritto “Lead Zeppelin”, da un’idea di Keith Moon, il batterista degli Who, che intendeva formare un “super-gruppo” con membri degli stessi Who e dei futuri Zeppelin), la scritta “ex Yardbirds” era comunque più grande della scritta “Led Zeppelin” sull’insegna del locale dove si sarebbero esibiti. Ma la mente di Grant e Page era già rivolta agli States, e, ottenuto un vantaggiosissimo contratto con l’Atlantic Records, proprio nei giorni di Natale volarono in America, accolti all’aeroporto da Richard Cole. Quella fu anche l’unica volta in cui Peter Grant non partì con loro, con suo successivo grande rammarico: non sarebbe successo mai più.
Quello con gli USA fu amore a prima vista: all’inizio il nome del gruppo compariva anche storpiato sulla insegna dei club dove avrebbero suonato. Ma poco dopo i ragazzi americani impazzirono sia per il disco appena uscito, sia per le loro esibizioni dal vivo. Jones raccontò di essersi reso conto dell’effetto che avevano sul pubblico quando notò che c’erano giovani che battevano addirittura la testa contro il palco, mentre loro ci davano dentro. Steve Tyler, in seguito cantante degli Aereosmith, racconta di aver pianto dopo aver visto gli Zeppelin in azione per la prima volta. E di aver pianto di nuovo quando vide la sua ragazza uscire dalla stanza di Jimmy Page!
Mentre a Plant e a Bonham non sembrava vero di essere in America, Jimmy camminava impettito, sicuro di sé, già ben nota star degli Yardbirds anche a quelle latitudini. Ma il gruppo stava comunque bene insieme: era sempre unito, non solo sul palco, ma anche nei locali dove andava a mangiare e a bere. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, le due “coppie” interne alla band non erano erano Page e Plant da un lato e la sezione ritmica dall’altro, bensì i ragazzi delle “Midlands” da una parte (Plant e Bonham), e i più esperti “meridionali” di Londra (Page e Jones) dall’altra, con conseguenti (affettuose) prese in giro reciproche. Robert e “Bonzo” litigavano spesso, ma solo per stupidaggini, proprio come fratelli. E si intendevano a meraviglia, anche senza parlare: cosa che non sarebbero stati capaci di fare con gli altri della band.
L’intesa perfetta tra tutti e quattro era in ogni caso soprattutto quella che si accendeva sul palco: un’alchimia magica, che li portava ad andare nella stessa direzione e a fare le stesse cose, gli stessi stacchi, anche senza averle mai provate prima. Fu così che le versioni live dei brani assunsero una vita propria, con versioni diverse (e molto dilatate) rispetto a quelle incise sui dischi. Il secondo LP, intitolato “Led Zeppelin II”(solo con “The House Of The Holy”, registrato nel ’72 ed uscito nel ’73, si sarebbero decisi a pubblicare un disco con un vero titolo!) fu praticamente registrato in vari studi sparsi qua e là, mentre erano in tour negli USA.“Hearthbreaker”, addirittura, venne registrato in una sala, mentre l’assolo di Page,  contenuto nello stesso brano, fu inciso altrove (e infatti il suono è diverso). Plant compose  finalmente il suo primo pezzo (“Thank You”), anche se a farla da padrone sarebbe stato il micidiale riff di apertura dell’album: quello di “Whole Lotta Love”, divenuto ben presto uno dei brani hard rock più famosi della storia:  Jimmy Page l’avrebbe suonato anche in occasione della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici di Pechino, nel 2008, con il “passaggio di testimone” per quelli di Londra del 2012, a rappresentare lo stesso Regno Unito! Per il terzo disco (“Led Zeppelin III”) la band decise di cambiare registro: si trasferì con famiglia, tecnici e strumenti a Bron-Yr-Aur, una tranquilla dimora in una zona sperduta del Galles, senza  corrente elettrica né acqua corrente, e con le chitarre acustiche cominciò a comporre brani più tranquilli, di matrice decisamente folk. Pezzi di questo tipo erano in realtà presenti anche sugli album precedenti: solo che questa volta occupavano una buona metà del lavoro! Ciò nonostante, il disco si apriva con “Immigrant Song”, uno dei brani più devastanti della discografia Zeppelin, utilizzato anche come inizio dei concerti del periodo ’71-’72. Tra parentesi, nei loro 12 anni di carriera gli Zeppelin non tennero alcun concerto negli anni 1974, 1976 e 1978. E solo quattro show nel 1979. Per il resto si esibirono dal vivo tantissime volte.
 Su quel terzo disco erano presenti anche altri brani “elettrici” quali “Celebration Day” e “Out On The Tiles” (il cui inizio si rivelò poi utile come apertura delle versioni live di “Black Dog”). E c’era anche quel lento, straziante, epico blues “bianco” intitolato “Since I’ve Been Loving You”: catturato praticamente dal vivo, non si preoccupava di nascondere qualche pecca (una nota dei bass pedals di Jones sbagliata, la cinghia della cassa di Bonham che si sente fin troppo distintamente), in favore di una spontaneità e di un’enfasi fuori dal comune: la voce di Plant comincia sulle tonalità basse, per lanciarsi verso la fine in acuti da paura; l’organo di John Paul (niente basso elettrico su questo pezzo) è straordinario; ogni colpo di cassa o rullante di “Bonzo” suona come una sentenza, possente, implacabile. Page alterna arpeggi e contrappunti delicatissimi ad un assolo sfrenato, a velocità forsennata, eppure emozionante in ogni sua nota: il semplice controllo delle dinamiche da parte di tutta la band per ottenere un risultato strepitoso. Anche “Bron-Yr Aur Stomp” era nato come brano elettrico, per essere poi trasformato in un incalzante “stomp” (appunto) acustico, utile anche per i concerti. Così pure “That’s The Way” (durante la registrazione della quale pare che Jimmy abbia concepito la sua prima figlia) e “Tangerine” erano contraddistinti dalle chitarre acustiche. E lo stesso può dirsi riguardo all’ultimo brano (chitarra con il “bottleneck” e voce con effetto “tremolo”), dedicato già nel titolo al cantautore Roy Harper. Quest’ultimo si era esibito ad Hyde Park con i Jethro Tull e i Pink Floyd il 29 giugno 1968 (lo stesso giorno in cui usciva il secondo LP di questi ultimi, “A Saucerful Of Secrets”, con David Gilmour al posto di Syd Barrett). Roy avrebbe anche cantato “Have A Cigar” su “Wish You Were Here” dei Floyd nel 1975, e avrebbe suonato con Page nel 1984, sia su disco che dal vivo.
Dal canto suo, Peter Grant,  non permetteva che gli Zeppelin pubblicassero singoli, né che andassero in TV. E così i filmati professionali che li riguardano sono pochi: qualche pezzo ripreso alla TV danese, poco altro dalla trasmissione francese “Tous en Scene”, un brano per il film “Supershow”: tutto materiale dei primi mesi del 1969. Poi, su pellicola, la Royal Halbert Hall del ’70 ed il Madison Square Garden del ’73 (quest’ultimo per il film “The Song Remains The Same”). E qualche frammento di Sidney ’72. Per fortuna esistono le riprese effettuate per i maxischermi durante i concerti di Earl’s Court ’75, Seattle ’77 e Knebworth ’79, altrimenti avremmo ben poco a documentare la band in azione.
In ogni caso, filmati a parte, la vera “pietra miliare” della discografia Zeppelin sarebbe venuta fuori sul quarto album (di fatto senza titolo): piazzata spesso al primo posto nei sondaggi riguardanti le canzoni più belle di tutti i tempi, “Stairway To Heaven” si staglia imperiosa tra gli altri brani del disco (comunque eccellenti): anche qui, un grande lavoro di dinamiche, dall’inizio quieto e celtico, con il delicato, evocativo (e conosciutissimo) arpeggio di Page, il mellotron di Jones (a simulare i flauti) e la voce morbida di Plant, fino all’esplosione dell’assolo di chitarra (una Fender Telecaster sul disco, la mitica “doppio manico” dal vivo), fino alla conclusione, con la voce di Plant che diventa acutissima, e che torna morbida solo sull’ultimissima frase, che suggella il brano proprio con quello che è il suo titolo: “And she’s buying a stairway to heaven”.
Fu proprio nel 1971 (il 5 luglio) che gli Zeppelin suonarono per l’unica volta in Italia. Ma solo per 20 minuti! Al velodromo Vigorelli di Milano era prevista infatti una delle tappe del cosiddetto “Cantagiro” (con gruppi e cantanti che attraversavano appunto il Bel Paese al posto dei ciclisti del “Giro d’Italia”). Alla “tappa” di Milano il celebre gruppo inglese, dopo una conferenza stampa, si sarebbe esibito in qualità di ospite della serata. Quando però Page e soci cominciarono il loro show (un po’ in anticipo rispetto ai tempi previsti), i ragazzi ancora fuori dal velodromo cominciarono a pressare per riversarsi all’interno della struttura. La polizia reagì sparando i gas lacrimogeni. Plant dovette interrompere lo show e, ignaro di quanto stesse accadendo, sollecitò il pubblico a “smettere di accendere fuochi”. In quel periodo gli Zeppelin, tra parentesi, portavano tutti la barba, Plant sfoggiava una tunica colorata e Page dei vistosi pantaloni a quadri.
Sarebbe stato un bellissimo spettacolo, ma la gente, ancora prima degli incidenti, era già ammassata non solo sotto il palco, ma anche attorno e dietro (come testimoniano le foto di quel giorno). Quando il fumo dei lacrimogeni costrinse tutta quella massa di giovani ammassata nel velodromo a cercare scampo in direzione del palco, la strumentazione finì per essere travolta, con i roadies che tentavano disperatamente di salvare il salvabile. Gli Zeppelin provarono una sola volta a riprendere lo show, ma la situazione era ormai fuori controllo, e dovettero cercare rifugio nei camerini. In quell’occasione si erano esibiti anche i New Trolls e i Pooh, ed anche questi ultimi dovettero rinchiudersi, senza per questo riuscire a sfuggire alle esalazioni dei gas. Robert Plant andò via in lacrime (più per la rabbia che per i lacrimogeni), giurando “Mai più in Italia” (come avrebbe titolato anche qualche giornale, dopo quegli sciagurati eventi). E purtroppo così fu. Io stesso avrei visto Page e Plant, sempre a Milano, solo nel giugno del 1995: ma non erano più i Led Zeppelin, appunto. Anche se suonarono quasi tutti brani del vecchio “dirigibile” (con qualche sorpresa, come “Dancing Days” e una “The Song Remains The Same” con tanto di chitarra “double neck” rossa, come ai bei tempi!). Purtroppo pioggia, fango e ressa guastarono in parte quel concerto.
In ogni caso gli scontri tra polizia e pubblico (soprattutto contro quelli che reclamavano “la musica gratis”) finirono per protrarsi per tutti gli anni ’70, con incidenti in occasione del concerto dei Jethro Tull a Bologna nel ’73, i palchi di Lou Reed e Santana dati alle fiamme (rispettivamente nel 1975 e nel 1977), più i “processi politici” a Francesco De Gregori ed Antonello Venditti. I manager italiani (soprattutto Zard, Mamone e Sanavio), che portavano in Italia i grossi gruppi stranieri, venivano accusati di arricchirsi a spese dei giovani. Soprattutto, si pretendeva che la musica fosse  “di tutti”, e che non si dovesse pagare per ascoltarla: Gianni Nocenzi (del Banco Del Mutuo Soccorso) si disse d’accordo, a patto che fosse il pubblico ad onorare le cambiali per gli strumenti acquistati! I Gentle Giant, spesso in Italia, cercarono di far capire che, tolte le spese, anche i musicisti dovevano poter mangiare, e che la musica era il loro lavoro.
La PFM subì un’aggressione, con Franco Mussida pronto a fronteggiare i più esagitati stringendo la chitarra per il manico, come fosse una clava. Nell’occasione Franz Di Cioccio, il batterista della stessa “Premiata” (come veniva chiamata all’epoca la band) la mise sul ridere: chiamò sul palco uno dei contestatori,  gli consegnò le bacchette e gli disse: “Ah, la musica è di tutti? E allora suona tu”. Il risultato di tutto questo trambusto fu comunque che l’Italia venne praticamente cancellata dai tour di tutti i grandi gruppi inglesi e americani. I Van Der Graaf Generator, riformatisi nel ’75 (dopo lo scioglimento del ’72) si fecero vedere solo perché riuscirono ad esibirsi sulla riviera romagnola, in un clima di vacanze ed ombrelloni. Quando suonarono a Roma, nel dicembre del 1975, però, subirono il furto del furgone con tutti gli strumenti dentro, e, nonostante fossero riusciti a recuperare quel materiale, se ne tornarono a casa; sarebbero dovuti venire a suonare anche a Catania, quello stesso mese, ma, dopo i fatti di Roma, tutte le date rimanenti  vennero cancellate.  E così il sottoscritto li avrebbe visti solo 30 anni dopo, nel 2005, a Roma e a Taormina. Di fatto il nostro Paese perse l’occasione di vedere i gruppi più grandi della storia del rock proprio nel momento del loro massimo fulgore. I Genesis ed i Jethro Tull si sarebbero rifatti vivi solo nel 1982, quando le acque si calmarono.
Ma ecco venirmi in mente qualche aneddoto un po’ più piacevole e divertente riguardante i Malibran: una volta Jerry stava provando una chitarra in un negozio di  strumenti, in Veneto, accennando qualche pezzo nostro: un cliente del posto, fan dei Malibran, gli chiede come facesse a conoscere quei pezzi, non riconoscendolo come un componente del gruppo: Un po’ come se ( senza fare paragoni! ) un fan degli Zeppelin sentisse un tizio suonare “Stairway To Heaven” in un negozio, per poi scoprire che il tipo che suona è Jimmy Page! Una persona dal Brasile mi ha scritto di aver comprato per 7 volte il nostro primo disco, perché, essendo  questo in vinile, rovinava tutte le copie a furia di ascoltarlo.
Un altro fan dal Messico, a proposito del nostro live “In Concerto”, mi ha scritto che per lui noi siamo come i Genesis, i King Crimson, o altri gruppi prog di questo livello (esagerato!). Un altro, dagli Stati Uniti, non si aspettava che il sottoscritto rispondesse personalmente ad una sua mail, e solo per questo, mi ha confessato di essere andato in giro tutto il giorno con un gran sorriso stampato in faccia. Un giapponese mi comunica di aver appena visto il nostro disco d’esordio in un negozio di Tokyo: lui comunque l’aveva già. Ad un mio amico, in vacanza in Messico, un tizio che vendeva dischi ha proposto il nostro primo album, parlando di un’ottima prog band italiana, non immaginando certo che lui ci conoscesse di persona.
Nel 1991 eravamo nel negozio Black Widow di Genova (oggi anche etichetta discografica), pieno di nostri estimatori che ci chiedevano di autografare il nostro primo disco (in vinile), che era anche in vetrina: un ragazzo aveva già la sua copia a casa, ma pur di averne una autografata, ne ha comprata un’altra sul posto; un altro aveva il personaggio di quella copertina (“The Wood Of Tales”) tatuato sul braccio.
Mentre eravamo sul palco negli USA, tutti i cd nostri che ci eravamo portati dietro sono stati venduti in pochi minuti. E quando abbiamo suonato alla Festa dell’Unità di Catania, nel settembre del 1991, Carmen Consoli a fine concerto è salita sul palco per abbracciarci, urlando “ma dove (bip) la prendete tutta questa grinta?”. 
Un fan dalla Germania ed uno dal Nord Italia, pur avendo già tutti i nostri dischi, mi hanno richiesto “in blocco” anche i 50 concerti inediti che avevo messo su CD! Arturo Stalteri dei Pierrot Lunaire ( gruppo prog italiano anni ’70 ben noto ai cultori del genere ) ha scritto:”Mi piacciono i Malibran”: oggi conduce programmi di musica classica su Radio Rai 1, ma non ha affatto rinnegato il progressive ed ama gli Stones.Nel 1988 avevo registrato un suo speciale in tre puntate tutto dedicato ai Jethro Tull, sempre sulla RAI. Mentre suonavamo prima del Banco del Mutuo Soccorso, nel 1999, vedevo Vittorio Nocenzi godere muovendo la testa, dietro di noi, durante l’incalzante sezione finale di “On The Lightwaves”: sulla mia macchina ha poi avuto bellissime parole nei nostri confronti. Qualche ora prima sulla mia vecchia Panda avevo con me Francesco Di Giacomo, in cerca di dolci da portare alla famiglia: come, per un fan degli U2, andare in giro con Bono e The Edge, per poi cenare insieme! Un libro sulla PFM ci paragona a loro, riguardo alla spettacolarità sul palco: La PFM per gli anni ’70 e i Malibran per gli anni ’90. Bello!
Ian Anderson ha apprezzato il CD italiano di tributo ai suoi Jethro Tull: come pezzo di apertura era stata scelta la nostra versione di “Bourèe”, che è dunque il primo brano che ha ascoltato. Un nostro estimatore romano ci ha visti suonare vicino Roma nel 1989: aveva 12 anni, e quello era il primo concerto della sua vita! Due anni dopo è venuto a vederci ancora, all’Alpheus (oggi “Planet”), sempre a Roma.
Un fan dal Costarica, poi, pur avendo tutti i nostri dischi, mi ha chiesto anche un bel pò di materiale inedito. Franz Di Cioccio invece mi ha inviato una e-mail di congratulazioni per la nostra prevista partecipazione ad un festival in Francia. E con il suo caratteristico slang “anglo-lombardo” si diceva "very gasato", perchè stava partendo per Tokyo con la PFM (ne avrebbero tratto "Live in Japan", 2002), preannunciandomi che avrebbe di nuovo indossato il kimono, come negli anni '70. Un fan dal Belgio paragona la nostra suite, “Le Porte del Silenzio” a “Supper’s Ready dei Genesis (questa poi!). Ed il nostro disco dallo stesso titolo, uscito nel 1993’ è stato inserito tra i 10 lavori più belli del progressive italiano degli anni ’90. Soddisfazione!





Tornando di nuovo indietro nel tempo, nei pensieri di Ian Anderson, agli inizi della carriera dei Jethro Tull, c’era la presenza un po’ ingombrante di Mick Abrahams. Quest’ultimo era un eccellente chitarrista, ma  anche un cantante ed un’autentica “prima donna”, che avrebbe voluto guidare la band e lasciare Anderson un po’ sullo sfondo, durante i concerti, giusto per qualche intervento al flauto o all’armonica. Ma fu Ian a divenire presto  la figura di riferimento della band (nata alla fine del 1967): un po’ per il suo carisma, e un po’ per quella sua  bizzarra idea di inserire il flauto traverso (strumento utilizzato solitamente in contesti jazz o di musica classica) in un gruppo rock-blues. Ian Anderson aveva in realtà cominciato con la chitarra, ma, dopo aver visto Eric Clapton, si era reso conto che non sarebbe mai riuscito a fare di meglio. Così rivolse la sua attenzione a quello strano strumento argentato, esposto in un negozio, e che non aveva mai visto prima. Imparò “Serenade To A Cuckoo” (un brano strumentale di Roland Kirk) e migliorò tantissimo nel giro di pochi mesi, utilizzando l’aggressiva tecnica di “cantare” con la voce “dentro” le note che suonava, agitandosi davanti all’asta del microfono e reggendosi su una gamba sola, tenendo l’altra sospesa a mezz’aria: uno spettacolo nello spettacolo, che avrebbe contribuito non poco alla fortuna sua e del gruppo.

I Jethro Tull esordirono discograficamente con un 45 giri accreditato erroneamente ai “Jethro Toe”. E, fin dall’inizio del 1968 cominciarono a farsi le ossa come band live suonando in giro per i locali ed i club dell’Inghilterra. Soprattutto al ben noto “Marquee” di Londra, fino a quando non riuscirono  a conquistarsi  lo “status” di attrazione principale: per questo dedicarono un pezzo (in bilico tra jazz e swing) al proprietario del locale (“One For John Gee”), al quale dovettero molto, al tempo dei loro primi passi. Durante l’estate di quello stesso anno registrarono “This Was”, il loro primo LP (nonché l’unico con Mick Abrahams alla chitarra): un lavoro piacevolissimo, con poche sovra-incisioni, intriso di blues e di venature vagamente jazz, con Ian e Mick a scambiarsi i ruoli di cantanti e di solisti, ciascuno al proprio strumento. Questo è l’unico album della band a contenere due brani nei quali Ian Anderson non compare: “Move On Alone” (cantata da Mick) e “Cat’s Squirrell”, che lascia spazio alla chitarra distorta di Abrahams, con il solo supporto della sezione ritmica di Glenn Cornick al basso e Clive Bunker alla batteria: in questo pezzo i Jethro Tull si trasformano in una sorta di “Power Trio”, tipo i Cream, la Jimi Hendrix Experience o i Taste. Ed il lavoro del chitarrista di Luton è comunque pregevole e raffinato su tutto “This Was”, tra assoli  ricchi di gusto ed eleganti e sofisticati accordi jazz-blues.  Non era questa però la strada che la band avrebbe continuato a percorrere. Abrahams aveva ottenuto il suo spazio e “Cat’s Squirrel” era la sua passerella personale per i concerti dal vivo; ma il gruppo stava per cambiare direzione, affidandosi completamente alla guida (e al flauto) di Ian Anderson. L’ultima incisione di Mick con la band è degli ultimissimi mesi del 1968, con il brano “Love Story”: un singolo che, dall’altro lato (“A Christmas Song”) vede Ian Anderson impegnato alla voce e al mandolino (strumento mai utilizzato su “This Was”), accompagnato dai soli Clive e Glenn, oltre che da un bell’arrangiamento d’archi. Oltre a Tony Iommi la band proverà anche il chitarrista dei Nice (il gruppo di Keith Emerson prima degli ELP). Ma, alla fine, opterà per il tranquillo e malleabile Martin Barre, dopo un’audizione (con “Nothing is Easy”, in seguito sul loro secondo album) avvenuta alla fine del 1968.

All’inizio la scelta non sembrò rappresentare un gran passo avanti rispetto all’abilità e alla sicurezza di Mick Abrahams: nella registrazione del concerto insieme a Jimi Hendrix (Stoccolma, 9 gennaio 1969) il nuovo chitarrista, un po’ impacciato (e ancora senza barba) non appare del tutto convincente. Poco dopo, però, durante il primo tour in USA, Martin Barre acquista sempre maggior sicurezza, e per 40 anni (!) diverrà la fidata “spalla” di Ian Anderson. Nel 1969  i Tull sono in giro per gli States anche con i Led Zeppelin (Mick Abrahams non amava viaggiare: altro punto a suo sfavore!): esiste anche una bella foto, coi Jethro Tull che impazzano sul palco e John Bonham, seduto dietro di loro, intento a seguire il lavoro di Clive Bunker alla batteria. E proprio mentre erano in tour in America, fu Joe Cocker ad annunciare loro che in Inghilterra erano arrivati primi in classifica con il singolo “Living In The Past”. I Jethro Tull continuarono a suonare negli States anche per tutto il 1970, senza però mancare all’appuntamento dell’ Isola di Wight, alla fine di agosto di quello stesso anno. Quando però si concluse l’ultimo tour americano, a novembre, Ian Anderson decise di “scaricare” Glenn Cornick: erano tutti all’aeroporto, in procinto di tornare a casa, e Ian prese da parte Glenn, annunciandogli senza mezzi termini che era fuori dal gruppo, e che sarebbe addirittura rientrato con un altro volo.
Possiamo immaginare con che stato d’animo quello che era stato fino a quel momento il bassista dei Jethro Tull avrà fatto quel viaggio di ritorno, da solo, dopo gli anni di gavetta trascorsi insieme ai suoi compagni della band, i concerti, gli hotel, i viaggi e le risate insieme…Ho parlato con lui di persona nel 2006, ma ho preferito non toccare l’argomento, perché sapevo che Glenn Cornick non aveva ancora dimenticato. E si può anche capire. Glenn era anche riuscito a “sfiorare” il colpo grosso, arrivato con il successivo album “Aqualung”, perché aveva fatto in tempo a registrare alcuni pezzi di quel disco, poi rifatti nel febbraio del 1971 dal vecchio amico di Anderson, Jeffrey Hammond Hammond, che sarebbe rimasto nella band fino al 1975. Uno dei ricordi più belli per Glenn rimase comunque il festival gratuito di Hyde Park, come detto, insieme a Pink Floyd e Roy Haper, quel 29 giugno 1968. In quei giorni non avevano pubblicato neanche il loro primo disco, ma, avendo raccolto tanti estimatori suonando al Marquee ed in altri mille piccoli locali britannici, ecco che avvenne qualcosa di inaspettato: tutti i loro fans si raccolsero a quel festival, e quando un roadie salì sul palco, poggiando una borsa, dal pubblico partì un boato: tutti sapevano che quella era la sacca nella quale Ian Anderson teneva i suoi vari strumenti a fiato: era dunque  “il segnale” che al festival stavano per suonare i Jethro Tull!
Gerry Conway, un batterista amico di Clive Bunker (poi a sua volta nei Tull del periodo ’81-’82), aveva saputo da quest’ultimo che suonava con una band  in piccoli locali, e vedendo tutto questo, ad Hyde Park, pensò di essere stato preso in giro da Clive. La verità era invece che  neanche gli stessi Jethro Tull si sarebbero aspettati un successo simile a quel festival. In un solo giorno, passarono dallo “status” di piccolo gruppo a quello di grande band. E tutto cambiò.
Per inciso ad Hyde Park ‘68 i Jethro Tull (che stavano registrando il primo album in quello stesso periodo) si esibirono di giorno, vestiti come nelle foto che li ritraggono al Marquee il 3 maggio 1968, per quella che fu la loro prima data come gruppo principale in cartellone (Ian con un giubottino corto, Glenn con il cappellino, il nome del gruppo stampato in caratteri gotici sulla cassa della batteria). Qualche mese dopo, al “Sanbury Jazz Festival” dell’agosto 1968 appariranno invece con gli stessi abiti della copertina di “This Was” (escluso il trucco da vecchietti), con Ian Anderson in cappottone verde e Glenn Cornick in gilet giallo e bombetta rossa. Così come appaiono anche durante le riprese del “Rolling Stones Rock And Roll Circus”, alla fine di quello stesso anno, con Tony Iommi alla chitarra.
Stranamente, come nel caso degli Zeppelin, anche dei Jethro Tull non esiste molto materiale  filmato degli “anni d’oro”: quasi niente, in pratica, tra il 1970 ed il 1977 (fino a che non è apparso metà dello show del 1976 a Tampa). Niente neanche per quanto riguarda gli anni del loro massimo successo, e cioè quelli di Aqualung e Thick As A Brick, tra 1971 e 1972 (a parte i filmini in super 8, muti, girati da qualcuno del pubblico). Come detto, dopo aver “liquidato” Glenn Cornick, Ian Anderson aveva fatto entrare nella band il suo vecchio amico Jeffrey Hammond, al quale aveva già dedicato tre brani sui dischi precedenti. Nel dicembre del 1970 i Tull registrarono con Jeffrey alcuni brani per “Aqualung”, rifatti poi, come accennato, nel febbraio del 1971 direttamente per il disco, che sarebbe uscito a marzo. Quando dunque il gruppo arrivò in Italia per la prima volta, nel febbraio ’71 (con i Gentle Giant come “gruppo spalla”), al teatro Smeraldo di Milano e al Brancaccio di Roma, il disco non era ancora uscito, anche se quei pezzi venivano già suonati “on stage”. Ian Anderson iniziava il concerto con “My God”, voce e chitarra acustica, quasi al buio, dicendo che i Jethro Tull si erano sciolti e che avrebbe tenuto il concerto da solo. Frattanto gli altri del gruppo scivolavano ai loro posti, nascosti nell’oscurità. E quando il brano esplodeva, si accendevano le luci, partiva la batteria insieme a tutti gli altri strumenti e Ian Anderson gettava per aria la sedia sulla quale aveva iniziato lo show, aggredendo il microfono con il flauto e lasciando di stucco gli spettatori con un impatto devastante.


Due mesi dopo il batterista Clive Bunker lasciò la band e, con l’ingresso di Barriemore Barlow, si ricostituì di fatto quella che era stata negli anni ’60 la John Evan’s band, sotto la nuova sigla di Jethro Tull, che era in realtà il nome di un agronomo del ‘600 inventore di una nuova macchina seminatrice. La prima registrazione di Barlow coi Tull avvenne in occasione dell’EP “Life Is A Long Song”, contenente quattro brani, quando era ancora il 1971. E, a seguito del successo di Aqualung, Barlow si vide catapultato di colpo dai piccoli pub inglesi alle grandi arene americane, di fronte a migliaia di persone. Quel disco, per inciso, avrebbe dovuto intitolarsi “My God” (e a questo brano si riferiscono le note di copertina, vergate in caratteri gotici): ma la vasta diffusione di un bootleg dallo stesso titolo portò al cambiamento del nome, e l’album si chiamò come il brano d’apertura, “Aqualung”, che parte con uno dei riff di chitarra più conosciuti del rock dei seventies. In seguito, sempre nel 1972, uscì la raccolta “Living In The Past”, contenente rarità, inediti ed estratti  dal concerto alla Carnegie Hall di New York del 4 novembre 1970 (in seguito pubblicato per intero).
I due album successivi, Thick As A Brick (1972) e A Passion Play (1973) erano entrambi due concept album contenenti ciascuno un solo brano lungo quanto tutto il disco (!). A seguito delle aspre critiche (ingiustamente) rivolte a quest’ultimo lavoro, Ian Anderson decise di prendersi una pausa, ed i Tull si ripresentarono (con look rinnovato) solo in occasione della conferenza stampa (con annessa “photo-session”) del gennaio 1974 a Montreaux, per presentare il nuovo progetto denominato “War Child”, che avrebbe dovuto essere sia un disco che un film. Il film però non si fece mai, e rimasero solo alcuni brani orchestrali che avrebbero dovuto far parte della colonna sonora. Un paio di brani di questo nuovo disco (“Skating Away” e “Only Solitaire”) provenivano in effetti da alcune registrazioni che la band aveva effettuato in Francia nel settembre del 1972, ma che aveva deciso di lasciare nel cassetto. Qualcosa di questo materiale era anche stato utilizzato per “A Passion Play”. Quel disco inedito registrato nei pressi di Parigi (un doppio album incompleto, rimasto senza titolo) uscì solo in parte in occasione dei 20 anni della band, e quasi per intero in occasione dei 25 (ma con un flauto aggiunto per l’occasione). Infine, con il remix di Steven Wilson del 2014, il lavoro è stato finalmente pubblicato nella sua interezza. Su War Child e Passion Play Ian Anderson fa per la prima (ed ultima!) volta largo uso del sax (soprattutto di quello “soprano”: cioè quello “dritto”, per intenderci). Utilizzerà il sax dal vivo fino al 1975, e lo riesumerà solo per la rara traccia “Beltane” del 1977. Barriemore Barlow detestava quel sax, e sperava sempre che Ian tornasse al flauto!
Anche il costume di scena di Anderson in questo periodo cambia completamente: non più il giaccone a scacchi rossi e neri, per gli spettacoli del periodo ’74-’75, bensì un elegante (quanto surreale) costume da principe del ‘500, con un sospensorio in bella vista, capelli meno folti e barba più curata. Barlow adesso siede alla batteria con canottiera e pantaloncini corti; John Evan con abito bianco e cravatta rossa a pallini bianchi. Barre invece alterna una giacca “floreale” ad un'altra di un rosso smagliante, mentre Jeffrey fa sfoggio di  abiti e strumenti “zebrati”, tutti a strisce bianche e nere. Se prima era soprattutto Anderson a “fare scena” sul palco, adesso sono i componenti di tutta la band a dimenarsi e a correre su e giù per il palco, nonostante la difficoltà sempre maggiore delle partiture. Sul palco viene anche portato un quartetto d’archi tutto femminile, che viaggia con loro da una città all’altra, in varie parti del Mondo, Australia compresa.
L’album “Minstrel In The Gallery”, del 1975, viene registrato con il supporto di uno studio mobile installato su un furgone rosso: è un ottimo lavoro, ma, a parte la “title track”, non viene mai eseguito in concerto. Con “Too Old To Rock’n’ Roll, Too Young To Die” il bassista John Glascock (proveniente dai “Carmen”) prende il posto del dimissionario Jeffrey Hammond (che preferisce tornare alla sua antica passione per la pittura) e rimarrà nei Jethro fino al 1979. Con lui la band entra nel suo “periodo folk-rock”, registrando “Songs From The Wood (1977) ed “Heavy Horses” (1978), in coincidenza con il trasferimento di Anderson (e consorte) dalla vita di città a quella di campagna. Oltre alla musica, anche l’aspetto del leader dei Tull subisce un nuovo cambiamento, con abiti da signore della campagna inglese, bombetta e gilet, capelli più corti, basette e pizzetto. Nonostante ci si trovi in piena epoca punk, questa svolta folk viene sorprendentemente salutata con favore dalla critica.
Ed il suggello a questo periodo felice avviene sia con la pubblicazione del live “Bursting Out” che con il concerto al Madison Square Garden di New York, trasmesso in diretta “trans-oceanica” a beneficio di vari Paesi (Italia esclusa), entrambi del 1978. Questo concerto (e questa tranche americana del tour) vedono però Tony Williams al basso al posto di John Glascock: quest’ultimo soffre infatti di problemi al cuore, e, anche se tornerà con la band per i concerti negli States dei primi mesi del ’79, riuscirà a registrare solo qualche pezzo per l’album “Stormwatch”, di quello stesso anno (con Ian Anderson al basso sugli altri brani).  Glascock purtroppo morirà poco tempo dopo nel corso di un intervento al cuore, e Barriemore Barlow, a lui molto legato, si ritroverà a suonare piangendo quando il gruppo viene raggiunto dalla notizia mentre è in tour negli States. Il suo posto viene preso dal Dave Pegg, bassista dei Fairport Convention, band amata da Page e Plant, che avevano voluto la loro cantante Sandy Denny per  “The Battle Of Evermore” sul quarto album degli Zeppelin. A sua volta Dave Pegg, come detto, era amico di John Bonham fin dagli anni ’60.
Dave si divise tra i due gruppi fino al 1995. Poi decise di lasciare, rimpiazzato da Jonathan Noyce. Ma quando entrò nei Jethro Tull, nel 1979, fece in tempo a far parte della formazione che schierava ancora John Evan, Barriemore Barlow e David Palmer. Quest’ultimo aveva arrangiato e diretto le sezioni orchestrali dei brani di Ian Anderson fin dal 1968, ma solo dal 1976 era diventato un componente del gruppo a tutti gli effetti. Ad ogni modo, nel 1980, Ian mischiò le carte in tavola e cambiò la formazione per il disco “A” ed il relativo tour. In effetti quello avrebbe dovuto essere un suo disco solista (“A” stava per Anderson), ma la casa discografica lo aveva convinto a farlo uscire come il nuovo disco dei Jethro Tull, con Eddie Jobson e Mark Craney (violino e tastiere il primo, batteria il secondo). E così Barlow, Palmer ed Evan appresero solo dai giornali che non facevano più parte della band (!). Gli anni ’80 erano appunto iniziati, e questo disco, come i successivi “Broadsword And The Beast” (1982), il primo disco solista di Anderson (1983) e “Underwaps” (1984) sono più o meno infarciti di suoni elettronici a discapito del flauto, che quasi scompare. Un disco avrebbe anche potuto uscire nel 1981, data la gran quantità di brani registrati quell’anno: ma non sarà così, e tutto quel materiale riemergerà solo in occasione delle celebrazioni dei 20 e 25 anni di attività del gruppo. “Broadsword” è un buon disco, ed il relativo tour è anche l’ultimo a vedere Anderson con la voce e l’aspetto dei vecchi tempi. La sua voce comincia infatti ad avere problemi dopo il tour di “Underwraps”: nel 1985 i Jethro Tull tengono un solo concerto, dedicato a J. S. Bach, a Berlino, con Eddie Jobson (lui e Craney rimasero nella band solo nel periodo ’80-’81) in veste di ospite alle tastiere. Per inciso, questa è anche l’ultima occasione in cui possiamo vedere Martin Barre con la barba!
Anche nel 1986 non ci fu altro che un breve tour estivo (denominato infatti “Summer Raid”), compresa una data diurna a Milton Keynes (proprio il luogo della reunion dei Genesis con Peter Gabriel) prima dei Marillion, che all’epoca, dopo l’uscita dell’esplosivo “Mispaced Childhood” (1985) erano davvero sulla cresta dell’onda (con conseguente beneficio per tutto il “movimento prog”, che vedeva finalmente un gruppo suonare quel genere musicale riuscendo anche a vendere e a scalare le classifiche). I Tull sembravano viceversa ormai sul viale del tramonto: anche fisicamente Ian Anderson, pur non avendo ancora compiuto 40 anni, appariva come un vecchione imbolsito, barba imbiancata, cappellino, pantaloni rigonfi ed un giubbotto di pelle senza maniche a renderlo ancora più appesantito. Dopo “A” sia Jobson che Craney erano stati sostituiti da Peter Vettese e Gerry Conway, a sua volta rimpiazzato dietro i tamburi da Doane Perry (che, sarebbe divenuto il batterista più “longevo” della storia del gruppo). Don Airey fu alle tastiere per il tour del 1987, ma non sul disco di quell’anno, “A Crest Of a Knave”, che segnò il “ritorno” dei Tull in grande stile, con brani accattivanti quali “Budapest” e “Farm On The Freeway”, nuovi classici per gli spettacoli dal vivo. E, dopo il tour del 1988 per il ventennale del gruppo, e l’album “Rock Island” del 1989, coi Tull premiati quale migliore band heavy metal (!?), ecco la rinascita: nel 1991 tornano in scena incredibilmente ringiovaniti: Ian Anderson con un semplice gilet sul torso nudo, muscoloso e scattante, coi pantaloni attillati come negli anni ’70; Martin Barre, che pochi anni prima appariva come un attempato impiegato di banca, di nuovo coi capelli lunghi, dimagrito, agile e con un bellissimo suono di chitarra. 
All’album e al tour di “Catfish Rising” di quello stesso anno (con più strumenti acustici e piacevoli folate di blues) seguì il triplo tour del 1992, il disco semi-acustico dal vivo “A Little Light Of Music”, l’arrivo dell’ottimo Andy Giddings alle tastiere e l’inizio degli spettacoli con Anderson in giacca e cilindro neri. Quindi le varie celebrazioni per i 25 anni della band, fra 1993 e 1994: box set, il doppio CD “Nightcup”, tour mondiale e Ian e Martin ancora vivaci e con un look di accattivante. Brillanti, poi, gli inizi dei concerti, con la rivisitazione dei brani di inizio carriera: “My Sunday Feeling” in apertura, poi “For A Thousand Mothers”, quindi “Living In The Past”, con Ian Anderson che irrompeva sul palco con una gioiosa giacca multicolori. Questo periodo scintillante fu però anche l’ultimo per i Jethro: l’album “Roots To Branches” del 1995 fu seguito da un tour più dimesso, senza più Dave Pegg al basso e con Anderson e Barre meno in forma.
Nel 1996 Anderson rimase vittima di un’embolia ad una gamba che lo costrinse alla sedia a rotelle per diverse date:durante il tour dei 20 anni, all’inizio del concerto (quando io ebbi modo di vederli per la prima volta, nel 1988) compariva sul palco suonando per scherzo il flauto su una sedia a rotelle (a voler sottolineare che erano diventati  “troppo vecchi per il rock’n’roll), per liberarsene subito dopo, alzandosi in piedi per cantare una scoppiettante  “Cross-eyed Mary”. Adesso, invece, la carrozzina doveva usarla sul serio! L’album successivo uscì solo 4 anni dopo, nel 1999: si intitolava “Dot Com”, era buono, registrato bene, e con ottime spruzzate di prog. Ma sarebbe rimasto l’ultimo disco dei Jethro Tull. Sarebbero seguiti altri lavori, su CD o DVD, in studio e dal vivo, ma non si sarebbe più trattato di veri album composti da materiale interamente inedito. Negli ultimi tempi, poi, anche l’inossidabile Martin Barre ha lasciato la band, ed il suo leader si presenta ormai sotto la sigla “Ian Anderson’s Jethro Tull”, lasciando intendere che il gruppo in quanto tale ha chiuso i battenti. Dischi, foto e documenti filmati rimarranno però a testimoniare la grande forza che aveva questo gruppo nei suoi anni migliori.
Quando apprendo che i Jethro Tull avrebbero suonato a Palermo l’8 luglio 2003 (prima volta in Sicilia) al Teatro di Verdura (anfiteatro all’aperto, sorta di “appendice estiva” del Teatro Massimo), mi attivo subito per “piazzare” i Malibran come gruppo di apertura del loro show. Li avevo visti dal vivo numerose volte, in giro per l’Italia. E, soprattutto, erano da sempre il mio gruppo preferito. Dunque, esibirmi con loro sullo stesso palco, magari conoscendoli di persona, e poterlo fare davanti ad un pubblico numeroso (e presumibilmente “affine” al nostro tipo di proposta musicale) sarebbe stato quanto di meglio avrei potuto chiedere! Mi metto subito al lavoro per rendere concreta anche questa possibilità, come quattro anni prima con il Banco: contatto Aldo, il presidente del “fan club” italiano dei Tull,  che conosce di persona Ian Anderson & Co. Anzi, da semplice loro fan, era ormai diventato un po’ il “referente italiano” del gruppo: durante i tour, è lui che va a prenderli all’aeroporto, li porta nei vari hotel e ristoranti, da una città all’altra, e tutto il resto.
Mi metto anche in contatto con la “Blue Sky”, l’agenzia che porta i Tull (e Steve Hackett) in Italia: loro sono sempre gentilissimi, e, “in sinergia” con Aldo, si cerca di rendere concreta la cosa: Malibran e Jethro Tull insieme a Palermo. Passano mesi di telefonate, con conseguente alternanza di speranze e delusioni: “si può fare”, “anzi no”, e così via. Alla fine Aldo mi chiama, non mi trova, ma parla coi miei: ed io, al mio rientro a casa, trovo un biglietto sul tavolo: “suonerete coi Jethro Tull”: meglio del biglietto vincente della lotteria di Capodanno! Si entra nei dettagli: Ian Anderson ha apprezzato il CD di tributo ai Tull (“Songs for Jethro”), aperto da una nostra versione di Bourèe. Ma pone delle condizioni: innanzitutto, non dobbiamo essere una cover band dei Jethro, ma un gruppo con una discografia propria. E in effetti è proprio così. In secondo luogo, io non posso suonare il flauto: Ian Anderson non vuole infatti altri gruppi che suonino questo strumento (tanto peculiare per il suono e l’immagine dei Jethro Tull) prima che sia lui a salire sul palco. La cosa mi sembra comprensibile, e per noi non è un problema: di fatto sono pochi i brani nei quali, dal vivo, io utilizzo il flauto: dopo che Benny (il tastierista) ha lasciato i Malibran insieme a Giancarlo (flauto e sax), io, oltre a cantare, con la chitarra devo anche coprire i vuoti lasciati dai due “transfughi”. E dunque sarà sufficiente non mettere in scaletta alcuni brani.
Ecco però in arrivo un altro guaio:  Alessio, il nostro batterista (nonchè mio fratello), quel giorno potrebbe non essere disponibile, e cominciamo a considerare l’ipotesi di un sostituto. Ma come? Eravamo in sei e adesso diventiamo in tre, più un batterista “esterno” che non conosce i nostri pezzi? E questo proprio nell’occasione più importante? Comunque la cosa si risolve: Alessio ci sarà, e si comincia ad entrare nei dettagli tecnici: noi dovremo suonare 40 minuti e lasciare il palco ad una certa ora. Non potremo usare la strumentazione dei Jethro Tull, dal momento che verremo solo collegati all’impianto principale. Dunque il mio amico Riccardo, che ha un service, mi presterà i microfoni, mentre Ignazio (un altro amico) sarà al mixer per noi. In cambio chiede solo se sarà possibile far entrare la moglie senza farla pagare: giro la richiesta, che mi viene accordata. Per Ian Anderson, la band, il loro storico tour manager inglese e per quello italiano (Massimo) è tutto ok, la cosa si farà.
Noi ci limitiamo a fare una sola, normale prova, avendo conferma che il nostro show funzionerà anche senza il flauto. Sul giornale “La Sicilia” esce un paginone tutto dedicato a questo concerto, che abbina i siciliani Malibran e i leggendari Jethro Tull, con belle foto a colori e biografie di entrambi i gruppi. Ma, appena un paio di giorni prima della data tanto attesa, ecco una laconica e-mail da parte del tour manager italiano, che mi comunica  quanto segue: “per motivi tecnico-burocratici non potrete suonare con i Jethro Tull”. Allegria! Era tutto definito nei minimi dettagli, c’era l’ok di Ian Anderson e di tutto l’entourage della band, e adesso non possiamo suonare? Chiamo il tour manager italiano, poi anche l’organizzatore dell’evento a Palermo.  E mi sento dire, addirittura, che se suoneremo noi, non suoneranno neanche i Jethro Tull!
Alla fine si scopre che l’agenzia “Blue Sky”, purtroppo, aveva pensato più che altro al benestare di Ian Anderson, ma non a comunicare la partecipazione dei Malibran agli organizzatori di Palermo, i quali avevano probabilmente saputo della cosa proprio dal giornale, sentendosi “scalzati”, e senza essere in possesso della necessaria documentazione (EMPALS, ecc.) riguardante noi. Otteniamo solo il “contentino” di assistere gratis al concerto dei Jethro Tull, che si svolge senza alcun gruppo di apertura (!). Ci andiamo comunque  con il macchinone di Jerry, e arrivati sul posto (dove vedrò Steve Hackett l’anno seguente) sento Aldo al telefono: lui è lì, ma non riusciamo ad incontrarci. Riesce comunque a farci entrare senza pagare (e vorrei vedere!). Il bello (si fa per dire) è che un tipo seduto davanti a me si lamenta del fatto che non c’è un gruppo ad intrattenere il pubblico in attesa dei Jethro Tull (!!!). Scherzando, quando qualcuno mi chiedeva se non ero emozionato per il fatto che avremmo suonato insieme al mitico gruppo di Ian Anderson, io   rispondevo che sarei stato soddisfatto solo quando i Jethro Tull avessero fatto da “gruppo spalla” a noi! Ad ogni modo sul giornale del giorno dopo scrivono che i Malibran avevano suonato prima dei Jethro Tull. Ma come li scrivono certi articoli? Da casa? E’ vero, noi c’eravamo: ma tra il pubblico!
Personalmente, in seguito, ho davvero suonato prima di Ian Anderson a Novi Ligure, nel 2006, nel corso della Convention annuale di “Itullians”. La nostra versione di “Bourèe si sentiva in diffusione, mentre io partecipavo come flautista a due brani dei Jethro (“We Used To Know” e “Weathercock”) in qualità di ospite del cantante-chitarrista Andrea Vercesi. C’erano anche gli ex Jethro Glenn Cornick, Clive Bunker e Dave Pegg, più l’ex batterista dei Gentle Giant. Tutti loro avrebbero suonato in serata, su un palco più grande.
Sempre a proposito dei Jethro Tull, vorrei concedermi qualche considerazione a proposito di Jeffrey Hammond, il bassista del loro periodo 1971-1975, vecchio amico di Ian Anderson prima ancora di entrare a far parte di quella band, che decise poi, come detto, decise di abbandonare per tornare a dipingere. Ho letto più volte che Jeffrey Hammond Hammond (con il secondo “Hammond” aggiunto all’epoca per puro sfizio) sarebbe stato un bassista “mediocre”: ebbene, mi permetto di dissentire: ascolto molta musica, suono, e proprio non riesco a capire questo giudizio: Quelli erano gli anni nei quali la band si sbizzarriva nelle composizioni più difficili ed articolate: nessun bassista “mediocre”, pur non componendo in prima persona quelle partiture, avrebbe potuto eseguirle. E non solo in studio, ma anche dal vivo. La sola “A Passion Play”, suite lunga un intero album, era complicatissima da ricordare e suonare tutte le sere, senza una parte che si ripetesse due volte, con una infinità  di note, stacchi e di passaggi articolati.
Eppure Jeffrey  suonava tutto questo con disinvoltura ad ogni concerto, nonostante si muovesse come un pazzo sul palco, correndo su e giù e incrociandosi di continuo con Martin Barre: perché, proprio in quegli anni, non era più il solo Ian fare lo show, bensì tutti e cinque i Jethro Tull, impegnati a saltellare a destra e a sinistra come indemoniati. E con Jeffrey abbigliato in quel suo modo assurdo (come scritto sopra, con abiti di scena, basso e contrabbasso, tutti a strisce bianche e nere durante il tour ’74-’75!). Bassista mediocre? Anche il basso del disco “War Child” è strepitoso. Così come quello di “Thick As A Brick”. E che dire di “Minstrel In The Gallery?”: Tutti ricordano che quest’ultimo suona quasi come un album “solo” di Ian Anderson nelle sue parti più acustiche. Ma in quelle elettriche? “Black Satin Dancer”, “Cold Wind To Valallah” e la stessa “Minstrel in The Gallery” sono tra le cose piu’ potenti che i Jethro abbiano mai fatto, con un suono di basso e batteria poderoso, una vera macchina da guerra. Bassista mediocre? Per qualunque grande bassista di oggi non sarebbe affatto facile suonare quei brani, facendo anche spettacolo sulla scena. La verità è che i primi tre bassisti dei Jethro Tull, Glenn Cornick, Jeffrey Hammond Hammond e John Glascock  sono stati tutti musicisti meravigliosi e personaggi incredibili!           
Tornando ai Malibran, partiamo per gli USA dall’aeroporto di Catania i primi di ottobre 2000: lì trovo Carmen Consoli, che va a suonare a Bari: ci conosciamo da anni, e la riprendo un pòcon la telecamera, facendole una finta intervista. Lei, come sempre, mi chiama “Scaravilli”. Poi la lascio a farsi un po’ di foto con un nugolo di ragazzine. C’è anche un mio ex compagno di banco del Liceo che parte per il viaggio di nozze. Tra andata e ritorno, per suonare negli States, dobbiamo prendere 6 voli (Catania-Roma-Newark-Raleigh, e poi Raleigh-Newark-Milano-Catania). Ma è bello attraversare l’Atlantico per andare a suonare la propria musica. E pagati per questo! Jerry porta con sé moglie e figlia di 7 mesi (il che non contribuisce certo a conferirci un aspetto molto rock!). Lui, Giancarlo (fiati) e Angelo (basso) sono gli unici a partire con i propri strumenti personali, mentre io e gli altri utilizzeremo quelli che troveremo in America. Per arrivarci voliamo per 9 ore sull’Oceano. Guardiamo pure un film. Quando arriviamo fa un gran caldo, e quelli del “ProgDay Festival” vengono a prenderci e a trasferirci in hotel. Il palco è collocato in un prato verde. Il posto si chiama “Storybook Farm”, ed è a Chapel Hill, vicino Raleigh, in North Carolina.
La gente, proveniente da vari Stati, ascolta i gruppi che si alternano, provenienti da varie parti del Mondo (anche dall’India e dalla Svezia); oppure passeggiano sull’erba, comprano qualche CD negli stand sparsi qua e là. Qualcuno ci conosce e ci chiede un autografo. Noi ci sdraiamo sul prato, chiacchierando con Leonardo Pavcovich, che 2 anni dopo porterà la PFM in Giappone (comparirà anche sul loro DVD, e verrà ringraziato al microfono da Franz Di Cioccio). C’è un bel sole, ma per il giorno dopo (quando toccherà a noi) è previsto un peggioramento: gli organizzatori chiedono a tutte le band se preferiranno suonare in un luogo chiuso, ma tutti rispondono di no. Il giorno dopo, in effetti, il clima è completamente cambiato: dall’estate all’inverno in 24 ore! Freddo, giubbotti, cappucci in testa e cioccolate calde.
Senza la nostra strumentazione noi non abbiamo neanche un gran suono, e fa talmente freddo che il basso si scorda in continuazione; mentre io, dopo qualche pezzo, mi vedo costretto ad indossare il giubbotto!  Naturalmente, devo anche parlare in inglese al microfono, improvvisando sul momento, presentando i brani, il gruppo, e ringraziando per gli applausi dopo ogni brano. Il giorno dopo andiamo a New York, questa volta in veste di semplici turisti: saliamo in cima all’Empire State Building, entriamo nelle Twin Towers (senza immaginare che verranno giù meno di un anno dopo!) e vediamo a distanza la Statua della Libertà, il Madison Square Garden ed il Radio City Music Hall. Per pura coincidenza incontriamo i Mary Newsletter, l’unico gruppo italiano presente al festival oltre noi. E anche (ci eravamo divisi) Alessio e l’amico Alfredo (che vendeva i nostri CD mentre noi suonavamo)  al Central Park. Un tassista sudamericano (anche lui musicista) ci porta in giro, e riesco a comunicare con lui utilizzando un mix tra inglese e il messicano dei fumetti di Tex Willer!

Il tipo si dimostra una grande persona: dopo che ci ha lasciati all’aeroporto, mentre il nostro volo per il rientro a casa sta per partire, Jerry si accorge di aver dimenticato la sua chitarra sul taxi. Ma il tassista, invece di tenerla per sé, appena si accorge di avere lo strumento in macchina, fa il giro dell’aeroporto e riesce a raggiungere Jerry, che correva di qua e di là,  cercando disperatamente di contattarlo (ci aveva lasciato il suo numero di telefono). Alla fine l’abbraccio fra i due è quasi commovente! 
Mentre sono ricoverato in ospedale, nel 2012, apprendo della morte di Jon Lord, il tastierista dei Deep Purple: un brutto colpo per me, che ascolto questo gruppo fin da piccolo: li avevo visti per la prima volta a Cava dei Tirreni (1988), nella formazione di “Made in Japan”, e suonavo i loro pezzi ad ogni concerto coi Deep South. Ion Lord, a parte la sua vena blues e hard rock,  aveva anche composto l’intero “Concerto For Group and Orchestra”, occupandosi delle partiture di tutti gli strumenti, per il famoso concerto alla Royal Albert Hall del settembre 1969 (con Ian Gillan alla voce al posto di Rod Evans). Era rimasto nella band fino allo scioglimento del 1976; ed era di nuovo al suo posto quando i Purple avevano di nuovo acceso i motori, nel 1984, per poi lasciare nei primi anni 2000 per motivi di salute. Ma, ancora più triste per me, si rivelerà la scomparsa di Francesco Di Giacomo, voce del Banco Del Mutuo Soccorso, nel febbraio del 2014.                          
Il 29 agosto 1999 i Malibran avevano diviso infatti il palco con il Banco. La data avrebbe dovuto in verità essere solo nostra: con più tempo per noi ed un compenso maggiore. Ma mi era stata offerta l’occasione di suonare insieme ad un gruppo di rilievo, ed  io, che avevo sempre amato il Banco, conoscevo anche qualcuno a Roma che avrebbe potuto portarmi fino a loro: dunque non avevo avuto dubbi nella scelta. In effetti, tramite questa persona, infatti,  riesco a tessere la tela che renderà fattibile quello che un tempo avrei creduto irrealizzabile: poco tempo dopo, eccomi al telefono con il manager del Banco Del Mutuo Soccorso. E, successivamente, con Vittorio Nocenzi e Rodolfo Maltese, che sono in macchina: la cosa è quasi surreale, perché parliamo come se ci conoscessimo già. “Ti passo Vittorio” mi dice Rodolfo. Ed ecco quella voce bassa e pastosa: La stessa che recitava “Lascia lente le briglie del tuo Ippogrifo, O Astolfo” all’inizio del primo disco del gruppo (A.D. 1972). Con la piccola differenza che adesso sta parlando con me, mentre io sono a casa. La cosa ancora più strana è che io, forse proprio per la cordialità e la semplicità con la quale Vittorio mi parla, non mi sento emozionato, e comunico con lui e Rodolfo come se fossimo amici e colleghi  da anni. Ci risentiamo, e parliamo dell’aspetto tecnico del concerto: naturalmente suoneremo prima noi, e Vittorio Nocenzi mi chiede se sarà possibile fargli trovare reggi-tastiere e sgabello. La mattina del 29 andiamo a prenderli all’aeroporto, io e Giancarlo dei Malibran, più l’amico Ignazio, che si presta gentilmente ad ospitare qualcuno della band nella sua macchina.
Io avevo già conosciuto Rodolfo Maltese prima del concerto del Banco alle Ciminiere di Catania, nel 1997. In quell’occasione lui era rimasto un po’ sorpreso quando lo avevo anticipato, dicendo di sapere della loro esibizione al teatro Malibran di Venezia del 1975. Ma non credevo che mi avrebbe subito riconosciuto, due anni dopo. E invece, appena mi vede, all’aeroporto di Catania,il suo volto barbuto si illumina in un ampio sorriso, ed alza un braccio per salutarmi, segnalandomi così che sono arrivati. Poco prima avevano suonato in Messico, accolti come star. Qui nessuno ci importuna ed io, oltre a parlare con loro e con Carlo Di Filippo, il loro fidato fonico (eccezionale il suono di “Nudo”, nella parte live registrata a Tokyo), mi metto pure a fare le riprese con la videocamera, indovinato regalo di Laurea. Chissà perché, temo che Vittorio Nocenzi possa infastidirsi. E invece, mentre lo inquadro, lui saluta sorridente! Fa un gran caldo, e mentre viaggiamo in macchina alla volta di Belpasso (dove si suonerà la sera stessa), il cielo è azzurro. Li lasciamo a riposare in un albergo del paese, rimanendo a conversare ancora un po’ nella hall: Francesco Di Giacomo mi racconta di quando suo suocero gli diceva: “Si, vabbè, ho capito, tu suoni…ma di mestiere…che fai?”. Come se la musica non potesse essere anche un lavoro. Solo quando aveva realizzato che Francesco si era comprato una casa coi proventi di quel “passatempo” si era finalmente reso conto che di musica si poteva anche vivere!

Nel frattempo io ricordavo quando, da piccolo, avevo visto il Banco in TV ed avevo appreso nome del cantante dalla sua stessa voce, al microfono: presentando uno per uno i componenti del gruppo, lui aveva concluso dicendo: “Ed io, Francesco Di Giacomo”. Doveva essere più o meno il 1980 e Rodolfo suonava anche la tromba. Adesso, a Belpasso, “Big” Francesco indossa una maglietta nera con la copertina del disco in cui si vede lui stesso lanciare per aria una scarpa (“Banco”, 1975, coi testi in inglese di brani del primo e terzo disco, edito dalla “Manticore” degli E.L.P.): un ricordo della allora recente trasferta messicana. In seguito, nel 2006, prima di un loro concerto a Cittanova (in Calabria) mi racconterà invece di essersi ritrovato ad alloggiare in un postaccio senza doccia, vedendosi costretto a lavarsi con un secchio d’acqua e, credo, usando un detersivo per lavare i piatti al posto del bagnoschiuma! Sempre nel 2006 coi Malibran saremo di nuovo con il Banco al festival di Andria, anche se loro suoneranno la sera dopo di noi, che divideremo il palco con Il Balletto di Bronzo. Ad ogni modo,  in quel 1999 torno a casa e mi riposo.
Nel pomeriggio, ecco la sorpresa: brutto tempo. Ma come, di mattina il sole spaccava le pietre e adesso, a poche ore dal concerto, si mette a piovere? Non solo: è arrivato il camion con tutta la loro strumentazione, e ha trovato il palco “recintato” da assi di legno, che impediscono di scaricare il tutto. Mi chiama il manager e mi intima che, se il palco non sarà accessibile, il Banco non suonerà. Giusto per stare tranquilli! Così contatto un addetto del Comune, il quale, per fortuna, riesce a far rimuovere quei pannelli che “recintavano” il palco. Il tempo è ancora incerto, ma adesso non piove, e porto Francesco Di Giacomo ad un bar che conosco, non lontano dalla piazza dove in serata terremo il concerto: vuole prendere dei dolci tipici da portare a casa. E nel frattempo mi racconta un sacco di cose. Anche che, mentre suonava in un locale in Germania (presumo con “Le Esperienze”) ha conosciuto un tipo chiamato Richie Blackmore (!). Il tutto prima della nascita sia del Banco che dei Deep Purple. Mi manifesta stima nei confronti di Piero Pelù, mentre torniamo dal bar alla mia macchina. Ed è in quel momento che noto un particolare cui non avevo fatto caso, vedendolo solo sul palco: trascina un piede. Inoltre non è più grosso ed imponente come una volta. Un’immagine che mi aveva colpito fin da bambino. E che anche mio padre riconosce, pur ascoltando esclusivamente musica classica: vede l’immagine di Francesco e dice: “Banco”.
Anche mio padre li vedrà, quella sera. E alla fine commenterà, semplicemente, che il paese neanche se lo sarebbe neanche meritato un gruppo di quel livello. D’altro canto sento anche alcune ragazzine lamentarsi confabulando tra loro e dicendo “Ma chi sono questi? Non potevano portare Nek?” Peggio in un’altra occasione, a Centuripe: Banco Del Mutuo Soccorso in azionesul palco, e altre ragazzine a strillare: “Respiri piano per non far rumore…”: quella è stata l’unica volta in cui ho visto Francesco, davvero stizzito, voltarsi verso Vittorio Nocenzi e sbottare in un “A Vittò…”. A Belpasso, invece, l’unico problema può essere rappresentato da un’eventuale acquazzone, dal momento che il cielo non promette niente di buono. Comunque io sono sul palco e filmo sia le prove del Banco che il Di Giacomo mentre si intrattiene con alcuni estimatori del posto, compreso qualche amico mio. Anche a Cittanova 2006 riprenderò le loro prove, oltre a parlare con Tiziano Ricci (il bassista) del loro show pomeridiano al concerto del 1° maggio 2002 in Piazza S. Giovanni, con Morgan E John De Leo come ospiti. A Cittanova avevo anche consegnato a Francesco un CD contenente una mia versione di “Canto di Primavera”, e poi avevo filmato tutto lo show, che si sarebbe aperto con “Metamorfosi”. E che dunque avrebbe visto Francesco entrare in scena solo dopo 10 minuti di musica esclusivamente strumentale. Avevo parlato con lui già dopo un loro concerto del 1991, mentre mi facevo fare un autografo per me e la band: e a quel punto lui mi aveva chiesto: “Ma tu lo sai chi era la Malibran?”, riferendosi alla cantante d’Opera dell’800, aggiungendo: “E pare che morì cadendo da cavallo…Ah, se allora ce fossero stati i taxi…”.
All’interno del teatro Nino Martoglio di Belpasso ci cambiamo, sia noi che i componenti del B.M.S: i camerini sono diversi, ma le porte non sono chiuse e possiamo anche guardarci a vicenda, senza problemi. Quando mi ritrovo sul palco, so che suonerò la chitarra utilizzando l’amplificatore di Rodolfo Maltese, mentre Alessio suonerà la batteria di Maurizio Masi. Dovevamo essere noi a prestare qualcosa al Banco, e invece sta succedendo il contrario!
Anche noi riusciamo comunque ad essere loro d’aiuto: proprio per il bis finale (“Non mi Rompete”) Rodolfo Maltese ha bisogno del capotasto per la chitarra, ma non lo trova: chiede se ne abbiamo uno noi, e Jerry gli presta subito il suo. Rodolfo è salvo! Dietro di me Vittorio Nocenzi mi sollecita a partire immediatamente con il nostro show: se piove prima che cominci il concerto, nessuno verrà pagato! Così iniziamo, praticamente senza fare sound check (del resto mi fido di Carlo Di Filippo al mixer). La piazza è piena, ma non quanto avrebbe potuto esserlo se il tempo fosse stato migliore.
Laura, la mia ex ragazza, vorrebbe fare le riprese con la mia videocamera, ma quest’ultima è chiusa in macchina, e non ho il tempo per cercare le chiavi: attacchiamo, e suoniamo bene. Durante la parte finale di “On the  Lightwaves”, sul tempo dispari, con Jerry che si scatena nel suo assolo, intravedo Vittorio Nocenzi, accovacciato dietro di noi, che gode come un pazzo muovendo la testa a tempo ed agitando i capelli, invece di starsene nascosto: un grande! A fine concerto (nostro e del Banco) sarà lui a salire sulla mia macchina per andare a mangiare qualcosa nel pub poco più sopra della piazza: si congratula con noi, parla bene di Jerry, aggiungendo che siamo tutti bravi. Detto da lui, devo crederci per forza!
Mentre suonano loro, invece, io canto tutte le canzoni insieme a Laura: bellissimo! Al tavolo del pub, nel cortile interno, sono con Vittorio alla mia destra e Rodolfo di fronte: dunque parlo a lungo con entrambi. Rodolfo è una splendida persona, e non mi nasconde la sua gioia per il privilegio di poter vivere facendo della sua passione (la musica) il suo lavoro. Tempo dopo mi invierà i suoi auguri di Natale. Al pub non mangiamo molto, perché a quell’ora la cucina del locale è  ormai chiusa!
Ci rifaremo l’anno dopo: io e Giancarlo andremo a vedere Francesco cantare pezzi dei Beatles (e qualcosa del Banco) a Caltanissetta,  accompagnato da un semplice “duo” acustico (compreso Rodolfo Maltese): alla fine dello show, gentilmente, Di Giacomo ringrazierà “i Malibran”. E questa volta ceniamo insieme come si deve, parlando di musica e di qualsiasi altra cosa. E’ in questa occasione che lui sbotta in un simpatico: “E mò basta cò stò Darwin, vojo cantà Papaveri e papere!”. Durante il Festival di San Remo del febbraio 2014, quando Fabio Fazio comunica in diretta che Francesco ci ha lasciati quello stesso giorno (un malore mentre guidava, con conseguente incidente stradale), io avevo appena spento la TV, e apprendo il tutto la mattina dopo. Ed è stato come aver perso un parente. Il pubblico dell’Ariston, alla notizia, si era alzato in piedi ad applaudire, mentre veniva mostrata una sua immagine. Vittorio, che lo aveva visto poco prima, viene a conoscenza del fatto attraverso una telefonata, e in un primo momento aveva pensato ad uno scherzo.
“Non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno”, sembrava invece cantarci già da altri luoghi Francesco Di Giacomo, soprannominato da quanti gli erano più vicini “Capitano, mio capitano” (dal film “L’attimo fuggente”). Il Banco deciderà di proseguire perché, citando ancora una loro canzone, quel progetto è “Un’idea che non puoi fermare”. Ma arriveranno i guai di salute di Vittorio, e adesso chissà.
Viceversa, pur essendo parte a tutti gli effetti del cosiddetto “progressive rock”, i Van Der Graaf Generator hanno fatto (e continuano a fare) semplicemente musica dei Van Der Graaf Generator. Il primo disco, “The Aerosol Grey Machine” (1969) avrebbe dovuto essere pubblicato come disco solista del giovane cantante (nonché chitarrista e pianista) Peter Hammill, ma, alla fine, uscì a nome della band. Per anni, in Italia, si nutrirono anche dubbi se questo lavoro esistesse davvero (!), e divenne reperibile solo nel 1974. Nell’album successivo al bassista Keith Ellis subentrò Nic Potter e, soprattutto, il sassofonista e flautista David Jackson, che divenne una sorta di icona non solo “sonora”, ma anche “visiva” della band, con la sua caratteristica di suonare due sax elettrificati contemporaneamente, seminascosto dai capelli lunghi che venivano fuori da un berretto di pelle con visiera e dagli occhiali. Quando Potter abbandonò il gruppo, i VdGG non lo sostituirono, utilizzando per le frequenze basse i pedali dell’organo di Hugh Banton. Si costituì in questo modo la formazione “classica” che schierava Hammill, Banton, Jackson ed il funambolico batterista Guy Evans. Il brano “Killer” fece furore soprattutto in Italia.
La band, come accennato, rappresentava l’attrazione principale del “Six Bob Tour” del 1971, che portava in giro per il Regno Unito  sia loro che Audience e Genesis (ai quali si era aggiunto da poco Steve Hackett). La loro musica alternava momenti di caos ad altri molto melodici, se non addirittura strazianti. E a Peter capitava davvero di avere le lacrime agli occhi, mentre cantava con le cuffie in sala di registrazione. Per il resto la sua voce, a volte soffusa, veniva più spesso travolta da un’enfasi rabbiosa, con note  lunghe e potenti, in grado di mandare in frantumi i bicchieri. O i timpani, a seconda dei gusti. Il punto era comunque che si trattava di un gruppo rock senza né la chitarra elettrica né il basso (una specie di contraddizione in termini), ma capace di sprigionare ugualmente un fragore ed un impatto mai sentiti prima. Lo stesso Jackson, quando imparò a collegare i suoi sax all’impianto di amplificazione, era rimasto impressionato dalla potenza che riusciva a sprigionare coi suoi strumenti, facendo quasi fatica a gestire e a controllare quei suoni!
Ancora in Italia il grande successo arrivò con l’album “Pawn Hearts”: il disco conteneva solo tre brani (altri sarebbero riemersi in ristampe successive), ma uno di questi era la lugubre suite “A Plague of Lighthouse Keepers”: una lunghissima cavalcata sonora ricca di stacchi, cambi di dinamiche e indovinati chiaro-scuri, che indusse Peter Hammill a ritenere, quando il gruppo ascoltò per la prima volta l’intero pezzo, che a quel punto avrebbe anche potuto morire. Stranamente, però, i Van Der Graaf non misero mai in scaletta questa suite, se non durante l’apparizione alla TV Belga del 1972, decidendosi a farlo, infine, solo nel 2013 (!!!). Durante il loro primo tour italiano del ‘72, mentre si recavano in macchina al luogo nel quale si sarebbero esibiti, videro una folla enorme e chiesero dal finestrino cosa accidenti stesse succedendo. “Suonano i Van Der Graaf Generator!” fu la risposta. Non se lo aspettavano. Come già i Genesis e i Gentle Giant, fu infatti nel nostro Paese che raccolsero i primi grandi consensi di massa. Nonostante ciò quello stesso anno decisero di sciogliersi, per motivi mai chiariti del tutto. Peter Hammill proseguì con la sua carriera solista (mai abbandonata, in verità), e nel dicembre di quello stesso 1972 aprì i concerti de Le Orme, mentre David Jackson, l’anno successivo, accompagnò in tour un Alan Sorrenti non ancora “figlio delle stelle”. Nei lavori solisti di Hammill, comunque, gli altri componenti della band continuavano a partecipare, e nel 1975 il gruppo tornò insieme, sia su disco che in tour: uscirono “Godbluff” (1975), “Still Life” (1976), World Record (ancora 1976: album seguito da un tour che li avrebbe portati per la prima volta negli USA).
Dopo questo breve ma intenso “tour de force” di fatto il gruppo si scioglie di nuovo: per lo meno, perde Banton, Jackson ed anche la parola “Generator” nel proprio nome. Torna la chitarra acustica di Hammill (abbandonata nel periodo ’75-’76), mentre il violino sostituisce il sax, con conseguente, inevitabile mutamento del sound complessivo. Il maestoso organo di Banton, in ogni caso, in quella che era ormai diventata l’era del punk, sarebbe risultato probabilmente fuori luogo. I Van Der Graaf Generator manterranno negli anni il loro felice rapporto con l’Italia: mentre sono in tour dalle nostre parti, nel ’72, ascoltano volentieri in macchina i gruppi rock italiani: come detto, Peter Hammill aprirà da solo il tour de Le Orme nel dicembre di quello stesso anno, e nel 1973, oltre a tornare a farci visita in veste da solista, curerà la versione inglese del disco “Felona e Sorona” delle stesse Orme. David Jackson vi aggiungerà anche un sax, ma le sue registrazioni verranno sciaguratamente cancellate.
Paradossalmente, invece, David Jackson, pur fuori dalla  formazione del gruppo con violino e violoncello, è presente su entrambi i dischi pubblicati dai nuovi “Van Der Graaf”: i suoi strumenti a fiato (anche se poco e male) possono sentirsi infatti sia sul disco in studio del 1977 che in quello dal vivo del 1978, mentre il gruppo riesce a conservare una sua credibilità pur con il cambiare dei tempi: il cantante dei Sex Pistols, che usava esibire la maglietta con la scritta “odio i Pink Floyd”, verrà notato fare la fila per uno show dei Van Der Graaf, mentre gli altri “dinosauri” del rock più “magniloquente” venivano massacrati o dimenticati dalle nuove leve della critica musicale. Anche se, in verità, erano sempre Pink Floyd, Genesis e Led Zeppelin a riempire gli stadi, e non certo i Sex Pistols, i Damned o i Clash. Con tutto il rispetto, si intende.

Ad ogni modo anche questa incarnazione del gruppo cessa la sua attività nel 1978, per decidersi a riprenderla quasi trent’anni dopo (!), nel 2005, con nuovo disco e relativo tour, nella classica formazione di “Pawn Hearts” (io riuscirò a vederli a Roma e a Taormina). Quello però è anche l’unico anno che vede David Jackson far parte della band: per motivi mai chiariti (di nuovo!) i Van Der Graaf Generator proseguiranno fino ad oggi in trio. Rimanendo insieme, a volerci far caso, più in tempi recenti che negli anni ’70!
David Jackson farà parte degli Osanna in tempi recenti. L’uomo “dal doppio sax” non ha mai capito perché il pubblico italiano degli anni settanta andasse pazzo per i gruppi inglesi, dal momento che ha sempre ritenuto quelli italiani di livello addirittura superiore. E le band italiane dell’epoca (solo successivamente ricondotte nell’alveo del cosiddetto “rock progressivo”) vedevano infatti tra le loro fila gruppi di successo internazionale, quali Premiata Forneria Marconi e Banco Del Mutuo Soccorso. Ma anche innumerevoli altri gruppi di grande qualità, che incidevano dischi (a volte uno solo, in seguito “oggetto di culto” per appassionati e collezionisti), quali Biglietto Per L’Inferno (che, a dispetto del nome, avrebbe visto il suo istrionico cantante, Claudio Canali, diventare in seguito frate cappuccino!), Trip, New Trolls, Delirium (con Ivano Fossati sul disco d’esordio). E ancora Quella Vecchia Locanda, Acqua Fragile, Raccomandata con Ricevuta di Ritorno (ebbene si, andavano di moda i nomi corti), Balletto Di Bronzo, Rovescio Della Medaglia, Metamorfosi, i Saint Just con la grande voce di Jenny Sorrenti, Celeste, Reale Accademia Di Musica, Il Volo, Procession, Città Frontale, Nuova Idea e tanti altri. Oltre ai già citati Osanna e Le Orme.
I Semiramis avevano in formazione un giovanissimo Michele Zarrillo, in seguito cantante di successo in ambito di musica leggera. Ed anche Giampiero Artegiani, che avrebbe poi scritto il testo di “Perdere l’amore” per Massimo Ranieri. Buoni ultimi, ma solo in ordine di tempo, i componenti de “La Locanda Delle Fate”, che, con il loro “Forse Le Lucciole Non Si Amano Più”, del 1977, avrebbero di fatto chiuso la stagione di questo genere musicale. Come detto, anche il primo Alan Sorrenti era parte di questo “movimento” (non solo musicale), al pari del Franco Battiato dei dischi più sperimentali. Michele Zarrillo partecipò ai vari festival dell’epoca coi Semiramis e con il loro unico album, “Dedicato a Frazz” (nome composto dalle iniziali dei cognomi dei singoli componenti): aveva solo 15 anni, ma sembrava  più grande della sua età: alto, con la sua Gibson SG ed una gran massa di capelli ricci. Fece anche in tempo a diventare il cantante del “Rovescio della Medaglia”, prima che questa formazione si sciogliesse definitivamente.
Il Biglietto Per L’Inferno pubblicò l’album omonimo nel 1973, caratterizzandosi per gli accenti più hard rock, la voce e la presenza scenica del sopracitato Claudio Canali (anche al flauto e al flicorno), ed il discreto successo del brano “Confessione” (“Non posso salvarti dal fuoco eterno, hai solo un biglietto per l’inferno”). Registrarono anche un secondo disco, prima dello scioglimento, nel 1975: era “Il Tempo Della Semina”, che però vide la luce solo nel 1992, pubblicato dalla Mellow Records (l’etichetta di gran parte dei dischi dei Malibran) in una versione che non era quello che avrebbe dovuto rappresentare il prodotto definitivo, con suono e missaggio non all’altezza. Un lavoro comunque apprezzabile, anche se inferiore al primo. Non esistono filmati d’epoca del “Biglietto”: erano stati ripresi dalla TV svizzera, ma non è stato possibile recuperare quel documento. Una registrazione dal vivo del 1974 (solo audio) è però riemersa qualche tempo fa, mentre si esibivano nella loro città natale (Lecco) di spalla agli UFO.
Un episodio divertente vide Claudio Canali prendersi un grande spavento quando, risvegliatosi in macchina al posto del passeggero, vide il suo collega di band dormire beatamente al volante: terrorizzato, gli urlò di svegliarsi subito, ma non si era accorto che la loro auto, avendo subito un guasto mentre lui dormiva, giaceva sopra un carro-attrezzi  che procedeva tranquillamente sulla strada! Un altro episodio esilarante riguardò i Metamorfosi: con il loro ottimo album “Inferno” avevano trasposto in musica episodi dalla “Divina Commedia”, “aggiornando” i dannati descritti da Dante in più moderni spacciatori di droga, politicanti corrotti, ecc.
Alla fine della rappresentazione  il cantante  Jimmy Spitaleri (ancora oggi con gli stessi capelli lunghi, lisci e biondi che sfoggiava all’epoca) doveva finire sulla sedia elettrica: ma in un’occasione, quando scese sotto il palco ( per ricomparire poi sulla sedia elettrica) si smarrì in un meandro di corridoi, non trovando più la strada per tornare in scena: e così l’esecuzione finale avvenne senza di lui! A parte questo piccolo “infortunio” quel disco era molto valido, guidato dalla voce possente e minacciosa dello stesso Spitaleri e da lugubri e maestosi suoni d’organo, senza che si sentisse affatto la mancanza della chitarra elettrica. Anche la copertina, con le figure dolenti dei dannati disseminate non nel fuoco, bensì in un paesaggio ghiacciato, è molto bella, indovinata e ricercatissima dai collezionisti.
Come molti gruppi dei rock progressivo italiano degli anni ’70, anche i Metamorfosi si sono riformati, e coi Malibran eravamo allo stesso festival di Andria nel 2006. Tra le “vecchie glorie” c’erano anche gli Osanna, il Balletto di Bronzo ed il Banco Del Mutuo Soccorso. Jimmy Spitaleri, tra l’altro, sarebbe diventato (ma solo per qualche anno) il cantante de Le Orme. Anche La Locanda Delle Fate è tornata sulla scena, realizzando nel 2010 il suo DVD ufficiale al Bloom di Mezzago (Milano), dove coi Malibran io stesso ero stato nel 2003. E pure il Museo Rosenbach si è riunito, sempre con Giancarlo Golzi (dei Matia Bazar) alla batteria. Purtroppo, dopo Di Giacomo, anche Joe Vescovi dei Trip e Golzi del Museo ci hanno lasciati.
I Goblin conobbero il successo soprattutto grazie alle colonne sonore che resero ancora più tenebrosi i film di Dario Argento (“Profondo Rosso” in primis). Tante di quelle band degli anni ‘70 sono tornate, mentre alcune non si sono mai sciolte. C’è però da chiedersi se siano ancora sufficientemente credibili Le Orme senza la voce ed il basso di Aldo Tagliapietra, il Banco senza la voce ed il volto di Francesco di Giacomo o la PFM senza Franco Mussida. Figure troppo “identificative” perché la loro assenza (avvenuta per ragioni diverse) possa non lasciare il segno. E questo, beninteso, senza nulla togliere al rispetto dovuto alla voglia di continuare e di rimettersi in gioco di tutti questi storici gruppi.
Del 1973 è anche il terzo album del Banco, “Io Sono Nato Libero” (il primo con Rodolfo Maltese alla chitarra, seppure in veste di ospite), ispirato, nel suo splendido “Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico”, al golpe militare avvenuto quello stesso anno in Cile. Ma ricordato soprattutto per il successo della più accessibile (ma pur sempre bellissima) “Non Mi Rompete”. Un disco immortale.
Fuori dal coro, non possiamo dimenticare gli incredibili (e non facilmente etichettabili) Area, guidati dalla stupefacente voce di Demetrio Stratos (purtroppo spentasi per sempre nel 1979). E, in un ambito più accostabile al jazz rock, gruppi quali Il Perigeo (che i Weather Report non vollero più come gruppo spalla, perché ritenuti troppo bravi!), Il Baricentro e Napoli Centrale (con il sax di James Senese, che avrebbe introdotto nella band un giovane Pino Daniele come bassista).
Tornando per un attimo a Demetrio Stratos (già ne “I Ribelli” all’epoca del “beat” degli anni ‘60), quando si ammalò e venne ricoverato a New York nel 1979, all’Arena Civica di Milano si tenne un concerto (poi divenuto anche un disco) che riuniva una moltitudine di artisti per raccogliere fondi al fine di pagare le cure mediche necessarie. Quando però la notizia della morte di Stratos (Demetrio era il cognome e Stratos il nome, contrariamente a quanto si potrebbe pensare), quel concerto si trasformò in una raccolta fondi per la vedova. Anche in quell’occasione non mancarono né il Banco, né la PFM.
La Premiata Forneria Marconi (PFM) aveva mosso i suoi primi passi già negli anni ’60, con il nome di “I Quelli”, suonando nei brani di grande successo di Mina e Battisti, ma ottenendone molto poco a proprio nome. Curiosamente, anche il futuro comico Teo Teocoli fu per un breve periodo il loro cantante. E furono sempre loro (non ancora PFM) a suonare su “La Buona Novella” di Fabrizio De Andrè, nel 1970, prima del loro rinnovato connubio per il tour a cavallo tra ’78 e ’79, di enorme successo (così come il disco dal vivo che ne sarebbe stato tratto).
Con l’ingresso di Mauro Pagani (flauto e violino), e l’esplosione del nuovo “verbo” musicale (in seguito denominato “Prog”), la band prese il nome di “Forneria Marconi”, con l’aggiunta di “Premiata” (quella forneria esisteva davvero, tra l’altro) e cominciò ad aprire i concerti dei grossi gruppi stranieri di passaggio in Italia (Yes, Deep Purple, ecc.). Erano soliti suonare pezzi famosi di gruppi stranieri, quali King Crmson e Jethro Tull, più loro improvvisazioni interamente strumentali. Quando finalmente eseguivano il loro unico pezzo cantato in italiano (“La Carrozza Di Hans), il pubblico capiva che non si trattava di una band inglese, ma italianissima! Erano già famosi prima di pubblicare un disco.
Nel 1971 “La Carrozza Di Hans” (composta da Mussida mentre guidava!) sarebbe uscito come lato B del loro primo singolo: il lato A conteneva invece quello che si sarebbe rivelato il loro più grande successo di sempre: quella “Impressioni di Settembre” che, con il suo celebre motivo di “Moog” al posto di un più canonico “ritornello”, ed il bellissimo testo di Mogol, sarebbe diventata il simbolo stesso di un’epoca. Nel 1972 sarebbe uscito il loro primo disco, contenente entrambi i titoli del singolo, ma anche “E’ festa” (più nota nella versione inglese, ribattezzata “Celebration”), vale a dire l’altro inno (una sorta di trascinante tarantella prog-rock) della PFM. Era ancora il 1972 quando uscì anche il secondo lavoro, “Per un amico”, altrettanto bello. Ed anche il gruppo romano Banco del Mutuo Soccorso, nel corso di quello stesso 1972, riuscì a pubblicare entrambi i suoi capolavori: “B.M.S.” (con la famosa copertina a forma di salvadanaio) e “Darwin”: un periodo di creatività veramente incredibile!
Per il tema “chiave” di “Impressioni di Settembre” quelli della PFM cercavano uno strumento adatto, che non poteva essere né la chitarra, né il flauto. Trovarono questo strumento appunto nel neo-nato “Moog” (dal cognome del suo inventore), un piccolo strumento con tastiera e manopole varie, in grado di creare anche questo suono arioso, sintetico, eppure ricco di vivacità e gioia. Lo scoprirono ascoltando “Lucky Man” degli ELP, ma non avevano i soldi per acquistarlo. Proposero dunque al rivenditore di farglielo utilizzare per il brano: se dopo la pubblicazione del singolo il tipo fosse riuscito a venderne almeno dieci esemplari, loro avrebbero potuto tenere lo strumento senza pagarlo. E così fu. Anche il mellotron, che, viceversa, simulava soprattutto “tappeti” d’archi o di ottoni (una sorta di orchestra simulata, tutta dentro una tastiera molto pesante da portarsi in tour) fu utilizzata in Italia dalla PFM “in anteprima”, rispetto agli altri gruppi italiani. Anche se poteva già ascoltarsi sui primi lavori di King Crimson e Genesis. Ad ogni modo, con “Photos of Ghosts” la band italiana cominciò ad acquisire la sua “statura internazionale”, con la versione inglese di alcuni brani dei primi dischi. A quel punto Patrick Djivas, bassista del primo album degli Area, rimpiazzò Giorgio Piazza: durante una delle consuete jam session all’Altro Mondo di Rimini, infatti, Franz Di Cioccio si trovò talmente bene a suonare con lui da proporgli su due piedi di passare armi e bagagli con loro. E Djivas, più interessato alla musica (e al crescente successo della PFM) che all’impegno politico degli Area, accettò, suonando su “l’Isola di Niente” del 1974, e andando con la band in tour negli Stati Uniti quello stesso anno. Il disco “Live in USA” documentò questa esperienza incredibile, con un gruppo italiano, che, senza pizza e mandolini, era in grado di fare bene quanto gli artisti coi quali si ritrovò a confrontarsi nel corso di vari festival americani, grandi nomi compresi. Pubblico e giornalisti rimasero a bocca aperta.
Diversi pezzi di quel disco dal vivo furono registrati al Central Park di New York, proprio durante il festival che vide anche l’ultimo concerto dei King Crimson degli anni ’70. Già nel 1973 la PFM aveva partecipato al noto festival di Reading, in Inghilterra (coi Genesis in cartellone): ma quella volta “sforarono” coi tempi, e la corrente elettrica venne staccata dal palco senza tanti complimenti,  prima che il gruppo riuscisse a portare a termine il proprio show (!). Oltre che in Italia continuarono a suonare all’Estero (Giappone compreso) fino al 1977. E, tra il 1975 (con l’album “Chocolate Kings”) e i primi giorni del 1979 ebbero Bernardo Lanzetti (già vocalist degli Acqua Fragile) come cantante “di ruolo”. Mauro Pagani lasciò la PFM senza astio nel 1976 (per inciso l’astio ci fu invece con Lanzetti), sostituito prima da Greg Bloch (solo per l’album “Jet Lag” e relativo tour, nel 1977), e in seguito da Lucio Fabbri (dal 1979 in avanti). Furono quasi sempre presenti ai vari festival che si svolsero in Italia in quegli anni: uno dei più noti fu quello del Parco Lambro, tenutosi dal 1974 al 1976.
Ma, PFM a parte, i festival di musica “progressiva” che si susseguirono nel nostro Paese furono tantissimi. Solo per citare i più noti: Terme di Caracalla, Re Nudo, Avanguardia e Nuove Tendenze (a Viareggio nel 1971, a Roma nel 1972) e Villa Pamphili. Con la possibilità per tantissimi gruppi di mettersi in mostra (alcuni pur senza essere riusciti a pubblicare un solo disco) anche a fianco di ospiti stranieri quali i Van Der Graaf Generator. Durante uno di questi festival, nel 1972, durante le prove del suono di questi ultimi, Peter Hammill stupì tutti (compreso Francesco Di Giacomo) coi suoi vocalizzi al microfono senza alcun accompagnamento strumentale. In qualche modo l’edizione 1976 del Parco Lambro sancì la fine di tutto, con politica, droga, scontri, polemiche  e “cattive vibrazioni” a prendere il sopravvento sulla musica. Proprio come era avvenuto nel 1970 all’Isola di Wight rispetto al festival di Woodstock dell’anno precedente.   
Beppe Crovella, tastierista degli “Arti e Mestieri” (apprezzata band in bilico tra jazz-rock e prog, appartenente al giro degli Area e della loro etichetta “Cramps”) ebbe modo, per qualche bizzarra coincidenza, di vedere nel 1972, in Italia, sia i Genesis che i Van Der Graaf Generator proprio nelle loro due  esibizioni più strane: era infatti tra il pubblico proprio in occasione del concerto che i Genesis tennero praticamente senza Tony Banks (in cattive condizioni di salute), quando riuscirono ad eseguire solo quattro pezzi. Ed assistette anche all’esibizione dei VdGG che vide la band di Peter Hammill costretta ad un improvvisato show acustico  a causa della mancanza della corrente elettrica (!). In seguito Crovella avrebbe fondato l’etichetta “Electromantic”, pubblicando anche qualcosa dei Malibran (un CD ed un DVD). I citati  Area erano dei talentuosi musicisti che si erano ritrovati a suonare insieme per un brano dell’album solista di Alberto Radius (chitarrista dei Formula 3, il gruppo che accompagnava Lucio Battisti). Il brano si intitolava proprio “Area”. E da lì partì il progetto. Con Patrizio Fariselli alle tastiere, Giulio Capiozzo alla batteria, Paolo Tofani alla chitarra, Patrick Djivas al basso più Stratos alla voce e Busnello ai fiati, diedero alle stampe il loro primo LP nel 1973, intitolandolo con la stessa scritta (“Arbeit Macht Frei”) che campeggiava sopra il campo di concentramento di Auschwitz (che, tradotto, significava beffardamente “Il lavoro rende liberi”). Schierati apertamente a favore della causa palestinese, composero subito quello che sarebbe diventato subito il loro inno: “Luglio, Agosto, Settembre (nero)”.
Quando Djivas passò alla PFM, venne sostituito dall’altrettanto bravo Ares Tavolazzi (che in seguito avrebbe lavorato anche con Francesco Guccini).  La musica degli Area era complessa, e spaziava tra jazz-rock, musica elettronica, balcanica, etnica (la futura “world music”) e popolare  (“International Popular Group” era la dicitura posta sotto il nome del gruppo). Viceversa, la band non avrebbe mai amato di vedersi ricondotta nell’alveo del “progressive rock”. Inoltre, come la PFM, anche gli Area si riferivano a sé stessi in terza persona (“Area ha detto”, “Area ha fatto”…). Quel tipo di composizioni molto articolate non avrebbe potuto lasciare molto spazio alla voce di Demetrio Stratos, figura imponente e dai lunghi capelli sfilacciati Ma lui riusciva ad inserirsi comunque, anche perché spesso si esprimeva con vocalizzi senza parole, come se la sua voce fosse uno strumento come gli altri. Aveva studiato (ed insegnato) tutte le possibilità e le potenzialità della voce umana, e, dopo aver lavorato sugli antichi canti delle popolazioni mongole, era anche in grado di emettere due voci contemporaneamente (!).
Di certo è stata la voce maschile più impressionante della musica italiana. Stratos era di origini greche, ma si era trasferito in Italia da piccolo, ed aveva uno spiccato accento derll’Emilia-Romagna. Ne “La Luna Rossa”  cantava in greco, mentre ne “La Mela Di Odessa” (con tanto di mele “vere” morsicchiate sul palco) raccontava una storia, più che cantarla. Sempre impegnati politicamente, gli Area si presentavano in scena con il pugno alzato prima di cominciare a suonare, e terminavano lo show con una  stralunata versione de L’Internazionale: e questa volta era il pubblico ad ascoltarli con il pugno alzato. Spesso si esibivano gratis alle numerose Feste dell’Unità. Durante il brano “Lobotomia” (come testimoniato dal film sul Parco Lambro ’76) Patrizio Fariselli scendeva tra il pubblico portando con sé un cavo, collegato alle “diavolerie” elettroniche di Paolo Tofani: quando le persone toccavano questo cavo, venivano emessi suoni di diversa “altezza” ed intensità, permettendo così alla band di “interagire” con il pubblico e di farlo in qualche modo partecipare in prima persona alla propria performance.
Il disco “Crac!”, del 1974, con un uovo rotto da un cucchiaino in copertina, rimase il loro disco più accessibile e con brani più strutturati in maniera “canonica”, soprattutto con la scanzonata (almeno nella musica) “Gioia e Rivoluzione”, nella quale Stratos cantava “il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”, ed una chitarra acustica che suona pochi accordi, festosi ed “orecchiabili”. Molto complesso, ma formidabile, invece, il basso di Tavolazzi sui brani di altri dischi, come “Il bandito del Deserto” (sull’ultimo LP degli Area con Demetrio) e L’Albero Di Canto (sul disco solista di Mauro Pagani).
Nel 1977 la RAI TV trasmise uno speciale in bianco e nero con gli Area impegnati a presentare il loro album “Maledetti!”, pubblicato l’anno precedente. Però non c’erano più né Tavolazzi al basso né Capiozzo alla batteria: al posto di quest’ultimo compariva un giovane Walter Calloni, che pochi anni dopo sarebbe entrato nella PFM, quando Di Cioccio passò dai tamburi al microfono (proprio come Phil Collins coi Genesis!). Demetrio suonava anche l’organo Hammond, e spesso, quando gli Area suonavano insieme agli Arti e Mestieri, lui e Beppe Crovella (che il sottoscritto conosce bene) si prestavano a vicenda i rispettivi strumenti. Anche Francesco Di Giacomo mi ha parlato con nostalgia delle conversazioni avute insieme a Demetrio  dietro al palco di qualche concerto. L’ultimo album degli Area con la voce di Stratos fu “Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”, del 1978. E quello stesso anno gli Area parteciparono al primo disco  di Mauro Pagani. Quest’ultimo in seguito collaborò con Fabrizio De Andrè, tornando con la PFM solo per il “Concertone” romano del 1998 in Piazza S. Giovanni, e poi per la speciale reunion di Siena del 2003: uno spettacolo intero in Piazza del Campo, pubblicato sia su CD che su DVD.
Gli Area andarono a suonare in Portogallo (esiste un disco che documenta questa loro “trasferta”) e con Mauro Pagani furono anche a Cuba. Di recente si sono esibiti di nuovo con l’ex PFM in veste di ospite, dal momento che anche loro si sono riformati: Fariselli, Tavolazzi, un giovane batterista e Tofani. Quest’ultimo, Hare Krishna dagli anni ’70, appare oggi calvo e piuttosto ingrassato, ma anche molto simpatico. Io ho avuto modo di vederli nella formazione in trio, con Giulio Capiozzo, ma senza Paolo Tofani. Nel 1995, in un’altra occasione mi sono fatto fare una foto con lo stesso Capiozzo, batterista originale degli Area e studioso di percussioni, purtroppo scomparso qualche anno dopo.  Memorabile rimane comunque il gigantesco concerto organizzato all’Arena Civica di Milano nel 1979, che vide sul palco, tra gli altri, gli stessi Area omaggiare in versione solo strumentale il talento e la personalità del loro vecchio compagno.
Ma lasciamo l’Italia: come già avvenuto nel caso di Ian Gillan con i Deep Purple, anche Peter Gabriel, coi Genesis, annunciò con largo anticipo che avrebbe lasciato la band alla fine del tour in corso. In questo caso, come accennato, si trattava dei concerti che promuovevano il disco “The Lamb Lies Down on Broadway”: dal vivo il doppio album veniva presentato nella sua interezza, come una sorta di musical rock multimediale (una storia unica con le immagini dei tre maxischermi dietro la band, i costumi di Peter, e la scenografia tutta dipinta di nero). Il disco però uscì in ritardo e, soprattutto negli USA, il pubblico non riusciva a raccapezzarsi con quella musica mai sentita prima e quella storia claustrofobica e  incomprensibile. Soltanto in seguito si sarebbe compreso che si trattava di un autentico capolavoro. All’epoca, però, la gente avrebbe voluto ascoltare i pezzi dei vecchi album. E veniva accontentata soltanto durante il bis finale, con “The Musical Box” e “Watcher of the Skies ( solo in qualche occasione anche con “The Knife”).
Alla fine di ogni concerto, tutti andavano dietro le quinte a complimentarsi con Peter Gabriel per la sua grande performance, ignorando il resto della band. E lasciando Phil Collins a rimuginare: “Ehi, ma che succede? Siamo un gruppo, abbiamo suonato bene, io ci ho dato dentro dando il massimo… e ora vanno tutti da Peter? In qualche modo la carriera solista di quest’ultimo era già cominciata, e nella band qualcosa si ruppe. La tensione era nell’aria. Io stesso ho avuto modo di vedere un manifesto d’epoca recante la scritta: “Peter Gabriel e i Genesis”. Purtoppo nessuno dei circa cento concerti del tour di “The Lamb” venne filmato professionalmente. Tra l’altro quella tournèe partì a sua volta in ritardo, a seguito di uno strano incidente occorso a Steve Hackett: questi, durante un party, udì qualcuno dire che il tale gruppo non sarebbe valso nulla senza il suo leader.
Nella mente di Steve fu come sentir dire che i Genesis non sarebbero stati nessuno senza Peter Gabriel. Il suo pugno si chiuse di scatto sul bicchiere che teneva in mano, in un impulso rabbioso, ed il chitarrista si ritrovò all’ospedale. Fra l’altro, al parto difficile di quel disco si sovrappose quello (non in senso figurato) della moglie di Gabriel: la loro figlia neonata rischiava di non sopravvivere, ed era finita in un’incubatrice. Peter mise al primo posto la famiglia rispetto al gruppo, e  non trovò la comprensione che si sarebbe aspettato da parte degli altri. Doveva guidare per un sacco di chilometri tra l’ospedale e lo studio di registrazione, in Galles, per portare a termine il nuovo disco. E si sobbarcò la stesura di tutti i testi, dal momento che l’idea dell’intero progetto era sua. Qualcosa tra lui ed il gruppo (ed in particolare tra lui e Tony Banks) si ruppe proprio in quei giorni. La separazione era di fatto già avvenuta. La carriera solista di Peter Gabriel avrebbe avuto inizio nel 1977. Quella di Steve Hackett nel 1975, mentre era ancora nella band. Quella di Mike e Tony nel 1979. Quella di Phil Collins, con un inaspettato successo planetario, nel 1981, con “Face Value”.
Uno show in qualche modo assimilabile a “The Lamb” (un’unica storia, un doppio album portato per intero in concerto come una sorta di musical rock, con immagini proiettate, vari personaggi, ecc.) fu “The Wall” dei Pink Floyd, portato in tour tra il 1980 ed il 1981 (diversi spettacoli in poche città). A differenza dei Genesis, però, i Floyd non avrebbero concesso alcun bis, e dopo il roboante crollo finale del muro (costruito man mano durante lo spettacolo, fino a nascondere gli stessi musicisti al pubblico) si andava tutti a casa. Di fatto fu questo l’atto finale della band insieme a Roger Waters (autore di tutto il progetto), con il tastierista Rick Wright ormai “stipendiato” come gli altri musicisti  esterni alla band. Ed i componenti di questa che, dietro le quinte, nemmeno si parlavano più. Lo spettacolo era comunque grandioso, e David Gilmour ne era anche il direttore artistico. Il successivo “The Final Cut”, pur pubblicato a nome Pink Floyd, può essere considerato quasi un album solista di Waters, con l’apporto di Gilmour (che canta in un solo brano) e Mason (che non suona neanche su tutti i pezzi). Nè il disco fu supportato da alcun tour.
Molto diversa la situazione quando la band mosse i suoi primi passi, dopo la metà degli anni ‘60: David non c’era ancora (sarebbe entrato nei Floyd solo con il secondo disco, “A Saucerful of Secrets”), ed il gruppo era guidato dal geniale Syd Barrett, chitarrista, cantante e compositore. Fu con Barrett che il gruppo firmò per la EMI e pubblicò i primi singoli, fino al caleidoscopico album d’esordio del 1967: una spruzzata di colori e creatività psichedelica tradotta in musica. Fu lo stesso Syd a dare alla band il nome Pink Floyd, dai nomi dei bluesman di colore Pink Anderson e Floyd Council (famosi solo per questo, in verità!).
Il gruppo si esibiva spesso al club “Ufo” di Londra, dalla notte all’alba, davanti ad un pubblico di giovani che vivevano appieno l’era della “Swinging London” tra diapositive colorate, droghe di ogni tipo, abbigliamenti stravaganti o nudità artisticamente dipinte: insomma, la cornice ideale per la musica ipnotica dei primi Floyd, che sarebbe bastata da sola a trasportare i presenti in un altro mondo, senza neanche che si capisse quale strumento creasse un suono piuttosto che l’ altro: lunghissime improvvisazioni strumentali, volutamente poco intellegibili e del tutto fuori dai canonici schemi della forma canzone, rimanendo sempre esclusi i singoli che li avevano resi conosciuti al pubblico, come Arnold Layne ed Emily Play.
Poi però avvenne qualcosa: semplicemente (e tristemente) il giovane, bello e talentuoso Syd Barret impazzì. Forse qualche dose di eccessiva di LSD (che comunque in quei contesti era di uso comune) aveva enfatizzato una qualche latente forma di malattia mentale. Fatto sta che, quando a qualcuno fu chiesto di andare a cercare Syd, che sembrava scomparso, questi fu trovato a casa. E non era più lui. Il suo sguardo era spento, come se all’interno della sua testa qualcuno avesse premuto un interruttore: “click”, ed il giovane Barrett, talentuoso, creativo e simpatico, non c’era più. E mai sarebbe tornato. Gli altri del gruppo tentarono di tenerlo ancora nella band, ma il loro vecchio compagno magari non si presentava ad un concerto, oppure rispondeva in modo sconnesso durante qualche intervista televisiva. In un’occasione non mosse le labbra quando avrebbe dovuto mimare un brano in playback. Durante qualche concerto lasciò anche il braccio a penzolare sulla chitarra senza prendere accordi, facendo risuonare le corde a vuoto e producendo solo un gran rumore. Non era più possibile controllarlo.
Così, una volta, quando arrivò il momento di andare a prendere Syd per una serata, gli altri Floyd decisero che sarebbe stato meglio lasciarlo a casa e sbrigarsela da soli, liberandosi dall’ansia di non sapere quel che avrebbe potuto combinare. Waters e Mason avevano studiato insieme architettura al Politecnico di Cambridge, mentre Syd e David Gilmour erano amici ed avevano fatto anche un viaggio insieme in Francia. Così fu Gilmour “ a prendere il posto di Barrett. Come si disse allora, “i Pink Floyd non sarebbero mai nati senza Syd Barrett, ma non avrebbero potuto continuare con lui”. Eppure uno schiacciante senso di colpa avrebbe per sempre graffiato l’anima degli altri componenti del gruppo, che sentirono di aver abbandonato l’amico nel momento del bisogno. E, nonostante Syd compaia di fatto solo sul primo disco dei Floyd (“The Piper at the Gates of Dawn”), la sua eredità avrebbe in qualche modo “contaminato” tutta la loro carriera, contribuendo al loro successo planetario: Gilmour cominciò a suonare nella band utilizzando lo stile ed i “trucchi” chitarristici di Barrett (venati, però, da uno stile più blues e, con il tempo, più elegante e personale); la follia della quale si parla in “The Dark Side Of The Moon” (1973) è quella di Syd. In “Wish You Were Here” (1975) si parla ancora di lui; lo stesso può dirsi per quanto riguarda “The Wall” (sia il disco che il successivo film del 1982). In qualche modo Syd Barrett è rimasto sempre nei Pink Floyd.
Proprio durante le registrazioni del disco “Wish You Were Here” ad Abbey Road (i famosi studi delle strisce pedonali sulle quali sfilavano i Beatles nella loro famosissima copertina) i Floyd videro Barrett per l’ultima volta. E all’inizio nemmeno lo riconobbero. Il bel giovanotto dai capelli ricci e dallo sguardo ammaliante era diventato un uomo grasso e calvo, con sopracciglia rasate (come il protagonista del film “The Wall”), lo sguardo perso nel vuoto  ed una stupida busta di plastica in mano. “Ma lo sai chi è quello?”. “No, chi diavolo è?”. E’ Syd”. Roger Waters si mise a piangere. Gli fecero ascoltare in sala regia “Shine on You Crazy Diamond” (“Brilla, diamante pazzo”), che era dedicata a lui. Ma Syd non diede l’impressione di capire molto. E quando andò via, vedendo che stava cercando un passaggio, qualcuno dell’entourage dei Floyd si abbassò nella macchina per non farsi notare: come sostenere una conversazione con quello strambo soggetto, riportandolo a casa? Non lo avrebbero rivisto mai più.
Nel 1982 un giornalista tedesco riuscì con una scusa ad introdursi in casa sua e a rivolgergli delle domande. Ma ottenne solo delle risposte prive di senso. I negozi di tutto il mondo continuavano a vendere i dischi dei “suoi” Pink Floyd, divenuti frattanto uno dei gruppi più famosi della storia della musica, e lui non ne era  consapevole. Sarebbe morto nel 2006. Nel 2005, ad Hyde Park, in occasione del “Live 8”, Bob Geldof riuscì a convincere i Pink Floyd a riunirsi per un ultima volta: Dopo “The Final Cut” infatti Waters aveva scatenato una guerra legale contro i suoi ex compagni, al fine di impedire loro l’utilizzo del nome del gruppo. Ma aveva perso la causa, e gli altri Floyd riuscirono a registrare ancora qualche disco, in studio e dal vivo, questa volta sotto la guida di Gilmour. Il sottoscritto ha avuto modo di vederli a Roma nel 1988 (la stessa estate nella quale ho potuto anche vedere anche Deep Purple e Jethro Tull). Purtroppo, ai concerti dei Pink Floyd si  sentiva la mancanza di Roger Waters e viceversa, per quanto riguardava i tour di quest’ultimo.
Ma al Live 8 avvenne il miracolo: Gilmour, Waters, Mason e Wright furono di nuovo insieme sul palco per la prima volta dai tempi di “The Wall”, ed eseguirono “Breath”, “Money”, “Wish You Were Here” e “Comfortably Numb”, con abbraccio finale (forse un po’ forzato, ma sollecitato dallo stesso Waters) a favore dei fotografi. E naturalmente non mancò neppure in questa occasione la dedica di Roger a Syd Barrett.
L’anno seguente,  durante la seconda parte della scaletta del tour solista di David Gilmour per la promozione del suo “On a Island”, si sarebbe potuto ancora assistere a qualcosa di simile ad uno show dei Pink Floyd, con una formazione non troppo diversa da quella del tour di “Division Bell” del 1994. E con un’emozionante versione di “Echoes”, con le voci di Gilmour e Wright di nuovo fuse insieme, proprio come nel film “Pink Floyd a Pompei”, girato nell’anfiteatro dell’antica città nel corso dell’ottobre 1971 ed uscito l’anno seguente. Purtroppo anche Rick Wright, così in forma durante quella tournèe del 2006, sarebbe venuto a mancare due anni dopo.
E in tempi più recenti, in omaggio allo stesso Wright, sarebbe uscito “The Endless River”: di fatto una raccolta di “avanzi strumentali” provenienti dalle sessions di “The Division Bell”, che avrebbe scritto la parola fine alla straordinaria storia dei Pink Floyd.
I Led Zeppelin, invece, avrebbero potuto andare avanti dopo la morte di John Bonham, avvenuta nel settembre del 1980. Ma decisero di non farlo, semplicemente perché ritennero che “Bonzo” non fosse sostituibile. Il loro talento, unitamente all’ inspiegabile aura magica che permea i loro brani rende la loro musica attuale ancora oggi. In realtà dal 1994 al 1998 Jimmy Page e Robert Plant avevano unito le forze, mettendo da parte le reciproche incomprensioni,  pubblicando due dischi, un fantastico video e girando il mondo in tra il 1995 ed il 1996 (con orchestre al seguito), e ancora nel 1998 (solo in quattro). Mancava John Paul Jones, ma fu qualcosa di molto simile ad una reunion degli Zeppelin già prima di quella “ufficiale” del 2007: in quegli anni, nonostante si presentassero sotto il nome di “Page & Plant”, infatti (per non far torto a Jones, e soprattutto a Bonham) la scaletta comprendeva quasi interamente brani del vecchio repertorio, a partire dal devastante inizio di “Immigrant Song”, per concludersi con l’epica “Kashmir”. Non mancava neanche una lunga versione di “Whole Lotta Love”, compresi gli stregoneschi giochi spaziali di Page al Theremin. Fu invece rigorosamente esclusa “Stairway To Heaven”, probabilmente per volontà di Robert, che ebbe con quel brano un rapporto sempre controverso (veniva soltanto accennata alla fine di “Babe I’m Gonna Leave You”, lasciando così intendere che non la si sarebbe eseguita per intero durante il concerto).
In Giappone, all’inizio del ’96, tirarono fuori anche brani come “Achilles Last Stand”, “Tea For One” “Custard Pie” e “The Rain Song”, con Robert e Jimmy in forma davvero smagliante. Tra parentesi, i brani “Tea For One”, Wearing And Tearing” (a Knebworth ’90, con Page ospite di Plant) e “For Your Life” (alla reunion del 2007) non erano mai stati eseguiti dai Led Zeppelin ancora in attività. E per la reunion del dicembre 2007, con il figlio di Bonham alla batteria, ricevettero 20 milioni di richieste per i 20 mila posti che poteva offrire la O2 di Londra, la location che avrebbe ospitato il loro show! Per la prima volta Jimmy Page comparve coi capelli bianchi, legati in un codino. Io avevo visto Plant pochi mesi prima al Teatro Antico di Taormina, e non erano mancati ben sei pezzi degli Zeppelin. Ma alla O2 fu davvero un’altra cosa.
La loro carriera non fu però tutta rose e fiori. E qualcuno sostiene che ciò fu causato dall’interesse di Page per l’occultismo: il tour del 1975 (l’ultimo in cui eseguirono “Dazed and Confused”) fu interrotto a causa di un incidente stradale  nell’isola di Rodi, che avrebbe costretto Plant prima sulla sedia a rotelle e poi alle stampelle (e fu in queste condizioni che il vocalist avrebbe registrato l’album “Presence”); il tour del 1977 venne funestato da una brutta rissa avvenuta ad Oakland (California), che vide coinvolti sia Bonham che  Grant, con conseguenti strascichi legali. E fu definitivamente cancellato poco prima della data successiva, quando Robert Plant apprese dalla moglie della morte improvvisa del figlio Karak. Infine, il tour americano previsto per il 1981 non si svolse mai a causa della prematura scomparsa di John Bonham, un batterista che era stato in grado di lasciare a bocca aperta lo stesso Jimi Hendrix. Gli Zeppelin tornarono sul palco in qualche rara occasione, ma solo per suonare pochi pezzi (soprattutto al “Live Aid”, nel 1985, e per i 40 anni dell’Atlantic, nel 1988). L’unico vero concerto sarebbe rimasto proprio quello del 2007, immortalato su DVD. Phil Collins fu uno dei nomi inutilmente tirati  in ballo come possibile sostituto di “Bonzo”, nel 1980. Suonò comunque con loro al “Live Aid” e sui primi dischi di Plant solista, oltre a seguire quest’ultimo in tour negli USA nel corso del 1983. Barriemore Barlow, batterista dei Jethro Tull dal 1971 al 1980, si ritrovò invece dietro ai tamburi sui lavori solisti sia di Page che di Plant. Nonostante le offerte milionarie seguite alla reunion del 2007, e alle insistenti richieste di Jimmy Page, Robert Plant non avrebbe mai accettato di riformare i Led Zeppelin.


I Van Der Graaf Generetor (molto meno noti), come detto, decisero invece di tornare insieme: Poco tempo prima Peter Hammill era stato vittima di un infarto, e si era anche reso conto che stavano partecipando a troppi funerali di componenti del loro vecchi entourage: se volevano rimettere insieme il gruppo, dunque, dovevano farlo fino a che erano ancora tutti vivi! Nel 2005 uscì il nuovo disco (“Presence”), ed il 6 maggio, presso la “Royal Festival Hall” di Londra, partì un tour di 6 mesi, con una fantastica scaletta che includeva soprattutto i brani dei vecchi tempi: sorprendentemente, dopo una “pausa” quasi trentennale, il loro suono era ancora quello, come se non avessero mai smesso. Subito dopo lo show d’esordio si fiondarono direttamente in Italia, per le date di Milano e Roma (dove li avrei visti per la prima volta). A novembre, però, David Jackson tenne i suoi ultimi concerti con la band. Nonostante le perplessità iniziali, anche in trio i Van Der Graaf riuscirono a mantenere il loro inconfondibile sound, e diedero alle stampe molto materiale, sia in studio che dal vivo, segno tangibile di una ritrovata scintilla creativa. Con Hammill e Banton dai capelli ormai bianchi (e con Evans ormai pelato) sono riusciti a rimanere credibili, e più volte hanno fatto ritorno dalle nostre parti. Dei pezzi anni ’70, oltre a “Lighthouse Keepers”, hanno tirato fuori anche “Meurglys III e “A Place To Survive” (entrambi da “World Record”, il disco che me li ha fatti conoscere). La mancanza del sax si avverte meno del previsto. Il suono e le immagini di “Live At Metropolis Studios” (unico show del 2010), inoltre, sono davvero strepitose, di fronte ad un pubblico selezionato che ha attraversato la neve per raggiungere la location presso la quale si effettuavano le riprese!
Personalmente, ho voluto scrivere le pagine di questo “Crossroads” per il piacere di intrecciare le storie di vari gruppi rock degli anni ’70 che mi piacciono (a parte i Malibran, che sono successivi, e  mille volte meno importanti) proprio perché avevo questa idea: gli incroci (“crossroads”, appunto, che è anche il titolo di un “classico” del blues composto da Robert Johnson negli anni’30) tra le storie di varie band, e non quella di una sola di queste, come pure avrei potuto fare: ma non sarebbe stata una grande novità. Ho dunque sintetizzato la biografia di ciascuna band, soffermandomi soprattutto sui primi anni delle rispettive carriere (solitamente i più affascinanti) e sugli aneddoti e gli episodi forse meno noti. Ho cercato di rendere il tutto scorrevole lavorando “per sottrazione” (sarei stato in grado di dilungarmi molto di più riguardo alle vicende e alla discografia di ciascuna formazione o genere musicale, in verità). E, soprattutto, ho voluto farlo affidando il tutto alla mia memoria. A quella e solamente a quella: dunque niente bibliografia, consultazione di libri, riviste o internet. Solo quello che ricordavo, che mi era rimasto in mente, per poi scrivere avendo davanti nient’altro che laa pagina bianca. Del resto, il bello era proprio questo!
       

                                                       The Magical Hospital Tour 

Apro un occhio. Uno solo. Sto uscendo dal coma, è un grande segnale di ripresa. I medici disperavano, e dicevano ai miei: “Questo ragazzo non si sveglia, temiamo che possa non venirne fuori”. Mio padre è presente: è proprio lui a vedere quell’unico occhio che si riapre. Dopo un mese, cioè dopo più o meno una vita a vagare nel nulla da parte del sottoscritto, tra maggio e giugno 2012. Adesso lui può finalmente gioire, richiamando l’attenzione di mia madre. In verità io non ricordo niente di tutto questo. Me lo racconteranno loro in seguito. In realtà non potrei neanche definirmi propriamente un “ragazzo”: forse medici ed infermieri mi chiamavano così perché tutti gli altri, nel reparto della sala rianimazione dell’ospedale, erano più anziani. Però mi chiamavano così anche quando ero ancora sveglio, al quinto piano.
A fine gennaio di quello stesso anno ero stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Vittorio Emanuele di Catania: pancreatite acuta. Prima, a casa, avevo improvvisamente sofferto di dolori sempre più lancinanti, che alla fine che mi avevano letteralmente messo in ginocchio ad urlare. E sono uno che fa musica, non teatro. Non stavo esagerando: quel dolore al ventre era diventato davvero fortissimo, insopportabile. In un primo momento avevo pensato ad una qualche  forma di intossicazione: ero stato ad una festa di compleanno, e, come di consueto, non mi ero lasciato pregare nell’indulgere nei piaceri del desinare e del bere varie bibite gassate.
 Mi era capitato qualche altra volta, ma in questo caso era diverso. Dovevo sedermi, poi alzarmi di nuovo, camminare. E non riuscivo neanche a rimettere. Il problema, molto semplicemente, non era quello. Niente intossicazione: un calcolo (li chiamano così: forse perché amano “calcolare” se e quando farti fuori) aveva ostruito non so quale condotto interno, ed il pancreas era andato “in tilt”, prendendo allegramente a divorare se stesso invece che il cibo assunto. Un problemino da niente che qualche decennio fa usava la cortesia di mandare all’altro mondo i malcapitati dieci volte su dieci. Oggi tre volte su dieci, stando a quello che mi ha riferisce un chirurgo in pensione amico di famiglia. La sera in cui sto male sul serio viene lui a visitarmi a casa: mi fa stendere sul divano della cucina, mi visita, quindi sollecita papà a portarmi subito al Pronto Soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania.
Viene con noi anche mio fratello Alessio, che mi incoraggia dicendomi che mi metteranno subito “a nuovo”: nessuno immagina minimamente l’odissea che mi aspetta. Tanto meno il sottoscritto. Del resto non avevo mai sofferto di niente. In passato andavo in farmacia solo per prendere i tappi per le orecchie e qualche pillola, in entrambi i casi solo per dormire meglio la notte. E soprattutto, non avevo mai avuto dolori che potessero indurmi a farmi visitare da qualcuno, a darmi almeno un campanello d’allarme. Di solito le cose vanno così.
Come era capitato a mio nonno (mio omonimo) e, più di recente, a mio cugino Ivan. Il nonno era diventato tutto giallo (!), mentre il cugino aveva accusato forti dolori. In questi casi, è sufficiente sottoporsi ad una piccola operazione, ed ecco che i calcoli non ci sono più.  Solo due o tre giorni in ospedale, e tutto si riduce ad un vecchio ricordo. Non nel mio caso, però. Quando l’equipe medica stabilisce che bisogna operarmi, decidiamo di trasferirci al nuovo ospedale Garibaldi, perché sia un certo professore, specializzato in casi delicati come il mio, ad occuparsi dell’intervento. Andiamo con l’ambulanza. E anche questa si rivela una bella sofferenza! Del Vittorio Emanuele non ricordo molto, ma per un po’ di giorni ci sono rimasto. Una volta una dottoressa, che ricordo come una bella ragazza che portava gli stivali sotto il camice bianco, mi spingeva sulla barella (quella con le  ruote) insieme ad un’infermiera. Entrambe in mi trasportavano quasi correndo, scherzavano e ridevano come bambine, senza pensare alla “gerarchia” o a cose del genere. Rischiando anche di sbattermi di qua o di là. No, non stavo bene, eppure quella volta mi sono divertito. Credo sia stato il momento più simpatico di quello sbiadito periodo, prima di cambiare ospedale. Al Vittorio Emanuele devo anche essere stato sedato. Fatto sta che ricordo di aver sognato di essere da solo su un battello, in alto mare. L’atmosfera era tranquilla. Poi però l’atmosfera è cambiata, ed io ho rotto tutto. Non so bene cosa, nel sogno, ma nella realtà ho strappato via dalle braccia tutti i cerotti e gli aghi delle flebo. Non sarei il tipo incline a sfuriate di questo tipo, ma credo che questo sia successo davvero. Ricordo un infermiere che si lamentava, sorpreso, ripetendo (in dialetto siciliano): “Ma guarda cosa ha combinato”…
All’ospedale Garibaldi Nesima rimango coricato per un mese, al quinto piano, prima di poter fare l’operazione al pancreas: non so in che senso, ma il mio corpo doveva essere preparato prima all’intervento, e dovevo aspettare. Avevo altri compagni di stanza. Ma nel tempo ne avrei avuti tanti, che non ricordo più chi e quanti fossero i primi, se non in maniera molto vaga. Alla fine tutti venivano dimessi, andavano via, venivano sostituiti da altri. Io invece no, sono rimasto lì per mesi, per i motivi che spiegherò meglio.
E dunque avevo finito ormai per essere parte dell’arredamento: c’erano gli armadietti, le poltroncine, la tv, il crocifisso di fronte a me…e c’ero io. Anche con gli infermieri avevamo ormai fatto amicizia: ci chiamavamo per nome, e me li ricordo un po’ tutti. Enzo e Linda lavoravano sempre in coppia: stranamente lui non portava il classico camice bianco, ma una maglietta nera, coi muscoli in evidenza, ed un fisico asciutto. I capelli erano bianchi e corti, aveva famiglia, ma era ancora giovane. Organizzava pure serate in discoteca: decisamente un contesto diverso, rispetto a quello ospedaliero!
Mi opero il giorno dopo la morte di Lucio Dalla. Questa triste notizia non mi aveva messo esattamente di buon umore, e l’operazione in sé sarebbe stata comunque estremamente delicata. Per dirla tutta, circa 30 anni fa era mortale dieci volte su dieci. Oggi tre volte su dieci. Eppure non avevo paura. Si scendeva in sala operatoria venendo trasferiti sopra un altro lettino più piccolo, con le rotelle. Praticamente nudi, a parte un camice di sottilissima plastica trasparente verde. E anche con qualcosa in testa (una cuffietta, o qualcosa del genere) sempre verde. Mi hanno “posteggiato” in una stanza, al caldo, e stavo piuttosto scomodo. Dovevo avere delle cinghie che mi trattenevano, ed anche la flebo addosso: in pratica non vedevo l’ora che si decidessero a farmi quell’accidente di intervento!
Finalmente è il mio turno, sono nella stanza nella quale mi faranno un bel taglio, per asportare pancreas e cistifellea: quest’ultima con tutti i suoi dannati calcoli all’interno. Sorpresa, l’anestesista è un compagno del Liceo! Anche l’altra persona che è lì mi conosce perché è di Belpasso, il paese dove vivo. Ma anche e soprattutto per via dei Malibran, la mia band dal 1987. E considerato che all’intervento assisterà anche Roberto, il medico mio ex compagno di banco, potrebbe definirsi una bella rimpatriata!
Certo, se le circostanze fossero diverse, dal momento che, ridendo e scherzando, sto per giocarmi la pelle (un altro mio coetaneo siciliano, in quello stesso periodo, si sottopone allo stesso giochetto e non ne esce vivo). La siringa per l’anestesia mi sembra enorme e mi fa anche un po’ male. Naturalmente, poi, non ricordo più niente. Mi aprono e quindi mi ricuciono. Ed io mi ritrovo nella stanza del mio reparto al quinto piano. Non avverto alcun dolore. Né sento i punti che “mi tirano”, come sentirò dire ad altri. Con il tempo questi punti spariranno, e poi le “graffette” le rimuoverà un infermiere con barba e codino (che mi ricorda tanto Carmelo, il fratello Di Jerry, il chitarrista del mio gruppo).
Mi accorgo che mi hanno rasato il petto. In seguito la stessa sorte toccherà a barba e capelli, che portavo lunghetti. Ma questo per un problema successivo, che racconterò in seguito. La dottoressa “capo” del reparto a volte è spigolosa, in altre occasioni ha qualche slancio più affettuoso (?).
Non si capisce bene che tipo è, in effetti: riceve telefonate al cellulare solo da sua madre. Va bene, ma in fondo chi se ne frega? In ogni caso mi invita sempre a bere due bottiglie d’acqua al giorno (!) e a camminare di più. Io non riesco a fare  solo un po’ di entrambe le cose. Posso “deambulare”, ma a fatica. E devo tirarmi dietro l’asta con le rotelle che sostiene le flebo. Io la chiamo “l’albero di Natale”. La mia, poi, sembra bloccata, rispetto a quella degli altri, le rotelle non girano bene. Anche persone anziane, nella mia stanza, fanno su e giù di continuo con quell’affare, volitive. Ma io non ci riesco. Cammino molto lentamente.
E, soprattutto, quando stacco la testa dal cuscino, è come se dei cavi rimanessero su quest’ultimo, ed altri dietro la mia testa: così non sto bene, fino a quando, coricandomi di nuovo, non permetto a questi cavi (immaginari) di connettersi di nuovo tra loro. Non so a cosa sia dovuta questa sensazione, ma è così. Papà e mamma (spesso insieme a mio fratello Alessio) vengono a trovarmi ogni giorno, sia a pranzo che a cena, con la pioggia o con il caldo. Con papà al mio fianco qualche passo lo faccio, sempre tirandomi dietro l’asta con le flebo attaccate. Ma la cosa è talmente rara che, quando mi vedono in piedi, le infermiere mi tributano un sentito  applauso. Quello che chiamo “l’albero di Natale”, con tutte le flebo attaccate, devo tirarmelo dietro anche in bagno.
Rimango al Garibaldi fino all’ultimo giorno del marzo 2012. Due mesi mi sono già sembrati una vita, ma, ahimè,  il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Al momento rientro a casa sulle mie gambe, in macchina, con la famiglia al completo. Salgo le scale a fatica, e, come “bentornato”, rimetto in un sacchetto di plastica appena entro. Sono stati fatti dei lavori, cambiati gli infissi, e anche la mia stanza è un po’ diversa. Sempre con le pareti azzurre, comunque, ma in parte ritinteggiate. Anche alcuni dei manifesti alle pareti sono stati spostati. Comunque, “home sweet home”, finalmente! Ciò nonostante, non può certo dirsi che io stia bene: l’ospedale sembra un ricordo da lasciarsi alle spalle, ma cammino un po’ a fatica, e ho bisogno di sdraiarmi sul letto in continuazione. Per salire le scale mi aiuto con la ringhiera, e anche quando faccio la barba devo sedermi a riposare almeno una volta. Neanche stessi scalando l’Everest! Trascorro a casa tutto il mese di aprile ed i primi giorni di maggio. A fine aprile riesco a suonare la chitarra elettrica, con Alessio alla batteria. Temevo peggio, perché le dita sembrano incastrarsi un po’ tra loro. Ma Alessio trova che vado bene. E’ presente anche Jerry, chitarra solista dei Malibran. Suoniamo insieme con questa band di progressive rock dal 1987, e abbiamo pubblicato otto dischi ed un dvd antologico.
Lui però è solo in visita con il fratello Carmelo, senza strumenti, e loro due sono il nostro pubblico. Facciamo pezzi del disco “Trasparenze” (lavoro più mio che del gruppo, in verità’), e secondo Carmelo sembra che non manchi niente, anche se siamo solo in due a suonare. La cosa mi conforta, e già si parla di fare una prova “vera e propria” da Jerry, che ha una sala apposita. Purtroppo le cose non andranno così.
Il giorno del Primo Maggio 2012 lo trascorro a casa dell’amico Ignazio, ma non riesco a gustare tutte le cose buone che ci sono (ahimè!”, non riesco proprio a mangiare niente). Negli ultimi giorni il ventre mi si è inspiegabilmente gonfiato, e cammino come più o meno una donna incinta. Così, mentre gli altri (grandi e piccoli) giocano allegramente sul prato, dopo pranzo, io me ne sto seduto in un angolo all’ombra, e poco dopo mi faccio accompagnare a casa. Collasso all’istante sul letto e mi addormento. No, decisamente non sto bene. Passo il resto del tempo a leggere nel terrazzino che abbiamo sotto le scale. Anche se è aprile, fa fresco, ed io me ne sto coperto e allungato sopra una sdraio, godendomi, se non altro, gli alberi ed il verde che abbiamo da noi. Un’altra cosa, rispetto al bianco “ospedaliero”.
Riesumo anche un po’ di fumetti da leggere: per circa dieci anni, fino al 1988, ne disegnavo io stesso, rilegandoli in volumi. L’ultimo era la storia dei Led Zeppelin. Per il resto si trattava per lo più di racconti di avventura. A volte trasponevo film o racconti di Edgar Allan Poe. In seguito, però, avevo smesso sia di realizzare che di leggere fumetti, se non sporadicamente.
Così questa “riscoperta” dell’aprile 2012 era stata una sorta di salto indietro nel tempo. A proposito di Poe, ho ancora un libro di Carmen Consoli che lei mi aveva prestato tanti anni fa. A quei tempi ci frequentavamo: suonavamo insieme a casa sua, prendendo le pizze, io andavo ai suoi concerti con la sua band (i “Moondogs”), mentre lei veniva a vedermi coi Malibran, durante i primi anni ’90. Da quando è diventata una cantante famosa a livello nazionale, però, ci siamo persi di vista. E quel libro coi racconti di Edgar Allan Poe non sono ancora riuscito a restituirglielo! Lei amava il blues e lo cantava con una voce sorprendente, quasi da nera americana. Soprattutto considerato il fatto all’epoca aveva solo 16 o 17 anni, e che aveva un fisico davvero minuto. Sembrava impossibile che quella voce fosse la sua. Non amava il progressive, ma, per qualche motivo, apprezzava molto i Malibran. Probabilmente perché allora avevamo un sound molto rock, potente, pieno di passione. E facevamo anche spettacolo sul palco, divertendoci.
Come detto, io rimango in ospedale fino alla fine di marzo 2012. Due mesi che sembrano un’eternità. Dal momento che fatico ad alzarmi dal letto, un medico mi chiama scherzosamente (senza riuscire a farmi ridere più di tanto, in verità) “sacco di patate”. E’ amico e collega di quel mio ex compagno di banco, Roberto, patito dei Pink Floyd (li vediamo assieme a Roma nel 1988) e medico anche lui. Ma, come detto, ad aprile sono a casa, e l’ospedale sembra un ricordo ormai alle spalle. Però continuo a muovermi a fatica, e, ad un certo punto, il ventre mi si gonfia sempre più.
Così torno al Garibaldi (ci andavo comunque ogni lunedì a fare dei controlli), e, con l’assistenza di Roberto, verifichiamo che bisogna intervenire per tirare fuori questo liquido che mi appesantisce. La cosa in sé si rivela poca cosa: mi tirano fuori questo liquido dall’esterno, con un tubicino che va a finire in una sacca, che man mano si riempie. E allo stesso tempo io mi “sgonfio”, com’è ovvio. Dunque sono anche contento: tornerò come prima, e mi avvierò alla guarigione completa entro l’estate! Tutti gli infermieri mi chiedono che ci faccio di nuovo lì in ospedale. Ricevo la telefonata di un amico, mentre sono a letto (se ne era liberato uno, e dunque faccio tutto “al volo”, un venerdì, mentre avevo pensato di dover tornare in un secondo momento).

Quando la telefonata finisce, vedo con una certa sorpresa che ho riempito due sacche di questo liquido: sono come due grandi palloni trasparenti, che l’infermiera deve portare fuori trascinandoli per terra, perché da sola non riuscirebbe a sollevarli (!). Mi dicono che potrò tornare a casa due giorni dopo, ed io già pianifico una prova con il gruppo. Si, bravo. Invece comincio a rimettere sangue. Prendo un sacco di plastica, e ogni tanto appoggio la testa sul cuscino. Ma dura poco: ogni due minuti devo risollevarmi per rimettere altro sangue, mentre il mio vicino di letto (un anziano) mi porge il rotolone di carta per pulirmi. Solo che sembra non finire mai. Vado in bagno, ma alla fine devo chiamare il vicino, perché mi aiuti. Naturalmente le porte degli ospedali non possono essere chiuse dall’interno, nel caso qualcuno dovesse avere problemi, e ritrovarsi chiuso dentro. Nel caso specifico quel “qualcuno” sono io. Il compagno di stanza mi aiuta a sollevarmi, ma non riesco a rimanere in piedi. Questa volta sembro davvero un “sacco di patate”. Vuoto, però. Durante il mio primo ricovero ero svenuto (prima volta della mia vita) mentre mi facevano una radiografia, una lastra, o non ricordo cosa. Dovevo stare solo in piedi, reggendomi con le mani su dei pomelli, mentre i medici “in sala regia” mi facevano una specie di foto all’addome.
Ma avevo sentito subito che non avrei resistito più di qualche secondo. L’immagine successiva che ricordo è quella di me per terra, con dottori ed infermieri tutti attorno a me. L’infermiere che mi aveva portato fin là con la sedia a rotelle (per fare prima) assicura che, vedendomi crollare, sono accorsi facendo in tempo a non farmi battere la testa sul pavimento. Ma io ho la sgradevole sensazione di averla sbattuta comunque. Adesso, in bagno, ho la stessa sensazione, non riesco a stare in piedi, mi sento svuotato, sto andando giù. Arrivano gli infermieri, con il solito Enzo in maglietta nera, mi sorreggono e mi sdraiano sul letto. A quel punto sto già molto meglio.
Si, non desideravo altro. Ma ricomincio a rimettere sangue. E’ strano, mi piace il colore rosso vivido di questo sangue che sgorga a fiotti, sono sereno, non sento niente. Reclino la testa sul lato sinistro, mi mettono dei tovaglioli di carta sulla spalla, ma non serve a niente: sto vomitando un fiume di sangue a getto continuo, sto inondando il pavimento della stanza: qualcuno dovrebbe procurare delle scialuppe di salvataggio, siamo sul Titanic. Enzo mi dice di non addormentarmi. Gli chiedo per quale motivo, dal momento che così mi risparmierei almeno un po’ di questo brutto momento. Ma lui insiste, e mi chiede di parlargli:”Parlami, Giuseppe, parlami, dimmi qualcosa, quello che ti passa per la testa”.
Mi sembra di intuire che, se dovessi addormentarmi, potrei non risvegliarmi più. E così dico qualcosa, anche se gli argomenti per un amabile conversazione, arrivati a quel punto, sembrano terribilmente scarseggiare.Sono nel letto d’ospedale a rimettere sangue, con la testa rivolta da una parte. Linda, l’infermiera collega di Enzo, all’inizio tenta di raccogliere quel flusso rosso continuo. Poi rinuncia, dal momento che quello non accenna a smettere. Si sta allagando tutta la stanza, e più che una bacinella od uno straccio, servirebbe una scialuppa di salvataggio. Ora sono sdraiato sopra una barella, mentre infermieri e dottori corrono tutti, portandomi non so dove. A a fare una tac, credo, ma i miei ricordi non sono chiari.
Vedo i cerchi delle luci sul soffitto del corridoio scorrere sopra di me: sembra di essere alla fine del film “Carlito’s Way”, dove Al Pacino in una situazione molto simile, ripensa agli ultimi avvenimenti della sua vita, per l’ultima volta. Ma non capisco lo stesso il motivo di tanta concitazione: non mi sento male. Ho sempre preferito vedere calma intorno a me. E qui invece, dottori ed infermieri che mi trasportano il più velocemente, le flebo si muovono oscillando, le parole sono concitate. Sto forse morendo? Penso: ok, purchè si faccia piano, senza tutto questo chiasso! Qui finiscono i miei ricordi da persona cosciente di sé, ed entro nel tunnel senza tempo del coma.
Durerà un mese, tra maggio e giugno 2012. Ma io non so niente. Non so nemmeno di essere di nuovo in sala rianimazione. Ho barba e capelli ormai lunghissimi, e alla fine mi sbarbano e mi radono a zero.Ma non ho nessuna memoria di questo: non so chi sia stato, come e quando. Mi racconteranno anche che i miei riceveranno una telefonata, per sentirsi chiedere se acconsentono a questa mia “tosatura”. Figuriamoci, una chiamata dalla sala rianimazione, mentre non si sa se ne uscirò vivo o morto: papà e mamma rischieranno un infarto. Nel frattempo io non ci sono: settimane di nulla, a galleggiare tra sogni ed incubi, vita e non vita. Nella mia mente l’ospedale è  montato sopra una chiatta che attraversa lo Stretto, da Messina a Reggio Calabria, e viceversa. In continuazione. Non si sa per quale motivo. Ci sono sopra le attrezzature sanitarie, i letti, i dottori, gli infermieri; ma anche grandi videogiochi, tipo quelli di una volta, per i figli dei degenti. E’ come una stramba via di mezzo tra una nave ospedale ed una nave da crociera. Ogni tanto colgo delle figure reali, infermiere o infermieri, che si trasfigurano nel mio dormire in personaggi diversi, che popolano questo mondo a parte, che esiste solo nella mia testa, e che non posso controllare.
Il mio amico Roberto mi fa ascoltare musica in cuffia, ma io non sento niente. Non ci sono proprio. Ho chiuso con tutto e con tutti.  Ad un certo punto, come verrò a sapere in seguito, lui, che mi è sempre accanto, chiederà agli amici stretti e agli ex compagni di liceo di pregare tutti insieme per me: ho raggiunto una fase critica, sono sopravvenuti altri problemi, compresa una febbre altissima. Me ne sto andando.
Si sparge la voce,via telefonate, via Facebook. Tutti pregano. Io sono in un altro mondo, eppure il mio corpo vuole proprio rimanere in questo, non vuole saperne di lasciarlo. Poi avverrà un miracolo. Un vero miracolo.
Esco dal coma. Ma non del tutto. Nella sala rianimazione mi trovo in una stanza a parte, rispetto agli altri degenti. Un po’ perché sono il più grave; forse anche perché sono il più giovane. Intorno a me, solo respiri nel silenzio. Ho la sgradevole impressione di essere circondato da malati in fase terminale. Senza realizzare bene che anche io sono uno di loro.
Quando ho bisogno di qualcosa, è un grosso problema, perché non si vede nessuno. Per lo meno, non dal mio letto. E neanche riesco a pronunciare una parola, ad emettere un suono, per richiamare l’attenzione di qualcuno: ho avuto un tubo in gola per respirare (anche se questo è un particolare che non ricordo per niente), e dunque ho perso la voce. Per farmi notare posso solo sollevare un braccio, se intravedo un qualunque essere deambulante. Mi piacerebbe avere qualcosa da sbattere, per farmi sentire, ma non ho niente di niente. E sono quasi del tutto immobile.
Non riesco neanche a tirarmi su le lenzuola, quando sento freddo per via dell’aria condizionata; il mio sogno sarebbe riuscire a girarmi su un fianco, ma mi sento come un bambolotto inchiodato, avvitato contro il letto: posso stare solo a pancia in su. Riesco a farmi capire un po’ solo con il labiale. Ma certi giorni c’è un’infermiera che non capisce nulla di quel che cerco di esprimere.
A parte il fatto che chiunque, in quelle condizioni, non potrebbe che chiedere le solite cose (un po’ d’acqua, o cose del genere), lei segue il mio labiale, e ripete cose surreali: magari che ho la necessità urgente di andare sulla luna a cavallo di un ornitorinco, tanto per dire.
In rianimazione di solito viene a trovarmi papà: può farlo una sola volta al giorno, con camice e cuffia verdi, sempre sorridente. Mamma spesso deve rimanere fuori, e può solo guardarmi da una finestrella. Quando mi vede per la prima volta con il cranio rasato, le ricordo mio fratello Alessio.

Di frequente viene anche mio zio Carlo (il fratello più piccolo di mio padre), direttamente da Bronte: tutto quel viaggio, solo per guardarmi da quella minuscola finestrella! E’ stato lui, quando era un capellone barbuto (ed io un ragazzino) a farmi conoscere i Doors e i Jethro Tull, e ad insegnarmi i primi accordi di chitarra. Quando loro sono alla finestra, possono vedermi solo di spalle. E per permettermi di salutarli con la mano, papà deve mettere davanti a me un piccolo specchio. E’ così che scopro di avere i capelli rasati a zero, il volto smunto e gli occhi di fuori. Insomma, di avere l’aspetto di un detenuto in un campo di concentramento! Qualche volta, possono entrare mamma, Alessio o lo zio, al posto di papà. Ad Alessio chiedo di portarmi un libro (“Io sono Ozzy”) che è a casa, nella mia stanza: ma scopro presto di non essere in grado di sfogliare le pagine. Neanche una. Ed è sempre ad Alessio (architetto, nonché batterista dei Malibran dal 1988) che tutti telefonano per avere mie notizie.
Mentre sono in quelle condizioni, lui si avvilisce non meno dei miei genitori: si trascura, dimagrisce (nonostante sia sempre andato in palestra a fare “body building”), si lascia crescere la barba. Un infermiere napoletano, Luigi, mi aiuta moltissimo, e gli devo tanto. E anche lui risentirò qualche anno dopo su Facebook.
Stranamente, quando sono in quell’altro mondo, sogno lui che mi fa la doccia spruzzandomi addosso acqua gelata con un tubo di gomma, mentre io mi rannicchio completamente nudo sopra una roccia, sperando che giunga presto il momento di essere avvolto in un morbido accappatoio (!?). Un altro aiuto mi viene amorevolmente offerto da Fiammetta: in realtà lei si occupa dei bambini, in un altro reparto. Ma suo marito, medico e chitarrista del gruppo “Metatrone”, mi conosce. E quando lei gli parla di me, lui fa: “Ah, Peppe dei Malibran!”. Così passa a trovarmi spesso, mi parla, e qualche volta mi porta pure il gelato.
In seguito ci risentiremo anche con lei su Facebook, quando sarò finalmente a casa (ebbene si: poi sono sopravvissuto!): io non ero neanche certo se me la ero sognata, Fiammetta, oppure no; e invece lei mi scrive: “Ma ti ricordi tutto!”. Si rincuora, a vedermi (tanto tempo dopo) sul pc, con un aspetto decisamente migliore. Un suo collega dice che sono “bellissimo”!. In effetti per lei è molto frustrante prodigarsi tanto, e poi non riuscire a salvare le vite che accudisce. Soprattutto lei, che si occupa di bambini. Così ha quasi l’impressione di impegnarsi per niente.
Vedere coi propri occhi che io ne sono venuto fuori, invece, sarà per lei motivo di enorme felicità e gratificazione. Addirittura verrà a vedermi suonare (per quanto io sia sulla sedia a rotelle), con il marito ed i colleghi della rianimazione.
E sono io a rianimare loro, dal momento che mi vedono vitale, felice e completamente preso dalla musica. Come se non fosse successo niente (anche se non suono certo con la scioltezza di un tempo). Durante il coma (o mentre sono un po’ di qua e un po’ di là) la figlia del comandante-primario della surreale nave-ospedale è una ragazza che si chiama Federica. Io non riesco mai a ricordarmi questo nome (non chiedetemi perché), e per riuscirci utilizzo sempre un “escamotage”: penso a quella che immagino potrebbe essere l’etimologia latina del nome: tradotto in italiano, “ricca di fede”. E da qui, ecco Federica! E’ anche un tipo che mi piace, occhi blu e capelli lunghi neri. A volte è un’amazzone a cavallo.
Però scompare sempre, non si vede mai. Inoltre, nella veste di figlia del “comandante”, è fidanzata con un giovane medico che è a bordo. Il padre però è contrario, e i due sono sempre lontani l’uno dall’altra, ai due lati opposti della nave. Anche queste due persone sono reali, intraviste in un momento di veglia, accanto al mio letto, per poi “infiltrarsi” nel film che inconsciamente sto girando nella mia testa.
Alla fine mi riportano su, in reparto, sempre al quinto piano. Sono lucido, ma praticamente immobile. Non vedo l’ora, e dunque rifiuto l’ultima visita di fisioterapia che stavano per farmi, perché voglio salire al più presto. Solo che mi ritrovo in una stanza singola, con la TV che neanche funziona. Viceversa, dopo tanta solitudine, avrei voluto tornare in una stanza (magari la stessa di prima) con almeno altre due persone, sentire qualcuno parlare. Ed avere anche dei compagni di stanza (al di là degli infermieri) a cui poter chiedere di porgermi questo o quello, dal momento che da solo non riesco a prendere niente. Ancora non lo so, ma purtroppo sono uscito dal coma con una lesione al cervelletto. Di qui, a parte lo stare a letto per un tempo lunghissimo, i tremori alle mani e l’impossibilità di alzarmi. Papà e mamma sembrano contenti della stanza, dicono che si vedono gli alberi dalla finestra. Ma io non sono in grado di vederli, questi alberi, questo verde. E quando rimango solo, combino pure un guaio: muovendo male le mani, faccio rovesciare la bottiglietta d’acqua (senza tappo) sul ripiano che fa da comodino, accanto al letto. Ed il mio telefonino, che è lì sopra, annega miseramente in quest’acqua. Mi basterebbe tirarlo fuori con due dita, ma non ci riesco.
Rubrica, messaggi, tutto può andare perduto, e non riesco a fare niente. Il campanello per chiamare gli infermieri sembra non funzionare: non arriva nessuno, si accende solo la luce.
Chiamo il solito Enzo con tutta la voce che ho (stranamente mi viene fuori), ma la porta è chiusa, la stanza è in un corridoio deserto, e mi metto a piangere di rabbia. Perché capisco in quel momento che non sono autonomo, che non posso rimanere da solo. Per fortuna dopo un po’ arriva un infermiere, che tira fuori il cellulare dall’acqua e asciuga tutto. Era venuto per conto suo, non perché avesse sentito suonare: ero io che non avevo individuato il pulsante giusto, abilmente nascosto alla base del pomello coi vari tasti!
Quando mamma e papà ritornano nel tardo pomeriggio, decidono di rimanere con me una notte ciascuno, dormendo sulla poltrona allungabile (e certo non comodissima) che è lì. Lui smonta il telefonino e, asciugandolo a lungo con un phon, riesce insperatamente a salvarlo. All’inizio sembra di no, ma poi riprende a funzionare. Così portano una piccola tv da casa, e continuano a venire a trovarmi di giorno. Poi uno di loro si trattiene anche di notte. Anche se, non avendo più il pancreas, ho ormai il diabete a vita, mi faccio portare spesso un ghiacciolo: riscopro quello al gusto Coca-Cola, del quale avevo dimenticato l’esistenza. Oppure mi accontento di quello al limone. Non assaggiavo più ghiaccioli da decenni, ma è estate, e ho bisogno di qualcosa che mi rinfreschi, e mi tiri un po’ su. Ho una tosse violenta, e, soprattutto di notte, ho bisogno di qualcuno che mi porga un tovagliolo di carta. In questo mio padre è sorprendente: nonostante stia dormendo aggrovigliato su quella stupida poltrona, con un guizzo si alza e in un secondo è già da me.
La sera ci addormentiamo presto, e dunque, quando ci svegliamo, di solito è ancora buio: accendiamo la tv e seguiamo il TG di Rai News 24. Solo qualche volta mi sveglio con la luce del giorno, e quasi non mi pare vero.  Io in ogni caso io non sono in grado di utilizzare il telecomando, non essendo in grado di premere un solo tasto!
Ogni tanto viene un fisioterapista (che si fa chiamare “Pablo”): prova a farmi almeno sedere sul letto. Ma non ci riesco, per me è una fatica immane, tremo tutto e devo sdraiarmi di nuovo, spossato, come se avessi appena scalato l’Himalaya! Sempre all’ospedale apprendo dai TG della scomparsa di Jon Lord, tastierista dei Deep Purple: dovrei pensare alla mia vita, al momento, ma è una notizia che mi addolora profondamente. Per non parlare poi, di quella di Francesco Di Giacomo del Banco, della quale apprenderò quando sarò tornato a casa.   

 Si parla di trasferirmi in elicottero ad un centro per neuro-lesi che si trova a Messina. E’ una cosa della quale i dottori discutono davvero con mio padre, ma io, ancora tra post-coma, sonno e veglia, trasfiguro tutto ed immagino che mi portino con un grande elicottero in un posto bellissimo: è riservato solo ad un “elite” di ragazzi (e io che c’entro?), le stanze sono singole, ed ognuna ha la sua TV con un braccio mobile che  consente di metterla alla distanza che si preferisce (!). Inoltre si gioca fuori a pallone, passandosi la palla su collinette verdi: ma, a ripensarci, come sarebbe possibile palleggiare su un terreno non pianeggiante? E come farlo, se non riusciamo neanche a camminare, e siamo lì proprio per questo? Mistero. Inoltre, visto che all’ospedale riesco a stare sdraiato solo sulla schiena,  sogno che in questo posto mi mettano subito a letto con la pancia sul materasso, e che poi mi coprano. Non chiederei di meglio, sul serio! Il bello è che non siamo neanche a Messina, bensì in Svizzera (?), con un bel freschetto che mi rigenera.    
Dopo i mesi trascorsi al Garibaldi mi sposto in ambulanza al Centro “Villa Sofia” di Acireale. Ma non mi trovo a mio agio, e rimango lì solo quattro giorni. Non funziona la TV, l’atmosfera è grigia, ed ho pure un vicino di letto, anziano, che di tanto in tanto lancia urla fortissime: senza motivo, così, tanto per gradire. Come speravo, vengo spostato al “Calaciura” di Biancavilla, che è tutt’altra cosa: sembra quasi un Hotel a 5 stelle, le infermiere sono attente, giovani e graziose, le fisioterapiste pure, gli infermieri simpatici e l’ambiente luminoso.
Inoltre è molto più vicino casa! A Biancavilla avevo visto suonare la PFM (Franz Di Cioccio mi aveva richiesto anche le riprese che avevo fatto da sotto il palco) e inseguito Franco Battiato. Naturalmente avrei mai pensato di doverci tornare in ambulanza, per passarci due mesi a letto; ma non ho ragione di lamentarmi: come detto, la struttura è accogliente. Io ho solo un “vicino di letto”, che cambia periodicamente (prima due giovani, poi due anziani), man mano che viene spostato o dimesso. Ma mi trovo bene con tutti. E detengo anche  il possesso del telecomando, per guardare in televisione quello che preferisco. Praticamente tutto il giorno!
Non mi va di leggere, né (udite, udite!) di ascoltare musica con il piccolo lettore mp3. E questo per i miei, che mi conoscono bene, è fonte di notevole preoccupazione. Se tento di girarmi di lato sul letto, a parte la fatica immane, le gambe mi si tendono pure “a molla”, senza che io possa controllarle, ed i piedi nudi vanno a shiantarsi contro le barre metalliche ai piedi del letto, facendomi un bel male. Per fare la fisioterapia si scende in palestra un’ora di mattina ed un’altra di pomeriggio. Ma io sono uno scheletro quasi immobile, e non posso fare granchè, a parte il lettino e lo “Standing” (un affare che ti fa stare in piedi, immobile). A seguirmi sono di più Daniela e Valentina. Il problema, però, è già “ab origine”: essere cioè tirato su dal letto per il trasferimento sulla sedia a rotelle: a quel punto, quando le ragazze mi mettono a sedere sul letto (sollevandomi la testa dal cuscino), partono i tremori (le clonìe) a tutto spiano, e sgambetto come una marionetta impazzita (sono io stesso a definirmi così), rifilando calcioni ad ogni sfortunato essere umano che abbia la sfortuna di trovarsi nelle immediate vicinanze. Il tutto dura circa un minuto, ma qualcuno deve piantarmi bene i piedi a terra, come se volesse conficcarli nel pavimento. Solo allora mi calmo, ed è possibile farmi passare sulla carrozzina.
A quel punto, anche una sola fisioterapista è in grado di prelevare più “degenti” (età media 90 anni) e di accatastarli tutti nell’ascensore, per scendere a fare fisioterapia. E di solito uno di loro, sulla sua sedia a rotelle, viene abilmente utilizzato per tenere aperta la porta dell’ascensore, così da fare entrare tutti gli altri! La palestra è ampia, e anche se io sono uno dei più giovani, ecco che devo guardare signori e signore in età avanzata fare molto meglio di me: salgono e scendono imperterriti, su e giù per la scaletta, camminano agevolmente con il deambulatore e vanno avanti e indietro   alle parallele.
Ma porca miseria! Io fatico anche a rimanere seduto sulla carrozzina, e quando mi spostano per il lettino o lo “Standing” partono di nuovo quelle maledette clonìe, che mi scuotono dai piedi in su. Non riesco neanche a chiudere le mani, che rimangono sempre semi-aperte, tipo artiglio. Altro che riprendere a suonare! Una volta Daniela, cercando di farmi chiudere a forza il pugno, mi fa urlare di dolore, neanche stessero torturandomi durante il regime di Pinochet in Cile. L’amico Ignazio mi porta in stanza la sua chitarra acustica, ma non riesco più a fare una nota: Mano destra e sinistra non si coordinano tra loro, e sono troppo deboli. Avrei tutto in testa, saprei cosa fare, ma il corpo non mi segue. Il mio sogno, dopo aver suonato da una vita le cose più complicate, sarebbe soltanto quello di riuscire a fare un sol maggiore, oppure un re. Quel tempo arriverà, ma, mentre sono ricoverato a Biancavilla (agosto e settembre 2012), è ancora troppo presto. Anche per mangiare mi imboccano come un bambino.
Una volta mi ritrovo per caso davanti ad uno specchio, e mi atterrisco: senza più barba, smunto, con gli occhi e le spalle che sembrano voler venire fuori. Mi atterrisco: meglio evitare gli specchi!  A di Biancavilla dove trascorrerò gli ultimi due mesi del lungo “tour ospedaliero”, prima di tornare a casa. Mi trovo bene, come dicevo, ma non tutto va per il meglio: innanzitutto, se dal letto chiami con il pulsante gli infermieri, qui ti risponde una voce gracchiante al citofono, chiedendoti di cosa hai bisogno.
Ora, voglio dire, se chiamo significa che di qualcosa ho bisogno: che mi chiedi a fare “di cosa”, esattamente? Altrove arrivava l’infermiere e basta. Giustamente. Inoltre, come ti rispondo (e ti spiego), a distanza, quando non riesco nemmeno a parlare? Tra l’altro, se a chiamare è uno dei due pazienti della stanza, di notte, quella voce gracchiante deve necessariamente svegliare anche il compagno di stanza.
Non solo: qualunque sia la tua necessità, rispondono comunque che gli infermieri stanno per arrivare, ma che “devono finire il giro”. Ma quale giro? Se mi è solo andata qualcosa di traverso (dico per dire), e mi serve solo qualcuno che mi batta la mano sulla schiena, devo morire soffocato perché loro devono “finire il giro”? Inoltre non è affatto vero che stanno per arrivare: a volte passano pure dopo tre quarti d’ora. E un mio vicino di letto (un anziano di Bronte) li odia per questo, mandandogliene a dire di tutti i colori. Nell’ultimo periodo accuso forti dolori causati dal catetere: sento che stanno per arrivare, questi dolori, e so già che si placheranno solo quando saranno in grado di praticami l’infiltrazione di non so che cosa, con un siringone spaventoso solo a guardarlo. E il bello è che l’infermiere meno simpatico (uno giovane) mi ripete, petulante, di non gridare. Non gridare? Ma perché, tu pensi che io grido a comando, perché è “chic”, perché è “trendy”, o perché mi fa sentire più importante? “Non gridare”...Cosa significa? Mandami subito qualcuno ad aiutarmi, piuttosto. O no?
Di contro, ci sono due signore (prima una e subito dopo un’altra!), non più presenti a sè stesse, che urlano di continuo senza motivo alcuno. Una situazione difficilmente sopportabile, dal momento che non smettono mai. Io fatico a dormire la notte, e quando finalmente ci riesco, ecco che una di loro mi sveglia, strillando a tutta forza, nonostante io faccia chiudere la porta della mia camera, ed abbia pure i tappi per le orecchie (unico motivo per il quale, un tempo, ero al corrente riguardo all’ esistenza delle farmacie). Una volta rispondo a mia volta ad una di loro urlo (cosa che in condizioni “normali” non mi sognerei mai di fare), e le urlo “Stai zitta, stronzaaaa! Zittaaaa!” Ad una persona anziana, e con evidenti problemi: evidentemente sono fuori di testa pure io, e non ne posso più di ospedali, belli o brutti che siano. La palestra, è solo un’ora la mattina ed un’altra il pomeriggio. La domenica neanche quello: niente da fare, niente di niente, se non stare a letto tutto il giorno (e poi, naturalmente, tutta la notte), tra sonno e veglia, indigestione di TV e ascolto del lettore mp3. Durante tutti i pasti vengo sempre imboccato come un bimbo. E così sarà anche per i primi tempi a casa, dove papà e Alessio mi trascineranno ogni volta dal divano della cucina al mio letto prendendomi di peso, per le gambe e per le braccia (allegria!).
A Biancavilla, come già al Garibaldi, vengono a trovarmi amici, parenti ed ex compagni di classe. Tutti dicono di trovarmi molto meglio rispetto alla volta precedente: non posso dunque fare a meno di chiedermi una cosa: come accidenti ero messo “la volta precedente”, dal momento che continuo a non essere certo il ritratto della salute?
Di contro, sia a Catania che a Biancavilla ho sempre la fortuna, come accennato, di ritrovarmi quali compagni di stanza brave persone, che si tratti di giovani o di anziani. Dal momento che ci si trova tutti nella stessa barca, ecco scattare come per incanto la solidarietà reciproca, la gentilezza, la disponibilità. E questo anche coi rispettivi parenti che vengono in visita. Alla fine si fa quasi amicizia. E importa poco che si tratti quasi sempre di gente molto diversa da me o dai miei: nella vita non avrei certo trovato molta intesa con tutta questa variegata umanità. Sarei stato prevenuto: molti provengono da cittadine come Gela o Bronte, e sembrerebbero non avrebbero molto a che spartire con me: parlano dialetti variopinti, in TV prediligono le cose Mediaset che io non guarderei neanche sotto tortura, e cose del genere. Ma le circostanze mi fanno capire che tutto questo non conta niente. Alla fine si rivelano brave persone e basta.
Dal momento che durante il giorno, sempre a letto, mi addormento spesso, la notte dormo poco. E quando mi sveglio è ancora buio. Riesco a scorgere, attraverso il finestrone che è alla mia destra, un pezzo di muro: e la mattina spero sempre di vederlo illuminato dalla prima luce del sole: niente da fare! Sempre lampioni nel buio. In ogni caso, alle 6 fanno già la loro “irruzione” gli infermieri (come già al Garibaldi), puliscono tutto (cateteri, “pappagalli”, ecc.) e si occupano di ognuno di noi: fascia di gomma stretta attorno al braccio per misurare la pressione, controllo della temperatura (se abbiamo febbre oppure no), e tutto il resto. Se devono farmi un prelievo come al solito è un dramma, perché le vene non mi vengono fuori. Non si vedono. A volte qualche infermiere addirittura rinuncia per chiamare qualcuno più esperto: alla fine, a parte il dolore causato dallo stringimento prolungato del laccio emostatico, mi pungono in più punti (tipo pupazzetto per fatture wodoo!), fino a che riescono a tirarmi via un po’ di sangue. Quando riscontrano che ho un po’ di febbre, di mattina o pomeriggio, non ne sono neanche afflitto: è la mia “dispensa” dal dover scendere giù a fare fisioterapia, e la cosa non mi dispiace. Naturalmente non è bello quando la febbre è molto alta. Per mia scelta in palestra scendo alle 12.00 di mattina e alle 17.00 di pomeriggio. Ma, ogni volta, quando mi riportano in stanza, non vedo l’ora di essere messo nuovamente a letto. Cosa che, ovviamente, non posso fare da solo. In verità, fatico anche a rimanere più di dieci minuti sulla sedia a rotelle, e se non arriva qualcuno, chiamo il 7° Cavalleria (gli infermieri) perché possano provvedere ad aiutarmi. Devono anche misurarmi la glicemia tre volte al giorno con il pungi- dito, e praticarmi punture di insulina ad ogni pasto. In più’, è necessario somministrarmi le varie pillole da buttare giù con l’acqua: una in sostituzione delle funzioni del defunto pancreas, le altre contro i tremori che allietano la mia giornata non appena provo a muovermi. Ancora non me ne rendo conto, ma tutte queste piacevolezze dovranno accompagnarmi per il resto della vita.
In Tv seguo anche le fiction e le serie a puntate che “normalmente” detesto: ma non sono normale io, al momento, né lo è la situazione nella quale mi trovo. E dunque mi ritrovo a guardare programmi che, a casa, salterei con il telecomando in mezzo secondo netto. A lavarmi e a cambiarmi pensano le infermiere: come detto sono tutte giovani e carine, e questi involontari “massaggi intimi” dovrebbero anche farmi piacere. Invece non sento niente. Sarà che lo fanno in modo sbrigativo e professionale, pensando già al paziente della prossima stanza; sarà anche colpa delle medicine che prendo, fatto sta che la mia reazione è tristemente prossima allo zero.

Mamma e papà, come al solito, vengono ogni giorno: mi fanno cenare e mi portano fuori (naturalmente sulla sedia a rotelle) a prendere un pò d’aria. A fine settembre, dopo mesi di ospedale ( faccio in tempo a “visitarne” altri due, uno a Paternò e un altro a Catania: altrimenti, che “Hospital tour” sarebbe?), torno finalmente a casa. In ambulanza, tanto per  cambiare. Eppure, anche se mi trovo sdraiato lì dentro, traballante, senza poter vedere fuori (e rivolto pure al contrario rispetto al senso di marcia), riesco a dare indicazioni all’autista per arrivare a destinazione. E non vedo l’ora.
Quando arriviamo, mi piazzano sopra una specie di seggiolino e, salite le scale e attraversati salotto e corridoio, mi adagiano finalmente sul letto. Il mio letto, questa volta, nella mia stanza, tra i miei poster, i miei CD, DVD, libri, TV e tutto il resto. Cominceranno presto anni di riabilitazione, per riprendere (nei limiti del possibile) a camminare, parlare, muovermi, suonare. Ma l’importante è che sono a casa, nella mia camera azzurra, tra le mie cose, con la mia famiglia, e non più tra camici bianchi. Mi scappa una lacrimuccia. Di felicità, questa volta.

Giuseppe Scaravilli, 2015



Ecco qualche pagina del racconto a fumetti sulla storia dei Led Zeppelin, con testi e disegni di
Giuseppe Scaravilli, 1988...





Bozza alternativa della copertina del mio libro...La foto di Jimmy Page che avevo scelto aveva una bassa risoluzione per la stampa, e sarebbero potuti venire fuori problemi relativi ai diritti d'autore...Con questo mio disegno dello stesso Page, tratto dal fumetto sugli Zeppelin incluso nel libro, potremmo risolvere il problema...L'immagine sarebbe del tutto attinente al contenuto, e, dal momento che l'autore in questo caso sarei io...ebbene si, mi concedo l'autorizzazione!


                                                          Crossroads – Gli incroci del Rock

Come è noto, in inglese ‘Crossroads’ significa incrocio. Nell’immaginario della musica rock, e prima ancora in quella del blues, è soprattutto il titolo di una canzone anni ’30 di Robert Johnson, il quale, presso un incrocio (appunto), avrebbe stipulato un patto con il diavolo per diventare il chitarrista più bravo di tutti i tempi. E’ inoltre chiamato così, in riferimento a tutto questo, anche il famoso festival che Eric Clapton organizza periodicamente per dare spazio a chitarristi famosi e non. Nel caso di questo libro, invece, ci si riferisce soprattutto all’idea di fondo: quella, cioè, di non trattare la biografia di un singolo gruppo musicale, bensì di intrecciare le carriere di diversi gruppi rock degli anni ’70, nel momento in cui un qualche “incrocio” permette di passare dalla storia dei Led Zeppelin a quella dei Black Sabbath, e poi a quella dei Jethro Tull o dei Genesis, proseguendo con questo “escamotage narrativo” ad una sorta di excursus in grado di raccontare carriere e aneddoti riguardanti alcuni dei miei gruppi preferiti. Il tutto scrivendo ‘a memoria’, volutamente senza il supporto di aiuti esterni, ma, al tempo stesso, rinunciando ai mille dettagli che pure si sarebbero potuti inserire, in favore di una lettura più scorrevole, in grado di interessare sia gli intenditori che i neofiti, se così vogliamo dire, raccontando delle carriere e dello spirito dell’epoca ed evitando il rischio di risultare pedanti, mettendo in luce notizie meno note e punti di vista più personali.

Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, Genesis, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, Area, Premiata Forneria Marconi, Banco Del Mutuo Soccorso, Pink Floyd, Rock Progressivo Italiano, Gentle Giant, gli scontri per la musica gratis, Yes, Free, The Who, King Crimson, Traffic

LED ZEPPELIN
I Led Zeppelin avevano grinta vendere. Ma, unitamente a questa, anche un sound granitico e ben riconoscibile, oltre ai riff immortali creati dalla stupefacente chitarra di Jimmy Page. Non ultimo, la presenza di una sezione ritmica tanto precisa quanto devastante, con un batterista dalla potenza fuori dal comune. Il boss della casa discografica americana Atlantic intendeva mettere sotto contratto solo i gruppi che avessero tra le loro fila almeno un musicista straordinario: ebbene, nel caso degli Zeppelin, gli elementi straordinari erano quattro su quattro! Jimmy Page e John Paul Jones si conoscevano già prima di formare la band perché, a dispetto della loro giovane età, durante gli anni ‘60 erano entrambi stimatissimi (e molto richiesti) musicisti da studio. Jimmy guadagnava bene limitandosi a registrare le parti di chitarra che gli venivano richieste. E questo per una infinita varietà di artisti. A volte si trattava di nomi famosi, e in questo caso il suo nome non compariva neanche nei credits di copertina, per non far sfigurare il chitarrista “ufficiale” della band: il che non doveva risultare particolarmente gratificante per il giovane Page. Inoltre, era spesso costretto a suonare musica che non gli piaceva per niente. Oppure, dopo aver tanto lavorato su qualche parte, poteva capitargli di ascoltare il disco per scoprire che i suoi sforzi erano stati vanificati da un missaggio nel quale la sua chitarra si sentiva poco o niente. Così cominciò a stufarsi di quel lavoro, e prese a suonare dal vivo con vari gruppi. Oppure a partecipare alle jam sessions che si tenevano al ben noto Marquee di Londra, facendosi subito apprezzare. Anzi, ci fu pure chi decise di “appendere la chitarra al chiodo”, dopo aver visto quel giovane, così gracile e minuto, fare cose pazzesche con il suo strumento. Anche John Baldwin cominciava ad essere stufo delle sessioni da studio, fatte con o senza Jimmy. Qualcuno gli disse però che avrebbe dovuto cambiare il suo nome in John Paul Jones. Quest’ultimo era in realtà un personaggio storico, un ammiraglio che si era fatto valere nella guerra dei nascenti Stati Uniti contro gli inglesi, nel ‘700. Al tipo in questione quel nome era piaciuto, anche se probabilmente non sapeva niente di  questo riferimento storico. Fatto sta che John Baldwin, eccellente bassista, tastierista ed arrangiatore, divenne da allora in poi John Paul Jones. Il cantante Robert Plant ed il batterista John Bonham, detto “Bonzo”, invece, suonavano già insieme nella Band Of Joy (nome che Plant avrebbe poi “riesumato” alcuni decenni dopo). Rispetto a Page e Jones, loro due erano i “campagnoli” provenienti dalle Midlands. Più precisamente, dalla zona denominata “Black Country” (da qui il titolo del brano ‘Black Country Woman’ degli Zeppelin), per via del fatto che il terreno, a causa dell’estrazione del carbone, era tutto nero. Bonham dormiva in una roulotte davanti casa dei suoi e tirava a campare vendendo anche di nascosto articoli del negozio di sua madre. Mentre Robert, che stava  insieme alla ragazza indiana Maureen (in seguito sua moglie) si dava da fare asfaltando le strade. Naturalmente erano soprattutto musicisti di grande talento in attesa della grande occasione. Ma era un’attesa che non desideravano durasse in eterno. Al punto che Robert ebbe a dichiarare che avrebbe mollato tutto se non fosse riuscito a sfondare entro i suoi 20 anni (e 20 anni li avrebbe compiuti di lì a pochi mesi!) Singolarmente, molti personaggi divenuti in seguito veri e propri divi del rock, attivi ancora oggi, provenivano da quella stessa zona del Regno Unito, dalle parti di Birmingham.Tra questi, oltre ai due futuri Zeppelin, anche i Black Sabbath, Steve Winwood (poi leader dei Traffic), Robbie Blunt (chitarrista del primo Plant solista, già suo amico prima degli Zeppelin) e Glenn Hughes (in seguito nei Deep Purple). Quest’ultimo, nonostante Robert all’epoca non fosse ancora nessuno, lo ricorda con un atteggiamento già da rockstar, sfacciato e sicuro di sé, certo del proprio luminoso futuro, con un grande carisma e sempre in compagnia di belle ragazze: quando Jimmy Page gli offrì il posto di cantante del suo nuovo gruppo, Robert Plant non disse subito di si, tutto preso da un suo nuovo gruppo dal nome impronunciabile. Ebbe modo di parlarne con John Osbourne (detto “Ozzy”, di lì a poco vocalist dei Black Sabbath), e quest’ultimo non riusciva a capacitarsi del fatto che Plant potesse nutrire dei dubbi nell’accettare quella proposta: nell’ambiente Jimmy era una celebrità, soprattutto perché nel frattempo era diventato il chitarrista degli Yardbirds: una band di successo, che suonava regolarmente anche in America ed aveva singoli in classifica. Incredibilmente questo gruppo aveva visto succedersi tra le sue fila prima Eric Clapton, poi Jeff Beck, quindi Jimmy Page, vale a dire tre tra i più grandi chitarristi del Regno Unito! Jeff e Jimmy erano amici fin dall’adolescenza, suonavano ed ascoltavano il blues insieme: così, quando si liberò un posto come bassista, Beck introdusse Page nella band. Naturalmente quest’ultimo, da anni un gran virtuoso della chitarra elettrica, al basso era  decisamente sprecato. Eppure accettò l’offerta, pur di lasciare il monotono lavoro di turnista da studio. Dopo qualche tempo gli Yardbirds, provvedendo diversamente per il ruolo di bassista, poterono permettersi di sfoggiare per circa sei mesi entrambi i formidabili chitarristi. Per inciso proprio questa formazione, con Beck e Page insieme, appare nel film ‘Blow Up’ di Michelangelo Antonioni, ambientato nella “Swinging London” della fine degli anni ’60, con Jeff Beck che sfascia la sua chitarra contro l’amplificatore (in effetti Antonioni avrebbe voluto gli Who, che davvero distruggevano i loro strumenti alla fine dei concerti, mentre gli Yardbirds non erano soliti indulgere in questo tipo di bizzarre attività). Il brano che eseguono nel film è ‘Train Kept A Rollin’: proprio il pezzo (una cover) che gli Zeppelin avrebbero suonato durante la loro prima prova, e che avrebbero utilizzato anche come apertura dei primi concerti. E anche degli ultimi, oltre 10 anni dopo, nel 1980, quasi a chiusura di un cerchio magico. Ad ogni modo, Beck decise di piantare la band nel bel mezzo di un tour negli USA. E così Jimmy divenne l’unico chitarrista della band, sostenendo benissimo il nuovo ruolo. Con gli Yardbirds si esibiva già con l’archetto nel brano ‘Dazed And Confused’ e, seduto da solo sul palco, anche nell’orientaleggiante ‘White Summer’. Entrambi i pezzi (il secondo con l’aggiunta di ‘Black Mountain Side’) sarebbero entrati nella scaletta degli Zeppelin. Il brano speziato di oriente, sempre eseguito con la chitarra Danelectro, sarebbe stato anche documentato nel famoso filmato della Royal Albert Hall del 1970, per essere rimesso in scaletta anche in occasione dei due concerti di Knebworth ’79, e nell’ultimo tour della band (“Led Zeppelin Over Europe”, 1980). Anche ‘Tangerine’ era un brano degli Yardbirds lasciato in eredità al Led Zeppelin. Beck invece formò il suo Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce. Questa band fu anche invitata a partecipare al leggendario festival di Woodstock dell’ agosto 1969, ma si era sciolta poco prima. Anche Led Zeppelin e Jethro Tull furono invitati, ma non parteciparono perché impegnati in altre date, sempre negli Stati Uniti: un vero peccato! Del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare il successo che avrebbe avuto quel festival, anche per merito del film, uscito l’anno dopo. Se avessero partecipato a Woodstock, sarebbe stata una fantastica occasione poter vedere questi due gruppi inglesi su pellicola, con ottima qualità audio e video, e proprio nel momento della loro esplosione oltre Atlantico. Dei Jethro Tull il bassista Glenn Cornick si sarebbe sempre rammaricato per l’occasione perduta. Ian Anderson, invece, si disse felice di non essere andato al festival, ritenendo che i partecipanti avrebbero per sempre legato il loro nome a quell’unico evento. Cosa avvenuta forse per Joe Cocker, con la sua strepitosa interpretazione di ‘With A Little Help From My Friends’: forse l’unico caso di una cover migliore dell’originale (un’innocua marcetta dei Beatles cantata da Ringo Star). Per inciso, la chitarra della versione di Cocker su disco (1968) era, manco a dirlo, di Jimmy Page. Quest’ultimo prese invece a prestito il ‘Beck’s Bolero’ per inserirlo all’interno di ‘How Many More Times’, il brano che avrebbe chiuso l’album d’esordio dei Led Zeppelin, registrato nell’ottobre del 1968 agli Olimpic Studios di Londra per una spesa irrisoria.

BLACK SABBATH

Il già citato Ozzy Osbourne non ricorda affatto come il suo vero nome, John, avesse potuto trasformarsi in “Ozzy”. Ad ogni modo, si tolse lo sfizio di tatuarsi quelle quattro lettere sulle nocche di una mano, quando era ancora adolescente. E sono lì ancora oggi. Disegnò pure una faccina sorridente sopra una delle sue ginocchia, perché lo aiutasse a tirarlo un po’ su mentre se ne stava comodamente seduto sulla tazza del water. Abitava ad Aston (come tutti gli altri membri dei futuri Black Sabbath) insieme alla famiglia, in una casetta incastrata tra tante altre, tutte in fila lungo una via che all’epoca gli sembrava lunghissima, ma che non lo era affatto. Coi suoi amici andava a giocare in una casa bombardata dai tedeschi, ed era convinto che fosse tutto diroccato apposta per permettere ai ragazzini di giocarci dentro. A scuola faceva lo scemo, e fu in questa veste che lo conobbe Tony Iommi, intimo amico di John Bonham. Osbourne inoltre era un po’ dislessico, veniva trattato male dai professori e preso in giro dai compagni. Il suo senso di auto-stima era decisamente basso. Se ne andava in giro senza scarpe e con un rubinetto appeso al collo, perché non avrebbe potuto permettersi una collana. Non gli riuscì bene neanche la carriera di ladro, visto che venne subito “beccato”, e a 17 anni era già in prigione: l’esperienza si rivelò talmente traumatica che decise di non ricaderci mai più. La sua fortuna fu quella di appendere un manifestino in un negozio di Birmingham, frequentato da tutti i musicisti della zona: con questo foglietto Ozzy annunciava di essere un cantante in cerca di una band. E, soprattutto, di essere in possesso di un’amplificazione propria (quella appena compratagli dal padre). Una frase magica da quelle parti, in grado di catturare l’attenzione di molti. E infatti tutti i futuri Black Sabbath finirono per bussare presto alla porta di casa sua: prima “Geezer”, il bassista (che allora suonava la chitarra), quindi Bill Ward, il batterista, che comparve insieme a Tony Iommi. Il tutto in una successione quasi surreale, perché, dalla  finestra di casa sua, John Osbourne vedeva quella processione di personaggi che sembravano tutti uguali: baffi e capelli lunghi, abiti trasandati. Tony però lo riconobbe subito come lo scemo della scuola e disse a Bill Ward di lasciarlo perdere, senza neppure metterlo alla prova. Iommi era già un chitarrista molto stimato nella zona, ed era anche un po’ più grande. Bill però insistette perché ad Ozzy fosse concessa almeno una possibilità e, sorpresa, alla prima prova cantò bene: era intonato e sapeva trovare linee vocali interessanti ed azzeccate. “Geeser” passò al basso, si unirono altri musicisti, si cambiarono un po’ di nomi per la band  (compreso quello di una marca di borotalco!) e si cominciò ad andare in giro a suonare. Quando infine decisero di rimanere in quattro, alla fine degli anni ’60, il nome del gruppo divenne Earth. In seguito videro il manifesto di un film, in bella vista davanti alla loro sala prove: era un horror italiano che si intitolava ‘Black Sabbath’. Così Tony Iommi, notando che la gente faceva la fila e pagava per essere spaventata, pensò che quello sarebbe diventato il nome definitivo del gruppo, e che la loro musica avrebbe virato verso atmosfere più tenebrose ed inquietanti. Già in una lettera spedita alla madre mentre rientravano da Amburgo, Ozzy annunciava entusiasta che al ritorno a casa si sarebbero chiamati Black Sabbath. Proprio ad Amburgo si erano sentiti quasi arrivati perché suonavano allo Star Club, lo stesso locale che aveva visto abituali protagonisti i primi Beatles, il quartetto di Liverpool  che aveva cambiato la vita di Osbourne, quando alla radio aveva ascoltato per la prima volta She Love You: fu allora che capì di voler far parte di quel mondo. Purtroppo, dopo tanti anni quel locale era diventato ormai  un postaccio. E loro si ritrovarono pure a derubare le gentili fanciulle con le quali si intrattenevano dopo i concerti pur di “arrotondare”: mentre uno della band si appartava con qualche tipa, l’altro entrava di soppiatto nella stanza e frugava nella borsetta della malcapitata.  Non sarebbero andati fieri di tutto questo, ma, come diceva Ozzy, dovevano pur mangiare. Si spostavano da una città all’altra con un furgone scassato: pioveva, nevicava, e i tergicristalli non funzionavano. Così uno di loro si affacciava da un finestrino, l’altro da quello opposto, e tiravano i tergicristalli con le mani, ora in un verso, ora nell’altro, per permettere a chi guidava di vedere qualcosa attraverso il  parabrezza. Un escamotage che utilizzavano pur di suonare era tanto bizzarro, quanto logorante: si piazzavano con il furgone carico della strumentazione davanti ai locali nei quali era previsto il concerto di un gruppo già affermato, e, nel caso la band in questione non avesse potuto esibirsi, si sarebbero proposti loro. Incredibilmente, intorno alla fine del 1968, la cosa riuscì: in una data imprecisata della fine del 1968 i Jethro Tull, infatti,   non furono in grado di raggiungere il locale davanti al quale si erano “appostati” i Sabbath, e Ozzy e compagni riuscirono a suonare al loro posto. Ian Anderson riuscì ad arrivare e a mescolarsi tra il pubblico, mandando in estasi il giovane Osbourne perché, mentre questi cantava, poteva intravedere  Anderson (già famoso in Inghilterra) muovere la testa su e giù, seguendo la musica. In effetti il sound dello sconosciuto gruppo di Aston era ancora più pervaso dal blues che dai suoni funerei che li avrebbero caratterizzati di lì a poco. E c’era molto blues anche nel primo disco dei Jethro Tull (This Was, l’unico che avevano pubblicato fino a quel momento). Ma ad attrarre l’attenzione di Ian Anderson doveva essere stata soprattutto la performance di Tony Iommi: Ian doveva trovare un sostituto di Mick Abrahams, il chitarrista dei Tull, e Iommi sembrava essere l’uomo giusto. Del resto, se si ascoltano certi pezzi dei primi lavori dei Black Sabbath, quando Tony Iommi suona da solo, con la stessa Gibson SG rossa che utilizzava Abrahams, sembra assomigliargli molto. In qualche caso, quando la chitarra ha un sound più blues e carico di riverbero, accompagnata solo da un rutilante sottofondo di basso e batteria, sembra proprio di ascoltare ‘Cat’s Squirrell’, dal disco d’esordio dei Jethro. Tony ricevette la proposta di entrare nella band di Anderson, e con la morte nel cuore, dovette comunicare ai compagni che avrebbe dovuto lasciarli. Ozzy e gli altri sentirono in quel preciso momento i loro sogni di gloria andare in pezzi: non sarebbero potuti andare da nessuna parte senza il talento di Tony Iommi. Sarebbero dovuti tornare a lavorare in fabbrica, o a fare gli altri i lavori frustranti che facevano prima. E questo proprio quando le cose sembrava cominciassero a funzionare. Eppure, in una maniera che può anche essere ritenuta commovente, trattennero le lacrime e si congratularono con il loro amico, felici per lui. Di lì a poco, tanto per cominciare, Tony avrebbe partecipato coi Jethro Tull al programma televisivo ‘The Rolling Stones Rock And Roll Circus’ insieme a gente del calibro di John Lennon (allora ancora nei Beatles), The Who, Mitch Mitchell (il batterista di Jimi Hendrix) e, naturalmente gli stessi Stones (ancora con Brian Jones, ritrovato morto nella piscina di Mick Jagger nell’estate del 1969). Toni Iommi, lavorando in fabbrica, qualche tempo prima si era visto tranciare di netto la parte superiore delle dita della mano destra da un macchinario che non sapeva ancora usare bene. E dal momento che era mancino, si trattava proprio delle dita che avrebbero dovuto scorrere sulla tastiera della chitarra! La sua carriera di musicista sembrava finita. E invece si era fabbricato da solo delle protesi simili a ditali che gli avevano permesso di riprendere a suonare (protesi che utilizza ancora oggi). E adesso, con quel nuovo ingaggio, aveva l’occasione di passare, in pochi anni, dalla triste certezza di aver chiuso per sempre con la musica alla concreta possibilità di diventare il chitarrista di un gruppo importante. Le cose sarebbero in effetti andate così, ma non nel modo che sembrava aver prefigurato il destino. Iommi, infatti, partecipò alle riprese del ‘Circus’ coi Jethro Tull, nel dicembre del 1968, ma lasciò quella band dopo un paio di settimane, preferendo tornare coi suoi vecchi compagni: troppo strette erano risultate per lui  la disciplina, la professionalità e la serietà che Ian Anderson imponeva alla band (a dispetto dei suoi 21 anni), e ben presto avrebbe preso il sopravvento la nostalgia per il divertimento, le follie e le risate con Ozzy e compagni. Il suo posto nei Jethro Tull sarebbe stato infine preso da Martin Barre (che non lo avrebbe mollato per 40 anni!), mentre gli Earth, divenuti nel frattempo Black Sabbath, avrebbero sfondato al primo colpo con l’omonimo disco d’esordio, uscito nel 1970 e registrato praticamente dal vivo in 12 ore, prima di tenere un concerto a Zurigo. Quando poi lo ascoltarono, quasi svennero per la felicità: il suono era pazzesco, erano state aggiunte campane e pioggia all’inizio del disco e la copertina (alla quale non avevano in alcun modo preso parte) era strepitosa. A quel tempo tutti e quattro portavano al collo grosse croci di ferro, fabbricate dal padre di Ozzy. E a quel punto fecero addirittura il bis, ottenendo ancora più successo con il successivo ‘Paranoid’: questo secondo lavoro avrebbe dovuto in realtà chiamarsi War Pigs, come uno dei brani contenuti nel disco (e come voleva suggerire la copertina stessa). Ma la casa discografica aveva preferito evitare problemi con quella che sarebbe stata facilmente interpretata come un’aperta denuncia contro la guerra in Vietnam, all’epoca in corso, e preferì attribuire all’album il titolo di un brano che la band aveva registrato all’ultimo momento, giusto perché c’era ancora spazio per un’altra traccia: il pezzo era appunto ‘Paranoid’, che sarebbe diventata la loro hit più famosa in assoluto, e avrebbe addirittura gettato le basi per quello che sarebbe diventato il genere heavy metal. Se anche i Black Sabbath si fossero sciolti subito dopo quei primi due dischi, avrebbero comunque marchiato con indelebili lettere di fuoco il libro della storia del rock.

DEEP PURPLE

La triade classica dell’hard rock con radici blues rimane quella rappresentata da Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple. Nel 1969, dopo un loro concerto, a questi ultimi si era presentato un giovane commesso chiamato David Coverdale, che chiese a Jon Lord di essere preso in considerazione come vocalist del gruppo. Gli fu gentilmente risposto che i Purple stavano provando Ian Gillan, il nuovo cantante, ma che, nel caso non avesse funzionato, si sarebbero ricordati di lui. Invece Gillan andò alla grande, fin quando, per puro caso, Coverdale diventò davvero la voce dei Deep Purple, nel momento in cui Gillan lasciò la band, nel 1973. Ad ogni modo, durante quel primo incontro, la band britannica aveva già sfornato tre dischi ed una hit (“Hush”, grande successo negli USA) con Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso. Gli altri non erano però soddisfatti del corso intrapreso, e decisero di sostituire Rod e Nick con due componenti degli Episode Six: Ian Gillan, appunto, e Roger Glover. Oltre a Lord alle tastiere i Purple avevano Ian Paice alla batteria (unico dei componenti originari rimasto oggi del gruppo), più il talentuoso Ritchie Blackmore alla chitarra. Quest’ultimo comunicò a Simper che, come bassista, Glover non era in realtà più bravo di lui, ma che la decisione era ormai presa. E Simper non la prese tanto bene, come si può immaginare. Qualche anno dopo, paradossalmente, lo stesso Blackmore pose come condizione che Roger Glover venisse a sua volta sostituito, altrimenti avrebbe abbandonato egli stesso i Deep Purple. Ancora prima di Coverdale, nel 1973 arrivò così Glenn Hughes, già cantante e bassista dei Trapeze: Ritchie e gli altri andarono a vederlo mentre si esibiva, e gli proposero di unirsi alla band. A Roger Glover cadde il mondo addosso nel momento in cui venne a sapere della sua estromissione, proprio quando la band aveva raggiunto il massimo della sua popolarità, soprattutto a seguito di “Made in Japan”. Per inciso Blackmore, che non aveva nulla di personale contro Roger, non ebbe il coraggio di comunicargli la sua esclusione, e fu uno dei due manager dei Purple ad assumersi  quest’onere. Glenn Hughes aveva anche una voce strepitosa, ed era in grado di raggiungere acuti impressionanti: avrebbe dunque potuto anche essere lui la nuova voce della band. Si preferì comunque un cantante che, come Gillan, avesse una bella immagine e nessuno strumento appeso al collo: Ritchie avrebbe voluto Paul Rodgers, ma questi, dopo lo scioglimento dei Free, si era ormai impegnato con i Bad Company (in seguito l’unica band di successo della label ‘Swan Song’ degli Zeppelin), e dunque “ripiegò” su David Coverdale, che aveva una vocalità in qualche modo simile. Alla fine, con questa nuova formazione (denominata Mark III), finirono per alternarsi alla voce (o ad unirsi nei cori) sia Glenn che David, dal vivo come sui dischi del periodo ’74-’75: Burn, Stormbringer e Come Taste the Band). Se l’essenza più “funky” è documentata soprattutto sul live Made in Europe, quella della precedente line up con Gillan e Glover (la “classica” formazione Mark II) è invece immortalata sul leggendario Made in Japan, uno dei dischi dal vivo più celebri della storia del rock. Paradossalmente, i Deep Purple non si resero subito conto del potenziale straordinario di quest’ album, e quasi se ne disinteressarono: concessero che venisse pubblicato solo in Giappone, e solo a patto che fossero utilizzati i loro fonici (Martin Birch in particolare). Inoltre, il disco non sarebbe uscito affatto se a loro non fosse piaciuto. Solo qualcuno della band si degnò di partecipare ai missaggi. Le registrazioni erano state effettuate durante tre spettacoli, tra Tokyo e Osaka, nell’estate del 1972, e catturavano i Deep Purple al massimo del loro splendore: non appena Made in Japan venne importato negli USA, all’inizio del 1973, il gruppo esplose. Si trattava quasi di un’esecuzione live del  nuovo disco, Machine Head, ma con una potenza ed una personalità quasi sfacciata, che sembrava sbattere in faccia al mondo un perentorio “I più grandi siamo noi!”. La versione dal vivo di ‘Smoke on the Water’ divenne ancor più celebre di quella in studio. E questo brano è passato alla storia come il pezzo rock più famoso di sempre, conosciuto praticamente da tutti. Il testo racconta la storia di quel che successe effettivamente ai Deep Purple: la band si era recata a Montreaux, in Svizzera, per registrare quello che sarebbe divenuto Machine Head (1971) con uno studio mobile all’interno del Casino di Montecarlo. Andarono a vedere Frank Zappa and The Mothers esibirsi in quello stesso luogo, che era anche una sala da concerto.  Ad un certo punto, però, a qualcuno del pubblico venne la bella idea di lanciare un bengala (o qualcosa del genere) verso il soffitto, e l’intero locale andò a fuoco, con conseguente interruzione del concerto ed un generale “si salvi chi può”: i Deep Purple non sapevano più dove registrare il nuovo disco. Dalla finestra dell’albergo Ian Gillan si ritrovò ad osservare mestamente il fumo (“Smoke”) del Casino andato in cenere alzarsi sopra (“on”) le acque del lago (Water). Il gruppo non si perse d’animo e registrò comunque il nuovo materiale utilizzando lo stesso albergo nel quale era alloggiato: i cavi dello studio mobile posteggiato all’esterno percorrevano i corridoi, e nelle varie camere dell’hotel si piazzarono Lord, Paice, Gillan, Glover e Blackmore, che portarono alla fine la registrazione del lavoro. Se Il primo album con Ian Gillan alla voce (il concerto per gruppo e orchestra, registrato e filmato alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra nel settembre del 1969) non aveva permesso a Ian Gillan di esprimersi in tutta la sua potenza,  con i successivi In Rock, Fireball e Machine Head i Deep Purple definirono il nuovo concetto di hard rock, estremo, eppure impreziosito da momenti di grande classe, venato di blues, contaminato da influenze di musica classica e caratterizzato da grandiosi momenti di pura improvvisazione, con lo spettacolare e continuo incrociarsi tra la chitarra elettrica di Ritchie Blackmore e l’ organo Hammond di Jon Lord. Sfortunatamente la magica alchimia si ruppe quando i rapporti personali tra Ritchie e Gillan si guastarono: già alla fine del ’72 il vocalist inviò una lettera ai manager Edwards e Coletta nella quale manifestava la sua intenzione di lasciare i Deep Purple.Concluse comunque il tour in corso (un po’ come avrebbe fatto in seguito Peter Gabriel coi Genesis), e infine, nel 1973, annunciò al pubblico giapponese che quello che si era appena concluso era il suo ultimo show con la band. Ma i Purple non potevano sciogliersi proprio mentre, specie dopo il sopracitato successo di Made in Japan, era in classifica con più dischi e più singoli contemporaneamente. Jon Lord ammise che Gillan e Blackmore non potevano stare insieme non solo nello stesso gruppo, ma neppure nella stessa città. E così, messo alla porta Roger Glover e con Ian Gillan dimissionario, i Deep Purple si “reinventarono” con David Coverdale e Glenn Hughes, sfornando l’ottimo Burn: l’unica testimonianza filmata di un concerto con questa nuova line-up rimane l’incredibile partecipazione della band al gigantesco festival americano denominato ‘California Jam’, svoltosi nell’aprile del 1974, con il nuovo disco uscito da poche settimane. In realtà il pubblico avrebbe preferito vedere sul palco Ian Gillan, e non lo sconosciuto David Coverdale, ma lo show fu strepitoso ugualmente. Ritchie Blackmore era però coi nervi tesi perché non avrebbe voluto esibirsi prima del calar del sole. Né sopportava le telecamere sul palco, quando queste si avvicinavano troppo a lui: alla fine di ‘Space Truckin’ ne prese una a colpi di chitarra, causandole danni considerevoli, mentre un’ eccessiva carica d’esplosivo  concludeva la loro pirotecnica esibizione incendiando mezzo palco con un’ esplosione assordante, che stordì gli stessi musicisti. La band scappò via con lo sceriffo della Contea alle calcagna, e fu in grado di ripagare i danni provocati solo coi proventi che ricevette per la concessione dei diritti TV. Made in Europe avrebbe documentato invece gli ultimissimi concerti (aprile ’75) di Blackmore con i Deep Purple degli anni ’70, prima della sua decisione di lasciare i suoi compagni per formare i Raimbow insieme a Ronnie James Dio, il cantante degli Elf, gruppo spalla di quell’ultimo tour. Oggi, anche riascoltando Made in Europe o Live in Paris, sembra impossibile credere che un musicista possa aver deciso di abbandonare un gruppo di quella levatura per lanciarsi in un possibile salto nel buio: ma Blackmore era (ed è) un’artista, e lo stile che la band stava abbracciando collimava sempre meno con i suoi gusti: Ritchie non amava il “funky”, e questa componente stava prendendo sempre più spazio tra le pieghe della musica dei Purple: caratteristica che si sarebbe accentuata ancora di più con l’arrivo del nuovo chitarrista, Tommy Bolin (già con Billy Cobham), nel quale Hughes e Coverdale trovarono un ottimo alleato per il nuovo corso del gruppo. Come Taste The Band, pur eccelso nella sua miscela di hard rock, soul e funky, ai vecchi fans non sembrò neanche un disco dei Deep Purple. Né le cose vennero facilitate dal fatto che Bolin dovesse spesso sentire  qualcuno del pubblico urlare che voleva Ritchie Blackmore sul palco, e non lui. Ancora meno fu d’aiuto il fatto che Tommy Bolin fosse purtroppo tossicodipendente, particolare del quale gli altri del gruppo, pur buoni bevitori, non erano affatto a conoscenza. Iniziò male e finì peggio: il disco non sfondò, il tour in Giappone (degli ultimi mesi del ’75) vide un Tommy Bolin spesso in cattive condizioni, e, in un caso, addirittura a rischio della vita. Nel febbraio del ’76, durante il tour americano, i Purple riuscirono a tornare a livelli accettabili. Ma poco dopo, in Inghilterra, i loro ultimi concerti finirono tra i fischi, e a Liverpool David Coverdale lasciò il palco in lacrime. I Deep Purple si sciolsero e Tommy Bolin morì a causa di un overdose alla fine di quello stesso 1976: ancora una volta, un talento che si butta via, un po’ come Paul Kossoff dei Free, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e tanti altri. Ad ogni modo Blackmore vinse la sua scommessa con i Raimbow, mentre Coverdale resuscitò alla grande con gli Whitesnake (fra i quali, fra l’altro, avrebbero militato anche alcuni dei vecchi amici dei Purple, a cominciare da Jon Lord). Ma, nel 1984, i tempi erano maturi per un ritorno del gruppo nella formazione Mark II (proprio quella di Made in Japan), con il sorprendente disco Perfect Strangers. Il sottoscritto ha avuto modo di vedere questi Deep Purple a Cava dei Tirreni nel 1988, e altre due volte in anni più recenti. A parte una “temporanea estromissione” di Ian Gillan nel 1990, è stato poi Blackmore ad abbandonare di nuovo il gruppo nel bel mezzo del tour del 1993, costringendo i suoi compagni ad ingaggiare provvisoriamente Joe Satriani, e, dal 1996 ad oggi, Steve Morse. Jon Lord ha dovuto lasciare prima i Deep Purple per motivi di salute all’inizio degli anni 2000. E successivamente tutti noi, purtroppo, nel 2012, per problemi di salute. Don Airey (già con Raimbow, Ozzy Osbourne e Jethro Tull) ha preso il suo posto. Dei “vecchi” sono rimasti Ian Gillan, Roger Glover e Ian Paice. Una storia ancora senza fine, con dischi nuovi, concerti in tutto il mondo e la riproposizione dei vecchi, immortali “cavalli di battaglia”, con un Ian Gillan che, pur non avendo più l’incredibile estensione vocale dei tempi di ‘Child in Time’ (1970), conserva ancora un bel timbro. Il sopracitato Don Airey potè diventare il nuovo tastierista del gruppo solo perché si salvò da una brutta (quanto assurda) avventura agli inizi degli anni ’80: era in tour con Ozzy Osbourne (che, coi suoi primi due dischi, stava riscuotendo più successo rispetto ai Black Sabbath senza di lui), e il bus sul quale in quei giorni viaggiava la band negli USA fece una sosta in un un prato. L’autista conosceva un tizio che possedeva un piccolo aeroplano: era in grado di pilotarlo, e propose a vari componenti della band e dell’entourage di fare un giro con lui. Don Airey partì con il primo gruppo, ed atterrò poco dopo sano e salvo. Ma nessuno sapeva che quell’autista era in realtà un alcolizzato privo anche del patentino di pilota. E al secondo gruppetto non andò altrettanto bene. Dopo qualche evoluzione il piccolo aereo si abbassò e squarciò il tetto del tour bus, per andarsi a schiantare un po’ più lontano in una nuvola di fuoco. Tutti gli occupanti, compreso Randy Rhoads (il chitarrista di Ozzy) persero la vita. Lo stesso Ozzy, che stava dormendo nel bus con la moglie (figlia del suo manager) fu svegliato di soprassalto da quella botta sul tetto del bus e, tra le fiamme, si gettò fuori, portando con sé la sua signora (che tale è ancora oggi), certo che si fosse trattato di un incidente stradale: non sapeva che il bus era fermo in un campo, e rimase sorpreso dal fatto di non essersi ritrovato sull’asfalto della strada. Fece comunque in tempo a vedere l’aeroplano esplodere, senza capire e senza credere ai propri occhi. Ancora più difficile fu riuscire ad accettare la perdita di Randy: Ozzy aveva trovato in lui il partner ideale, ed era rimasto senza parole quando aveva assistito alla sua audizione, quando era alla ricerca di un chitarrista. Inoltre Randy Rhoads era un bravo ragazzo e non, per ammissione dello stesso Osbourne, uno di quei tipi “fuori di testa” (a cominciare da Ozzy stesso!) che erano soliti gravitare nell’orbita dell’ hard rock. Giusto la sera prima lo stesso Randy aveva comunicato all’ex Sabbath che avrebbe lasciato la band (insieme ai lauti guadagni) per dedicarsi allo studio e all’insegnamento della chitarra. Era legatissimo alla madre, e a lei aveva dedicato un brano molto toccante. John “Ozzy” Osbourne si era molto affezionato a lui, e non riusciva a capire perché quella fine fosse dovuta capitare proprio a Randy. Da allora non smise mai, ogni anno, di mandare fiori sul luogo del suo ultimo riposo.

GENESIS

Anni prima, nel settembre del 1970, Phil Collins riuscì ad entrare nei Genesis: Peter Gabriel capì che Phil era bravo non appena vide come si sedette sul seggiolino della batteria. Phil leggeva di continuo che questi Genesis, nonostante avessero pubblicato due dischi dalle vendite piuttosto modeste (From Genesis To Revelation e Trespass) suonavano da tutte le parti. Cosa che non riusciva alla sua band, i Flaming Youth. Dunque teneva molto ad entrare nella band, e si recò alla casa dei genitori di Peter Gabriel, dove si tenevano le audizioni per tutti gli aspiranti batteristi, insieme al suo amico Ronnie Caryl, che sperava di essere preso come chitarrista, dal momento che Anthony Phillips aveva lasciato i Genesis qualche mese prima. Mentre aspettava il suo turno, gli venne offerto di fare un bagno in piscina: e così, sguazzando in acqua, Phil Collins, a 19 anni, in quell’estate del 1970, ebbe modo di ascoltare gli altri batteristi, capendo al volo cosa volevano i Genesis, quello che avrebbe dovuto fare, e soprattutto quello che avrebbe dovuto evitare. Tornando verso casa il suo amico Ronnie si disse convinto di aver ottenuto lui il posto. E invece le cose andarono esattamente al contrario. E quando i Genesis telefonarono a casa Collins per comunicargli che il posto era suo, lui fu felice al punto da abbracciare sua madre. Il gruppo aveva già avuto tre batteristi prima di Phil: Chris Stewart sul singolo ‘The Silent Sun’, John Silver sul disco d’esordio (registrato durante le vacanze estive del 1968, quando andavano ancora tutti a scuola), più John Mayhew su Trespass. I Genesis erano nati dalla fusione di due gruppi scolastici, gli Anon e i Garden Wall. Ma le severe regole della Charterhouse, riservata ai figli delle famiglie più facoltose, li aveva resi ragazzi piuttosto chiusi ed infelici. Solo la musica era in grado di dar loro entusiasmo e di salvarli da quell’ambiente tanto austero: quella scuola somigliava ad una cattedrale gotica, e i familiari erano sempre lontani. Inoltre suonare la chitarra elettrica veniva considerato più o meno un atto rivoluzionario. Anche i pur prolifici sei mesi trascorsi a provare in un cottage isolato, tra il 1969 ed il 1970, risultarono piuttosto pesanti per tutti. Phil Collins portò nel gruppo quella ventata di allegria e spensieratezza che erano necessarie. Oltre ad un sound molto più preciso e professionale, che trasformò completamente la band. In meglio, naturalmente. E così fu con lui che i Genesis intrapresero il tour di Trespass il 2 ottobre 1970, nonostante non avessero ancora trovato qualcuno che sostituisse Anthony Phillips alla chitarra. Ant era un elemento importantissimo per la band, al punto che si pensò seriamente allo scioglimento quando, subito dopo la registrazione di Trespass, Ant (come veniva chiamato) annunciò che avrebbe lasciato il gruppo. Era lui, alla 12 corde, l’elegante tessitore delle delicate trame chitarristiche caratteristiche dei primi Genesis ed il loro motore trainante. Affiancava inoltre la sua voce a quella di Gabriel, e poteva anche scatenarsi con l’elettrica in un brano come ‘The Knife’, che chiudeva sia Trespass che i concerti dal vivo. Nonostante non avrebbe poi partecipato alla registrazione del successivo Nursery Cryme, anche  l’immortale ‘The Musical Box’ era in buona parte farina del suo sacco. Paradossalmente Phillips, che lasciò perché veniva colto da crisi di panico ogni volta che doveva esibirsi, pur vivendo ancora oggi di musica, non si è mai più esibito in pubblico (dunque dal 1970!).  Alla fine comunque il gruppo decise di proseguire in quartetto: Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford e Phil Collins. Tony simulava le parti di chitarra applicando un distorsore alle tastiere. L’amico di Phil, Ronnie Caryl, riuscì a fare con loro qualche concerto. E per un paio di mesi il loro chitarrista fu Mick Barnard, che comparve anche in TV durante l’esecuzione di ‘The Knife’(filmato purtroppo andato perduto). Ma tutti sapevano che quella era una soluzione provvisoria e, a seguito di un annuncio di Steve Hackett sul Melody Maker, andarono ad ascoltare il nuovo aspirante chitarrista a casa sua, mentre proponeva loro stili diversi, accompagnato dal fratello John al flauto. Capirono subito che quello era il musicista che faceva al caso loro: abile sia nelle parti “bucoliche” con la chitarra classica, come pure in quelle più aggressive alla chitarra elettrica, strumento dal quale riusciva a tirare fuori suoni particolarissimi, utilizzando con gusto vari effetti a pedale, senza cercare mai di stupire con “assolo” alla velocità della luce (cosa che loro non avrebbero gradito affatto) Così, quando Steve andò a vedere i Genesis al Lyceum nel dicembre del 1970 con Mick Barnard  alla chitarra, sapeva già di essere lui il loro nuovo chitarrista. Per il nuovo album,Nursery Cryme(1971), ai due nuovi arrivati, Phil e Steve, fu concesso di inserire un loro brano, intitolato ‘For Absent Friends”. Quello era anche il primo pezzo cantato da Phil Collins invece che da Peter Gabriel. Un altro sarebbe stato ‘More Fool Me’ su Selling England By The Pound (1973), pezzo che avrebbe visto Collins in piedi e al microfono anche durante il relativo tour. Si trattava comunque di due canzoni molto brevi e quiete: nulla avrebbe lasciato presagire che un giorno Phil Collins sarebbe diventato il cantante dei Genesis, dopo che anche Peter Gabriel, nel 1975, avrebbe lasciato  la band, alla fine del tour di The Lamb Lies Down On Broadway. Le copertine dei dischi del periodo ‘magico’ (Trespass, Nursery Crime e Foxtrot) furono opera di Paul Whitehead, che realizzò dipinti perfettamente in assonanza con la musica di quei solchi. Con Selling England by The Pound il loro stile sarebbe cambiato, in favore di una padronanza tecnica sbalorditiva, a partire da brani quali ‘Dancing with the Moonlit Knight’, ‘Firth of Fifth’ e ‘The Cinema Show’. Personalmente ho visto i Genesis a Nizza nel 1992: ricordo che prima del concerto la folla aveva accolto con un gran boato un video del Gabriel solista, ed ho sentito un giovane chiedere alla sua ragazza il perché di quella reazione entusiastica: il tipo in questione non sapeva che Peter Gabriel era stato il cantante dei Genesis! E probabilmente sono ancora  in tanti a non saperlo. Riavvolgendo il nastro, per l’assolo di ‘The Musical Box’ Hackett (che avrebbe lasciato a sua volta la band nel 1977) utilizzò anche qualche idea di Mick Barnard. E inventò la tecnica del “tapping”sulla chitarra, diversi anni prima di Eddie Van Halen. All’inizio del 1971 i Genesis partirono con la nuova formazione (poi divenuta quella “classica”) in un tour insieme ai Van Der Graaf Generator e agli Audience, tutti facenti parte dell’etichetta “Charisma”. Sul tour bus, come amava rammentare scherzando Peter Hammill, leader dei Van Der Graaf Generator, ai primi posti erano seduti i Genesis coi loro cestini da pic-nic; al centro gli Audience con le birre, e in fondo gli stessi VdGG con le droghe. In quel momento erano proprio i Van Der Graaf il gruppo di maggior richiamo. Fino a quando, concerto dopo concerto, i Genesis riuscirono a conquistarsi sul campo (anzi, sul palco) il titolo di attrazione principale, semplicemente perché era diventato impossibile fare meglio di loro, come avrebbe ammesso lo stesso Hammill. Nel marzo del 1972 vennero filmati per mezz’ora di musica dal vivo alla TV belga, consegnandoci il documento (peraltro di ottima qualità, e a colori) più “datato” che sia possibile reperire.
Altre riprese professionali dei Genesis con Peter Gabriel sarebbero rimaste  solamente quelle relative al Bataclan di Parigi del gennaio 1973, più  il filmato realizzato agli Shepperton Studios nell’ottobre del 1973 e al programma televisivo francese ‘Melody’ del  febbraio 1974. Esistono in realtà altri due brani ripresi in occasione dell’ allora celebre “Atomic Sunrisre festival” tenuto alla Roundhouse di Londra nel 1970, con Phillips e Mayhew ancora in formazione: ma è un filmato senza sonoro, con l’audio dei pezzi (‘Looking For Someone’ e ‘The Knife’) sovrapposto in un secondo tempo, e non proveniente da quell’evento (al quale partecipava anche David Bowie). Nell’ occasione suonarono anche ‘Twilight Alehouse’. Altri documenti (solo audio) dei Genesis del 1970 riemersi dall’oblio dopo decenni sono i “Jackson Tapes”,  più le registrazioni effettuate alla trasmissione radiofonica “Nightride”, rispettivamente del gennaio e del febbraio del 1970, entrambi realizzati per la BBC. I primi risalgono più precisamente al 9 gennaio: cioè alla stessa sera che vedeva i Led Zeppelin filmati in concerto alla Royal Albert Hall, da un’altra parte di Londra, il giorno del ventiseiesimo compleanno di Jimmy Page, che dietro le quinte, avrebbe conosciuto proprio in quell’occasione la sua futura moglie (per inciso, quel film degli Zeppelin, ritenuto troppo scuro nelle immagini, rimase nel cassetto, per essere finalmente pubblicato nel doppio dvd antologico del 2003 con un fantastico suono stereo). Le registrazioni dei Genesis di quel 9 gennaio ‘70, recuperate miracolosamente in tempi più recenti, risultano interessantissime, per quanto brevi: si possono ascoltare infatti i Genesis, ancora senza Collins e Hackett, suonare non solo spezzoni di ‘Looking For Someone’ (poi su Trespass, 1970), ma anche di ‘The Fountain Of Salmacis’, ‘The Musical Box’ (entrambe su Nursery Cryme, 1971) e addirittura di ‘Anyway’ (in seguito su The Lamb Lies Down On Broadway, 1974). I Genesis dei primi anni ebbero più successo in Italia che in patria: così vennero in tour nel nostro Paese sia nell’aprile che nell’agosto del 1972. All’inizio con un semplice furgone, in seguito con una strumentazione più ingombrante, mentre in sala stavano registrando Foxtrot, il disco che permise loro di cominciare a vendere e ad essere considerati anche in altri Paesi. E questa volta Gabriel si era rasato sulla fronte una porzione dei suoi lunghi capelli neri. In Italia suonarono anche con gli Osanna, e forse i costumi di scena ed i volti truccati del gruppo partenopeo ispirarono Gabriel per i suoi successivi travestimenti. Tornarono in occasione del ‘Charisma Festival’ nel gennaio del 1973, e ancora per il tour di Selling England by the Pound, nel 1974; quindi per quello di The Lamb con l’unica data di Torino, nel 1975. Fu possibile rivederli nel nostro Paese (naturalmente senza Gabriel) solo nel 1982 (tour in cui tornò in scaletta ‘Supper’s Ready’, per festeggiare i 10 anni dell’epica suite contenuta su Foxtrot) e nel 1987 (anno nel quale io vidi Peter Gabriel a Roma). Saltò invece la data del 1992 a Torino, spostata a Nizza, dove, ebbi modo di vederli per l’unica volta. Essendo Phil Collins divenuto il vocalist della band già dalla metà degli anni ’70, si era resa necessaria la presenza di un secondo batterista: prima Bill Bruford (ex Yes e King Crimson) per la tournèe di A Trick Of The Tail del 1976; quindi Chester Thompson, dal 1977 in poi. In realtà, quando Peter lasciò, vennero provati molti possibili sostituti, che dovevano seguire la “guida vocale” cantata da Phil. Ma, alla fine, ci si rese conto che nessuna di quelle voci era migliore di quella dello stesso Collins e così, nonostante la sua iniziale riluttanza, divenne lui il nuovo cantante dei Genesis. Alla chitarra (ma anche al basso) il sostituto di Steve Hackett divenne invece Daryl Stuermer (americano come Thompson), che esordì con loro in occasione del tour di And Then There Were Three, del 1978. Con questo quintetto i Genesis si esibirono in tour fino al 1992. E, dopo 15 anni di ‘stop’, tornarono in pista con questa stessa formazione nel 2007, per una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti. Il dvd del concerto gratuito al Circo Massimo di Roma (di fronte a mezzo milione di persone) avrebbe documentato questa reunion. Si era in effetti parlato di un ritorno “on stage” con Peter Gabriel, ma la cosa non andò in porto. Un vero peccato che Peter non abbia pensato di tornare coi suoi vecchi compagni almeno per il bis finale di Roma: il pezzo sarebbe stato ‘The Carpet Crawlers’, e sentirglielo cantare (anche sul relativo dvd) coi Genesis sarebbe stato molto emozionante. Invece, a conti fatti, l’unica volta di Peter Gabriel di nuovo con la sua vecchia band, per un concerto intero (e con Steve Hackett nel bis) sarebbe rimasto soltanto quello dell’ottobre 1982 a Milton Keynes, in Inghilterra, sotto la pioggia. Riascoltando la scaletta di quella sera, si potrebbe pensare che i Genesis avessero dovuto riprovare dopo tanti anni tutti quei vecchi brani: in effetti non è del tutto vero, perché molto del materiale dell’era Gabriel veniva ancora portato in tour nel corso dei primi anni ’80: solo che veniva omesso in occasione delle pubblicazioni ufficiali (come Three Sides Live), per lasciare posto al nuovo corso intrapreso dalla band, con sonorità decisamente più pop.  Così, in occasione di quella reunion, le iniziali ‘Back in N.Y.C.’, il medley tra ‘Dancing With The Moonlit Knight’ e ‘The Carpet Crawlers’ venivano suonate ancora nel 1980; ‘Firth Of Fifth’ nel 1981, così come ‘The Lamb Lies Down On Broadway’. Anche la versione ridotta di ‘The Knife’ chiudeva i concerti del 1980, (il “Duke Tour”), mentre l’intera ‘Supper’s Ready’, come detto, veniva eseguita proprio durante la tournèe di quello stesso 1982. Per non parlare di ‘In The Cage’, sempre presente in scaletta, pur senza Gabriel, dal 1978 in avanti. Così, alla fine, i brani che vennero davvero “riesumati” dopo tanto tempo furono la versione integrale di ‘The Musical Box’ e qualcosa da The Lamb. Ma il bello, naturalmente, era la possibilità di sentire di nuovo Peter alla voce e Phil alla batteria su tutto questo materiale. La registrazione di una prova precedente questa reunion rivela un Gabriel un po’ impacciato, che dimentica anche alcuni testi. Ed è qui che si può sentire Phil Collins “suggerire” da dietro la batteria: proprio come a scuola!  A Milton Keynes Gabriel tirò di nuovo fuori i costumi ed il vecchio flauto traverso, mai utilizzato durante la sua carriera solista. Aveva indossato per la prima volta dei costumi sul palco a Dublino, durante il tour di Foxtrot: sulla copertina di quel disco era riportata l’illustrazione di una figura in abiti femminili rossi, con una testa di volpe. E questo fu esattamente l’abito di scena che Gabriel decise di indossare alla fine di ‘The Musical Box’, cambiandosi nei camerini mentre il resto della band portava il brano alla sua sezione finale. Lo shock fu collettivo nel vero senso del termine, perché Peter non aveva avvertito nemmeno i suoi compagni, che rimasero di sasso almeno quanto gli spettatori nel momento in cui lui comparve sul palco con quel vestito da donna (un abito lungo di sua moglie Jill) e la testa di volpe, per cantare la parte conclusiva del brano. Del resto lui sapeva benissimo che, se avesse chiesto il parere della band, si sarebbe sentito rispondere di no. Ad ogni modo gli altri quattro non ebbero più nulla da obbiettare quando quei travestimenti portarono i Genesis direttamente sulle copertine delle principali riviste musicali britanniche. Nel 1975 alcuni membri dei Genesis ascoltarono in macchina il pezzo nuovo di un gruppo che non riconobbero subito: erano i Led Zeppelin, ed il brano in questione era ‘Kashmir’. Phil Collins impazzì per il suono massiccio e l’incedere imponente di quella batteria, e provò a fare qualcosa del genere in una canzone che stavano provando per il primo disco dell’era post-Gabriel: Il pezzo, intitolato ‘Squonk’, si rivelò perfetto sia per l’inizio dei concerti del 1977 che per l’apertura del doppio dal vivo pubblicato quello stesso anno, intitolato Seconds Out. Fu questo il disco che mi introdusse nel mondo dei Genesis, quando ero ancora adolescente. Nel 1988 telefonai ad Armando Gallo, autore della foto di copertina di quel disco (nonché amico personale dei Genesis fin dai primi anni ’70), parlai con lui e mi feci spedire una copia del suo (ormai davvero mitico) libro a loro dedicato. Gli chiesi un autografo per me e per i Malibran, il mio gruppo, che all’epoca muoveva i suoi primi passi. Fu una vera fortuna riuscire a “beccare” Armando nella sua casa romana, dal momento che viveva (e vive) anche a Los Angeles, e che stava partendo (sempre in qualità di fotografo) per l’Australia al seguito degli INXS, band di successo di quegli anni. Un altro importante “riferimento Genesis” per l’Italia sarebbe poi divenuto Mario Giammetti: sulla prima pagina di un numero della sua fanzine “Dusk”, mentre io mi trovavo in condizioni critiche all’ospedale, nel 2012, volle gentilmente rivolgermi un saluto in prima pagina, definendomi  “musicista raffinato”, “leader dei Malibran”, e aggiungendo che “tutto il mondo del Prog” mi aspettava “a braccia aperte”. Davvero un bell’attestato di stima, fortunatamente non isolato.

KING CRIMSON

In sala prove i Genesis tenevano appesa alla parete la copertina di In the Court of the Crimson King, lo strabiliante disco d’esordio (ottobre 1969) dei King Crimson di Robert Fripp, oggi considerato da tutti il vero precursore del rock progressivo: al suo interno erano presenti infatti tutte le componenti (e la strumentazione) caratterizzanti questo genere musicale: brani complessi alternati a ballate romantiche, grande tecnica, suoni mai uditi prima, contaminazioni varie, flauti traversi e mellotron, grafica di grande impatto, testi ora allucinati ora fiabeschi. Lo stesso Steve Hackett aveva visto i King Crimson al famoso locale Marquee Club di Londra, rimanendone quasi folgorato: e, una volta entrato nei Genesis, coincidenza, prese a suonare seduto e con una Gibson Les Paul nera, proprio come Robert Fripp. Anche nei Genesis fece la sua comparsa il mellotron, strumento in grado di simulare sonorità orchestrali (archi ed ottoni), che divenne (insieme al Moog) lo strumento tipico di quella nuova musica dall’approccio “sinfonico”. I King Crimson, dopo una lunga gavetta in piccoli locali, ebbero l’occasione di stupire un pubblico di vastissime proporzioni in occasione del festival gratuito di Hyde Park nell’estate del 1969 (dal quale i Rolling Stones avrebbero tratto il loro film ‘The Stones in the Park’). I brevi appunti del diario di Fripp rivelano come egli stesso si fosse reso conto di quanto quel singolo show avrebbe potuto segnare una svolta nella carriera del gruppo, nonostante il loro primo disco non fosse neanche uscito. E così fu. Eppure, incredibilmente, subito dopo il tour americano del dicembre 1969, i King Crimson si erano già sciolti. Per lo meno, quelli della prima formazione (Fripp, Lake, Giles e McDonald). Greg Lake accettò di cantare anche sul secondo disco (In the Wake of Poseidon, 1970), ma subito dopo passò con gli ELP di Keith Emerson, che fecero il loro esordio all’Isola di Wight nell’agosto del 1970. Fripp non si perse d’animo e reclutò altri musicisti (anche di estrazione jazz), dando alle stampe Lizard (con la partecipazione di Jon Anderson degli Yes sul brano omonimo) e Islands, ma tornando a suonare dal vivo solo nel 1972, insieme a Mel Collins, Ian Wallace e Boz: a quest’ultimo, divenuto il nuovo cantante, insegnò pure a suonare il basso. E con questa formazione venne pubblicato un disco dal vivo (Earthbound, 1972) suonato male e registrato peggio: scelta davvero incomprensibile, dal momento che molti anni dopo sarebbero saltate fuori ottime registrazioni di quel periodo, che finirono per rivalutare questa line-up. Quella successiva si rivelò però la migliore (soprattutto in concerto): con John Wetton (ex Family) al basso e alla voce, David Cross al violino e Bill Bruford (che dovette pagare una penale per lasciare gli Yes) alla batteria, quest’ ultima incarnazione dei King Crimson degli anni ’70 (attiva dagli ultimi mesi del 1972 al 1974) si rivelò una vera macchina da guerra, tanto precisa quanto in grado di divagare sul palco in fantastiche improvvisazioni strumentali, che finirono in parte anche sui dischi in studio (Larks’ Tongues in Aspic e Starless and Bible Black). Red fu l’ultimo lavoro ufficiale, se non si considera il disco dal vivo (USA) pubblicato quando la band si era ormai sciolta, nel 1975. La scelta di scrivere la parola “fine” a quell’esperienza fu dello stesso Fripp, che lasciò totalmente sconcertati i suoi compagni, che mai avrebbero pensato di smettere proprio in quel momento. L’ultimo concerto tenuto da quei King Crimson si tenne a New York nell’ambito dello stesso festival estivo al Central Park al quale partecipò pure la nostra PFM, che utilizzò parte di quelle registrazioni per il suo Live in USA. All’album Red parteciparono, in qualità di ospiti, diversi ex Crimson, quasi come per un saluto finale. E ‘Starless’, il brano che chiude quel lavoro, rimane a mio parere uno dei pezzi più belli del rock progressivo di sempre. Bill Bruford si unì ai Genesis per il tour del 1976 mentre Boz, Il bassista del biennio 1971-1972, passò ai Bad Company degli ex Free Paul Rodgers e Simon Kirke: vale a dire, come detto, l’unica band di successo dell’etichetta Zeppelin ‘Swan Song’, che avrebbe chiuso i battenti nel 1982. I King Crimson tornarono comunque in attività nel 1980, ancora con Fripp e Bruford, ai quali si aggiunsero Tony Levin al basso e Adrian Belew alla voce e alla chitarra: dunque, questa volta, niente più bassista-cantante, un inedito (e magistrale) intreccio fra due chitarre (divenute ormai una sorta di “generatori di suoni”), niente più fiati, né i due mellotron bianchi sul palco (una delle caratteristiche dei vecchi tempi): il tutto in favore di una musica totalmente nuova, ma ancora una volta in grado di sorprendere e di affrontare gli anni a venire con un passo più avanti rispetto agli altri. Dopo vari cambi di formazione, i King Crimson sono attivi ancora oggi.

LED ZEPPELIN (II)

Come detto, nel 1975, ascoltandoli in macchina, i Genesis non avevano riconosciuto i Led Zeppelin, perché questi, nel frattempo, erano cambiati un bel po’. Con il nome di ‘New Yardbirds’ nel 1968 avevano intrapreso un tour in Scandinavia, che si era rivelato utilissimo per mettere a punto i brani per il disco d’esordio sotto la nuova denominazione. Degli Yardbirds rimanevano non solo Jimmy Page, ma anche il manager Peter Grant, più il tour manager Richard Cole, che ai tempi delle tournèe con la vecchia band divideva la stanza con lo stesso Page. Nel film ‘The Song Remains The Same’ del 1976 Cole, tra l’altro,  è la prima faccia che compare, interpretando  il gangster barbuto che viene fuori da una casa, seguito dalla mole immensa di Peter Grant e da un altro tizio, tutti armati di mitra a tamburo. Jimmy pagò di tasca sua la registrazione del primo album degli Zeppelin, avvenuta in sole trenta ore nell’ottobre del 1968, e con pochissime sovra-incisioni. A Robert Plant non sembrava neanche vero di trovarsi in uno studio, e quando ascoltò la musica in cuffie andò letteralmente in estasi. John Paul Jones e Jimmy Page, invece, registravano già da anni, ma fu  Page a guidare tutte le operazioni, sapendo perfettamente cosa voleva ottenere, e come ottenerlo. Si occupò in prima persona anche del fenomenale suono della batteria che sarebbe venuto fuori dal disco (benché in buona parte generato dalla stessa potenza di John Bonham), tenendo i microfoni a distanza per “generare profondità”, come era solito asserire. Peter Grant adorava e rispettava Jimmy. Soltanto una volta John Bonham ebbe a polemizzare  con Page, durante le registrazioni, sempre a proposito della batteria. E Grant intimò a “Bonzo” di fare quello che diceva Jimmy Page, perché, in caso contrario, l’avrebbe sbattuto fuori dal gruppo (e probabilmente anche dalla finestra). Per inciso, nessun altro si sarebbe potuto permettere di parlare in quel modo a John Bonham senza rischiare di farsi male sul serio! Ma lui fece buon viso a cattivo gioco, perché aveva capito che quello era il gruppo giusto per combinare qualcosa di veramente importante. E per questo aveva rinunciato a possibili lavori con gente del calibro di Chris Farlowe e Joe Cocker. Lo stesso John Paul Jones l’aveva capito, e disse che di lì a poco avrebbe fatto un sacco di soldi: e infatti, in poco tempo guadagnò due milioni di sterline! Gli Zeppelin, dopo la Scandinavia, fecero ancora qualche data inglese (anche al noto Marquee di Londra) come ‘New Yardbirds’. Quando infine esordirono con il nuovo nome ‘Led Zeppelin’ (in un primo tempo scritto ‘Lead Zeppelin’, da un’idea di Keith Moon, il batterista degli Who, che intendeva formare un “super-gruppo” con membri degli stessi Who e dei futuri Zeppelin), la scritta ‘ex Yardbirds’ era più grande della scritta ‘Led Zeppelin’ sull’insegna del locale dove si sarebbero esibiti. Ma la mente di Grant e Page era già rivolta agli States, e, ottenuto un vantaggiosissimo contratto con l’Atlantic Records, proprio nei giorni di Natale volarono in America, accolti all’aeroporto da Richard Cole. Quella fu anche l’unica volta in cui Peter Grant non partì con loro, con suo successivo grande rammarico: non sarebbe successo mai più. Quello con gli USA fu amore a prima vista: all’inizio il nome del gruppo compariva anche storpiato sulla insegna dei club dove avrebbero suonato. Ma poco dopo i ragazzi americani impazzirono sia per il disco appena uscito, sia per le loro esibizioni dal vivo. Rubarono la scena anche ai Doors. Jones raccontò di essersi reso conto dell’effetto che avevano sul pubblico quando notò che c’erano giovani che battevano addirittura la testa contro il palco, mentre loro ci davano dentro. Steve Tyler, in seguito cantante degli Aereosmith, racconta di aver pianto dopo aver visto gli Zeppelin in azione per la prima volta. E di aver pianto di nuovo quando vide la sua ragazza uscire dalla stanza di Jimmy Page! Mentre a Plant e a Bonham non sembrava vero di essere in America, Jimmy camminava impettito, sicuro di sé, già ben nota star degli Yardbirds anche a quelle latitudini. Ma il gruppo stava comunque bene insieme: era sempre unito, non solo sul palco, ma anche nei locali dove andava a mangiare e a bere. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, le due “coppie” interne alla band non erano erano Page e Plant da un lato e la sezione ritmica dall’altro, bensì i ragazzi delle “Midlands” da una parte (Plant e Bonham), e i più esperti “meridionali” di Londra (Page e Jones) dall’altra, con conseguenti (affettuose) prese in giro reciproche. Robert e “Bonzo” litigavano spesso, ma solo per stupidaggini, proprio come fratelli. E si intendevano a meraviglia, anche senza parlare: cosa che non sarebbero stati capaci di fare con gli altri della band. L’intesa perfetta tra tutti e quattro era in ogni caso soprattutto quella che si accendeva sul palco: un’alchimia magica, che li portava ad andare nella stessa direzione e a fare le stesse cose, gli stessi stacchi, anche senza averle mai provate prima. Fu così che le versioni live dei brani assunsero una vita propria, con versioni diverse (e molto dilatate) rispetto a quelle incise sui dischi. Nel corso del 1969 Jimmy passò dalla Telecaster alla Gibson Les Paul. Il secondo LP, intitolato Led Zeppelin II (solo con The House Of The Holy, registrato nel ’72 ed uscito nel ’73, si sarebbero decisi a pubblicare un disco con un vero titolo) fu praticamente registrato in vari studi sparsi qua e là, mentre erano in tour negli USA.’Hearthbreaker’, addirittura, venne registrato in una sala, mentre l’assolo di Page,  contenuto nello stesso brano, fu inciso altrove (e infatti il suono è diverso). Plant compose  finalmente il suo primo pezzo (‘Thank You’), anche se a farla da padrone sarebbe stato il micidiale riff di apertura dell’album: quello di ‘Whole Lotta Love’, divenuto ben presto uno dei brani hard rock più famosi della storia:  Jimmy Page l’avrebbe suonato anche in occasione della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici di Pechino del 2008, con il “passaggio di testimone” per quelli di Londra del 2012, a rappresentare lo stesso Regno Unito. Per il terzo disco (Led Zeppelin III) la band decise di cambiare registro: si trasferì con famiglia, tecnici e strumenti a Bron-Yr-Aur, una tranquilla dimora in una zona sperduta del Galles, senza  corrente elettrica né acqua corrente, e con le chitarre acustiche cominciò a comporre brani più tranquilli, di matrice decisamente folk. Pezzi di questo tipo erano in realtà presenti anche sugli album precedenti: solo che questa volta occupavano una buona metà del lavoro! Ciò nonostante, il disco si apriva con ‘Immigrant Song’, uno dei brani più devastanti della discografia Zeppelin, utilizzato anche come inizio dei concerti del periodo ’71-’72. Tra parentesi, nei loro 12 anni di carriera gli Zeppelin non tennero alcun concerto negli anni 1974, 1976 e 1978. E solo quattro show nel 1979. Su quel terzo disco erano presenti anche altri brani “elettrici” quali ‘Celebration Day’ e ‘Out On The Tiles’ (il cui inizio si rivelò poi utile come apertura delle versioni live di ‘Black Dog’). E c’era anche quel lento, straziante, epico blues “bianco” intitolato ‘Since I’ve Been Loving You’: catturato praticamente dal vivo, non si preoccupava di nascondere qualche pecca (una nota dei bass pedals di Jones sbagliata, la cinghia della cassa di Bonham che si sente fin troppo distintamente), in favore di una spontaneità e di un’enfasi fuori dal comune: la voce di Plant comincia sulle tonalità basse, per lanciarsi verso la fine in acuti vertiginosi; l’organo di John Paul Jones (niente basso elettrico su questo pezzo) è straordinario; ogni colpo di cassa o rullante di “Bonzo” suona come una sentenza, possente, implacabile. Page alterna arpeggi e contrappunti delicatissimi ad un assolo sfrenato, a velocità forsennata, eppure emozionante in ogni sua nota: il semplice controllo delle dinamiche da parte di tutta la band per ottenere un risultato strepitoso. Anche ‘Bron-Yr Aur Stomp’ era nato come brano elettrico, per essere poi trasformato in un incalzante “stomp” (appunto) acustico, utile anche per i concerti. Così pure ‘That’s The Way’ (durante la registrazione della quale pare che Jimmy abbia concepito la sua prima figlia) e ‘Tangerine’ erano contraddistinti dalle chitarre acustiche. E lo stesso può dirsi riguardo all’ultimo brano (chitarra con il “bottleneck” e voce con effetto “tremolo”), dedicato già nel titolo al cantautore Roy Harper. Quest’ultimo si era esibito ad Hyde Park con i Jethro Tull e i Pink Floyd il 29 giugno 1968 (lo stesso giorno in cui usciva il secondo LP di questi ultimi, A Saucerful Of Secrets, con David Gilmour al posto di Syd Barrett). Roy avrebbe anche cantato ‘Have A Cigar’ su Wish You Were Here dei Floyd nel 1975, e avrebbe suonato con Page nel 1984, sia su disco che dal vivo. Con riferimento ai costumi di scena, lo stesso Page ne avrebbe sfoggiato uno nero tra il 1972 ed il 1973, sostituendolo con uno bianco per il tour del 1977. Dal canto suo, Peter Grant  non permetteva che gli Zeppelin pubblicassero singoli, né che andassero in TV. E così i filmati professionali che li riguardano sono davvero pochi: qualche pezzo ripreso alla TV danese, poco altro dalla trasmissione francese “Tous en Scène”, un brano per il film “Supershow”: tutto materiale dei primi mesi del 1969. Poi, su pellicola, la Royal Albert Hall del ’70 ed il Madison Square Garden del ’73 (quest’ultimo per il film ‘The Song Remains The Same’). E qualche frammento di Sidney ’72. Per fortuna esistono le riprese effettuate per i maxi-schermi durante i concerti di Earl’s Court ’75, Seattle ’77 e Knebworth ’79, altrimenti avremmo ben poco a documentare la band in azione. In ogni caso, filmati a parte, la vera “pietra miliare” della discografia Zeppelin sarebbe venuta fuori sul quarto album (di fatto senza titolo): piazzata spesso al primo posto nei sondaggi riguardanti le canzoni più belle di tutti i tempi, ‘Stairway To Heaven’ si staglia imperiosa tra gli altri brani del disco (comunque eccellenti): anche qui, un grande lavoro di dinamiche, dall’inizio quieto e celtico, con il delicato, evocativo (e conosciutissimo) arpeggio di Page, il mellotron di Jones (a simulare i flauti) e la voce morbida di Plant, fino all’esplosione dell’assolo di chitarra (una Fender Telecaster sul disco, la mitica “doppio manico” dal vivo) ed alla sezione finale, con la voce di Plant che diventa acutissima, per tornare morbida solo sull’ultimissima frase, che suggella il brano proprio con quello che è il suo titolo: “And she’s buying a stairway to heaven”. Il pezzo ‘Rock and Roll’ si rivelò invece utile per l’apertura dei concerti del 1973 e del 1975. Il successivo album, The House of the Holy, venne registrato nel 1972 con l’ausilio di uno studio mobile, e procurò agli Zeppelin altri ‘classici’ da eseguire dal vivo nel corso degli anni, quali ‘The Song Remains the Same’ (con la quale avrebbero aperto i concerti del 1977 e del 1979), ‘No Quarter’ (oscura ed ipnotica) e ‘The Rain Song’. Quest’ultima era una dolcissima mini-sinfonia, che Page, a quanto si dice, compose in risposta ad un appunto che George Harrison dei Beatles gli aveva mosso: quello, cioè, di non mettere mai nei dischi ballate quiete. E, infatti, i primi due accordi di ‘The Rain Song’ sono i medesimi della splendida ‘Something’ dello stesso Harrison. Nel 1974 il gruppo non andò in tour, ma fondò la propria etichetta discografica  ‘Swan Song’, con la quale avrebbe pubblicato tutti i dischi successivi (quelli precedenti erano usciti per l’Atlantic Records). Nel corso di quell’anno furono inoltre effettuate riprese ‘integrative’ per il film ‘The Song Remains the Same’ che, girato alla fine del tour americano del 1973 (nel corso delle ultime tre date di New York nel mese di luglio), aveva rivelato dei ‘buchi’ senza immagini, cui si rimediò con la band che faceva finta di suonare in concerto, trovandosi invece su un set cinematografico allestito per l’occasione. Furono inoltre aggiunte le immagini ‘fantasy’ quali quelle di Robert Plant nelle vesti di un cavaliere che salva la sua dama prigioniera in un castello, Page che si inerpica sulla montagna per incontrare l’eremita incappucciato, e Jones che cavalca mascherato tra paesaggi misteriosi. Il 1974 fu anche l’anno in cui i Led Zeppelin registrarono i brani per il nuovo album (il doppio Phisical Graffiti, 1975), cui aggiunsero alcuni pezzi rimasti fuori dai lavori precedenti. Tra questi, cosa singolare, anche ‘The House of the Holy’, che aveva dato il titolo al disco omonimo. Furono comunque solo i brani nuovi ad entrare nelle scalette dei concerti: ‘Sick Again’, ‘Kashmir’, ‘In My Time of Dying’, ‘Ten Years Gone’ e ‘Trampled Underfoot’. ‘The Wanton Song’ venne utilizzata solamente all’inizio del tour del 1975, per poi ‘ricomparire’ come apertura dei concerti di Page & Plant del 1995 e del 1998. Nel corso del 1976, a Monaco, venne registrato l’album Presence, cui non poté far seguito il relativo tour, dal momento che Robert si  era rotto una gamba dopo un’ incidente stradale sull’isola di Rodi, dove era in andato vacanza con la moglie Maureen. Solo due brani di quel disco (‘Achilles Last Stand’ e ‘Nobody’s Fault But Mine’) vennero eseguiti durante il tour del 1977, svoltosi solamente negli USA, e che si rivelò, a detta di tutti, meno divertente dei precedenti. Ognuno di quei concerti, tra l’altro, durava oltre tre ore, compresi i lunghissimi ‘assolo’ di Bonham prima, e di Page subito dopo, con una scelta poco felice che, di fatto, impediva al pubblico la possibilità di vedere tutta la band sul palco per un tempo lunghissimo. Per la prima ed unica volta venne eseguita l’acustica ‘The Battle of Evermore’, con la voce di John Paul Jones a sostituire quella di Sandy Denny (non esattamente coi medesimi risultati, come si può immaginare). Se il tour del 1975 era stato interrotto dall’incidente occorso a Robert Plant, quello del 1977 lo fu addirittura a seguito della morte del figlio di quest’ultimo, Karak. E i Led Zeppelin non sarebbero più riusciti a fare una tournèe negli States. Il ritorno ‘in grande stile’, dopo varie voci di scioglimento, avvenne durante il doppio concerto di Knebworth, nel Regno Unito, in occasione dei due concerti ‘gemelli’ tenuti per due sabati consecutivi (il 4 e l’11 agosto 1979) davanti ad un pubblico immenso. Nell’occasione il gruppo, che presentava anche il nuovo disco In Through the Out Door, apparì su un palco gigantesco (con tanto di maxi-schermo) vestendosi in maniera identica per entrambe le serate: eseguirono brani tratti da tutti i loro dischi e Robert Plant, di nuovo in buona forma, intrattenne anche la vasta platea che affollava il prato scherzando tra un pezzo e l’altro, mentre Jimmy si dimenava con scioltezza in camicia azzurra e scarpe  dello stesso colore, unitamente a pantaloni bianchi. Entrambi portavano i capelli meno lunghi rispetto ai vecchi tempi. La scaletta fu quasi identica per le due serate. ‘Ten Years Gone’ venne eseguita solo il 4 agosto, per problemi tecnici relativi alla chitarra a più manici utilizzata da Jones, mentre il bis finale fu in un’occasione ‘Communication Breakdown’ e nell’altra ‘Heartbreaker’. I Led Zeppelin suonarono per l’unica volta in Italia il 5 luglio del 1971 . Ma solo per 26 minuti! Al velodromo Vigorelli di Milano era prevista infatti una delle tappe del cosiddetto “Cantagiro” (con gruppi e cantanti che attraversavano appunto il Bel Paese al posto dei ciclisti del “Giro d’Italia”). Alla “tappa” di Milano il celebre gruppo inglese, dopo una conferenza stampa, si sarebbe esibito in qualità di ospite della serata. Quando però Page e soci cominciarono il loro show (un po’ in anticipo rispetto ai tempi previsti), i ragazzi ancora fuori dal velodromo cominciarono a pressare per riversarsi all’interno della struttura. La polizia reagì sparando i gas lacrimogeni. Plant dovette interrompere lo show e, ignaro di quanto stesse accadendo, sollecitò il pubblico a “smettere di accendere fuochi”. In quel periodo gli Zeppelin, tra parentesi, portavano tutti la barba, Robert sfoggiava una tunica colorata e Page dei vistosi pantaloni a quadri. Sarebbe stato un bellissimo spettacolo, ma la gente, ancora prima degli incidenti, era già ammassata non solo sotto il palco, ma anche attorno e dietro (come testimoniano le foto di quel giorno). Quando il fumo dei lacrimogeni costrinse tutta quella folla di giovani ammassata nel velodromo a cercare scampo in direzione del palco, la strumentazione finì per essere travolta, con i roadies che tentavano disperatamente di salvare il salvabile. Gli Zeppelin provarono una sola volta a riprendere lo show, ma la situazione era ormai fuori controllo, e dovettero cercare rifugio nei camerini. In quell’occasione si erano esibiti anche i New Trolls e i Pooh, ed anche questi ultimi dovettero rinchiudersi, senza per questo riuscire a sfuggire alle esalazioni dei gas. Robert Plant andò via in lacrime (più per la rabbia che per i lacrimogeni), giurando “Mai più in Italia” (come avrebbe titolato anche qualche giornale, dopo quegli sciagurati eventi). E purtroppo così fu. Io stesso avrei visto Page e Plant, sempre a Milano, solo nel giugno del 1995: ma non erano più i Led Zeppelin, appunto. Anche se suonarono quasi tutti brani del vecchio “dirigibile” (con qualche sorpresa, come ‘Dancing Days’ ed una brillante ‘The Song Remains The Same’ con tanto di chitarra “double neck” rossa, come ai bei tempi). Purtroppo pioggia, fango e ressa guastarono in parte quel concerto.

GLI SCONTRI PER LA MUSICA GRATIS

In ogni caso gli scontri tra polizia e pubblico (soprattutto contro quelli che reclamavano “la musica gratis”) finirono per protrarsi per tutti gli anni ’70, con incidenti in occasione del concerto dei Jethro Tull a Bologna nel ’73, i palchi di Lou Reed e Santana dati alle fiamme (rispettivamente nel 1975 e nel 1977), più i “processi politici” a Francesco De Gregori ed Antonello Venditti. I manager italiani (soprattutto Zard, Mamone e Sanavio), che portavano in Italia i grossi gruppi stranieri, venivano accusati di arricchirsi a spese dei giovani. Soprattutto, si pretendeva che la musica fosse  “di tutti”, e che non si dovesse pagare per ascoltarla: Gianni Nocenzi (del Banco Del Mutuo Soccorso) si disse d’accordo, a patto che fosse il pubblico ad onorare le cambiali per gli strumenti acquistati! I Gentle Giant, spesso in Italia, cercarono di far capire che, tolte le spese, anche i musicisti dovevano poter mangiare, e che la musica era il loro lavoro. La PFM subì un’aggressione, con Franco Mussida pronto a fronteggiare i più esagitati stringendo la chitarra per il manico, come fosse una clava. Nell’occasione Franz Di Cioccio, il batterista della stessa “Premiata” (come veniva chiamata all’epoca la band) la mise sul ridere: chiamò sul palco uno dei contestatori,  gli consegnò le bacchette e gli disse: “Ah, la musica è di tutti? E allora suona tu”. Il risultato di tutto questo trambusto fu comunque che l’Italia venne praticamente cancellata dai tour di tutti i grandi gruppi inglesi e americani. I Van Der Graaf Generator, riformatisi nel ’75 (dopo lo scioglimento del ’72) si fecero vedere solo perché riuscirono ad esibirsi sulla riviera romagnola, in un clima di vacanze ed ombrelloni. Quando suonarono a Roma, nel dicembre del 1975, subirono però il furto del furgone con tutti gli strumenti dentro, e, nonostante fossero riusciti a recuperare quel materiale, se ne tornarono a casa; sarebbero dovuti venire a suonare anche nel Sud Italia e a Catania quello stesso mese, ma, dopo i fatti di Roma, tutte le date rimanenti  vennero cancellate.  Ed il sottoscritto li avrebbe visti solo 30 anni dopo, nel 2005, a Roma e a Taormina. Di fatto il nostro Paese perse l’occasione di vedere i gruppi più grandi della storia del rock proprio nel momento del loro massimo fulgore. I Genesis ed i Jethro Tull si sarebbero rifatti vivi solo nel 1982, quando le acque si furono calmate.

MALIBRAN

Ma ecco venirmi in mente qualche aneddoto un po’ più piacevole e divertente riguardante i Malibran: una volta Jerry stava provando una chitarra in un negozio di  strumenti, in Veneto, accennando qualche pezzo nostro: un cliente del posto, fan dei Malibran, gli chiede come facesse a conoscere quei pezzi, non riconoscendolo come un componente del gruppo: Un po’ come se ( senza fare paragoni! ) un fan degli Zeppelin sentisse un tizio suonare “Stairway To Heaven” in un negozio, per poi scoprire che il tipo che suona è Jimmy Page! Una persona dal Brasile mi ha scritto di aver comprato per 7 volte il nostro primo disco, perché, essendo  questo in vinile, rovinava tutte le copie a furia di ascoltarlo. Un altro fan dal Messico, a proposito del nostro live “In Concerto”, mi ha scritto che per lui noi siamo come i Genesis, i King Crimson, o altri gruppi prog di questo livello (esagerato!). Un altro, dagli Stati Uniti, non si aspettava che il sottoscritto rispondesse personalmente ad una sua mail, e solo per questo, mi ha confessato di essere andato in giro tutto il giorno con un gran sorriso stampato in faccia. Un giapponese mi comunica di aver appena visto il nostro disco d’esordio in un negozio di Tokyo: lui comunque l’aveva già. Ad un mio amico, in vacanza in Messico, un tizio che vendeva dischi ha proposto il nostro primo album, parlando di un’ottima prog band italiana, non immaginando certo che lui ci conoscesse di persona. Nel 1991 eravamo nel negozio Black Widow di Genova (oggi anche etichetta discografica), pieno di nostri estimatori che ci chiedevano di autografare il nostro primo disco (in vinile), che era anche in vetrina: un ragazzo aveva già la sua copia a casa, ma pur di averne una autografata, ne ha comprata un’altra sul posto; un altro aveva il personaggio di quella copertina (The Wood Of Tales) tatuato sul braccio. Mentre eravamo sul palco negli USA, tutti i cd nostri che ci eravamo portati dietro sono stati venduti in pochi minuti. E quando abbiamo suonato alla Festa dell’Unità di Catania, nel settembre del 1991, Carmen Consoli a fine concerto è salita sul palco per abbracciarci, urlando “ma dove (bip) la prendete tutta questa grinta?”.  Un fan dalla Germania ed uno dal Nord Italia, pur avendo già tutti i nostri dischi, mi hanno richiesto “in blocco” anche i 50 (!) concerti inediti che avevo messo su CD. Arturo Stalteri dei Pierrot Lunaire ( gruppo prog italiano anni ’70 ben noto ai cultori del genere ) ha scritto:”Mi piacciono i Malibran”. Oggi conduce programmi di musica classica su Radio Rai 1, ma non ha affatto rinnegato il progressive ed ama gli Stones. Nel 1988 avevo registrato un suo speciale in tre puntate tutto dedicato ai Jethro Tull, sempre sulla RAI. Mentre suonavamo prima del Banco del Mutuo Soccorso, nel 1999, vedevo Vittorio Nocenzi godere muovendo la testa dietro di noi, durante l’incalzante parte finale di ‘On The Lightwaves’: sulla mia macchina ha poi avuto bellissime parole nei nostri confronti. Qualche ora prima sulla mia vecchia Panda avevo con me Francesco Di Giacomo, in cerca di dolci da portare alla famiglia: come, per un fan degli U2, andare in giro con Bono e The Edge, per poi andare a cena insieme a loro! Un libro sulla PFM ci paragona alla ‘Premiata’ riguardo alla spettacolarità sul palco: La PFM per gli anni ’70 e i Malibran per gli anni ’90. Ian Anderson ha apprezzato il cd italiano di tributo ai suoi Jethro Tull: come pezzo di apertura era stata scelta la nostra versione di ‘Bourèe’, che è dunque il primo brano che ha ascoltato. Un nostro estimatore romano ci ha visti suonare vicino Roma nel 1989: aveva 12 anni, e quello era il primo concerto della sua vita! Due anni dopo è venuto a vederci ancora all’Alpheus (oggi Planet Club), sempre a Roma. Un fan dal Costarica, poi, pur avendo tutti i nostri dischi, mi ha chiesto anche un bel po’ di materiale inedito. Qualcuno scrive di aver visto copie del nostro The Wood of Tales in un negozio finlandese, e si augura che anche gli altri nostri dischi vengano ristampati in vinile. Durante il festival di Altomonte, con Malibran e Osanna tra i gruppi partecipanti, ho avuto una bella conversazione con Lino Vairetti, che, in qualità di leader degli Osanna, aveva diviso il palco coi Genesis nel 1972, scattando anche qualche foto a Peter Gabriel sulla spiaggia di Viareggio. Franz Di Cioccio, a sua volta, mi ha inviato una e-mail di congratulazioni per la nostra prevista partecipazione ad un festival in Francia. E con il suo caratteristico slang “anglo-lombardo” si diceva "very gasato", perché stava partendo per Tokyo con la PFM (ne avrebbero tratto Live in Japan 2002), preannunciandomi che avrebbe di nuovo indossato il kimono, come negli anni '70. Un fan dal Belgio paragona la nostra suite, ‘Le Porte del Silenzio’ a ‘Supper’s Ready’ dei Genesis (questa poi!). Ed il nostro disco dallo stesso titolo, uscito nel 1993, è stato inserito tra i 10 lavori più belli del progressive italiano degli anni ’90 sulla rivista ‘Prog Italia’, in edicola nel gennaio del 2015.

JETHRO TULL

Tornando di nuovo indietro nel tempo, nei pensieri di Ian Anderson, agli inizi della carriera dei Jethro Tull, c’era la presenza un po’ ingombrante di Mick Abrahams. Quest’ultimo era un eccellente chitarrista, ma  anche un cantante ed un’autentica “prima donna”, che avrebbe voluto guidare la band e lasciare Anderson un po’ sullo sfondo durante i concerti, giusto per qualche intervento al flauto o all’armonica. Ma fu Ian a divenire presto  la figura di riferimento della band (nata alla fine del 1967): un po’ per il suo carisma, e un po’ per quella sua  bizzarra idea di inserire il flauto traverso (strumento utilizzato solitamente in contesti jazz o di musica classica) in un gruppo rock-blues. Ian Anderson aveva in realtà cominciato con la chitarra, ma, dopo aver visto Eric Clapton, si era reso conto che non sarebbe mai riuscito a fare di meglio. Così rivolse la sua attenzione a quello strano strumento argentato, esposto in un negozio, e che non aveva mai visto prima. Imparò ‘Serenade To A Cuckoo’ (un brano strumentale di Roland Kirk) e migliorò tantissimo nel giro di pochi mesi, utilizzando l’aggressiva tecnica di “cantare” con la voce “dentro” le note che suonava, agitandosi davanti all’asta del microfono e reggendosi su una gamba sola, tenendo l’altra sospesa a mezz’aria: uno spettacolo nello spettacolo, che avrebbe contribuito non poco alla fortuna sua e del gruppo. I Jethro Tull esordirono discograficamente con un 45 giri accreditato erroneamente ai “Jethro Toe”. E, fin dall’inizio del 1968, cominciarono a farsi le ossa come band live suonando in giro per i locali ed i club dell’Inghilterra. Soprattutto al ben noto Marquee di Londra, fino a quando non riuscirono  a conquistarsi  lo “status” di attrazione principale delle serate: per questo dedicarono un pezzo (in bilico tra jazz e swing) al proprietario del locale (‘One For John Gee’), al quale dovettero molto, al tempo dei loro primi passi. Durante l’estate di quello stesso anno registrarono This Was, il loro primo LP (nonché l’unico con Mick Abrahams alla chitarra): un lavoro piacevolissimo, con poche sovra-incisioni, intriso di blues e di venature vagamente jazz, con Ian e Mick a scambiarsi i ruoli di cantanti e di solisti, ciascuno al proprio strumento. Questo è l’unico album della band a contenere due brani nei quali Ian Anderson non compare: ‘Move On Alone’ (cantata da Mick) e ‘Cat’s Squirrell’, che lascia spazio alla chitarra distorta di Abrahams, con il solo supporto della sezione ritmica di Glenn Cornick al basso e Clive Bunker alla batteria: in questo pezzo i Jethro Tull si trasformano in una sorta di “Power Trio”, tipo i Cream, la Jimi Hendrix Experience o i Taste di Rory Gallagher. Ed il lavoro del chitarrista di Luton è comunque pregevole e raffinato su tutto This Was, tra assoli  ricchi di gusto ed eleganti e sofisticati accordi jazz-blues.  Non era questa però la strada che la band avrebbe continuato a percorrere. Abrahams aveva ottenuto il suo spazio e ‘Cat’s Squirrel’ era la sua passerella personale per i concerti dal vivo; ma il gruppo stava per cambiare direzione, affidandosi completamente alla guida (e al flauto) di Ian Anderson. L’ultima incisione di Mick con la band è degli ultimissimi mesi del 1968, con il brano ‘Love Story’: un singolo che, dall’altro lato (‘A Christmas Song’) vede Ian Anderson impegnato alla voce e al mandolino (strumento mai utilizzato su This Was), accompagnato dai soli Clive e Glenn, oltre che da un bell’arrangiamento d’archi. Oltre a Tony Iommi la band proverà anche David O’List, il chitarrista dei Nice (il gruppo di Keith Emerson prima degli ELP). Ma, alla fine, opterà per il tranquillo e malleabile Martin Barre, dopo un’audizione (con ‘Nothing is Easy’, in seguito sul loro secondo album) avvenuta alla fine del 1968. All’inizio la scelta non sembrò rappresentare un gran passo avanti rispetto all’abilità e alla sicurezza di Mick Abrahams: nella registrazione del concerto insieme a Jimi Hendrix (Stoccolma, 9 gennaio 1969) il nuovo chitarrista, un po’ impacciato (e ancora senza barba) non appare del tutto convincente. Poco dopo, però, durante il primo tour in USA, Martin Barre acquista sempre maggior sicurezza, e per 40 anni (!) diverrà la fidata “spalla” di Ian Anderson. Nel 1969  i Tull sono in giro per gli States anche con i Led Zeppelin (Mick Abrahams non amava viaggiare: altro punto a suo sfavore!). Esiste anche una bella foto, coi Jethro Tull che impazzano sul palco e John Bonham, seduto dietro di loro, intento a seguire il lavoro di Clive Bunker alla batteria. E proprio mentre erano in tour in America, fu Joe Cocker ad annunciare loro che in Inghilterra erano arrivati primi in classifica con il singolo ‘Living In The Past’. Con il supporto di John Evan al piano e all’organo Hammond (John avrebbe fatto parte della band dal 1970 al 1980), i Jethro Tull continuarono a suonare negli States anche per tutto il 1970, senza però mancare all’appuntamento dell’ Isola di Wight, alla fine di agosto di quello stesso anno. Quando però si concluse l’ultimo tour americano, a novembre, Ian Anderson decise di “scaricare” Glenn Cornick: erano tutti all’aeroporto, in procinto di tornare a casa, e Ian prese da parte Glenn, annunciandogli senza mezzi termini che era fuori dal gruppo, e che sarebbe addirittura rientrato con un altro volo. Possiamo immaginare con che stato d’animo quello che era stato fino a quel momento il bassista dei Jethro Tull avrà fatto quel viaggio di ritorno, da solo, dopo gli anni ‘di gavetta’ trascorsi insieme ai suoi compagni della band, i concerti, gli hotel, i viaggi e le risate insieme. Ho parlato con lui di persona nel 2006, ma ho preferito non toccare l’argomento, perché sapevo che Glenn Cornick non aveva ancora dimenticato. E si può anche capire. Dopo This Was, Stand Up e Benefit Glenn era anche riuscito a sfiorare il colpo grosso, arrivato con il successivo album Aqualung, perché aveva fatto in tempo a registrare alcuni pezzi di quel disco, poi rifatti nel febbraio del 1971 dal vecchio amico di Anderson, Jeffrey Hammond Hammond, che sarebbe rimasto nella band fino al 1975. Uno dei ricordi più belli per Glenn rimase comunque il festival gratuito di Hyde Park, come detto, insieme a Pink Floyd e Roy Haper, il 29 giugno 1968. In quei giorni non avevano pubblicato neanche il loro primo disco, ma, avendo raccolto tanti estimatori suonando al Marquee ed in altri mille piccoli locali britannici, ecco che avvenne qualcosa di inaspettato: tutti i loro fans si raccolsero a quel festival, e quando un roadie salì sul palco, poggiandovi sopra una borsa, dal pubblico partì un boato: tutti sapevano che quella era la sacca nella quale Ian Anderson teneva i suoi vari strumenti a fiato: era dunque  “il segnale” che al festival stavano per suonare i Jethro Tull! Gerry Conway, un batterista amico di Clive Bunker (poi a sua volta nei Tull del periodo ’81-’82), aveva saputo da quest’ultimo che suonava con una band  in piccoli locali, e vedendo tutto questo, ad Hyde Park, pensò di essere stato preso in giro da Clive. La verità era invece che  neanche gli stessi Jethro Tull si sarebbero aspettati un successo simile a quel festival. In un solo giorno, passarono dallo “status” di piccolo gruppo a quello di grande band. E tutto cambiò. Per inciso ad Hyde Park ‘68 i Jethro Tull (che stavano registrando il primo album in quello stesso periodo) si esibirono di giorno, vestiti come nelle foto che li ritraggono al Marquee il 3 maggio 1968, per quella che fu la loro prima data come gruppo principale in cartellone (Ian con un giubbotto corto, Glenn con il cappellino, il nome del gruppo stampato in caratteri gotici sulla cassa della batteria). Qualche mese dopo, al “Sanbury Jazz Festival” dell’agosto 1968 appariranno invece con gli stessi abiti della copertina di This Was (escluso il trucco da vecchietti), con Ian Anderson in cappottone verde e Glenn Cornick in gilet giallo e bombetta rossa. Così come appaiono anche durante le riprese del ‘Rolling Stones Rock And Roll Circus’, alla fine di quello stesso anno, con Tony Iommi alla chitarra. Stranamente, come nel caso degli Zeppelin, anche dei Jethro Tull non esiste molto materiale  filmato degli “anni d’oro”: quasi niente, in pratica, tra il 1970 (anno ricco di riprese, a cominciare dai festival di Tanglewood e dell’Isola di Wight) ed il 1977 (fino a che non è apparso metà dello show del 1976 a Tampa). Niente neanche per quanto riguarda gli anni del loro massimo successo, e cioè quelli di Aqualung e Thick As A Brick, tra 1971 e 1972 (a parte i filmini in super 8, muti, girati da qualcuno del pubblico). Come detto, dopo aver “liquidato” Glenn Cornick, Ian Anderson aveva fatto entrare nella band il suo vecchio amico Jeffrey Hammond, al quale aveva già dedicato tre brani sui dischi precedenti. Nel dicembre del 1970 i Tull registrarono con Jeffrey alcuni brani per Aqualung, rifatti poi, come accennato, nel febbraio del 1971 direttamente per il disco, che sarebbe uscito a marzo. Quando dunque il gruppo arrivò in Italia per la prima volta, nel febbraio ’71 al teatro Smeraldo di Milano e al Brancaccio di Roma, il disco non era ancora uscito, anche se quei pezzi venivano già suonati “on stage”. Ian Anderson iniziava il concerto con ‘My God’, voce e chitarra acustica, quasi al buio, dicendo che i Jethro Tull si erano sciolti e che avrebbe tenuto il concerto da solo. Frattanto gli altri del gruppo scivolavano ai loro posti, nascosti nell’oscurità. E quando il brano esplodeva, si accendevano le luci, partiva la batteria insieme a tutti gli altri strumenti e Ian Anderson con un piede gettava per aria la sedia sulla quale aveva iniziato lo show, aggredendo il microfono con il flauto e lasciando di stucco gli spettatori con un impatto devastante. Pochi mesi dopo il batterista Clive Bunker lasciò la band e, con l’ingresso di Barriemore Barlow, si ricostituì di fatto quella che negli anni ’60 era stata la John Evan’s band (eccettuato Martin Barre), sotto la nuova sigla di Jethro Tull, che era in realtà il nome di un agronomo del ‘600 inventore di una nuova macchina seminatrice. La prima registrazione di Barlow coi Tull avvenne in occasione dell’EP Life Is A Long Song, contenente quattro brani, quando era ancora il 1971. E, a seguito del successo di Aqualung, Barlow si vide catapultato di colpo dai piccoli pub inglesi alle grandi arene americane, di fronte a migliaia di persone. Quel disco, per inciso, avrebbe dovuto intitolarsi My God (e a questo brano si riferiscono le note di copertina, vergate in caratteri gotici): ma la vasta diffusione di un bootleg dallo stesso titolo portò al cambiamento del nome, e l’album si chiamò come il brano d’apertura, Aqualung, che parte con uno dei riff di chitarra più conosciuti del rock dei seventies. In seguito, sempre nel 1972, uscì la raccolta Living In The Past, contenente rarità, inediti ed estratti  dal concerto alla Carnegie Hall di New York del 4 novembre 1970 (in seguito pubblicato per intero). I due album successivi, Thick As A Brick (1972) e A Passion Play (1973) erano entrambi due concept album contenenti ciascuno un solo brano lungo quanto tutto il disco. A seguito delle aspre critiche (ingiustamente) rivolte a quest’ultimo lavoro, Ian Anderson decise di prendersi una pausa, ed i Tull si ripresentarono (con look rinnovato e annessa ‘photo session’) solo in occasione della conferenza stampa del gennaio 1974 a Montreaux, per presentare il nuovo progetto denominato War Child, che avrebbe dovuto essere sia un disco che un film. Il film però non si fece mai, e rimasero solo alcuni brani orchestrali che avrebbero dovuto far parte della colonna sonora. Un paio di pezzi di questo nuovo disco (‘Skating Away’ e ‘Only Solitaire’) provenivano in effetti da alcune registrazioni che la band aveva effettuato in Francia nel settembre del 1972, ma che aveva deciso di lasciare nel cassetto. Qualcosa di questo materiale era anche stato utilizzato per A Passion Play. Quel disco inedito registrato nei pressi di Parigi (un doppio album incompleto, rimasto senza titolo) uscì solo in minima parte in occasione dei 20 anni della band, e quasi per intero in occasione dei 25 ( con un flauto aggiunto per l’occasione). Infine, con il remix di Steven Wilson del 2014, il lavoro è stato finalmente pubblicato nella sua interezza. Su War Child e Passion Play Ian Anderson fa per la prima (ed ultima!) volta largo uso del sax (soprattutto di quello soprano: cioè quello “dritto”, per intenderci). Utilizzerà il sax dal vivo fino al 1975, e lo riesumerà solo per la rara traccia ‘Beltane’ del 1977. Barriemore Barlow detestava quel sax, e sperava sempre che Ian tornasse al flauto! Anche il costume di scena di Anderson in questo periodo cambia completamente: non più il giaccone a scacchi rossi e neri, per gli spettacoli del periodo ’74-’75, bensì un elegante (quanto surreale) costume da principe del ‘500, con un sospensorio in bella vista, capelli meno folti e barba più curata. Barlow adesso siede alla batteria con canottiera e pantaloncini corti; John Evan con abito bianco e cravatta rossa a pallini bianchi. Barre invece alterna una giacca “floreale” ad un'altra di un rosso smagliante, mentre Jeffrey fa sfoggio di  abiti e strumenti “zebrati”, tutti a strisce bianche e nere. Se prima era soprattutto Anderson a fare scena durante gli spettacoli, adesso sono i componenti di tutta la band a dimenarsi e a correre su e giù per il palco, nonostante la difficoltà sempre maggiore delle partiture. In tour  viene anche portato un quartetto d’archi tutto femminile, che viaggia con loro da una città all’altra, in varie parti del mondo, Australia compresa. L’album Minstrel In The Gallery, del 1975, viene registrato con il supporto di uno studio mobile installato su un furgone rosso: è un ottimo lavoro, ma, a parte la “title track”, non viene mai eseguito in concerto. Con Too Old To Rock’n’ Roll, Too Young To Die il bassista John Glascock (proveniente dai “Carmen”, già gruppo spalla dei Tull) prende il posto del dimissionario Jeffrey Hammond (che preferisce tornare alla sua antica passione per la pittura) e rimarrà nei Jethro fino al 1979. Con lui la band entra nel suo “periodo folk-rock”, registrando Songs From The Wood (1977) ed Heavy Horses (1978), in coincidenza con il trasferimento di Anderson (e consorte) dalla vita di città a quella di campagna. Oltre alla musica, anche l’aspetto del leader dei Tull subisce un nuovo cambiamento, con abiti da signore della campagna inglese, bombetta e gilet rossi, capelli più corti, basette e pizzetto. Nonostante ci si trovi in piena epoca punk, questa svolta folk viene sorprendentemente salutata con favore dalla critica. E il suggello a questo periodo felice avviene sia con la pubblicazione del live Bursting Out che con il concerto al Madison Square Garden di New York, trasmesso in diretta ‘trans-oceanica’ a beneficio di vari Paesi (Italia esclusa), entrambi del 1978. Questo concerto (e questa tranche americana del tour) vedono però Tony Williams al basso al posto di John Glascock: quest’ultimo soffre infatti di problemi al cuore, e, anche se tornerà con la band per i concerti negli States dei primi mesi del ’79, riuscirà a registrare solo qualche pezzo per l’album Stormwatch, di quello stesso anno (con Ian Anderson al basso sugli altri brani).  Glascock purtroppo morirà poco tempo dopo nel corso di un intervento al cuore, e Barriemore Barlow, a lui molto legato, si ritroverà a suonare piangendo quando il gruppo viene raggiunto dalla notizia mentre è in tour negli States. Il suo posto viene preso dal Dave Pegg, bassista dei Fairport Convention, band amata da Page e Plant, che avevano voluto la loro cantante Sandy Denny per  ‘The Battle Of Evermore’ sul quarto album degli Zeppelin. A sua volta Dave Pegg era amico di John Bonham fin dagli anni ’60. Dave si divise tra i due gruppi fino al 1995. Poi decise di lasciare, rimpiazzato da Jonathan Noyce. Ma quando entrò nei Jethro Tull, nel 1979, fece in tempo a far parte della formazione che schierava ancora John Evan, Barriemore Barlow e David Palmer. Quest’ultimo aveva arrangiato e diretto le sezioni orchestrali dei brani di Ian Anderson fin dal 1968, ma solo dal 1976 era diventato un componente del gruppo a tutti gli effetti. Ad ogni modo, nel 1980, Ian mischiò le carte in tavola e cambiò la formazione per il disco A ed il relativo tour. In effetti quello avrebbe dovuto essere un suo disco solista (A stava per Anderson), ma la casa discografica lo aveva convinto a farlo uscire come il nuovo disco dei Jethro Tull, con Eddie Jobson e Mark Craney (violino e tastiere il primo, batteria il secondo). E così Barlow, Palmer ed Evan appresero solo dai giornali che non facevano più parte della band. Gli anni ’80 erano appunto iniziati, e questo disco, come i successivi Broadsword And The Beast (1982), il primo disco solista di Anderson Walk Into Light (1983) e Underwaps (1984) sono più o meno infarciti di suoni elettronici a discapito del flauto, che quasi scompare. Un disco con la formazione Anderson, Barre, Pegg, Conway e Vettese avrebbe anche potuto uscire nel 1981, data la gran quantità di brani registrati quell’anno: ma non sarà così, e tutto quel materiale riemergerà solo in occasione delle celebrazioni dei 20 e 25 anni di attività del gruppo. Broadsword, con quella stessa formazione, è un buon disco, ed il relativo tour è anche l’ultimo a vedere Anderson con la voce e l’aspetto dei vecchi tempi. La sua voce comincia infatti ad avere problemi dopo il tour di Underwraps. Nel 1985 i Jethro Tull tengono un solo concerto, dedicato a J. S. Bach, a Berlino, con Eddie Jobson (lui e Craney rimasero nella band solo nel periodo ’80-’81) in veste di ospite alle tastiere. Per inciso, questa è anche l’ultima occasione in cui possiamo vedere Martin Barre con la barba! Anche nel 1986 non ci fu altro che un breve tour estivo (denominato infatti “Summer Raid”), compresa una data diurna a Milton Keynes (proprio il luogo della reunion dei Genesis con Peter Gabriel) prima dei Marillion, che all’epoca, dopo l’uscita dell’esplosivo Mispaced Childhood (1985) erano davvero sulla cresta dell’onda (con conseguente beneficio per tutto il “movimento prog”, che vedeva finalmente un gruppo suonare quel genere musicale riuscendo anche a scalare le classifiche). I Tull sembravano viceversa ormai sul viale del tramonto: anche fisicamente Ian Anderson, pur non avendo ancora compiuto 40 anni, appariva come un vecchione imbolsito, barba imbiancata, cappellino, pantaloni rigonfi ed un giubbotto di pelle senza maniche a renderlo ancora più appesantito. Dopo A sia Jobson che Craney erano stati sostituiti appunto da Peter Vettese e Gerry Conway, a sua volta rimpiazzato dietro i tamburi da Doane Perry (che, sarebbe divenuto il batterista più “longevo” della storia del gruppo). Don Airey fu alle tastiere per il tour del 1987, ma non sul disco di quell’anno, A Crest Of a Knave, che segnò il “ritorno” dei Tull in grande stile, con brani accattivanti quali ‘Budapest’ e ‘Farm On The Freeway’, nuovi classici per gli spettacoli dal vivo. E, dopo il tour del 1988 per il ventennale del gruppo, e l’album Rock Island del 1989, coi Tull premiati quale migliore band heavy metal (!?), ecco la rinascita: nel 1991 tornano in scena incredibilmente ringiovaniti: Ian Anderson con un semplice gilet sul torso nudo, muscoloso e scattante, coi pantaloni attillati come negli anni ’70; Martin Barre, che pochi anni prima appariva come un attempato impiegato di banca, di nuovo coi capelli lunghi, dimagrito, agile e con un bellissimo suono di chitarra. All’album e al tour di Catfish Rising di quello stesso anno (con più strumenti acustici e piacevoli folate di blues) seguì il triplo tour del 1992, il disco semi-acustico dal vivo A Little Light Of Music, l’arrivo dell’ottimo Andy Giddings alle tastiere e l’inizio degli spettacoli con Anderson in giacca e cilindro neri. Quindi le varie celebrazioni per i 25 anni della band, fra 1993 e 1994: box set, il doppio cd di rarità Nightcup, tour mondiale e Ian e Martin ancora vivaci e con un look accattivante. Brillanti, poi, gli inizi dei concerti, con la rivisitazione dei brani di inizio carriera: ‘My Sunday Feeling’ in apertura, poi ‘For A Thousand Mothers’, quindi ‘Living In The Past’, con Ian Anderson che irrompeva sul palco con una festosa giacca multicolori. Questo periodo scintillante fu però anche l’ultimo per i Jethro: l’album Roots To Branches del 1995 fu seguito da un tour più dimesso, senza  Dave Pegg al basso (sostituito da Jonathan Noyce) e con Anderson e Barre meno in forma. Nel 1996 lo stesso Anderson rimase vittima di un’embolia ad una gamba che lo costrinse alla sedia a rotelle per diverse date: durante il tour dei 20 anni, all’inizio del concerto (quando io ebbi modo di vederli per la prima volta, nel 1988) compariva sul palco suonando per scherzo il flauto su una sedia a rotelle (a voler sottolineare che erano diventati  “troppo vecchi per il rock’n’roll”), per liberarsene subito dopo, alzandosi in piedi per cantare una scoppiettante  ‘Cross-eyed Mary’: adesso, invece, la carrozzina doveva usarla sul serio! Anche se per un breve periodo, fortunatamente. L’album successivo uscì solo quattro anni dopo, nel 1999: si intitolava Dot Com, era buono, registrato bene, e con ottime spruzzate di prog. Ma sarebbe rimasto l’ultimo disco dei Jethro Tull. Sarebbero seguiti infatti altri lavori, su cd o dvd, in studio e dal vivo, ma non si sarebbe più trattato di veri album composti da materiale interamente inedito. Negli ultimi tempi, poi, anche l’inossidabile Martin Barre non fa più parte della band, e il suo leader si presenta ormai sotto la sigla “Ian Anderson’s Jethro Tull”, lasciando intendere che il gruppo in quanto tale ha chiuso i battenti. Dischi, foto e documenti filmati rimarranno però a testimoniare la grande forza che aveva questa band nei suoi anni migliori.


MALIBRAN E JETHRO TULL

Quando apprendo che i Jethro Tull avrebbero suonato a Palermo l’8 luglio 2003 (prima volta in Sicilia) al Teatro di Verdura (anfiteatro all’aperto, sorta di “appendice estiva” del Teatro Massimo), mi attivo subito per “piazzare” i Malibran come gruppo di apertura del loro show. Li avevo visti dal vivo numerose volte in giro per l’Italia. E, soprattutto, erano da sempre il mio gruppo preferito. Dunque, esibirmi con loro sullo stesso palco, magari conoscendoli di persona, e poterlo fare davanti ad un pubblico numeroso (e presumibilmente “affine” al nostro tipo di proposta musicale) sarebbe stato quanto di meglio avrei potuto chiedere. Mi metto subito al lavoro per rendere concreta anche questa possibilità, come quattro anni prima con il Banco: contatto Aldo Tagliaferro, il presidente del “fan club” italiano dei Tull,  che conosce di persona Ian Anderson & Co. Anzi, da semplice loro fan, era ormai diventato un po’ il “referente italiano” del gruppo: durante i tour, è lui che va a prenderli all’aeroporto, li porta nei vari hotel e ristoranti, da una città all’altra, e tutto il resto. Mi metto anche in contatto con la “Blue Sky”, l’agenzia che porta i Tull (e Steve Hackett) in Italia: loro sono sempre gentilissimi, e, “in sinergia” con Aldo, si cerca di rendere concreta la cosa: Malibran e Jethro Tull insieme a Palermo. Passano mesi di telefonate, con conseguente alternanza di speranze e delusioni: “si può fare”, “anzi no”, e così via. Alla fine Aldo mi chiama, non mi trova, ma parla coi miei: ed io, al mio rientro a casa, trovo un biglietto sul tavolo: “suonerete coi Jethro Tull”: meglio del biglietto vincente della lotteria di Capodanno! Si entra nei dettagli: Ian Anderson ha apprezzato il cd di tributo ai Tull (Songs for Jethro), aperto da una nostra versione di ‘Bourèe’. Ma pone delle condizioni: innanzitutto, non dobbiamo essere una cover band dei Jethro, ma un gruppo con una discografia propria. E in effetti è proprio così. In secondo luogo, io non posso suonare il flauto: Ian Anderson non vuole infatti altri gruppi che suonino questo strumento (tanto peculiare per il suono e l’immagine dei Jethro Tull) prima che sia lui a salire sul palco. La cosa mi sembra comprensibile, e per noi non è un problema: di fatto sono pochi i brani nei quali, dal vivo, io utilizzo il flauto: dopo che Benny (il tastierista) ha lasciato i Malibran insieme a Giancarlo (flauto e sax) nel 2001 io, oltre a cantare, con la chitarra devo anche coprire i vuoti lasciati dai due “transfughi”. E dunque sarà sufficiente non mettere in scaletta alcuni brani. Ecco però in arrivo un altro guaio:  Alessio, il nostro batterista (nonché mio fratello), quel giorno potrebbe non essere disponibile, e cominciamo a considerare l’ipotesi di un sostituto. Ma come? Eravamo in sei e adesso diventiamo in tre, più un batterista “esterno” che non conosce i nostri pezzi? E questo proprio nell’occasione più importante? Comunque la cosa si risolve: Alessio ci sarà, e si comincia ad entrare nei dettagli tecnici: noi dovremo suonare 40 minuti e lasciare il palco ad una certa ora. Non potremo usare la strumentazione dei Jethro Tull, dal momento che verremo solo collegati all’impianto principale. Dunque il mio amico Riccardo, che ha un service, mi presterà i microfoni, mentre Ignazio (un altro amico) sarà al mixer per noi. In cambio chiede solo se sarà possibile far entrare la moglie senza farla pagare: giro la richiesta, che mi viene accordata. Per Ian Anderson, la band, il loro storico tour manager inglese e per quello italiano è tutto ok, la cosa si farà. Noi ci limitiamo a fare una sola, normale prova, avendo conferma che il nostro show funzionerà anche senza il flauto. Sul giornale ‘La Sicilia’ esce un paginone tutto dedicato a questo concerto, che abbina i siciliani Malibran e i leggendari Jethro Tull, con belle foto a colori e biografie di entrambi i gruppi. Ma, appena un paio di giorni prima della data tanto attesa, ecco una laconica e-mail da parte del tour manager italiano, che mi comunica  quanto segue: “per motivi tecnico-burocratici non potrete suonare con i Jethro Tull”. Non capisco: era tutto definito nei minimi dettagli, c’era l’ok di Ian Anderson e di tutto l’entourage della band, e adesso non possiamo suonare? Chiamo il tour manager italiano, poi anche l’organizzatore dell’evento a Palermo.  E mi sento dire, addirittura, che se suoneremo noi, non suoneranno neanche i Jethro Tull! Alla fine si scopre che l’agenzia Blue Sky, purtroppo, aveva pensato più che altro al benestare di Ian Anderson, ma non a comunicare la partecipazione dei Malibran agli organizzatori di Palermo, i quali avevano probabilmente saputo della cosa proprio dal giornale, sentendosi “scalzati”, e senza essere in possesso della necessaria documentazione (EMPALS, ecc.) riguardante noi. Otteniamo solo il “contentino” di assistere gratis al concerto dei Jethro Tull, che si svolge senza alcun gruppo di apertura. Ci andiamo comunque  con il macchinone di Jerry, e arrivati sul posto (dove vedrò Steve Hackett l’anno seguente) sento Aldo al telefono: lui è lì, ma non riusciamo ad incontrarci. Riesce comunque a farci entrare senza pagare (e vorrei vedere!). Il bello (si fa per dire) è che un tipo seduto davanti a me si lamenta del fatto che non c’è un gruppo ad intrattenere il pubblico in attesa dei Jethro Tull. Scherzando, quando qualcuno mi chiedeva se non ero emozionato per il fatto che avremmo suonato insieme al mitico gruppo di Ian Anderson, io   rispondevo che sarei stato soddisfatto solo quando i Jethro Tull avessero fatto da gruppo spalla a noi! Ad ogni modo sul giornale del giorno dopo scrivono che i Malibran avevano suonato prima dei Jethro Tull. Ma come li scrivono certi articoli? Da casa? E’ vero, noi c’eravamo: ma tra il pubblico! Personalmente, in seguito, ho davvero suonato prima di Ian Anderson a Novi Ligure, nel 2006, nel corso della Convention annuale di “Itullians”. La nostra versione di ‘Bourèe’ si sentiva in diffusione, mentre io partecipavo come flautista a due brani dei Jethro (‘We Used To Know’ e ‘Weathercock’) in qualità di ospite del cantante-chitarrista Andrea Vercesi. C’erano anche gli ex Jethro Glenn Cornick, Clive Bunker e Dave Pegg, più l’ex batterista dei Gentle Giant John Weathers. Tutti loro avrebbero suonato in serata, su un palco più grande. Sempre a proposito dei Jethro Tull, vorrei concedermi qualche considerazione a proposito di Jeffrey Hammond, il bassista del loro periodo 1971-1975, vecchio amico di Ian Anderson prima ancora di entrare a far parte di quella band, che decise poi, come detto, di abbandonare per tornare a dipingere. Ho letto più volte che Jeffrey Hammond Hammond (con il secondo “Hammond” aggiunto all’epoca per puro sfizio) sarebbe stato un bassista “mediocre”: ebbene, mi permetto di dissentire: ascolto molta musica, suono, e proprio non riesco a capire questo giudizio: Quelli erano gli anni nei quali la band si sbizzarriva nelle composizioni più difficili ed articolate: nessun bassista “mediocre”, pur non componendo in prima persona quelle partiture, avrebbe potuto eseguirle. E non solo in studio, ma anche dal vivo. La sola A Passion Play, suite lunga un intero album, era complicatissima da ricordare e suonare tutte le sere, senza una parte che si ripetesse due volte, con una infinità  di note, stacchi e  passaggi articolati. Eppure Jeffrey  suonava tutto questo con disinvoltura ad ogni concerto, nonostante si muovesse come un pazzo sul palco, correndo su e giù e incrociandosi di continuo con Martin Barre: perché, proprio in quegli anni, come detto, non era più il solo Ian fare lo show, bensì tutti e cinque i Jethro Tull, impegnati a saltellare a destra e a sinistra come indemoniati. E con Jeffrey che esibiva abiti di scena, basso e contrabbasso tutti a strisce bianche e nere durante il tour ’74-’75. Bassista mediocre? Anche il basso del disco War Child è strepitoso. Così come quello di Thick As A Brick. E che dire di Minstrel In The Gallery? Tutti ricordano che quest’ultimo suona quasi come un album “solo” di Ian Anderson nelle sue parti più acustiche. Ma in quelle elettriche? ‘Black Satin Dancer’, ‘Cold Wind To Valallah’ e la stessa ‘Minstrel in The Gallery’ sono tra le cose più potenti che i Jethro abbiano mai fatto, con un suono di basso e batteria poderoso. Bassista mediocre? Per qualunque grande bassista di oggi non sarebbe affatto facile suonare quei brani, facendo anche spettacolo sulla scena. La verità è che i primi tre bassisti dei Jethro Tull, Glenn Cornick, Jeffrey Hammond Hammond e John Glascock  sono stati tutti musicisti meravigliosi e personaggi incredibili.   
 
MALIBRAN IN USA     

Tornando ai Malibran, partiamo per gli USA dall’aeroporto di Catania i primi di ottobre 2000: lì trovo Carmen Consoli, che va a suonare a Bari: ci conosciamo da anni, e la riprendo un po’ con la mia videocamera, facendole una finta intervista. Lei, come sempre, mi chiama “Scaravilli”. Poi la lascio a farsi le foto con un nugolo di ragazzine. C’è anche un mio ex compagno di banco del Liceo che parte per il viaggio di nozze. Tra andata e ritorno, per suonare negli States, dobbiamo prendere 6 voli (Catania-Roma-Newark-Raleigh, e poi Raleigh-Newark-Milano-Catania). Ma è bello attraversare l’Atlantico per andare a suonare la propria musica. E pagati per questo! Jerry porta con sé moglie e figlia di 7 mesi (il che non contribuisce certo a conferirci un aspetto molto rock). Lui, Giancarlo (fiati) e Angelo (basso) sono gli unici a partire con i propri strumenti personali, mentre io e gli altri utilizzeremo quelli che troveremo in America. Per arrivarci voliamo per 9 ore sull’Oceano. Guardiamo pure un film. Quando arriviamo fa un gran caldo, e quelli del “ProgDay Festival” vengono a prenderci e a trasferirci in hotel. Il palco è collocato in un prato verde. Il posto si chiama “Storybook Farm”, ed è a Chapel Hill, vicino Raleigh, in North Carolina. La gente, proveniente da vari Stati, ascolta i gruppi che si alternano, provenienti da varie parti del Mondo (anche dall’India e dalla Svezia); oppure passeggia sull’erba, compra qualche cd negli stand sparsi qua e là. Qualcuno ci conosce e ci chiede un autografo. Noi ci sdraiamo sul prato, chiacchierando con Leonardo Pavcovich, che 2 anni dopo porterà la PFM in Giappone (comparirà anche sul loro dvd, e verrà ringraziato al microfono da Franz Di Cioccio). C’è un bel sole, ma per il giorno dopo (quando toccherà a noi) è previsto un peggioramento: gli organizzatori chiedono a tutte le band se preferiranno suonare in un luogo chiuso, ma tutti rispondono di no. Il giorno dopo, in effetti, il clima è completamente cambiato: dall’estate all’inverno in 24 ore! Freddo, giubbotti, cappucci in testa e cioccolate calde. Senza la nostra strumentazione noi non abbiamo neanche un gran suono, e fa talmente freddo che il basso si scorda in continuazione; mentre io, dopo qualche pezzo, mi vedo costretto ad indossare il giubbotto!  Naturalmente, devo anche parlare in inglese al microfono, improvvisando sul momento, presentando i brani, il gruppo, e ringraziando per gli applausi dopo ogni pezzo. Il giorno dopo andiamo a New York, questa volta in veste di semplici turisti: saliamo in cima all’Empire State Building, entriamo nelle Twin Towers (senza immaginare che verranno giù meno di un anno dopo!) e vediamo a distanza la Statua della Libertà, il Madison Square Garden ed il Radio City Music Hall. Per pura coincidenza incontriamo i Mary Newsletter, l’unico gruppo italiano presente al festival oltre noi. E anche (ci eravamo divisi) Alessio e l’amico Alfredo (che vendeva i nostri cd mentre noi suonavamo)  al Central Park. Un tassista sudamericano (anche lui musicista) ci porta in giro, e riesco a comunicare con lui utilizzando un mix tra inglese e il messicano dei fumetti di Tex Willer! Il tipo si dimostra una grande persona: dopo averci  lasciati all’aeroporto, mentre il nostro volo per il rientro a casa sta per partire, Jerry si accorge di aver dimenticato la sua chitarra sul taxi. Ma il tassista, invece di tenerla per sé, appena si accorge di avere lo strumento in macchina, fa il giro dell’aeroporto e riesce a raggiungere Jerry, che frattanto correva di qua e di là,  cercando disperatamente di contattarlo (ci aveva lasciato il suo numero di telefono). Alla fine l’abbraccio fra i due è quasi commovente! 

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO E MALIBRAN

Il 29 agosto 1999 i Malibran hanno diviso il palco con il Banco del Mutuo Soccorso. La data avrebbe dovuto in verità essere solo nostra: con più tempo per noi ed un compenso maggiore. Ma mi era stata offerta l’occasione di suonare insieme ad un gruppo di rilievo, ed  io, che avevo sempre amato il Banco, conoscevo anche qualcuno a Roma che avrebbe potuto portarmi fino a loro: dunque non avevo avuto dubbi nella scelta. In effetti, tramite questa persona (Aldo Pancotti)  riesco a tessere la tela che renderà fattibile quello che un tempo avrei creduto irrealizzabile: poco tempo dopo, eccomi al telefono con il manager del Banco Del Mutuo Soccorso. E, successivamente, con Vittorio Nocenzi e Rodolfo Maltese, che sono in macchina: la cosa è quasi surreale, perché parliamo come se ci conoscessimo già. “Ti passo Vittorio” mi dice Rodolfo. Ed ecco quella voce bassa e pastosa: La stessa che recitava: “Lascia lente le briglie del tuo Ippogrifo, O Astolfo” all’inizio del primo disco del gruppo (1972). Con la piccola differenza che adesso sta parlando con me, mentre io sono a casa. La cosa ancora più strana è che io, forse proprio per la cordialità e la semplicità con la quale Vittorio mi parla, non mi sento emozionato, e comunico con lui e Rodolfo come se fossimo amici e colleghi  da anni. Ci risentiamo, e parliamo dell’aspetto tecnico del concerto: naturalmente suoneremo prima noi, e Vittorio Nocenzi mi chiede se sarà possibile fargli trovare reggi-tastiere e sgabello. La mattina del 29 andiamo a prenderli all’aeroporto, io e Giancarlo dei Malibran, più l’amico Ignazio, che si presta gentilmente ad ospitare qualcuno della band nella sua macchina. Io avevo già conosciuto Rodolfo Maltese prima del concerto del Banco alle Ciminiere di Catania, nel 1997. In quell’occasione lui era rimasto un po’ sorpreso quando lo avevo anticipato, dicendo di sapere della loro esibizione al teatro Malibran di Venezia del 1975. Ma non credevo che mi avrebbe subito riconosciuto, due anni dopo. E invece, appena mi vede, all’aeroporto di Catania,il suo volto barbuto si illumina in un ampio sorriso, ed alza un braccio per salutarmi, segnalandomi così che sono arrivati. Poco prima avevano suonato in Messico, accolti come star. Qui nessuno ci importuna ed io, oltre a parlare con loro e con Carlo Di Filippo, il loro fidato fonico (eccezionale il suono di “Nudo”, nella parte live registrata a Tokyo), mi metto pure a fare le riprese con la videocamera, indovinato regalo di Laurea. Chissà perché, temo che Vittorio Nocenzi possa infastidirsi. E invece, mentre lo inquadro, lui saluta sorridente! Fa un gran caldo, e mentre viaggiamo in macchina alla volta di Belpasso (dove si suonerà la sera stessa), il cielo è azzurro. Li lasciamo a riposare in un albergo del paese, rimanendo a conversare ancora un po’ nella hall: Francesco Di Giacomo mi racconta di quando suo suocero gli diceva: “Si, vabbè, ho capito, tu suoni…ma di mestiere…che fai?”. Come se la musica non potesse essere anche un lavoro. Solo quando aveva realizzato che Francesco si era comprato una casa coi proventi di quel “passatempo” si era finalmente reso conto che di musica si poteva anche vivere! Frattanto io ricordavo quando, da piccolo, avevo visto il Banco in TV ed avevo appreso il nome del cantante dalla sua stessa voce, al microfono: presentando uno per uno i componenti del gruppo, lui aveva concluso infatti dicendo: “Ed io, Francesco Di Giacomo”. Doveva essere più o meno il 1980 e Rodolfo suonava anche la tromba. Adesso, a Belpasso, “Big” Francesco indossa una maglietta nera con la copertina del disco in cui si vede lui stesso lanciare per aria una scarpa (Banco, del 1975, coi testi in inglese di brani del primo e terzo disco, edito dalla ‘Manticore’ degli ELP): un ricordo della allora recente trasferta messicana. In seguito, nel 2006, prima di un loro concerto a Cittanova (in Calabria) mi racconterà invece di essersi ritrovato ad alloggiare in un postaccio senza doccia, vedendosi costretto a lavarsi con un secchio d’acqua! Sempre nel 2006 coi Malibran saremo di nuovo con il Banco al festival di Andria, anche se loro suoneranno la sera dopo di noi, che divideremo il palco con Il Balletto di Bronzo. Ad ogni modo,  in quel 1999 torno a casa e mi riposo. Nel pomeriggio, ecco la sorpresa: brutto tempo. Ma come, di mattina il sole spaccava le pietre e adesso, a poche ore dal concerto, si mette a piovere? Non solo: è arrivato il camion con tutta la loro strumentazione, e ha trovato il palco “recintato” da assi di legno, che impediscono di scaricare il tutto. Mi chiama il manager e mi intima che, se il palco non sarà accessibile, il Banco non suonerà. Giusto per stare tranquilli! Così contatto un addetto del Comune, il quale, per fortuna, riesce a far rimuovere quei pannelli che “recintavano” il palco. Il tempo è ancora incerto, ma adesso non piove, e porto Francesco Di Giacomo ad un bar che conosco, non lontano dalla piazza dove in serata terremo il concerto: vuole prendere dei dolci tipici da portare a casa. E nel frattempo mi racconta un sacco di cose. Anche che, mentre suonava in un locale in Germania (presumo con “Le Esperienze”) ha conosciuto un tipo chiamato Richie Blackmore (!). Il tutto prima della nascita sia del Banco che dei Deep Purple. Mi manifesta stima nei confronti di Piero Pelù, mentre torniamo dal bar alla mia macchina. Ed è in quel momento che noto un particolare cui non avevo fatto caso, vedendolo solo sul palco: trascina un piede. Inoltre non è più grosso ed imponente come una volta. Un’immagine che mi aveva colpito fin da bambino. E che anche mio padre riconosce, pur ascoltando esclusivamente musica classica: vede l’immagine di Francesco e dice: “Banco”. Anche mio padre li vedrà, quella sera. E alla fine commenterà, semplicemente, che il paese neanche se lo sarebbe neanche meritato un gruppo di quel livello. D’altro canto sento anche alcune ragazzine lamentarsi confabulando tra loro e dicendo “Ma chi sono questi? Non potevano portare Nek?” Peggio in un’altra occasione, a Centuripe: Banco Del Mutuo Soccorso in azione sul palco, e altre ragazzine a strillare: “Respiri piano per non far rumore…”: quella è stata l’unica volta in cui ho visto Francesco, davvero stizzito, voltarsi verso Vittorio Nocenzi e sbottare in un “A Vittò…”. A Belpasso, invece, l’unico problema può essere rappresentato da un’eventuale acquazzone, dal momento che il cielo non promette niente di buono. Comunque io sono sul palco e filmo sia le prove del Banco che il Di Giacomo mentre si intrattiene con alcuni estimatori del posto, compreso qualche amico mio. Anche a Cittanova 2006 riprenderò le loro prove, oltre a parlare con Tiziano Ricci (il bassista) del loro show pomeridiano al concerto del 1° maggio 2002 in Piazza S. Giovanni, con Morgan E John De Leo come ospiti. A Cittanova avevo anche consegnato a Francesco un cd contenente una mia versione del loro “Canto di Primavera”, e poi avevo filmato tutto lo show, che si sarebbe aperto con “Metamorfosi”. E che dunque avrebbe visto Francesco entrare in scena solo dopo 10 minuti di musica esclusivamente strumentale. Avevo parlato con lui già dopo un concerto del Banco nel 1991, mentre mi facevo fare un autografo per me e la band: e a quel punto lui mi aveva chiesto: “Ma tu lo sai chi era la Malibran?”, riferendosi alla cantante d’Opera dell’800, aggiungendo: “E pare che morì cadendo da cavallo…Ah, se allora ce fossero stati i taxi…”. All’interno del teatro Nino Martoglio di Belpasso ci cambiamo, sia noi che i componenti del B.M.S: i camerini sono diversi, ma le porte non sono chiuse e possiamo anche guardarci a vicenda, senza problemi. Quando mi ritrovo sul palco, so che suonerò la chitarra utilizzando l’amplificatore di Rodolfo Maltese, mentre Alessio suonerà la batteria di Maurizio Masi. Dovevamo essere noi a prestare qualcosa al Banco, e invece sta succedendo il contrario! Anche noi riusciamo comunque ad essere loro d’aiuto: proprio per il bis finale (“Non mi Rompete”) Rodolfo Maltese ha bisogno del capotasto per la chitarra, ma non lo trova: chiede se ne abbiamo uno noi, e Jerry gli presta subito il suo. Rodolfo è salvo! Dietro di me Vittorio Nocenzi mi sollecita a partire immediatamente con il nostro show: se piove prima che cominci il concerto, nessuno verrà pagato! Così iniziamo, praticamente senza fare sound check (del resto mi fido di Carlo Di Filippo al mixer). La piazza è piena, ma non quanto avrebbe potuto esserlo se il tempo fosse stato migliore. Laura, la mia ex ragazza, vorrebbe fare le riprese con la mia videocamera, ma quest’ultima è chiusa in macchina, e non ho il tempo per cercare le chiavi: attacchiamo, e suoniamo bene. Durante la parte finale della nostra ‘On the  Lightwaves’, sul tempo dispari, con Jerry che si scatena nel suo assolo, intravedo Vittorio Nocenzi, accovacciato dietro di noi, che gode come un pazzo muovendo la testa a tempo ed agitando i capelli, invece di starsene nascosto: un grande! A fine concerto sarà lui a salire sulla mia macchina per andare a mangiare qualcosa nel pub poco più sopra della piazza: si congratula con noi, parla bene di Jerry, aggiungendo che siamo tutti bravi. Detto da lui, devo crederci per forza! Mentre suonano loro, invece, io canto tutte le canzoni insieme a Laura: bellissimo! Al tavolo del pub, nel cortile interno, sono con Vittorio alla mia destra e Rodolfo di fronte: dunque parlo a lungo con entrambi. Rodolfo è una splendida persona, e non mi nasconde la sua gioia per il privilegio di poter vivere facendo della sua passione (la musica) il suo lavoro. Tempo dopo mi invierà i suoi auguri di Natale. Purtroppo adesso anche Rodolfo ci ha lasciati. Al pub non mangiamo molto, perché a quell’ora la cucina del locale è  ormai chiusa. Ci rifaremo l’anno dopo: io e Giancarlo andremo a vedere Francesco cantare pezzi dei Beatles (e qualcosa del Banco) a Caltanissetta,  accompagnato da un semplice “duo” acustico (compreso Rodolfo Maltese): alla fine dello show, gentilmente, Di Giacomo ringrazierà “i Malibran”. E questa volta ceniamo insieme come si deve, parlando di musica e di qualsiasi altra cosa. E’ in questa occasione che lui sbotta in un simpatico: “E mò basta cò stò Darwin, vojo cantà Papaveri e papere!”. Durante il Festival di San Remo del febbraio 2014, quando Fabio Fazio comunica in diretta che Francesco era scomparso quello stesso giorno (un malore mentre guidava, con conseguente incidente stradale), io avevo appena spento la TV, e apprendo il tutto la mattina dopo. Ed è stato come aver perso un parente. Il pubblico dell’Ariston, alla notizia, si era alzato in piedi ad applaudire, mentre veniva mostrata una sua immagine. Vittorio, che lo aveva visto poco prima, viene a conoscenza del fatto attraverso una telefonata, e in un primo momento aveva pensato ad uno scherzo. “Non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno”, sembrava invece cantarci già da altri luoghi Francesco Di Giacomo, soprannominato da quanti gli erano più vicini “Capitano, mio capitano” (dal film ‘L’attimo fuggente’). Il Banco deciderà di proseguire perché, citando ancora una loro canzone, quel progetto è “Un’idea che non puoi fermare”. Ma arriveranno i guai di salute di Vittorio, e adesso chissà.

VAN DER GRAAF GENERATOR

Viceversa, pur essendo parte a tutti gli effetti del cosiddetto “progressive rock”, i Van Der Graaf Generator hanno fatto (e continuano a fare) semplicemente musica dei Van Der Graaf Generator. Il primo disco, The Aerosol Grey Machine (1969) avrebbe dovuto essere pubblicato come disco solista del giovane cantante (nonché chitarrista e pianista) Peter Hammill, ma, alla fine, uscì a nome della band. Per anni, in Italia, si nutrirono anche dubbi se questo lavoro esistesse davvero , e divenne reperibile solo nel 1974. Nell’album successivo al bassista Keith Ellis subentrò Nic Potter e, soprattutto, il sassofonista e flautista David Jackson, che divenne una sorta di icona non solo “sonora”, ma anche “visiva” della band, con la sua caratteristica di suonare due sax elettrificati contemporaneamente, seminascosto dai capelli lunghi che venivano fuori da un berretto di pelle con visiera e dagli occhiali. Quando Potter abbandonò il gruppo, i VdGG non lo sostituirono, utilizzando per le frequenze basse i pedali dell’organo di Hugh Banton. Si costituì in questo modo la formazione “classica” che schierava Hammill, Banton, Jackson ed il funambolico batterista Guy Evans. Il brano ‘Killer’ fece furore soprattutto in Italia. La band, come accennato, rappresentava l’attrazione principale del “Six Bob Tour” del 1971, che portava in giro per il Regno Unito  sia loro che Audience e Genesis (ai quali si era aggiunto da poco Steve Hackett). La loro musica alternava momenti di caos ad altri molto melodici, se non addirittura strazianti. E a Peter capitava davvero di avere le lacrime agli occhi, mentre cantava con le cuffie in sala di registrazione. Per il resto la sua voce, a volte soffusa, veniva più spesso travolta da un’enfasi rabbiosa, con note  lunghe e potenti, in grado di mandare in frantumi i bicchieri. O i timpani, a seconda dei gusti. Il punto era comunque che si trattava di un gruppo rock senza né la chitarra elettrica né il basso (una specie di contraddizione in termini), ma capace di sprigionare ugualmente un fragore ed un impatto mai sentiti prima. Lo stesso Jackson, quando imparò a collegare i suoi sax all’impianto di amplificazione, era rimasto impressionato dalla potenza che riusciva a sprigionare coi suoi strumenti, facendo quasi fatica a gestire e a controllare quei suoni. Ancora in Italia il grande successo arrivò con l’album Pawn Hearts: il disco conteneva solo tre brani (altri sarebbero riemersi in ristampe successive), ma uno di questi era la lugubre suite ‘A Plague of Lighthouse Keepers’: una lunghissima cavalcata sonora ricca di stacchi, cambi di dinamiche e indovinati chiaro-scuri che indusse Peter Hammill a ritenere, quando il gruppo ascoltò per la prima volta l’intero pezzo, che a quel punto avrebbe anche potuto morire. Stranamente, però, i Van Der Graaf non misero mai in scaletta questa suite, se non durante l’apparizione alla TV Belga del 1972, decidendosi a farlo solo nel 2013. Durante il loro primo tour italiano del ‘72, mentre si recavano in macchina al luogo nel quale si sarebbero esibiti, videro una folla enorme e chiesero dal finestrino cosa accidenti stesse succedendo. “Suonano i Van Der Graaf Generator!” fu la risposta. Non se lo aspettavano. Come già i Genesis e i Gentle Giant, fu infatti nel nostro Paese che raccolsero i primi grandi consensi di massa. Nonostante ciò quello stesso anno decisero di sciogliersi, per motivi mai chiariti del tutto. Peter Hammill proseguì con la sua carriera solista (mai abbandonata, in verità), e nel dicembre di quello stesso 1972 aprì i concerti de Le Orme, mentre David Jackson, l’anno successivo, accompagnò in tour un Alan Sorrenti non ancora “figlio delle stelle”. Nei lavori solisti di Hammill, comunque, gli altri componenti della band continuavano a partecipare, e nel 1975 il gruppo tornò insieme, sia su disco che in tour: uscirono Godbluff (1975), Still Life (1976) e World Record (ancora 1976: album seguito da un tour che li avrebbe portati per la prima volta negli USA). Dopo questo breve ma intenso “tour de force” di fatto il gruppo si scioglie di nuovo: per lo meno, perde Banton, Jackson ed anche la parola “Generator” dal proprio nome. Torna la chitarra acustica di Hammill (abbandonata nel periodo ’75-’76), mentre il violino sostituisce il sax, con conseguente, inevitabile mutamento del sound complessivo. Il maestoso organo di Banton, in ogni caso, in quella che era ormai diventata l’era del punk, sarebbe risultato probabilmente fuori luogo. I Van Der Graaf Generator manterranno negli anni il loro felice rapporto con l’Italia: mentre sono in tour dalle nostre parti, nel ’72, ascoltano volentieri in macchina i gruppi rock italiani: come detto, Peter Hammill aprirà da solo il tour de Le Orme nel dicembre di quello stesso anno, e nel 1973, oltre a tornare a farci visita in veste da solista, curerà la versione inglese del disco “Felona e Sorona” delle stesse Orme. David Jackson vi aggiungerà anche un sax, ma le sue registrazioni verranno sciaguratamente cancellate. Paradossalmente, invece, lo stesso David Jackson, pur fuori dalla  formazione del gruppo con violino e violoncello, è presente su entrambi i dischi pubblicati dai nuovi ‘Van Der Graaf”: i suoi strumenti a fiato (anche se poco e male) possono sentirsi infatti sia sul disco in studio del 1977 (The Quiete Zone / The Pleasure Dome) che in quello dal vivo del 1978 (Vital), mentre il gruppo riesce a conservare una sua credibilità pur con il cambiare dei tempi: il cantante dei Sex Pistols, che usava esibire la maglietta con la scritta “Odio i Pink Floyd”, verrà notato fare la fila per uno show dei Van Der Graaf, mentre gli altri “dinosauri” del rock più “magniloquente” venivano massacrati o dimenticati dalle nuove leve della critica musicale. Anche se, in verità, erano sempre Pink Floyd, Genesis e Led Zeppelin a riempire gli stadi, e non certo i Sex Pistols, i Damned o i Clash. Con tutto il rispetto, si intende. Ad ogni modo anche questa incarnazione del gruppo cessa la sua attività nel 1978, per decidersi a riprenderla quasi trent’anni dopo, nel 2005, con nuovo disco (Present) e relativo tour, nella classica formazione di Pawn Hearts (io riuscirò a vederli a Roma e a Taormina). Quello però è anche l’unico anno che vede David Jackson far parte della band: per motivi mai chiariti i Van Der Graaf Generator proseguiranno fino ad oggi in trio. Rimanendo insieme, a volerci far caso, più in tempi recenti che negli anni ’70. I pochi filmati dei vecchi tempi che ci sono rimasti sono un paio di brani eseguiti al ‘Beat Club’ nel 1970, qualche spezzone in bianco e nero al Bataclan di Parigi del marzo 1972, la mezz’ora alla Tv belga di pochi giorni dopo, i brani di Goodbluff suonati dal vivo a Charleroi nel 1975 e poco altro del periodo 1977-1978.

ROCK PROGRESIVO ITALIANO

David Jackson farà parte degli Osanna in tempi recenti. L’uomo “dal doppio sax” non ha mai capito perché il pubblico italiano degli anni settanta andasse pazzo per i gruppi inglesi, dal momento che ha sempre ritenuto quelli italiani di livello addirittura superiore. E le band italiane dell’epoca (solo successivamente ricondotte nell’alveo del cosiddetto “rock progressivo”) vedevano infatti tra le loro fila gruppi di successo internazionale, quali Premiata Forneria Marconi e Banco Del Mutuo Soccorso, ma anche innumerevoli altri gruppi di grande qualità, che incidevano dischi (a volte uno solo, in seguito oggetto di culto per appassionati e collezionisti), quali Biglietto Per L’Inferno (che, a dispetto del nome, avrebbe visto il suo istrionico cantante, Claudio Canali, diventare in seguito frate cappuccino), Trip, New Trolls, Delirium (con Ivano Fossati sul disco d’esordio, Dolce Acqua). E ancora Quella Vecchia Locanda, Acqua Fragile, Raccomandata con Ricevuta di Ritorno (ebbene si, andavano di moda i nomi corti), Balletto Di Bronzo, Rovescio Della Medaglia, Metamorfosi, i Saint Just con la bella voce di Jenny Sorrenti, Celeste, Reale Accademia Di Musica, Il Volo, Procession, Città Frontale, Nuova Idea e tanti altri. Oltre ai già citati Osanna e Le Orme. I Semiramis avevano in formazione un giovanissimo Michele Zarrillo, in seguito cantante di successo in ambito di musica leggera. Ed anche Giampiero Artegiani, che avrebbe poi scritto il testo di ‘Perdere l’amore’ per Massimo Ranieri. Buoni ultimi, ma solo in ordine di tempo, i componenti de La Locanda Delle Fate, che, con il loro Forse Le Lucciole Non Si Amano Più, del 1977, avrebbero di fatto chiuso la stagione di questo genere musicale. Come detto, anche il primo Alan Sorrenti era parte di questo “movimento” (non solo musicale), al pari del Franco Battiato dei dischi più sperimentali. Michele Zarrillo partecipò ai vari festival dell’epoca coi Semiramis e con il loro unico album, Dedicato a Frazz (nome composto dalle iniziali dei cognomi dei singoli componenti). Aveva solo 15 anni, ma sembrava  più grande della sua età: alto, con la sua Gibson SG ed una gran massa di capelli ricci, fece anche in tempo a diventare il cantante del Rovescio della Medaglia, prima che questa formazione si sciogliesse definitivamente dopo il furto degli strumenti. Il Biglietto Per L’Inferno pubblicò l’album omonimo nel 1973, caratterizzandosi per gli accenti più hard rock, la voce e la presenza scenica del sopracitato Claudio Canali (anche al flauto e al flicorno), e il discreto successo del brano “Confessione” (“Non posso salvarti dal fuoco eterno, hai solo un biglietto per l’inferno”). Registrarono anche un secondo disco, prima dello scioglimento, nel 1975: era Il Tempo Della Semina, che però vide la luce solo nel 1992, pubblicato dalla Mellow Records (l’etichetta di gran parte dei dischi dei Malibran) in una versione che non era quello che avrebbe dovuto rappresentare il prodotto definitivo, con suono e missaggio non all’altezza. Un lavoro comunque apprezzabile, anche se inferiore al primo. Non esistono filmati d’epoca del “Biglietto”: erano stati ripresi dalla TV svizzera, ma non è stato possibile recuperare quel documento. Una registrazione dal vivo del 1974 (solo audio) è però riemersa qualche tempo fa, mentre si esibivano nella loro città natale (Lecco) di spalla agli UFO. Un episodio divertente vide Claudio Canali prendersi un grande spavento quando, risvegliatosi in macchina al posto del passeggero, vide il suo collega di band dormire beatamente al volante: terrorizzato, gli urlò di svegliarsi subito, ma non si era accorto che la loro auto, avendo subito un guasto mentre lui dormiva, giaceva sopra un carro-attrezzi  che procedeva tranquillamente sulla strada. Un altro episodio esilarante riguardò i Metamorfosi: con il loro ottimo album Inferno avevano trasposto in musica episodi dalla Divina Commedia, “aggiornando” i dannati descritti da Dante in più moderni spacciatori di droga, politicanti corrotti, ecc. Alla fine della rappresentazione  il cantante  Jimmy Spitaleri (ancora oggi con gli stessi capelli lunghi e lisci che sfoggiava all’epoca) doveva finire sulla sedia elettrica: ma in un’occasione, quando scese sotto il palco ( per ricomparire poi sulla sedia elettrica) si smarrì in un meandro di corridoi, non trovando più la strada per tornare in scena: e così l’esecuzione finale avvenne senza di lui! A parte questo piccolo “infortunio” quel disco era molto valido, guidato dalla voce possente e minacciosa dello stesso Spitaleri e dai lugubri e maestosi suoni d’organo di Enrico Oliveri, senza che si sentisse affatto la mancanza della chitarra elettrica. Anche la copertina, con le figure dolenti dei dannati disseminate non nel fuoco, bensì in un paesaggio ghiacciato, è molto bella, indovinata e ricercatissima dai collezionisti, molti dei quali sono giapponesi. Come altri gruppi dei rock progressivo italiano degli anni ’70, anche i Metamorfosi si sono riformati, e coi Malibran eravamo allo stesso festival di Andria nel 2006: tra le “vecchie glorie” c’erano anche gli Osanna, il Balletto di Bronzo e il Banco Del Mutuo Soccorso. Jimmy Spitaleri, tra l’altro, sarebbe diventato (ma solo per qualche anno) il cantante de Le Orme. Anche La Locanda Delle Fate è tornata sulla scena, realizzando nel 2010 il suo dvd ufficiale al Bloom di Mezzago (Milano), dove coi Malibran io stesso ero stato nel 2003. E pure il Museo Rosenbach si è riunito, sempre con Giancarlo Golzi (dei Matia Bazar) alla batteria. Purtroppo, anche Joe Vescovi dei Trip e Golzi del Museo ci hanno lasciati. I Goblin conobbero il successo soprattutto grazie alle colonne sonore che resero ancora più tenebrosi i film di Dario Argento (Profondo Rosso in primis). Tante di quelle band degli anni ‘70 sono tornate, mentre alcune non si sono mai sciolte. C’è però da chiedersi se siano ancora sufficientemente credibili Le Orme senza la voce ed il basso di Aldo Tagliapietra, il Banco senza la voce ed il volto di Francesco di Giacomo o la PFM senza Franco Mussida. Figure troppo “identificative” perché la loro assenza (avvenuta per ragioni diverse) possa non lasciare il segno. E questo, beninteso, senza nulla togliere al rispetto dovuto alla voglia di continuare e di rimettersi in gioco di tutti questi storici gruppi. Del 1973 è anche il terzo album del Banco, Io Sono Nato Libero (il primo con Rodolfo Maltese alla chitarra, seppure in veste di ospite), ispirato, nel suo splendido ‘Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico’, al golpe militare avvenuto quello stesso anno in Cile. Ma ricordato soprattutto per il successo della più accessibile (ma pur sempre bellissima) ‘Non Mi Rompete’. Fuori dal coro, non possiamo dimenticare gli incredibili (e non facilmente etichettabili) Area, guidati dalla stupefacente voce di Demetrio Stratos (purtroppo spentasi per sempre nel 1979). E, in un ambito più accostabile al jazz rock, gruppi quali Il Perigeo (che i Weather Report non vollero più come gruppo spalla, perché ritenuti troppo bravi!), Il Baricentro e Napoli Centrale (con il sax di James Senese, che avrebbe introdotto nella band un giovane Pino Daniele come bassista). Tornando per un attimo a Demetrio Stratos (già ne “I Ribelli” all’epoca del “beat” degli anni ‘60), quando si ammalò e venne ricoverato a New York nel 1979, all’Arena Civica di Milano si tenne un concerto (poi divenuto anche un disco) che riuniva una moltitudine di artisti per raccogliere fondi al fine di pagare le cure mediche necessarie. Quando però giunse la notizia della morte di Stratos (Demetrio era il cognome e Stratos il nome, contrariamente a quanto si potrebbe pensare), quel concerto si trasformò in una raccolta fondi per la vedova. Anche in quell’occasione non mancarono né il Banco, né la PFM.

PREMIATA FORNERIA MARCONI

La Premiata Forneria Marconi (PFM) aveva mosso i suoi primi passi già negli anni ’60, chiamandosi ‘I Quelli’, suonando nei brani di grande successo di Mina e Battisti, ma ottenendone molto poco a proprio nome. Curiosamente, anche il futuro comico Teo Teocoli fu per un breve periodo il loro cantante. E furono sempre loro (non ancora PFM) a suonare su La Buona Novella di Fabrizio De Andrè, nel 1970, prima del loro rinnovato connubio per il tour a cavallo tra ’78 e ’79, di enorme successo (così come il disco dal vivo che ne sarebbe stato tratto). Con l’ingresso di Mauro Pagani (flauto e violino) e l’esplosione del nuovo “verbo” musicale (in seguito denominato “Prog”), la band prese il nome di ‘Forneria Marconi’, con l’aggiunta di ‘Premiata’ (quella forneria esisteva davvero, tra l’altro) e cominciò ad aprire i concerti dei grandi gruppi stranieri di passaggio in Italia (Yes, Deep Purple, ecc.). Erano soliti suonare pezzi famosi di gruppi quali King Crmson, Focus e Jethro Tull, più loro improvvisazioni interamente strumentali. Quando finalmente eseguivano il loro unico pezzo cantato in italiano (‘La Carrozza Di Hans’), il pubblico capiva che non si trattava di una band inglese, ma italianissima! Erano già famosi prima di pubblicare un disco. Nel 1971 ‘La Carrozza Di Hans’ (composta da Mussida mentre guidava) sarebbe uscita come lato B del loro primo singolo: il lato A conteneva invece quello che si sarebbe rivelato il loro più grande successo di sempre: quella Impressioni di Settembre che, con il suo celebre motivo di Moog al posto di un più canonico “ritornello”, ed il bellissimo testo di Mogol, sarebbe diventata il simbolo stesso di un’epoca. Nel 1972 sarebbe uscito il loro primo disco, contenente entrambi i titoli del singolo, ma anche ‘E’ festa’ (più nota nella versione inglese con il titolo di ‘Celebration’), vale a dire l’altro inno (una sorta di trascinante tarantella prog-rock) della PFM. Era ancora il 1972 quando uscì anche il secondo lavoro, Per un amico, altrettanto bello. Anche il gruppo romano Banco del Mutuo Soccorso, nel corso di quello stesso 1972, riuscì a pubblicare entrambi i suoi capolavori: B.M.S. (con la famosa copertina a forma di salvadanaio) e Darwin: un periodo di creatività veramente incredibile! Per il tema “chiave” di ‘Impressioni di Settembre’ quelli della PFM cercavano uno strumento adatto, che non  volevano fosse né la chitarra, né il flauto. Trovarono questo strumento appunto nel neo-nato Moog (dal cognome del suo inventore), un piccolo strumento con tastiera e manopole varie, in grado di creare questo suono arioso, sintetico, eppure ricco di vivacità e gioia. Lo scoprirono ascoltando ‘Lucky Man’ degli ELP, ma non avevano i soldi per acquistarlo. Proposero dunque al rivenditore di farglielo utilizzare per il brano: se dopo la pubblicazione del singolo il tipo fosse riuscito a venderne almeno dieci esemplari, loro avrebbero potuto tenere lo strumento senza pagarlo. E così fu. Anche il mellotron, che, viceversa, simulava soprattutto “tappeti” d’archi o di ottoni (una sorta di orchestra simulata, tutta dentro una tastiera molto pesante da portarsi in tour) fu utilizzata in Italia dalla PFM in anteprima, rispetto agli altri gruppi italiani. E loro si procurarono questo strumento “soffiandolo” ai New Trolls: il gruppo genovese aveva infatti prenotato quel mellotron presso un negozio di strumenti musicali, ma quelli della PFM arrivarono poco tempo dopo, pagarono in contanti e se lo portarono a casa. Ad ogni modo, con Photos of Ghosts la band italiana cominciò ad acquisire la sua “statura internazionale”, con la versione in inglese di alcuni brani dei primi dischi. A quel punto Patrick Djivas, bassista del primo album degli Area, rimpiazzò Giorgio Piazza: durante una delle consuete jam session all’Altro Mondo di Rimini, infatti, Franz Di Cioccio si trovò talmente bene a suonare con lui da proporgli su due piedi di passare armi e bagagli con loro. E Djivas, più interessato alla musica (e al crescente successo della PFM) che all’impegno politico degli Area, accettò, suonando su l’Isola di Niente del 1974, e andando con la band in tour negli Stati Uniti quello stesso anno. Il disco Live in USA documentò questa esperienza incredibile, con un gruppo italiano, che, senza pizza e mandolini, era in grado di fare bene quanto gli artisti coi quali si ritrovò a confrontarsi nel corso di vari festival americani, grandi nomi compresi. Pubblico e giornalisti rimasero a bocca aperta. Diversi pezzi di quel disco dal vivo furono registrati al Central Park di New York, proprio durante il festival che vide anche l’ultimo concerto dei King Crimson degli anni ’70. Già nel 1973 la PFM aveva partecipato al noto festival di Reading, in Inghilterra, coi Genesis in cartellone: ma quella volta “sforarono” coi tempi, e la corrente elettrica venne staccata dal palco senza tanti complimenti,  prima che il gruppo riuscisse a portare a termine il proprio show. Oltre che in Italia continuarono a suonare all’Estero (Giappone compreso) fino al 1977. E, tra il 1975 (con l’album Chocolate Kings) e i primi giorni del 1979 ebbero Bernardo Lanzetti (già vocalist degli Acqua Fragile) come cantante “di ruolo”. Furono anche l’unico gruppo italiano ad esibirsi al noto programma musicale della TV inglese ‘The Old Grey Whistle Test’.  Mauro Pagani lasciò la PFM senza astio nel 1976 (per inciso l’astio ci fu invece con Lanzetti), sostituito prima da Greg Bloch (solo per l’album Jet Lag e relativo tour, nel 1977), e in seguito da Lucio Fabbri (dal 1979 in avanti). Furono quasi sempre presenti ai vari festival che si svolsero in Italia in quegli anni: uno dei più noti fu quello del Parco Lambro, tenutosi dal 1974 al 1976.

I FESTIVAL DI ROCK PROGRESSIVO E GLI AREA

Ma, PFM a parte, i festival di musica “progressiva” che si susseguirono nel nostro Paese furono tantissimi. Solo per citare i più noti: Terme di Caracalla, Re Nudo, Avanguardia e Nuove Tendenze (a Viareggio nel 1971, a Roma nel 1972) e Villa Pamphili. Con la possibilità per tantissimi gruppi di mettersi in mostra (alcuni pur senza essere riusciti a pubblicare un solo disco) anche a fianco di ospiti stranieri quali i Van Der Graaf Generator. Durante uno di questi festival, nel 1972, durante le prove del suono di questi ultimi, Peter Hammill stupì tutti (compreso Francesco Di Giacomo) coi suoi vocalizzi al microfono, senza alcun accompagnamento strumentale. In qualche modo l’edizione 1976 del Parco Lambro sancì la fine di tutto, con politica, droga, scontri, polemiche  e “cattive vibrazioni” a prendere il sopravvento sulla musica. Proprio come era avvenuto nel 1970 all’Isola di Wight rispetto al festival di Woodstock dell’anno precedente. Beppe Crovella, tastierista degli Arti e Mestieri (apprezzata band in bilico tra jazz-rock e prog, appartenente al giro degli Area e della loro etichetta ‘Cramps’) ebbe modo, per qualche bizzarra coincidenza, di vedere nel 1972, in Italia, sia i Genesis che i Van Der Graaf Generator proprio nelle loro due  esibizioni più strane: era infatti tra il pubblico in occasione del concerto che i Genesis tennero praticamente senza Tony Banks (in cattive condizioni di salute), quando riuscirono ad eseguire solo quattro pezzi. Ed assistette anche all’esibizione dei VdGG che vide la band di Peter Hammill costretta ad un improvvisato show acustico  a causa della mancanza della corrente elettrica. In seguito Crovella avrebbe fondato l’etichetta ‘Electromantic Music’, pubblicando anche qualcosa dei Malibran (un cd ed un dvd). I citati  Area erano dei talentuosi musicisti che si erano ritrovati a suonare insieme per un brano dell’album solista di Alberto Radius (chitarrista dei Formula 3, il gruppo che accompagnava Lucio Battisti). Il brano si intitolava proprio ‘Area’, e da lì partì il progetto. Con Patrizio Fariselli alle tastiere, Giulio Capiozzo alla batteria, Paolo Tofani alla chitarra, Patrick Djivas al basso più Stratos alla voce e Busnello ai fiati, diedero alle stampe il loro primo LP nel 1973, intitolandolo con la stessa scritta (Arbeit Macht Frei) che campeggiava sopra il campo di concentramento di Auschwitz (che, tradotto, significava beffardamente “Il lavoro rende liberi”). Schierati apertamente a favore della causa palestinese, composero quello che sarebbe diventato subito il loro inno: ‘Luglio, Agosto, Settembre (nero)’. Quando Djivas passò alla PFM, venne sostituito dall’altrettanto bravo Ares Tavolazzi (che in seguito avrebbe lavorato anche con Francesco Guccini).  La musica degli Area era complessa, e spaziava tra jazz-rock, musica elettronica, balcanica, etnica (la futura “world music”) e popolare  (“International Popular Group” era la dicitura posta sotto il nome del gruppo). Viceversa, la band non avrebbe mai amato di vedersi ricondotta nell’alveo del “progressive rock”. Inoltre, come la PFM, anche gli Area si riferivano a sé stessi in terza persona (“Area ha detto”, “Area ha fatto”…). Quel tipo di composizioni molto articolate non avrebbe potuto lasciare molto spazio alla voce di Demetrio Stratos, figura imponente e dai lunghi capelli sfilacciati Ma lui riusciva ad inserirsi comunque, anche perché spesso si esprimeva con vocalizzi senza parole, come se la sua voce fosse uno strumento come gli altri. Aveva studiato (ed insegnato) tutte le possibilità e le potenzialità della voce umana, e, dopo aver lavorato sugli antichi canti delle popolazioni mongole, era anche in grado di emettere due voci contemporaneamente. Di certo è stata la voce maschile più impressionante della musica italiana. Stratos era di origini greche, ma si era trasferito in Italia da piccolo, ed aveva uno spiccato accento romagnolo. Ne ‘La Luna Rossa’  cantava in greco, mentre ne ‘La Mela Di Odessa’ (con tanto di mele vere morsicchiate sul palco) raccontava una storia, più che cantarla. Sempre impegnati politicamente, gli Area si presentavano in scena con il pugno alzato prima di cominciare a suonare, e terminavano lo show con una  stralunata versione de ‘L’Internazionale’: e questa volta era il pubblico ad ascoltarli con il pugno alzato. Spesso si esibivano gratis alle Feste dell’Unità. Durante il brano “Lobotomia” (come testimoniato dal film sul Parco Lambro ’76) Patrizio Fariselli scendeva tra il pubblico portando con sé un cavo, collegato alle “diavolerie” elettroniche di Paolo Tofani: quando le persone toccavano questo cavo, venivano emessi suoni di diversa “altezza” ed intensità, permettendo così alla band di “interagire” con il pubblico e di farlo in qualche modo partecipare in prima persona alla  performance. Il disco Crac! del 1974, con l’ uovo rotto da un cucchiaino in copertina, rimase il loro disco più accessibile e con brani strutturati in maniera più “canonica”: soprattutto con la scanzonata (e si fa per dire) ‘Gioia e Rivoluzione’, nella quale Stratos cantava “Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”. Molto complesso, ma formidabile, il basso di Tavolazzi sui brani di altri dischi, come ‘Il bandito del Deserto’ (sull’ultimo LP degli Area con Demetrio) e ‘L’Albero Di Canto’ (sul disco solista di Mauro Pagani). Nel 1977 la RAI TV trasmise uno speciale in bianco e nero con gli Area impegnati a presentare il loro album Maledetti!, pubblicato l’anno precedente. Però non c’erano né Tavolazzi al basso né Capiozzo alla batteria: al posto di quest’ultimo compariva un giovane Walter Calloni, che pochi anni dopo sarebbe entrato nella PFM, quando Di Cioccio passò dai tamburi al microfono (proprio come Phil Collins coi Genesis!). Demetrio suonava anche l’organo Hammond, e spesso, quando gli Area suonavano insieme agli Arti e Mestieri, lui e Beppe Crovella (che il sottoscritto conosce bene) si prestavano a vicenda i rispettivi strumenti. Anche Francesco Di Giacomo mi ha parlato con nostalgia delle conversazioni avute insieme a Demetrio  dietro al palco di qualche concerto. L’ultimo album degli Area con la voce di Stratos fu Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano, del 1978. E quello stesso anno gli Area parteciparono al primo disco  di Mauro Pagani. Quest’ultimo in seguito collaborò con Fabrizio De Andrè, tornando con la PFM solo per il “Concertone” romano del 1998 in Piazza S. Giovanni, e poi per la speciale reunion di Siena del 2003: uno spettacolo intero in Piazza del Campo, pubblicato sia su cd che su dvd. Gli Area andarono a suonare in Portogallo (esiste un disco che documenta questa loro “trasferta”) e con Mauro Pagani furono anche a Cuba. Di recente si sono esibiti di nuovo con l’ex PFM in veste di ospite, dal momento che anche loro si sono riformati: Fariselli, Tavolazzi, un giovane batterista e Tofani. Quest’ultimo, Hare Krishna dagli anni ’70, appare oggi calvo e piuttosto ingrassato, ma anche molto simpatico. Io ho avuto modo di vederli nella formazione in trio, con Giulio Capiozzo, ma senza Paolo Tofani. Nel 1995 ho parlato e mi sono fatto fare una foto con lo stesso Capiozzo, batterista originale degli Area, nonché studioso di percussioni, purtroppo scomparso qualche anno dopo.  Memorabile rimane comunque il gigantesco concerto organizzato all’Arena Civica di Milano nel 1979, che vide sul palco, tra gli altri, gli stessi Area omaggiare in versione solo strumentale il talento e la personalità del loro vecchio compagno.

GENESIS (II)

Ma lasciamo l’Italia: come già avvenuto nel caso di Ian Gillan con i Deep Purple, anche Peter Gabriel, coi Genesis, annunciò con largo anticipo che avrebbe lasciato la band alla fine del tour in corso. In questo caso, come accennato, si trattava dei concerti che promuovevano il disco The Lamb Lies Down on Broadway: dal vivo il doppio album veniva presentato nella sua interezza, come una sorta di musical rock multimediale (una storia unica con le immagini dei tre maxischermi dietro la band, i costumi di Peter e la scenografia tutta dipinta di nero). Il disco però uscì in ritardo e, soprattutto negli USA, il pubblico non riusciva a raccapezzarsi con quella musica mai sentita prima e quella storia claustrofobica ed  incomprensibile. Soltanto in seguito si sarebbe capito che si trattava di un autentico capolavoro. All’epoca, però, la gente avrebbe voluto ascoltare i pezzi dei vecchi album. E veniva accontentata soltanto durante il bis finale, con ‘The Musical Box’ e ‘Watcher of the Skies’ ( solo in qualche occasione anche con ‘The Knife’). Alla fine di ogni concerto tutti andavano dietro le quinte a complimentarsi con Peter Gabriel per la sua grande performance, ignorando il resto della band. E lasciando Phil Collins a rimuginare cose del tipo: “Ehi, ma che succede? Siamo un gruppo, abbiamo suonato bene, io ho dato il massimo, e ora vanno tutti da Peter?” In qualche modo la carriera solista di quest’ultimo era già cominciata, e nella band qualcosa si ruppe. La tensione era nell’aria. Io stesso ho avuto modo di vedere un manifesto d’epoca recante la scritta: “Peter Gabriel e i Genesis”. Purtroppo nessuno dei circa cento concerti del tour di The Lamb venne filmato professionalmente. Tra l’altro quella tournèe partì in ritardo a seguito di uno strano incidente occorso a Steve Hackett: questi, durante un party, udì qualcuno dire che il tale gruppo non sarebbe valso nulla senza il suo leader. Nella mente di Steve fu come sentir dire che i Genesis non sarebbero stati nessuno senza Peter Gabriel. Il suo pugno si chiuse di scatto sul bicchiere che teneva in mano, in un impulso rabbioso, e il chitarrista si ritrovò all’ospedale. Fra l’altro, al parto difficile di quel disco si sovrappose quello (non in senso figurato) della moglie di Gabriel: la loro figlia neonata rischiava di non sopravvivere, ed era finita in un’incubatrice. Peter mise al primo posto la famiglia rispetto al gruppo, e  non trovò la comprensione che si sarebbe aspettato da parte degli altri. Doveva guidare per molti chilometri tra l’ospedale e lo studio di registrazione, in Galles, per portare a termine il nuovo disco. E si sobbarcò la stesura di tutti i testi, dal momento che l’idea dell’intero progetto era sua. Qualcosa tra lui ed il gruppo (ed in particolare tra lui e Tony Banks) si spezzò proprio in quei giorni. La separazione era di fatto già avvenuta. La carriera solista di Peter Gabriel avrebbe avuto inizio nel 1977. Quella di Steve Hackett nel 1975, mentre era ancora nella band. Quella di Mike e Tony nel 1979. Quella di Phil Collins, con un inaspettato successo planetario che sorprese i suoi stessi compagni, nel 1981, con Face Value e la hit ‘In the Air Tonight’.

PINK FLOYD

Uno show in qualche modo assimilabile a The Lamb (un’unica storia, un doppio album portato per intero in concerto come una sorta di musical rock, immagini proiettate, vari personaggi, ecc.) fu The Wall dei Pink Floyd, in tour tra il 1980 ed il 1981 per una ventina di spettacoli in poche città. A differenza dei Genesis, però, i Floyd non avrebbero concesso alcun bis, e dopo il roboante crollo finale del muro (costruito man mano durante lo spettacolo, fino a nascondere gli stessi musicisti al pubblico) si andava tutti a casa. Di fatto fu questo l’atto finale della band insieme a Roger Waters (autore di tutto il progetto), con il tastierista Rick Wright ormai “stipendiato” come gli altri musicisti  esterni alla band. Ed i componenti del gruppo che, dietro le quinte, nemmeno si parlavano più. Lo spettacolo era comunque grandioso, e David Gilmour ne era anche il direttore artistico. Il successivo The Final Cut, pur pubblicato a nome Pink Floyd, può essere considerato quasi un album solista di Waters, con l’apporto di Gilmour (che canta in un solo brano) e Mason (che non suona neanche su tutti i pezzi). Né il disco fu supportato da alcun tour. Molto diversa era la situazione quando la band mosse i suoi primi passi, dopo la metà degli anni ‘60: David non c’era ancora (sarebbe entrato nei Floyd solo con il secondo disco, A Saucerful of Secrets), ed il gruppo era guidato dal geniale Syd Barrett, chitarrista, cantante e compositore. Fu con Barrett che il gruppo firmò per la EMI e pubblicò i primi singoli, fino al caleidoscopico album d’esordio del 1967: una spruzzata di colori e creatività psichedelica tradotta in musica. Fu lo stesso Syd a dare alla band il nome Pink Floyd, dai nomi dei bluesmen di colore Pink Anderson e Floyd Council (famosi solo per questo, in verità!). Il gruppo si esibiva spesso all’ Ufo Club di Londra, dalla notte all’alba, davanti ad un pubblico di giovani che vivevano appieno l’era della “Swinging London” tra diapositive colorate, droghe di ogni tipo, abbigliamenti stravaganti o nudità artisticamente dipinte: insomma, la cornice ideale per la musica ipnotica dei primi Floyd, che sarebbe bastata da sola a trasportare i presenti in un altro mondo, senza neanche che si capisse quale strumento creasse un suono piuttosto che l’ altro: lunghissime improvvisazioni strumentali, volutamente poco intellegibili e del tutto fuori dai canonici schemi della forma canzone, rimanendo sempre esclusi i singoli che li avevano resi conosciuti al pubblico, come ‘Arnold Layne’ e ‘See Emily Play’. Con Barrett i Pink Floyd furono anche in tour negli USA e insieme a Jimi Hendrix. Poi però avvenne qualcosa: semplicemente (e tristemente) il giovane, bello e talentuoso Syd Barret impazzì. Forse qualche dose di eccessiva di LSD (che comunque in quei contesti era di uso comune) aveva aggravato una qualche latente forma di malattia mentale. Fatto sta che, quando a qualcuno fu chiesto di andare a cercare Syd, che sembrava scomparso, questi fu trovato a casa. E non era più lui. Il suo sguardo era spento, come se all’interno della sua testa qualcuno avesse premuto un interruttore: “click”, ed il giovane Barrett, talentuoso, creativo e simpatico, non c’era più. E mai sarebbe tornato. Gli altri del gruppo tentarono di tenerlo ancora nella band, ma il loro vecchio compagno magari non si presentava ad un concerto, oppure rispondeva in modo sconnesso durante qualche intervista televisiva. In un’occasione non mosse le labbra quando avrebbe dovuto mimare un brano in playback. Durante qualche concerto lasciò anche il braccio a penzolare sulla chitarra senza prendere accordi, facendo risuonare le corde a vuoto e producendo solo un gran rumore. Non era più possibile controllarlo. Così, una volta, quando arrivò il momento di andare a prendere Syd per una serata, gli altri Floyd decisero che sarebbe stato meglio lasciarlo a casa e sbrigarsela da soli, liberandosi dall’ansia di non sapere quel che avrebbe potuto combinare. Waters e Mason avevano studiato insieme architettura al Politecnico di Cambridge, mentre Syd e David Gilmour erano amici ed avevano fatto anche un viaggio insieme in Francia. Così fu Gilmour  a prendere il posto di Barrett. Come si disse allora, “i Pink Floyd non sarebbero mai nati senza Syd Barrett, ma non avrebbero potuto continuare con lui”. Eppure uno schiacciante senso di colpa avrebbe per sempre graffiato l’anima degli altri componenti del gruppo, che sentirono di aver abbandonato l’amico nel momento del bisogno. E, nonostante Syd compaia di fatto solo sul primo disco dei Floyd (The Piper at the Gates of Dawn), la sua eredità avrebbe in qualche modo “contaminato” tutta la loro carriera, contribuendo al loro successo planetario: Gilmour cominciò a suonare nella band utilizzando lo stile ed i “trucchi” chitarristici di Barrett (venati, però, da uno stile più blues e, con il tempo, più elegante e personale); la follia della quale si parla in The Dark Side Of The Moon (1973) è quella di Syd. In Wish You Were Here (1975) si parla ancora di lui; lo stesso può dirsi per quanto riguarda The Wall (sia il disco che il successivo film del 1982). In qualche modo Syd Barrett è rimasto sempre nei Pink Floyd. Proprio durante le registrazioni del disco Wish You Were Here ad Abbey Road (i ben noti studi delle strisce pedonali sulle quali sfilavano i Beatles nella loro famosissima copertina) i Floyd videro Barrett per l’ultima volta. E all’inizio nemmeno lo riconobbero. Il bel giovanotto dai capelli ricci e dallo sguardo ammaliante era diventato un uomo grasso e calvo, con sopracciglia rasate (come il protagonista del film ‘The Wall’), lo sguardo perso nel vuoto  ed una stupida busta di plastica in mano. “Ma lo sai chi è quello?”. “No, chi diavolo è?”. “E’ Syd”. Roger Waters si mise a piangere. Gli fecero ascoltare in sala regia ‘Shine on You Crazy Diamond’ (“Brilla, diamante pazzo”), che era dedicata a lui. Ma Syd non diede l’impressione di capire molto. E quando andò via, vedendo che stava cercando un passaggio, qualcuno dell’entourage dei Floyd si abbassò nella macchina per non farsi notare: come sostenere una conversazione con quello strambo soggetto, riportandolo a casa? Non lo avrebbero rivisto mai più. Nel 1982 un giornalista tedesco riuscì con una scusa ad introdursi in casa sua e a rivolgergli delle domande. Ma ottenne solo delle risposte prive di senso. I negozi di tutto il mondo continuavano a vendere i dischi dei “suoi” Pink Floyd, divenuti frattanto uno dei gruppi più famosi della storia della musica, e lui non ne era  consapevole. Sarebbe morto nel 2006. Nel 2005, ad Hyde Park, in occasione del “Live 8”, Bob Geldof riuscì a convincere i Pink Floyd a riunirsi per un ultima volta: Dopo The Final Cut infatti Waters aveva scatenato una guerra legale contro i suoi ex compagni, al fine di impedire loro l’utilizzo del nome della band.  Ma aveva perso la causa, e gli altri Floyd riuscirono a registrare ancora qualche disco (due in studio e due dal vivo), questa volta sotto la guida di Gilmour. Il sottoscritto ha avuto modo di vederli a Roma nel 1988 (la stessa estate nella quale ho potuto anche vedere anche Deep Purple e Jethro Tull). Purtroppo, ai concerti dei Pink Floyd si  sentiva la mancanza di Roger Waters e viceversa. Ma al Live 8 avvenne il miracolo: Gilmour, Waters, Mason e Wright furono di nuovo insieme sul palco per la prima volta dai tempi di The Wall, ed eseguirono ‘Breath’, ‘Money’, ‘Wish You Were Here’ e ‘Comfortably Numb’, con abbraccio finale (forse un po’ forzato, ma sollecitato dallo stesso Waters) a favore dei fotografi. E naturalmente non mancò neppure in questa occasione la dedica di Roger a Syd Barrett. L’anno seguente,  durante la seconda parte della scaletta del tour solista di David Gilmour per la promozione del suo On a Island, si sarebbe potuto ancora assistere a qualcosa di simile ad uno show dei Pink Floyd, con una formazione non troppo diversa da quella del tour di Division Bell del 1994. E con un’emozionante versione di ‘Echoes’, con le voci di Gilmour e Wright di nuovo fuse insieme, proprio come nel film ‘Pink Floyd a Pompei’, girato nell’anfiteatro dell’antica città nel corso dell’ottobre 1971 ed uscito l’anno seguente. Purtroppo anche Rick Wright, così in forma durante quella tournèe del 2006, sarebbe venuto a mancare due anni dopo. E in tempi più recenti, in omaggio allo stesso Wright, sarebbe uscito The Endless River: di fatto una raccolta di “avanzi strumentali” provenienti dalle sessions di The Division Bell, che avrebbe scritto la parola fine alla straordinaria storia dei Pink Floyd.

LED ZEPPELIN (III)

I Led Zeppelin, invece, avrebbero potuto andare avanti dopo la morte di John Bonham, avvenuta nel settembre del 1980. Ma decisero di non farlo, semplicemente perché ritennero che “Bonzo” non fosse sostituibile. Il loro talento, unitamente all’ inspiegabile aura magica che permea i loro brani, rende la loro musica attuale ancora oggi. In realtà dal 1994 al 1998 Jimmy Page e Robert Plant avevano unito le forze, mettendo da parte le reciproche incomprensioni,  pubblicando due dischi, un fantastico video-concerto e girando il mondo in tra il 1995 ed il 1996 con due orchestre al seguito: quella egiziana li seguiva in tour, mentre l’altra veniva assoldata nelle varie città presso le quali si sarebbero esibiti. Venne confermata la sezione ritmica che era con Robert Plant già dal 1993 (mentre Page lavorava con David Coverdale), e cioè Michael Lee alla batteria e Charlie Jones al basso. Nel 1998 invece, a supporto del nuovo disco Walking into  Clarksdale, si esibirono solo in quattro, tutti vestiti di nero, con Philip Andrews alle tastiere. Mancava John Paul Jones, ma fu qualcosa di molto simile ad una reunion degli Zeppelin già prima di quella “ufficiale” del 2007: in quegli anni, nonostante si presentassero sotto il nome di “Page & Plant”, infatti (per non far torto a Jones, e soprattutto a Bonham) la scaletta comprendeva quasi interamente brani del vecchio repertorio, a partire (nel 1995) dal devastante ‘intro’ di ‘Immigrant Song’, per concludersi con l’epica ‘Kashmir’. Non mancava neanche una lunga versione di ‘Whole Lotta Love’, compresi gli stregoneschi giochi spaziali di Page al Theremin. Fu invece rigorosamente esclusa ‘Stairway To Heaven’, probabilmente per volontà di Robert, che ebbe con quel brano un rapporto sempre controverso (veniva soltanto accennata alla fine di ‘Babe I’m Gonna Leave You’, lasciando così intendere che non la si sarebbe eseguita per intero durante il concerto). In Giappone, all’inizio del ’96, tirarono fuori anche brani come ‘Achilles Last Stand’, ‘Tea For One’, ‘Custard Pie’ e ‘The Rain Song’, con Robert e Jimmy in forma davvero smagliante. Tra parentesi, i brani ‘Tea For One’, ‘Wearing And Tearing ‘(a Knebworth ’90, con Page ospite di Plant) e ‘For Your Life’ (alla reunion del 2007) non erano mai stati eseguiti dai Led Zeppelin ancora in attività. E per la reunion del dicembre 2007, con il figlio di Bonham alla batteria, ricevettero 20 milioni di richieste per i 20 mila posti che poteva offrire la O2 di Londra, la location che avrebbe ospitato il loro show. Per la prima volta Jimmy Page comparve coi capelli bianchi legati in un codino. Io avevo visto Plant pochi mesi prima al Teatro Antico di Taormina, e non erano mancati ben sei pezzi degli Zeppelin. Ma alla O2 fu davvero un’altra cosa. La loro carriera non fu però tutta rose e fiori. E qualcuno sostiene che ciò fu causato dall’interesse di Page per l’occultismo: come detto, il tour del 1975 (l’ultimo in cui eseguirono ‘Dazed and Confused’) fu interrotto a causa dall’incidente stradale  nell’isola di Rodi che avrebbe costretto Plant alla sedia a rotelle prima, e alle stampelle poi (e fu in queste condizioni che il vocalist avrebbe registrato l’album Presence); il tour del 1977 venne funestato da una brutta rissa avvenuta dietro il palco ad Oakland (California), che vide coinvolti sia Bonham che  Peter Grant, con conseguenti strascichi legali. E fu definitivamente cancellato poco prima della data successiva, quando Robert Plant apprese dalla moglie della morte improvvisa del figlio Karak. Infine, il tour americano previsto per il 1981 non si svolse mai a causa della prematura scomparsa di John Bonham, un batterista che era stato in grado di lasciare a bocca aperta lo stesso Jimi Hendrix. Gli Zeppelin tornarono sul palco in qualche rara occasione, ma solo per suonare qualche pezzo: soprattutto al ‘Live Aid’ del 1985 e per i 40 anni dell’Atlantic, nel 1988. Io ebbi modo di assistere ad entrambi gli eventi in diretta televisiva, e fu davvero una grande emozione. In particolare per il ‘Live Aid’, dal momento che fino a quel momento non avevo ancora avuto modo di vedere i Led Zeppelin in azione (non avendo visto il film). Jimmy, che era in tour con i Firrm insieme a Paul Rodgers, portava una maglietta a righe ed una lunghissima sciarpa bianca, mentre Robert Plant indossava una camicia azzurra. Phil Collins li presentò (erano tutti allo stadio JFK di Philadelphia) e poi suonò con loro. Purtroppo Jones non venne quasi mai inquadrato, Collins non conosceva bene i brani (‘Rock and Roll’, ‘Whole Lotta Love’ e ‘Stairway to Heaven’) e il suono non era dei migliori. Contarono di ‘rifarsi’ per i 40 anni dell’Atlantic Records a New York 3 anni dopo, ma andò anche peggio. Nonostante, infatti, sia Page che Plant nel 1988 fossero in tournèe per promuovere i rispettivi album solisti (Outrider fu il primo e l’ultimo per Jimmy!) e le prove di New York fossero andate bene, alla fine la performance (che si aprì con ‘Kashmir’) si rivelò decisamente non all’altezza, complice anche una pessima qualità del suono che arrivava attraverso gli schermi televisivi.  L’unica vera reunion per un concerto intero ben riuscito sarebbe stata dunque quella del 2007, immortalata su dvd. Phil Collins, uno dei nomi inutilmente tirati  in ballo come possibile sostituto di “Bonzo” nel 1980, come detto suonò con loro al ‘Live Aid’ e sui primi dischi del Plant solista, oltre a seguire quest’ultimo in tour negli USA nel corso del 1983. Barriemore Barlow, batterista dei Jethro Tull dal 1971 al 1980, si ritrovò invece dietro ai tamburi sui lavori solisti sia di Page che di Plant. Nonostante le offerte milionarie seguite all’ evento del 2007, e alle insistenti richieste di Jimmy Page, Robert Plant non avrebbe mai accettato di riformare i Led Zeppelin.

VAN DER GRAAF GENERATOR (II)

I molto meno noti Van Der Graaf Generetor, come detto, decisero invece di tornare insieme: Poco tempo prima Peter Hammill era stato vittima di un infarto, e si era anche reso conto che stavano partecipando a troppi funerali di componenti del loro vecchi entourage: se volevano rimettere insieme il gruppo, dunque, dovevano farlo fino a che erano ancora tutti vivi! Nel 2005 uscì il nuovo disco (Present), e il 6 maggio, presso la “Royal Festival Hall” di Londra, partì un tour di 6 mesi, con una fantastica scaletta che includeva soprattutto i brani dei vecchi tempi: sorprendentemente, dopo una “pausa” quasi trentennale, il loro suono era ancora quello, come se non avessero mai smesso. Subito dopo lo show d’esordio si fiondarono direttamente in Italia, per le date di Milano e Roma (dove li avrei visti per la prima volta). A novembre, però, David Jackson tenne i suoi ultimi concerti con la band. Nonostante le perplessità iniziali, anche in trio i Van Der Graaf riuscirono a mantenere il loro inconfondibile sound, e diedero alle stampe molto materiale, sia in studio che dal vivo, segno tangibile di una ritrovata scintilla creativa. Con Hammill e Banton dai capelli  bianchi (e con Evans ormai calvo) sono riusciti a rimanere credibili, e più volte hanno fatto ritorno dalle nostre parti. Dei pezzi anni ’70, oltre a ‘Lighthouse Keepers’, hanno tirato fuori anche ‘Meurglys III’ e ‘A Place To Survive’ (entrambi da World Record, il disco che me li ha fatti conoscere). La mancanza del sax si avverte meno del previsto. Il suono e le immagini di Live At Metropolis Studios (unico show del 2010), inoltre, sono davvero strepitose, di fronte ad un pubblico selezionato che aveva attraversato cumuli di neve per raggiungere la location presso la quale si sarebbero effettuate le riprese!

GENTLE GIANT

Quando i Jethro Tull tornarono in Italia nel 1972, rischiarono seriamente di farsi “rubare la scena” da quello che era il loro gruppo spalla: i Gentle Giant. Questi ultimi avevano esordito due anni prima  con l’album che li mostrava disegnati in mano ad un gigante gentile (appunto), pacifico e barbuto: il volto del gigante sarebbe diventata la loro immagine-simbolo, e la musica contenuta in quel disco era qualcosa di incredibile: brani splendidi quanto articolati che miscelavano rock, musica barocca e medievale, con un’infinità di strumenti suonati da ciascuno dei componenti del gruppo (dal vivo se li passavano l’un l’altro sul palco!), unitamente a strepitose polifonie vocali. Ian Anderson, con il senno di poi, avrebbe affermato di aver visto giusto nello scegliere i Gentle Giant come ‘open act’, riconoscendo a questa formazione inglese il titolo di miglior gruppo progressive degli anni ’70. Tra l’altro, all’epoca, le formazioni ancora sconosciute che precedevano le esibizioni di quelle più note venivano a malapena tollerate: viceversa ai Gentle Giant, in quelle occasioni insieme ai Jethro Tull, veniva richiesto addirittura il bis! E questo bel rapporto con il pubblico italiano si sarebbe protratto nel tempo, al punto che qualcuno dei loro dischi  sarebbe stato pubblicato prima in Italia che in Inghilterra. Lo stesso Ian Anderson rivela poi che, quasi in contrapposizione alle loro esibizioni formalmente perfette sul palco, dietro le quinte (e in albergo) i Gentle Giant erano degli autentici pazzi scatenati. L’album omonimo del 1970 e i successivi Acquiring The Taste (1971), Octopus (1972), Three Friends (ancora 1972) e In A Glass House (1973) definiscono ulteriormente il loro suono complesso e affascinante, pur non riuscendo a riscuotere grande successo in Gran Bretagna e in America.
Le cose cambiano con l’uscita di dischi più rock (e si fa per dire), quali The Power And The Glory (1974), Free Hand (1975) ed Interview (1976), seguito dal bel live Playing The Fool, registrato durante un tour europeo con il Banco del Mutuo Soccorso come gruppo spalla. La formazione dei Gentle Giant ruota attorno ai fratelli Shulman (per semplificare: Derek alla voce, Ray al basso e Phil a vari strumenti, fino al suo abbandono nel 1972), cui si uniscono il chitarrista Gary Green ed il tastierista Kerry Minnear (bravo anche al vibrafono e al violoncello, mentre Ray lascia il basso al fratello Derek quando è impegnato al violino o alla tromba). I batteristi che si succedono nel gruppo sono invece tre, ma è John Weathers quello che rimane più a lungo nella band (dal 1972 al 1980, quando i Gentle Giant decidono di sciogliersi). Gli ultimi album, The Missing Piece (1977), Giant For A Day (1978) e Civilian (1980) si lasciano sempre più alle spalle lo stile che aveva caratterizzato i dischi dei Gentle Giant della prima metà degli anni ’70 (influenzando anche i maggiori gruppi italiani, quali Banco Del Mutuo Soccorso e PFM), in favore di una musicalità più ordinaria e commerciale (almeno nelle intenzioni). Le vendite però non si rivelano soddisfacenti, nonostante il gruppo rimanga sempre strepitoso ed acclamato durante i concerti (compresi gli ultimi, tenuti negli States nell’estate del 1980). Per questo motivo, all’alba del nuovo decennio, i Gentle Giant si sciolgono, pur rimanendo a lavorare dietro le quinte del mondo musicale. Ma, al contrario di tanti altri loro colleghi, non torneranno più insieme, se non per il progetto ‘Three Friends’ (dal titolo del loro vecchio album del 1972), che riunisce alcuni degli ex membri della band. Con il tempo i gruppo viene riscoperto e rivalutato, con la pubblicazione di diversi cofanetti, rarità varie, dvd e cd dal vivo. Giant On The Box (2004) raccoglie belle esibizioni dal vivo filmate tra il 1974 ed il 1975, mentre il concerto del gennaio 1978, tenuto durante la trasmissione televisiva ‘Sight & Sound’(che solo l’anno prima aveva ospitato Procol Harum, Jethro Tull e Supertramp) ci permette di rivederli accompagnati da un magnifico suono stereo.

YES

E’ ancora Ian Anderson a ricordarsi del cantante di un altro gruppo spalla dei Jethro Tull, dalla voce esile e dai lunghi capelli neri: quel cantante era il suo quasi omonimo Jon Anderson, e la band si chiamava semplicemente Yes. Durante quel tour insieme, nell’aprile del 1971, i Tull erano all’apice della loro popolarità, avendo appena pubblicato Aqualung, mentre gli Yes erano in tournèe con loro negli States per promuovere il loro terzo album, intitolato The Yes Album. La band aveva già dato alle stampe sia il disco d’esordio, intitolato proprio Yes (1969), sotto l’ala protettiva del solito Ahmet Ertegun, boss dell’Atlantic (lo stesso di Led Zeppelin, Genesis e tanti altri), che li aveva apprezzati vedendoli dal vivo a Londra. Jon Anderson, che lavorava in un bar proprio sopra il Marquee Club, aveva conosciuto e trovato sintonia con il bassista Chris Squire. A loro si erano uniti il tastierista Tony Kaye, il batterista Bill Bruford ed il chitarrista Peter Banks, cui si deve il nome Yes. Il logo del nome del gruppo era riprodotto anche sulla pelle della cassa della batteria di Bruford e sulla chitarra dello stesso Banks, ma non era lo stesso di quello reso poi celebre da Roger Dean, illustratore ‘fantasy’ dei loro album successivi. Subito dopo il loro secondo disco (Time And A Word, 1970) Peter Banks lascia il gruppo, sostituito da Steve Hove: nel videoclip del brano ‘Astral Traveler’ è presente quest’ultimo, che mima però la chitarra suonata in realtà da Banks. Dopo Close To The Edge (contenente l’omonima, magnifica suite) anche Bruford abbandona per unirsi ai King Crimson, e Alan White (ex batterista della ‘Plastic Ono Band’ di John Lennon) fa in tempo ad unirsi agli Yes per il celebre Yessongs (disco live e relativo film) che, con Rick Wakeman alle tastiere al posto di Tony Kaye, porta il gruppo al successo definitivo e alla formazione ritenuta unanimemente quella “classica” del gruppo. Ancora a proposito di incroci, Wakeman collabora alla registrazione del disco dei Black Sabbath del 1973 (Sabbath Bloody Sabbath), per tornerare negli Yes alla fine degli anni ’70. Questa stessa line up (Anderson, Howe, Squire, Wakeman e White) verrà nuovamente immortalata 30 anni dopo nei bellissimi dvd di Montreux 2003 e Lugano 2004, ancora in ottima forma e in grado di eseguire perfettamente i vecchi classici. Tra questi, anche il lungo brano ‘Awaken’ (tratto da Going For The One, del 1977), il preferito da Jon Anderson tra tutti i pezzi della lunghissima carriera degli Yes, che è arrivata fino ai giorni nostri, nonostante i vari cambiamenti di formazione. A metà degli anni ’70, infatti, alle tastiere troviamo lo svizzero Patrick Moraz. E, nel 1980, per l’album Drama, addirittura il cantante ed il tastierista che formavano i Buggles, noti per la celebre hit ‘Video Killed The Radio Star’, del tutto lontana dagli stilemi del progressive rock. Eppure questo pur provvisorio connubio funziona, e gli occhiali tondi e giganti del nuovo vocalist Trevor Horn faranno bella mostra di sé anche sulla Tv italiana, dal momento che un estratto di quel disco diverrà la sigla d’apertura della seguitissima trasmissione televisiva ‘Discoring’ (ed il sottoscritto, come tanti altri, se la ricorda bene!). Lo stesso Horn si ripresenta in veste di produttore per l’album del 1983 intitolato 90125, trascinato dal successo stratosferico del singolo ‘Owner Of A Lonely Heart’, con il suo riff d’apertura divenuto famoso più o meno quanto quello di ‘Smoke On The Water’ dei Deep Purple! E questa volta, alla chitarra e alla seconda voce c’è Trevor Rabin al posto di Steve Hove, mentre il primo tastierista degli Yes è nuovamente della partita. Dopo varie beghe legali, che impediscono agli Yes di utilizzare il nome del gruppo senza Chris Squire (detentore dei relativi diritti, ma in quel periodo non più parte del gruppo), con l’Union Tour del 1991 componenti vecchi e nuovi della band si ritrovano a suonare insieme: abbiamo così sia Steve Hove che  Trevor Rabin alla chitarra, Bill Bruford e Alan White alla batteria, così come pure Rick Wakeman e Tony Kaye alle tastiere. Ad ogni modo sono sempre i pezzi “classici” dei primi album (Fragile compreso) ad entusiasmare il pubblico, qualunque sia la formazione della band: ‘And You And I’, ‘Roundabout’, ‘I’ve Seen All Good People’, ‘Long Distance Runaround’, ‘Yours Is No Disgrace’, ‘Starship Trooper’ e l’incedibile ‘Heart Of The Sunrise’, che stupì gli stessi Yes mentre la componevano. Da sottolineare, inoltre, le bellissime armonie vocali che caratterizzavano tutti quei brani. Oggi Jon Anderson non è più nella band, sostituito da ‘cloni’ più o meno credibili (uno proveniente addirittura da una cover band degli stessi Yes), mentre Chris Squire, dopo un album con l’ex Genesis Steve Hackett, è purtroppo scomparso, lasciandoci il dubbio se davvero sia il caso che questa autentica icona del progressive rock insista ancora nel rimanere attiva. Nel 2017, durante l’ ammissione degli Yes alla ‘Rock and Roll Hall of Fame’, Jon Anderson, Steve Howe, Rick Wakeman, Trevor Rabin e Alan White sono di nuovo insieme per una magistrale esecuzione di ‘Roundabout’.

FREE

Festival dell’Isola di Wight, Gran Bretagna, agosto 1970. E’ giorno, e di fronte ad una marea umana si esibisce un gruppo di ragazzi che aveva partecipato anche all’edizione del festival dell’anno precedente. Questa volta, però, la band, chiamata Free, si trova all’apice della forma e della popolarità, a seguito del successo clamoroso del brano ‘All Right Now’, tratto dal loro terzo disco, Fire And Water, pubblicato quello stesso anno. I primi due dischi, Tons Of Sobs (1968) e Free (1969), intrisi di blues venato da riff rock  decisi e graffianti, erano già usciti per l’etichetta Island, senza però riscuotere consensi immediati, essendo privi di brani in grado di accendere gli entusiasmi di un più vasto pubblico. Ma già dal primo album la ruvida voce di Paul Rodgers, il potente basso dell’appena sedicenne Andy Fraser, il preciso drumming di Simon Kirke e la bollente chitarra Gibson di Paul Kossof lasciavano intravedere la possibilità di un futuro luminoso per questo giovanissimo quartetto londinese. All’epoca, non avendo ancora scritto la loro hit più famosa, riuscivano a riscaldare il pubblico solo a fine concerto con la cover di ‘The Hunter’ (accennata anche all’interno di ‘How Many More Times’ degli Zeppelin). Ma questo non sembrava bastare, e una sera, dopo i fiacchi applausi ricevuti  alla conclusione di un loro concerto, tornarono piuttosto depressi nei camerini dietro al palco. Andy Fraser, per tirare un po’ su il morale ai suoi compagni (e a sè stesso), cominciò a canticchiare il verso ‘All Right Now’ (“Ora va tutto bene”): era già il ritornello del pezzo, cui Rodgers aggiunse le strofe. Così, coi coinvolgenti brani di Fire And Water (quali Mr. Big), e le anticipazioni del nuovo Highway (sempre del 1970), quali ‘Be My Friend’ (splendida ballata) e ‘The Stealer’, all’Isola di Wight per i Free fu una consacrazione definitiva. Solo tre pezzi del loro set vennero filmati, ma sono ancora oggi sufficienti a dare l’idea di ciò che  quella band riusciva a dare sul palco nel suo momento di grazia: Paul Rodgers, tutto vestito in nero, capelli lunghi e barba, impegnato a cantare con la sua voce magnifica, roca eppure perfetta e stracolma di pathos. Oppure intento a contorcersi sull’asta del microfono e a dimenarsi, sottolineando coi suoi movimenti gli stacchi e le accelerazioni della musica che sembrava pervaderlo interamente; Paul Kossoff addirittura in trance durante i suoi assolo alla Gibson Les Paul, senza l’aiuto di alcun pedale, mentre  schiaccia la schiena contro gli amplificatori Marshall alle sue spalle, spalancando la bocca nell’estasi che lo prende, mentre Andy e Simon ci danno dentro con impeto, riempiendo tutti gli spazi come solo un grande gruppo può fare, essendo formato, voce a parte, da soli tre strumenti. Inoltre Fraser, che sui dischi suona anche piano e mellotron, sul palco,  potendo utilizzare soltanto il basso, trasforma il suo strumento quasi in una seconda chitarra, producendo accordi distorti oltre che singole note  (soprattutto mentre Kossoff è impegnato nelle sue parti soliste). Quando poi, sempre all’Isola di Wight, il concerto si chiude con la già famosa ‘All Right Now’ , anche la parte del pubblico che era chiuso in tenda a sonnecchiare viene fuori, e adesso sono tutti in piedi ad applaudire. Centinaia di migliaia di giovani a tributare la loro approvazione sotto i raggi del sole. E dietro di loro, l’azzurro del mare: splendido! Il bis, come sempre, sarà ‘Crossroads’, il brano di Robert Johnson che dà il titolo anche a questo mio libro. Nonostante il successo ottenuto, nel 1971 di fatto i Free si sciolgono, e la casa discografica riempie il vuoto con l’immancabile disco dal vivo. Tornano insieme nel 1972, dando alle stampe Free At Last e poi Heartbreaker (1973): ma a quel punto non sono più i veri Free, con un Paul Kossoff (scomparso poi nel 1976) sempre più assente, un bassista giapponese al posto di Fraser (morto nel 2015) e l’aggiunta dell’organista John Bundrick. Tutti i filmati dei Free esistenti (concerti, passaggi televisivi e videoclip) sono relativi al 1970, a parte un documento di scarsa qualità girato nel 1972 in Giappone con l’ultima line up, che vede Paul Rodgers impegnato anche alla chitarra elettrica. In seguito sia quest’ultimo che Simon Kirke faranno parte dei Bad Company, raccogliendo ancora buoni risultati. Rodgers, vocalist stimatissimo anche dai suoi colleghi musicisti, formerà, come detto, i Firm insieme a Jimmy Page negli anni ‘80. E, a parte la sua carriera solista ed un breve ritorno coi Bad Company (che aveva lasciato nel 1979), si unirà addirittura ai Queen, senza la pretesa di sostituire Freddie Mercury, ma cantando comunque quei brani (sotto la sigla ‘Queen + Paul Rodgers’), oltre a qualcosa dei Free e dei Bad Company, mirabilmente accompagnato da un Brian May che era già un suo fan prima che gli stessi Queen nascessero.

THE WHO

A proposito dell’Isola di Wight, gli Who (altra leggendaria band inglese) furono l’unica band (oltre Hendrix) ad esibirsi sia a quel festival, nel 1970, che a quello di Woodstock dell’anno precedente (agosto 1969). Bob Dylan, invece, pur abitando nei pressi di Woodstock, aveva deciso di partecipare all’edizione dell’Isola di Wight di quello stesso anno (1969). Ad ogni modo gli Who, già attivi dalla metà degli anni ’60, ebbero modo di presentare in entrambe le occasioni il loro capolavoro: e cioè la versione live dell’intero Tommy, concept album contenente un’unica storia, con brani tutti legati tra loro. Un pezzo intitolato ‘A Quick One’, presentato durante il già citato ‘Circus’ dei Rolling Stones, aveva già gettato le basi per questo tipo di ricerca musicale più matura, presentandosi come una mini-suite composta da più frammenti musicali ben amalgamati tra loro. E Tommy aveva rappresentato la compiutezza di questa elaborazione maggiormente complessa del concetto di semplice ‘rock and roll’, finendo per rimanere il traguardo più alto raggiunto dalla loro pluriennale carriera. Il compositore era il chitarrista e cantante Pete Townhsend. La voce solista era affidata al carismatico Roger Daltrey, mentre Keith Moon si scatenava come un ossesso alla batteria, con John Entwistle a fargli quasi da ‘contrappeso’ con la sua serafica calma sulla scena (nonostante l’imponenza roboante del suo basso elettrico). Dopo essere stati per un breve periodo esponenti del movimento ‘Mod’ inglese, con capelli corti e giacche su misura, gli Who trovano il successo nel 1965 con l’inno generazionale intitolato appunto ‘My Generation’, che vede un Roger Daltrey cantare balbettando di proposito: è un brano dall’impatto devastante (più o meno quanto la coeva ‘Sadisfaction’ dei Rolling Stones), mentre gli insuperabili Beatles si muovevano ancora su musicalità più morbide e rassicuranti. Nel giro di pochi anni gli Who si trasformano in una macchina da guerra, capelli lunghi, Townshend che rotea il braccio destro per fare scena e colpire energicamente la chitarra, Daltrey che, con giacca a lunghe frange, fa mulinare in aria il microfono trattenendolo per il cavo, e tutti gli strumenti sfasciati alla fine di ogni show (come in occasione del ‘Monterey Pop Festival’ del 1967). Dopo l’epico Live at Leeds del 1970 (per molti il miglior disco rock di sempre) e Who’s Next (1971) Pete Townshend ci riprova con l’opera rock, dando alle stampe Quadrophenia (1973). Questa volta il progetto si rivela più sofferto del previsto, e lo stesso Pete finirà per dubitare di riuscire a portarla mai a compimento. Anche dal vivo il lavoro non ottiene lo stesso successo del suo predecessore, con Roger Daltrey che, sul palco, perde anche troppo tempo nello spiegare al pubblico l’evolversi del racconto tra un pezzo e l’altro. Lo stress accumulato porterà persino Pete e Roger a venire alle mani, mentre uno strambo avvenimento accaduto durante una data di quel tour non contribuisce certo ad un clima di serenità relativamente al periodo di Quadrophenia: infatti, in quell’occasione Keith Moon, che aveva assunto qualcosa di troppo prima del concerto, dopo qualche brano collassa sulla batteria. Si cerca di farlo proseguire in qualche modo, ma Moon non è più in sé e viene prima bloccato da Pete, mentre il batterista si dimena come un ossesso sul palco. Quindi viene portato via con la forza, con Townshend che chiede al microfono se tra il pubblico è presente qualche batterista: e così un tizio sconosciuto, che era andato semplicemente a vedere uno show degli Who, si ritrova a suonare con loro (!). Esiste anche il filmato di questo tragicomico episodio. Entrambe le opere rock, Tommy e Quadrophenia, diverranno altrettanti film: Il personaggio di Tommy (ragazzo sordo, muto e cieco) verrà interpretato dallo stesso Roger Daltrey nel 1975, mentre nella versione cinematografica di Quadrophenia (1979) comparirà anche un giovane Sting. Il gruppo ritrova il successo nel 1978 con Who Are You, l’ultimo album con Keith Moon, che muore quello stesso anno, sostituito per i concerti dal vivo e altri due dischi dall’ex Small Faces Kenney Jones. Dopo l’album It’s Hard uscito nel 1982, gli Who pubblicheranno un altro disco in studio (Endless Wire) solo nel 2006, ma dal vivo continueranno ad esibirsi anche dopo la scomparsa di John Entwistle, trovato morto in un albergo di Las Vegas nell’estate del 2002 e sostituito da Pino Palladino. Saranno presenti anche al ‘Live Eight’ del 2005 (più noto per la reunion dei Pink Floyd con Roger Waters) e in occasione della cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Londra del 2012.  Gli Who sono attivi ancora oggi.

TRAFFIC

Come detto, un altro artista proveniente dalle Midlands inglesi era Steve Winwood, noto soprattutto per essere stato il leader di quella fenomenale band chiamata Traffic, attiva dal 1967 al 1974, e tornata insieme in occasione della reunion del 1994. Steve era già diventato famoso a 16 anni, nella veste di cantante dello ‘Spencer Davis Group’, noto per il successo di ‘Gimme Some Lovin’, che sarebbe divenuto un vero e proprio ‘evergreen’ per merito della sua festosa ballabilità, unita a vene di puro soul e ad un ritmo irresistibile. Anche gli stessi Traffic avrebbero eseguito dal vivo questo brano in più occasioni, nonostante non facesse parte della loro discografia. Ma la chiave di quella ‘hit’ risiedeva soprattutto nella fantastica voce del giovanissimo Steve Winwood, già praticamente uguale a quella degli anni della maturità: un timbro pastoso e intriso appunto di soul e rhythm and blues, assimilabile a quella dei migliori cantanti di colore, appassionata, pulita e ricca di sfumature, sia per i brani più coinvolgenti che per le ballate tranquille. Il primo nucleo dei Traffic si formò a Birmingham, e, oltre a Winwood, vedeva tra le sue fila l’altra voce dei Traffic, e cioè quella di Dave Mason, oltre ai fiati di Chris Wood e alla batteria di Jim Capaldi. Durante la ‘Summer of Love’ del 1967, in piena era psichedelica, i Traffic, spinti dalla forza della neonata etichetta ‘Island’, ottennero subito ottimi risultati con alcuni singoli (soprattutto ‘Paper Sun’ e Hole in my Shoe’), che precedettero l’album d’esordio Mr. Fantasy, pubblicato alla fine di quello stesso anno. Se i primi 45 giri del gruppo ricordavano un po’ i Beatles di quel periodo (lo stesso del primo disco dei Pink Floyd, anch’esso a tinte fortemente psichedeliche), il brano ‘Dear Mr. Fantasy’, viceversa, venne ritenuto fonte d’ispirazione per il quartetto di Liverpool nella loro splendida ‘Hey Jude’ , oltre che canzone-simbolo di quel coloratissimo scorcio di fine anni ’60. Il celebre tecnico del suono Eddie Kramer, pur avendo lavorato con nomi del calibro di Jimi Hendrix e Led Zeppelin, cita proprio la registrazione di questo pezzo come il ricordo più bello della sua intera carriera. Sul secondo disco, Traffic (1969) Mason si è di fatto già allontanato dal gruppo (era suo anche il contributo al sitar) per divergenze riguardanti lo stile musicale, ma contribuisce soprattutto con il brano ‘Feelin’ Alright’ , cantato da lui ed in seguito interpretato anche da Joe Cocker. Dave Mason otterrà un buon successo dopo il suo trasferimento negli USA, e si ritroverà più volte in cartellone per i concerti dal vivo con la nostra PFM. Dopo l’uscita di Last Exit i Traffic si sciolgono, ma quello che sarebbe dovuto diventare un album solista di Steve Winwood, John Barleycorn Must Die (1970) viene invece dato alle stampe a nome Traffic, divenendo addirittura il loro maggior successo internazionale. Intriso di folk, prog e jazz-rock questo lavoro (sempre con testi di Jim Capaldi) si dimostrerà solidissimo già dai suoi primi solchi, con l’accoppiata di ‘Glad’ (sigla iniziale del programma televisivo di Carlo Massarini intitolato, proprio ‘Mr. Fantasy’) e ‘Freedom Rider’, praticamente unite insieme. La title track è in realtà una ballata folk della tradizione britannica, cantata (e suonata alla chitarra acustica) da un Winwood in stato di grazia, contrappuntato dal bel flauto di Chris Wood (scomparso ancora giovane nel 1982). E questo diverrà anche il primo disco d’oro per i Traffic. Nel corso dell’anno precedente, mentre la band era sciolta, Steve Winwood aveva anche trovato ispirazione e tempo per formare i Blind Faith, con gli ex Cream Eric Clapton e Ginger Baker, più il bassista degli ottimi Family. Questo ‘super gruppo’ non resisterà a lungo alle pressioni esterne e rimarrà attivo solo nel 1969: un bel documento è la loro famosa esibizione filmata all’annuale concerto gratuito di Hyde Park, compreso il brano ‘Can’t Find my Way Home’, che Winwood continuerà a proporre nel corso delle sue esibizioni dal vivo fino ai giorni nostri: la sua voce, la sua abilità nel suonare vari strumenti (organo Hammond, piano, chitarra elettrica ed acustica, banjo) sono miracolosamente rimasti intatti, come si può apprezzare anche nei dvd che documentano le sue esibizioni del 2004 e del 2013 al Festival Jazz di Lugano, accompagnato sempre dalla medesima band. I Traffic invece, come detto, dopo qualche disco e vari innesti nella formazione, si sciolgono nel 1974, ma tornano insieme 20 anni dopo, partecipando anche al concerto del 1994 che celebra i 25 anni del Festival di Woodstock. Come artista solista Winwood ha comunque riscosso un discreto successo anche negli anni ’80, oltre a ‘prestare’ la sua magnifica voce a Jimmy Page durante i primi concerti del tour benefico denominato ‘ARMS’ (1983), al fine di raccogliere fondi contro la sclerosi multipla che aveva colpito l’ex bassista degli Small Faces Ronnie Lane. Nel 2004 i Traffic hanno l’onore di entrare nella ‘Rock and Roll Hall of Fame’, ma poco dopo Jim Capaldi (batteria e seconda voce) viene a mancare, lasciando al solo Steve Winwood il testimone di quelli che furono i vecchi Traffic, ormai autentici classici della migliore tradizione del rock nel senso più ampio del termine. Un bel documento dell’epoca rimarrà il concerto di Santa Monica, filmato nel 1972.

Giuseppe Scaravilli nasce a Seregno  (MI) il 12 ottobre 1966 da genitori siciliani, e nel 1975 si trasferisce con la famiglia a Belpasso (CT), dove risiede ancora oggi. Si diploma al Liceo Classico e si laurea in Legge, conseguendo le abilitazioni per esercitare la professione di avvocato e per dedicarsi all’insegnamento. Le sue passioni artistiche (il disegno prima e la musica poi) prendono però il sopravvento, e a queste ultime finisce per dedicare gran parte del suo tempo: per 10 anni raccoglie in volumi i suoi racconti a fumetti, ed è un grande appassionato di Storia. Dal 1987 ad oggi è soprattutto, in qualità di cantante, polistrumentista e compositore, il leader dei Malibran, che si ritagliano uno spazio di tutto rispetto nel campo del Progressive Rock internazionale, suonando tantissimo sia in Italia che all’Estero, pubblicando anche una decina di dischi venduti in tutto il mondo. All’inizio del 2012 tutto questo rischia di finire a seguito di una delicatissima operazione di pancreatite acuta, seguita da una grave emorragia interna che lo porta ad un mese di coma e a diversi mesi in ospedale, con un danno a livello neurologico che gli impedisce di camminare. Ma Il lavoro quotidiano di riabilitazione sta portando ad effetti positivi sempre più evidenti, e per certi versi strabilianti.

malibranprog@hotmail.com











Track list:
1 - Malibran
2 - The Wood Of Tales
3 - Sarabanda
4 - Pyramid's Street
5 - Prelude
     Bonus Tracks:
6 - Mystery (live 1988)
7 - Trequanda (live 1988)
8 - Song For Lisa (live 1990)
9 - Prelude (live 1990)

Line-up:
Angelo Messina - Bass
Giuseppe Scaravilli - vocals,electric & acoustic guitars
Benny Torrisi - piano & Keyboards
Alessio Scaravilli - Drums & Percussion
Giancarlo Cutuli - flute & Saxophones
Jerry Litrico - electric & classical guitars
Gianni Lacagnina - additional keyboards solo on "Pyramid's Street"

Link - http://www65.zippyshare.com/v/71731203/file.html

1 commento:

  1. ciao Giuseppe, potresti ripostarlo . nando caserta

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