domenica 23 febbraio 2014

Malibran - The Wood Of Tales 1990



MALIBRAN – THE WOOD OF TALES - Pegaso Records 1990

Il sestetto catanese dei Malibran, nato nel 1987, dopo una lunga serie di concerti (nel 1989 suonano anche a Roma) e dopo aver ricevuto vari apprezzamenti dagli esperti del settore, ritagliandosi il suo spazio nell’ambiente prog che in quella decade vive uno dei periodi più bui, si vede concessa la possibilità di registrare il primo disco. Nasce così The wood of tales. Corre l’anno 1990.
Il disco, stampato esclusivamente su vinile, vende discretamente sia in Italia sia all’estero e riceve consensi unanimi da parte dell’uditorio, sia per la qualità della musica sia per la copertina (raffigura una foresta con in primo piano un personaggio mitologico dormiente, munito di flauto), definita da alcuni critici come una delle migliori degli ultimi anni. Nell’ottobre del 1990 il disco è presentato dal vivo a Roma alla Festa dell’Unità. Pochi mesi dopo la pubblicazione il disco viene ristampato su vinile colorato.
L’album è caratterizzato dalla presenza di quattro lunghe suite e “l’eccezione” Sarabanda che dura solo cinque minuti. Addentrandosi nello specifico del disco si può affermare che i legami col prog “classico” sono molti, su tutti la presenza massiccia del flauto (espliciti i rimandi ai Jethro Tull), magistralmente suonato da Giancarlo Cutuli. Anche le atmosfere sognanti (nelle musiche e nei testi) richiamano molte opere del periodo d’oro.
Passiamo all’analisi del disco. I primi secondi di Malibran, con una campana, l’arpeggio di chitarra e un “rumore” di sottofondo, sembrano quasi un brano dei Goblin preso dalla colonna sonora di uno dei film di Dario Argento. A questo seguono vari cambi di rotta, sempre apprezzabili. Dall’ingresso di chitarra elettrica, passando per le tastiere, il piano e il flauto (tutti abbastanza “cattivi”), fino alla tranquillità che si ha con l’ingresso della voce, sostenuta da un leggero arpeggio. Atmosfera ricca di pathos. L’ultima parte è affidata soprattutto al flauto di Cutuli. Non sarà Ian Anderson, ma si difende bene.
The wood of tales. Tastiera e batteria fanno da apripista per un gioco a due di chitarra arpeggiata e distorta, coadiuvate poi dal flauto. Anche in questo brano sono vari i cambi dei protagonisti musicali (da segnalare soprattutto un guizzo di piano intorno ai due minuti e trenta). Poco dopo i quattro minuti una piccola svolta: un basso “ossessivo” (ricorda un po’ quello di “War” dei Planetarium, anche se poi lo svolgimento di quel brano è completamente diverso dal nostro) fa da base allo “sfogo” della chitarra distorta che ci dona un gran solo. Il finale riprende la sequenza iniziale di doppia chitarra e flauto.
Sarabanda è il brano “diverso” del disco, affidato esclusivamente a chitarra classica e flauto. Un gran senso di pace ci avviluppa nel primo minuto e mezzo grazie al leggero arpeggio della chitarra e al flauto dai tratti leggermente medievali. Poco dopo l’arpeggio diventa molto più vivace, così come il flauto, avvicinandosi ad un’esecuzione di musica classica. Per tutti i restanti minuti del brano i due protagonisti si daranno “battaglia”.
Una tastiera quasi eterea dà il via a Pyramid’s street. Dopo poco più di un minuto e mezzo subentra la chitarra arpeggiata, seguita dal ritorno della voce, illustre assente nei due brani precedenti. Verso la metà del brano c’è una svolta, ci si avvicina ai segmenti più corposi presenti nei primi due brani del disco. Dopo gli otto minuti ritorna la voce.
La dolce melodia realizzata con arpeggio di chitarra e flauto che ci accoglie e ci accompagna per quasi tre minuti, all’inizio di Prelude, è quasi da brividi. Un breve cenno di chitarra distorta e batteria apre la strada all’intensa voce di Giuseppe Scaravilli, intervallata da un ottimo solo di chitarra, ripreso poi all’inizio della seconda parte del brano dove fa compagnia ad una batteria molto viva. Il solo non ci abbandonerà sino alla fine del brano. Ottimo il virtuosismo finale.



Recensione di Donato Zoppo


Riesumato uno storico album del new prog italiano (Vers. stampabile )
Diverse le bands di cui parlo sempre con estremo piacere, tra queste spicca il sestetto catanese dei Malibran, autentica istituzione del prog italiano degli anni 80/90 che ancora oggi continua la sua avventura con lusinghiero successo.
Dopo l'ultima e felice fatica di "Oltre l'ignoto" e "A live show", i Malibran tornano con la ristampa dell'ormai leggendario album d'esordio "The Wood of Tales", risalente al 1989: a dire il vero era già stata la brasiliana Rock Symphony a ristampare su cd quel lavoro, uscito esclusivamente su vinile, la Mellow provvede al ripescaggio di tre brani inediti che faranno felice ogni ammiratore del gruppo di Giuseppe Scaravilli.
I brani di "The Wood" erano all'epoca tra le maggiori composizioni dell'asfittico prog italiano, la band era molto quotata tra colleghi del calibro di Ezra Winston, Notturno Concertante, Nuova Era o Leviathan, con i quali spesso e volentieri condivideva il palco: conosciamo tutti lo stato del progressive degli anni '80 e sappiamo quanto importante fu il tentativo dei gruppi di quel periodo, quello di riportare in auge un suono che il tempo, le mode, la mentalità avevano seppellito senza tante cerimonie e che gli inglesi al seguito di Marillion ed IQ avevano condotto verso controverse mete.
"Malibran", "The Wood of Tales", "Sarabanda", "Pyramid's Street" e "Prelude" ancora oggi (naturalmente con le dovute
riserve ) conservano un fascino sottile e magnetico, come suggestiva è la storia alle loro spalle, quella di sacrifici e passione premiati con l'incisione del sospirato lp.
Il sound della band sicula era così, passionale e drammatico, caldo e teatrale, tra i Jethro Tull (amore dichiarato e mai nascosto) e i Genesis, l'hard rock, il folk ed il new prog allora imperante, con i suoi intrecci di chitarre, tastiere e flauto, le atmosfere sognanti e fiabesche, l'intensità ed il vigore "rockeggiante" che era in fondo la marcia in più che li caratterizzava, soprattutto on stage, dove non si sono mai risparmiati. Certo i Malibran sono cresciuti, l'ultimo lavoro in studio ne è prova tangibile, qui si era agli inizi ma era già chiara la caratura ed il talento dei sei, formazione tra l'altro particolarmente stabile ancora oggi.
I tre brani
bonus qui presenti sono un pelo sotto i precedenti ma non malvagi, in particolar modo l'impetuosa e trascinante "Trequanda", con un bel flauto ed un dirompente drum solo del bravo Alessio Scaravilli. "Song for Lisa" evidenzia il classico sound sinfonico e romantico della band, con le chitarre ed il flauto a sottolineare l'atmosfera sognante e fiabesca. Stesso discorso per "Mystery", più ipnotica ed oscura, con venature folk, inserti di sax ed aperture ariose ed intense dal sapore paleocrimsoniano.
Tributate il giusto omaggio ad una band coerente e coraggiosa, avete l'occasione di farlo

recensioni ed interviste

MALIBRAN – In Concerto (1997)
These live recordings are from 1997 when Malibran performed on the famous island of Sicily. The sound of this recording has the quality level of a decent bootleg, but to me that is no problem at all. There is plenty to enjoy on this live album. Ten pleasant and melodic compositions featuring great dual guitar play with hints from Steve Rothery and David Gilmour and swirling work on the flute. Only the keyboards sound a bit too functional. Highlights are an abridged version of Pyramid’s Street with a Bolero-rhythm and an Arabian atmosphere, Magica Attesa with good soli on guitar and flute and the long, captivating Prelude evoking early Marillion delivering a fiery and powerful, Ritchie Blackmore-inspired solo. Malibran will never be rewarded as a very original or extremely crafty prog rock band, but to me they sound pleasant and varied. Many parts of this live album can also be heard and seen on their DVD Malibran 10 Anni In Concerto. I hope to see Malibran live on stage once!


MALIBRAN – La Citta Sul Lago (1998)
One year later Malibran released their fourth album entitled La Citta Sul Lago. Despite the long running time (about 70 minutes), Malibran succeeds in keeping my attention. The compositions sound alternating featuring many strong shifting moods, breaks and soli and a varied instrumentation with guitars, flute, saxophone and piano). My highlights are a fiery, wah-wah drenched guitar solo in the title track, a playful percussive break with a biting guitar solo in The Time, a Jethro Tull-inspired part in La Stagione Del Re and metal guitar and protrusive drums in Nuvole Di Vetro. If I compare this album to their previous work like Le Porte Del Silenzio, the Marillion -echoes are almost faded away. I trace some elements from Camel (mostly flute and guitars), Genesis (keyboards and twelve-string guitars) and Jethro Tull (flute), but gradually Malibran has managed to sound rather original. A special remark is for the splendid guitar work from Guiseppe Scaravelli and Jerry Litrico in the vein of Steve Rothery (Marillion) and Andy Latimer (Camel). They deliver many moving and exciting solos and dual guitar play!





                                     Malibran  -   RASSEGNA STAMPA   -  estratti



Se negli anni ’70 la PFM era la “ live band ” per eccellenza, i Malibran lo sono per la generazione



del progressive nata negli anni ’80-’90. Cosa rende diversi i Malibran dai colleghi del new prog



italiano? Il “tiro”, il sound roccioso, la capacita’ di domare il suono conciliando le radici rock con

gli arrangiamenti sofisticati del progressive.


MOVIMENTI PROG


Da molto tempo si aspettava una band capace di suonare grande prog senza copiare troppo IQ e

Pendragon…e oggi abbiamo i Malibran.


ROCKERILLA


Della fertile ed indomita scena new prog italiana i Malibran rappresentano non soltanto un nome

storico, ma anche fra i pochi che possono vantare una carriera continua…


JAM


Un combo sottostimato, assolutamente da rivalutare, per merito di un misto fra Jethro Tull e

Procol Harum, hard e spunti tradizionali…


PSYCHO!


Non si tuffano nelle bolgie del metal prog, né planano rassegnati tra le onde del romantico new prog inglese.

Sono là, in un piccolo limbo dal quale tirano fuori il loro marchio di fabbrica: chitarre ardenti dai cui

intrecci si libra il flauto, suggestive alternanze elettro-acustiche, lunghe ed epiche cavalcate nella

migliore tradizione rock.


MOVIMENTI PROG


I brani sono freschi e creativi, delicati ma possenti quanto ad impasto sonoro, sicuramente

influenzati dai maestri degli anni ’70, ma da nessuno in maniera preponderante…


ARLEQUINS


La qualità esecutiva è indubbiamente cresciuta, con convincenti sezioni strumentali dove la

chitarra solista vola sicura, gli intermezzi tastieristici sono eccellenti, la ritmica dirige le danze

con frequenti controtempi, e il flauto si intreccia molto bene con gli altri…


CIAO 2001


Eccola qui una vera live band!


MOVIMENTI PROG


I Malibran sono tenaci difensori di una struttura molto articolata dei pezzi, vere e proprie

avventure in un mondo oniricamente fatato…


LA SICILIA


I catanesi Malibran dal vivo ci lasciano pietrificati per la potenza sonora e la carica aggressiva:

un prog robusto, vigoroso, sostenuto da una sezione ritmica consistente su cui si inserisce un

flauto incalzante…


PAPERLATE


I Malibran appartengono alla schiera degli eroi, a quella lista di gruppi che non badano alle mode,

ma che seguono solo il battito del cuore.


METAL SHOCK


Nessun plagio, nessuna imitazione, una onesta voglia di dare forma a suoni corposi e palpabili

che consentono di creare una musica dallo spessore non indifferente…


ROCKERILLA


Momenti letteralmente sontuosi ed un’ attenzione quasi maniacale per le sfumature: i Nostri

hanno reso la loro musica una delle piu’ ricche e pregevoli degli ultimi anni.


MOVIMENTI PROG


La parte del leone spetta alla title track, una lunga suite che denota la felice vena musicale e la perizia

tecnica del gruppo…


PAPERLATE


Dopo l’interessante The Wood Of Tales i Malibran sfornano Le Porte Del Silenzio, un disco

di alto livello, che resterà fra le pagine piu’ belle di questo genere musicale.


FLASH


Il sound della band è passionale e drammatico, caldo e teatrale, tra i Jethro Tull e i Genesis,

l’ hard rock, il folk e il new prog, le atmosfere fiabesche ed il vigore che li caratterizza soprattutto on stage,

dove non si sono mai risparmiati. Tributate il giusto omaggio ad una band coerente e coraggiosa.


MOVIMENTI PROG


I Malibran rappresentano uno di quei gruppi che fanno la differenza, conservando quell’ aggancio ad un modo

di fare prog tipico dei gruppi anglosassoni capiscuola, ma impreziosito da quella

matrice tipicamente italica che ha fruttato fiori all’ occhiello degni, se non superiori, dei maestri stessi.


MELODIE &  DISSONANZE


Solidi e preparati musicisti, riescono a sfoderare brani ricchi di passaggi ed invenzioni da non sottovalutare.


PAPERLATE


Fantasia, sentimento e suggestione fanno della proposta dei Malibran qualcosa che ha lasciato una traccia

di rilievo nelle nuove pagine del prog italiano…


SYSIPHUS


E’ all’ improvviso che la band si fa minacciosa, avanza con forte determinazione verso di noi,

maestosa, quasi apocalittica, per esplodere con una dirompente e memorabile chitarra: una

interpretazione corale davvero magistrale, da brividi, da pelle d’oca.


MOVIMENTI PROG


Oltre L’ Ignoto è senza dubbio il loro lavoro piu’ maturo e piu’ bello, molto interessante anche dal punto

di vista dei testi. I Malibran sono un esempio di coerenza, tenacia e passione.


MUCCHIO SELVAGGIO


La suite è un autentico capolavoro di ricerca sonoro, che si snoda tra rock epico, prog, elettronica, folk,

il tutto stupendamente amalgamato e senza la minima sbavatura, sostenuto da toccanti liriche.

Anche solo per questo brano i Malibran rimarranno per sempre nel mio cuore.

METAL SHOCK

  1. Recensito da Daniele Cutali

    Le trasparenze catanesi...

    Malibran è stato un nome importante nell'ambito della rinascita del rock progressivo in Italia, ma non solo, a cavallo tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90. Insieme a band come Nuova Era, Eris Pluvia, Prowlers e subito dopo Finisterre e Moongarden, i Malibran hanno firmato numerose pagine del recente progressive nostran...o. Il gruppo nacque a Catania nel 1987, città non a caso denominata la “Seattle di Sicilia” per la sua intensa attività musicale e per gli artisti famosi che ha sfornato (da Gerardina Trovato a Tom Sinatra a Carmen Consoli, tutti nello stesso giro cittadino), e fu fondato dai fratelli Scaravilli, Giuseppe alla chitarra e voce e Alessio alla batteria. A loro si aggiunsero degli ottimi musicisti come Giancarlo Cutuli, flauto e sax, Jerry Litrico, chitarra, Angelo Messina, basso, e Benny Torrisi, tastiere. Un ensemble coeso, affiatato, che suonava un rock con venature jazzy e ventate di Jethro Tull a cavallo del più suggestivo prog italiano degli anni '70 tra Orme e Banco.

    Attualmente i Malibran sono ancora in attività, seppur decimati dalle defezioni di Cutuli e Torrisi, ed era da “Oltre l'Ignoto” (Mellow Records, 2001) che non sfornavano un album di brani inediti. Per volontà di Giuseppe Scaravilli viene finalmente pubblicato dall'Electromantic Music di Beppe Crovella (Arti & Mestieri) un disco a nome Malibran nuovo di zecca, dopo aver rilasciato con l'attiva etichetta torinese il dvd “10 Anni in Concerto”, una raccolta antologica di video delle esibizioni live del gruppo. Questo “Trasparenze” era nato per essere un lavoro solista di Scaravilli, come dichiara lui stesso nelle note del booklet, perchè se avesse dovuto aspettare tutti gli altri membri per registrarlo sarebbe uscito tra una ventina d'anni! Invece, tra la collaborazione stretta di Litrico, la presenza assidua del fratello Alessio, con la comparsata speciale del carismatico Cutuli in un paio di brani, e l'aggiunta dell'ospitata del violinista Toni Granata, ecco che utilizzare il nome Malibran per Scaravilli ha avuto di nuovo senso.

    “Trasparenze” è un classico album in stile Malibran. La titletrack è un lungo brano, nato tempo fa per la band come dichiara Scaravilli, e si sente. Progressive sinfonico, incisi di flauto, cambi di tempo e direzione, cellule melodiche differenti legate tra loro, anni '70 che sprizzano da tutti i pori musicali. Da incorniciare “In Un Attimo”, delicata e sognante ballad e incursioni jazzy, prati fioriti ricchi di rugiada mattutina e spensieratezza che corre sotto un bel cielo terso, tutto questo trasmette questo grande brano. Graffiante hard-rock per “Vento d'Oriente”, spigoloso e affascinante. Anche “Presagio” è sulla falsariga di “In Un Attimo”, andamento tranquillo, ipnotico e settantiano, con un lungo e corposo assolo di chitarra-synth centrale. Stupendo brano strumentale “Pioggia di Maggio”, seguita a ruota da “La Marea” e “Nel Ricordo”, in una girandola malinconica e struggente.

    In “Volo Magico” a volare è il violino di Toni Granata, in un blues a tempi dispari, sanguigno ma fin troppo breve. Chiudono l'album “Promesse Vane”, “Gioco di Specchi” e “Pensieri Fragili”, tocchi, profumi e colori delicati come una cassata siciliana, rimembranze d'altri tempi ma sempre moderne. Questi Malibran sono poesia e Scaravilli non può rimanere solo. I Malibran sono vivi e vegeti. Evviva!





Contrariamente a quanto accaduto con molti altri gruppi degli anni settanta, sono stati ben pochi i casi di riedizioni e rivisitazioni di brani dei Van der Graaf Generator da parte di altri artisti. The Home Studio Sessions di Giuseppe Scaravilli, nome noto agli amanti del prog italico per la sua attività con i sici...liani Malibran, si pone in interessante controtendenza: il fulcro di questo lavoro sta proprio in un lunghissimo medley (circa 25 minuti) comprendente una ventina di pezzi del Generatore. Si va da Lemmings a Lost, da House with no Door a When She Comes, da Afterwards a The Sleepwalkers, in una vera e propria carrellata costituita da frammenti, a volte di qualche minuto, più spesso di poche manciate di secondi, sapientemente legati l’uno all’altro.

E a destare ancora più stupore è il fatto che Giuseppe Scaravilli abbia messo in piedi tutto questo in completa solitudine: l’artista siciliano è infatti solo sotto i riflettori con la sua chitarra acustica, quella elettrica, il flauto, il basso, un po’ di tastiere, qualche percussione, e la voce. “Con i Malibran ho sempre suonato solo i brani dei nostri dischi – spiega Scaravilli. Dopo tanti anni mi piaceva l’idea di registrare cover selezionate degli anni ’70. Un mio personale tributo alla musica dalla quale provengo e che mi ha formato. E soprattutto un gran divertimento, unito al piacere (e alla fatica) di fare tutto da solo. Essere l’unico musicista… e anche il fonico! Senza dover spiegare o chiedere niente a nessuno, una volta tanto…”

Il risultato è indubbiamente intrigante e suggestivo: se le parti vocali costituiscono ovviamente l’ostacolo più grande da superare – in alcuni punti il retaggio Tulliano di Scaravilli ci regala quasi l’illusione di un Ian Anderson impegnato a coverizzare Hammill – il sostrato strumentale e la struttura del medley è costruito con capacità e intelligenza. Ma non finisce qui: essendo The Home Studio Sessions un doppio cd, sul primo dischetto ecco che tra un brano dei Pink Floyd, uno dei Genesis e un altro dei Jethro Tull, trovano posto anche quattro brani solisti di Hammill, riproposti questa volta integralmente. Again, If I Could, Rock and Role e Last Frame colpiscono per la perizia strumentale e per la pulizia della registrazione: se le prime due suonano molto simili agli originali, Rock and Role rappresenta invece una scelta decisamente insolita, che Scaravilli spiega così: “Rock and Role l’ho preparata apposta per il cd. E’ un brano che mi è sempre piaciuto, perché è grintoso e vivace. Su Chameleon ci sono molti pezzi che vedono Hammill da solo e questo è uno dei pochi con tutto un gruppo in azione. Dà una bella scossa! Pur non utilizzando la batteria, ho cercato ugualmente di ricreare quell’impatto. Poi ho lasciato che tutto si placasse nella coda finale, sulla quale ho improvvisato con il flauto”. Ed è ancora il flauto il protagonista in Last Frame, unico dei quattro brani riproposto in versione strumentale e probabilmente il migliore del lotto: la presenza dello strumento a fiato, a cui è affidata la melodia, e di una delicata chitarra acustica, sembra quasi riportare indietro il brano ai tempi di "The Aereosol Gray Machine", con un soffice effetto straniante.


Paolo Carnelli





ECCO LE BELLE PAROLE RIGUARDANTI I MALIBRAN, CHE MI INVIA TRAMITE FACEBOOK L'ESTIMATORE ROCCO SAPUPPO:

"Non solo l'orgoglio del progressive etneo, ma anche una band che ha scritto a lettere di fuoco la storia italiana di questo augusto genere musicale. Onore al nostro amico Giuseppe Scaravilli. Mi piacerebbe che gli amici che amano il Prog si rendessero conto lucidamente della grande lezione di classe artistica che è provenuta da voi. Vi considero una delle migliori band di new-progressive a livello europeo. Un abbraccio e molti auguri per il futuro.

Non ho dubbi, carissimo, che la vostra musica sarà considerata come una pietra miliare del neo-progressive italiano, e non solo. Chiunque ami questo genere musicale, come me, o ne scriva, come me, non può non apprezzarvi. Non dubito che saprai fornirci ancora prove del tuo invidiabile talento."



Malibran is one of the bigger names in the nineties' resurgence of Italian progressive rock, and this 1990 debut is the album that put them on the map for prog fans worldwide. The Wood of Tales is an interesting, but flawed, concoction of neo-prog, Italian symphonic prog, and even a few dashes of progressive folk. Flute plays a major part in Malibran's debut, and I love how the instrument is presented as an integral part of their sound - other than that, The Wood of Tales is characterized by the mix of pastoral symphonic prog and eighties' neo-prog that inspired many Italian prog bands around this era. The Wood of Tales is not a flawless gem that's been forgotten by the sands of time, but it's a solid debut that should satisfy most Italian prog enthusiasts.

The easiest comparisons to draw when talking about this album are probably Premiata Forneria Marconi, IQ, and even a bit of Jethro Tull (the flute-led sections make this comparison almost inevitable). The Wood of Tales is a mainly instrumental album, but there are a handful of vocal sections that ultimately leave me with a lukewarm impression. At least on this album, Giuseppe Scaravilli is not the most gifted vocalist and his singing parts come across as detrimental to the compositions. While he's far from an atrocious vocalist, the album would've been a bit better had it been fully instrumental. After all, The Wood of Tales does have plenty of excellent moments of symphonic prog - though there aren't any killer tracks here, Malibran was still a group of gifted songwriters from the beginning. The musicianship on this debut is also quite impressive, and every musician delivers their part with finesse.

While it may seem that The Wood of Tales is a near-flawless album after reading the first two paragraphs of my review, I've yet to mention that the album has a pretty weak production. The sound is simply muddy and unpolished, and the occasional 'buzzing' noises and uneven mix really don't do the album any justice. It's not unlistenable or anything like that, but The Wood of Tales definitely would've left a better impression if the production were up to par with the music.

The Wood of Tales is a flawed, but ultimately promising, debut from one of the biggest names in nineties' Italian progressive rock. Malibran offered plenty of cool ideas and solid compositions with this effort, and I'll be curious to hear what that's led them to create on future albums. Though not essential by any means, The Wood of Tales is a solid observation worthy of 3 stars. Fans of symphonic prog may want to check out this somewhat obscure classic.

(Originally Posted on ProgArchives.com)













Autore: MALIBRAN
Titolo album:
The wood of tales plus...
Nazionalità: Italia
Etichetta:
Mellow Records (reissue 2002)
Anno di pubblicazione:
1990

Voto medio:
http://www.movimentiprog.net/modules/Recensioni/pallino.gifhttp://www.movimentiprog.net/modules/Recensioni/pallino.gifhttp://www.movimentiprog.net/modules/Recensioni/pallino.gifhttp://www.movimentiprog.net/modules/Recensioni/pallino.gif(8)


Recensito da Donato Zoppo

Riesumato uno storico album del new prog italiano (Vers. stampabile http://www.movimentiprog.net/modules/Sections/images/print.gif)


Diverse le bands di cui parlo sempre con estremo piacere, tra queste spicca il sestetto catanese dei Malibran, autentica istituzione del prog italiano degli anni 80/90 che ancora oggi continua la sua avventura con lusinghiero successo.


Dopo l'ultima e felice fatica di "Oltre l'ignoto" e "A live show", i Malibran tornano con la ristampa dell'ormai leggendario album d'esordio "The Wood of Tales", risalente al 1989: a dire il vero era già stata la brasiliana Rock Symphony a ristampare su cd quel lavoro, uscito esclusivamente su vinile, la Mellow provvede al ripescaggio di tre brani inediti che faranno felice ogni ammiratore del gruppo di Giuseppe Scaravilli.
I brani di "The Wood" erano all'epoca tra le maggiori composizioni dell'asfittico prog italiano, la band era molto quotata tra colleghi del calibro di Ezra Winston, Notturno Concertante, Nuova Era o Leviathan, con i quali spesso e volentieri condivideva il palco: conosciamo tutti lo stato del progressive degli anni '80 e sappiamo quanto importante fu il tentativo dei gruppi di quel periodo, quello di riportare in auge un suono che il tempo, le mode, la mentalità avevano seppellito senza tante cerimonie e che gli inglesi al seguito di Marillion ed IQ avevano condotto verso controverse mete.


"Malibran", "The Wood of Tales", "Sarabanda", "Pyramid's Street" e "Prelude" ancora oggi (naturalmente con le dovute
riservehttp://cdncache3-a.akamaihd.net/items/it/img/arrow-10x10.png) conservano un fascino sottile e magnetico, come suggestiva è la storia alle loro spalle, quella di sacrifici e passione premiati con l'incisione del sospirato lp

.
Il sound della band sicula era così, passionale e drammatico, caldo e teatrale, tra i Jethro Tull (amore dichiarato e mai nascosto) e i Genesis, l'hard rock, il folk ed il new prog allora imperante, con i suoi intrecci di chitarre, tastiere e flauto, le atmosfere sognanti e fiabesche, l'intensità ed il vigore "rockeggiante" che era in fondo la marcia in più che li caratterizzava, soprattutto on stage, dove non si sono mai risparmiati. Certo i Malibran sono cresciuti, l'ultimo lavoro in studio ne è prova tangibile, qui si era agli inizi ma era già chiara la caratura ed il talento dei sei, formazione tra l'altro particolarmente stabile ancora oggi.


I tre brani
bonushttp://cdncache3-a.akamaihd.net/items/it/img/arrow-10x10.png qui presenti sono un pelo sotto i precedenti ma non malvagi, in particolar modo l'impetuosa e trascinante "Trequanda", con un bel flauto ed un dirompente drum solo del bravo Alessio Scaravilli. "Song for Lisa" evidenzia il classico sound sinfonico e romantico della band, con le chitarre ed il flauto a sottolineare l'atmosfera sognante e fiabesca. Stesso discorso per "Mystery", più ipnotica ed oscura, con venature folk, inserti di sax ed aperture ariose ed intense dal sapore paleocrimsoniano.
Tributate il giusto omaggio ad una band coerente e coraggiosa, avete l'occasione di farlo.





10 anni in concerto (DVD)

Electromantic

2005

ITA

http://www.arlequins.it/pagine/articoli/alfa/copertine/Malibran-10Anni.jpg

La storia dei Malibran è la storia del progressive italiano negli ultimi quindici anni. E’ la storia del nostro migliore gruppo, passato attraverso varie esperienze e traversie conservando il cuore puro e l’entusiasmo dei forti. La band catanese ha esordito con “The Wood of Tales” (1990), bissato poi da “Le porte del silenzio” (1993), usciti ambedue per Pegaso Records ed ora ristampati da Rock Symphony. Sono quindi venuti, per la Mellow, “La città sul lago” (1998), “In concerto” (2000), “Oltre l’ignoto” (2001), “Strani colori” (2003) – una raccolta di rarità, dal 1989 al 2002 – e “Live On Stage” (2004). Questo DVD, dalla grafica eccellente e ricco di informazioni, ci consegna la musica (grezza e raffinata insieme) del capacissimo ensemble catanese, dotato di incredibile fascino. Flauto, tastiere, chitarra, un basso quantomai pulsante e corposo – il vero cuore della melodia insieme alla batteria – regalano una cascata di emozioni. Questo DVD è veramente bellissimo e molto curato. I brani sono stilisticamente coinvolgenti, carichi di energia incontenibile. Maturi e moderni, i Malibran possono ricordare forse i primi King Crimson ed i Jethro Tull degli anni Settanta. Tuttavia, la loro creativa originalità è fuori discussione. In questo DVD, realizzato con estrema professionalità e prodotto da Beppe Crovella, sono contenuti numerosi brani eseguiti dal vivo in concerto (nell’ultima decade), apparizioni a spettacoli televisivi ed interviste. Centocinquanta minuti in tutto, che rendono imperdibile questo DVD. La scaletta si apre con “Distanze” e “Pyramid’s Street”, registrate rispettivamente nel 1995 e nel 1997. Molte le dissolvenze, sicura la mano del regista. Le riprese sono, in effetti, eccellenti. Ad inquadrature frontali se se alternano altre con macchina da presa in movimento, restituendoci non solo i suoni, ma anche la luce e i vari colori del mondo Malibran. Segue un’intervista televisiva, la prima di tre che il gruppo ha (intelligentemente) deciso d’inserire per variare la strutturazione del DVD, evitando così un puro e semplice susseguirsi di brani suonati in concerto. Interviste – concesse, per lo più, durante tv shows di emittenti locali, nel 1993, 1994 e 1999 – che ci permettono, inoltre, di scoprire diverse cose curiose sui Malibran. La versione di “La città sul lago” qui presente è del 1997, precedente quindi di un anno l’uscita dell’omonimo lavoro. Abbiamo quindi la storica esibizione al concerto del 1° maggio 1996, a Catania, di fronte a 200.000 persone. Motivo d’orgoglio per il gruppo, come sottolineano le note interne a questo DVD antologico, redatte dagli stessi musicisti. Tre sono i pezzi registrati nel 1996: “Magica attesa”, “On the Lightwaves” e “Nuovo regno”. Numerosi anche gli estratti dal tour de “Le porte del silenzio”, così come quelli dall’esibizione ai festival di Castelverde (1989) e Altomonte (1994). Appuntamenti nei quali i Malibran si mostrano sicuri di sé e padroni del palco. Alcune canzoni, come “Mystery” (1988), ci riportano alla prima giovinezza del gruppo siciliano. Altre esecuzioni, si vedano qui “La stagione del re” e “Nuvole di vetro” (registrate nel 1998) oppure ancora “Libero” (del 1993), dimostrano la crescita anche concertistica dei Malibran. Se le interviste si possono considerate alla stregua di bonus e le apparizioni a spettacoli televisivi come momenti interessanti o curiosi, sono però i pezzi suonati dal vivo – spesso esaltanti – a calamitare inevitabilmente l’attenzione del prog-fan. Personalmente, ho anche apprezzato la scelta di non disporre secondo un mero ordine cronologico le esibizioni, accostandone invece di vicine e di lontane nel tempo. Una bella mescolanza di passato e presente.







 

venerdì 28 marzo 2014


MALIBRAN - Un atteso ritorno


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Primo appuntamento di una rubrica di approfondimenti mirati ad accendere i riflettori sull'eclettico panorama musicale locale. Protagonista dell'intervista Giuseppe Scaravilli, leader dei Malibran, band che, dalla fine degli anni '80, ha ottenuto riconoscimenti nazionali ed internazionali


L’idea di una rubrica che si occupasse del mondo musicale belpassese, con interviste, recensioni, approfondimenti, nasce in primo luogo per smontare il luogo comune che vede Belpasso come il paese dei carri allegorici, dei fichi d'India e dei celebri torroncini, come se non ci fosse altro da offrire. E invece, anche se effettivamente l’apparenza può ingannare, il nostro paese è storicamente ricco di personalità influenti in campo artistico, specialmente in ambito musicale. Questa serie di articoli focalizzerà l’attenzione sui progetti in corso d’opera, emergenti, non per mettere da parte il passato ma per poter essere un mezzo che dia voce ai nostri “addetti ai lavori”. Se, come diceva Frank Zappa “parlare di musica è come ballare di architettura”, parlare dei musicisti è viceversa un ottimo metodo per avvicinarsi a realtà nuove o poco conosciute del nostro panorama che, sebbene ristretto, è riuscito negli anni a sviluppare una scena considerevole.

Sarebbe totalmente illogico portare avanti una rubrica di questo tipo tralasciando la band che più di tutte è riuscita a farsi largo sulle scene nazionali ed internazionali, specie nel momento in cui questa band si ritrova ad esibirsi live dopo un periodo di pausa: come alcuni avranno già intuito, parliamo dei Malibran. Data l’importanza della band, e dato il fatto che si tratta del “numero zero” di questa rubrica, abbiamo deciso di dividere l’approfondimento in due parti: una breve recensione del concerto di venerdì 24 gennaio all’Eight Horses Pub, e una ben più corposa intervista ad un disponibilissimo Giuseppe Scaravilli, mastermind e frontman dei Malibran, nonché polistrumentista, che ci ha offerto una panoramica sul passato e sul futuro della band, arricchita da una sequenza di interessanti aneddoti riguardo le proprie esperienze e conoscenze, da qualche immancabile delucidazione sulla serata del 24 gennaio e dal sentito ricordo di Francesco Di Giacomo, storica voce del Banco Del Mutuo Soccorso recentemente scomparso.

Prima di addentrarci nel racconto e nell’analisi della serata del 24 gennaio all’Eight Horses, è necessario specificare che recensire una band che ha in sé i tratti della leggenda non è un compito facile, specialmente se si tratta del concerto del ritorno, della rinascita, della rivincita, dopo anni di stop. I Malibran rappresentano la vetta più alta mai sfiorata per la musica belpassese: parliamo di una band che ha fan sparsi in tutto il mondo, che ha suonato in festival enormi (tra cui il Progday Festival in North Carolina) ed è riconosciuta come una delle espressioni più importanti della seconda ondata di rock progressivo italiano. Simbolo che dalla provincia si può uscire, e anche bene.

C’è una grande aria di attesa nel locale che ha ospitato numerosi concerti dei Malibran, che si ritrova inevitabilmente strapieno di musicisti, amici, appassionati, semplici curiosi.

La band si presenta come quartetto in veste strumentale: Giuseppe Scaravilli, storico leader, si limita al ruolo di bassista, e oltre i “soliti” Jerry Litrico alla chitarra ed Alessio Scaravilli alla batteria, troviamo alle tastiere Alberto Litrico, fratello di Jerry. Non pesa l’assenza delle parti vocali, che lascia i musicisti liberi di dare sfoggio della grande perizia tecnica di cui sono dotati. Il repertorio pesca un po’ da tutti gli album della band, ed include qualche cover di Genesis, PFM, Camel.

La scaletta si apre con due classici: La Città Sul Lago e Trasparenze, più folk la prima con il refrain di flauto traverso (suonato in questo caso con le tastiere), più psichedelica la seconda con i suoi tappeti di archi sintetizzati e una coda tipicamente prog, accomunate dal mood etereo e leggero che accompagnerà più o meno tutti i pezzi della serata, mood dovuto all’assenza della voce, alla presenza di una sola chitarra e delle tastiere. Dopo una sequenza di successi della band, tra cui l’omonima Malibran arricchita da un grandioso assolo di Alessio Scaravilli, la prima parte della scaletta si chiude con un medley che vede “mixate” Livin’ Alone degli stessi Malibran, The Snow Goose dei Camel, Thank You dei Led Zeppelin e Comfortably Numb dei Pink Floyd, con un assolo-perla di Jerry Litrico in chiusura. Nella ripresa troviamo Pyramid’s Street, tratta dal primo storico album The Wood Of Tales, in cui un synth sinistro degno dei grandi del dark sound italiano la fa da padrone, che dà il via ad un alternarsi di pezzi dei Malibran, come la breve e vivace Risvegli, dal titolo emblematico, e cover come ‘Cause We’ve Ended As Lovers di Jeff Beck e Rhayader Goes To Town dei Camel, che aprono a Nuvole Di Vetro e alla conclusiva Prelude, classico della band che chiude la serata come da tradizione.

In conclusione, è opportuno comunicare che chi non ha avuto la possibilità di assistere al concerto, o chi freme dalla voglia di risentire i Malibran in azione, sarà certamente lieto di sapere che venerdì 4 aprile la band farà il bis, ancora una volta all’Eight Horses Pub, con nuove sorprese. Stavolta non ci sono scuse che tengano, si tratta di un’occasione da non perdere!



ProgArchives  interwiev

Let's start with the beginning. Malibran were formed in Catania, Sicily in 1987, but by whom ?
What does the name means ?

Yes, the band was formed in Sicily in the summer of 1987.  In the early days the line up was:
Jerry Litrico on guitar, Roberto Anile on drums, Angelo Messina on bass, Massimo Greco on vocals,
Giancarlo Cutuli on sax & flute, Benny Torrisi on keyboards and myself on vocals and guitar.

Soon ( October 1988 ) my brother Alessio Scaravilli ( drums ) joined the band, Massimo and Roberto left. The classic 6 piece line up recorded 4 studio albums: THE WOOD OF TALES, LE PORTE DEL SILENZIO,
LA CITTA' SUL LAGO and OLTRE L'IGNOTO. The last concert with this 6 piece classic Malibran line up
( Jerry, Angelo, Benny, Giancarlo, Alessio and myself ) was in February 2001 in Belpasso, Sicily.

From January 2002 the band re-started without Giancarlo and Benny: Jerry on guitar, Angelo on
bass, Alessio on drums and myself on vocals, guitar and flute: four original members, no further additions.

How was it to grow up in Sicily and how is it to live there now ? Several blockbusting Hollywood films from the 1970s has perhaps given us the wrong impression of this island and it's culture.

Sicily is a wonderful Island kissed by the sun for many months a year...There is very warm, friendly and spontaneus people. The sea is great. My house is on the Etna volcano: I’ ve the mountain and the snow on one side, the sea and the beach on the other. A lot of bands act in Catania. Every night is saturday night, in Catania, with many pubs, live music and happy young people around. The Hollywood films are about Mafia. The Mafia unfortunately is a real problem, here, but is only a little part of Sicily. Also, many people go outside to find some work opportunity: it’ s another problem, and it’s very sad…

You played a festival in Rome where you decided to do Malibran properly, a record deal was signed and the first album released. Please tell us more about this.

Malibran played in Rome during a beautiful Prog Festival in July 1989, with other Italians Prog band called NOTTURNO CONCERTANTE, EDITH and LEVIATHAN. The Malibran performance was very powerful
( you can see the 1989 Rome video on www.myspace.com/malibranprog ) and the guys from the Pegaso Records label was there. So THE WOOD OF TALES was recorded for Pegaso in Sicily very soon, during August and September 1989. Riccardo Maccari, the producer, ( from Rome ) was there during the
recording sessions in Sicily, near Catania...I think that was our best time…The recording studio sound quality wasn’t very good ( I think the band was much better on stage in those days…), but many people loves that album yet, more than the other ones…

Your debut album The Wood Of Tales was released in 1990. Please tell us more about this album.

We played live that old material in Rome, around Sicily and in the South of Italy during 1988
and 1989, before the first album...Well, the band plays those songs in the present days too…
I think 2 or 3 of those songs in every show...Prelude is the last one in the set list every night…
Over 20 years!...In 1999 The brazilian label Rock Symphony re-issued the first album for
the first time on cd. Some bonus live tracks from that era wad added in the cd re-issue from Mellow
Records in 2002. In 1990 the original first album was issued on vinyl only ( black, green or red vinyl! ).

I had the idea for the artwork, with the man on the front cover inspired  from the lyrics of the first track, called Malibran…then a friend of mine drew this front cover. The original illustration became
a big picture hanging on a wall in the house of the producer, in Rome…I saw it there in the summer of 1993… The photos on the back side was taken at the shows in Rome and Trecastagni, July and September 1989, some days before and after the recording sessions.

 Please tell us more about your second album Le Porte Del Silenzio from 1993.

Le Porte del Silenzio was recorded in Rome in only 5 days in December 1991, issued by Pegaso Records in 1993 ( on cd only ) and re-issued by Rock Symphony in 1999. I think it was the album of the maturity…Now I’ ve a remastered and remixed new version, with some bonus track and new booklet, if someone ( maybe Electromantic Music, my current label ) want to re-issue this work in the present days… Here you can found the only Malibran’s 27-minutes-suite ( the title track ). Here I sing in Italian for the first time. The other songs on the album was in English yet , like some old songs on La Città Sul Lago album ( 1998 )…
Anyway, I don’ t write lyrics in English anymore since 1992…  

Your album Molecole from 1995 is described as “Compilation.
Malibran:"In the time" live '93” at your website. Please tell us more about this album.

Molecole was a Various Artists ( Italian Prog bands ) compilation, issued by the italian label Kaliphonia
in 1995. We play one track only:  a 1993 live version of In The Time, later on La Città Sul Lago in a
new studio version…

Please tell us more about your third studio album La Città Sul Lago from 1998.

After some years without a new album ( but playing many many shows in Italy ) the band recorded this third album in Sicily, at the Tower Hill Sudios, near home, between December 1997 and April 1998.
The line-up was the same, the lyrics was in English ( some old songs ) and in Italian ( the new ones )…
For the first time here I play many instruments ( no more the electric guitar only ), with more acoustic guitar
( no acoustic guitar on the first 2 albums… ). Some of those tracks we performed live since 1992…The new label was the Italian Mellow Records.

The same year, you also released a cassette called Raccolta 1990 – 1998. Please tell us more about this release. Is there any plans to re-release this as a CD or a digital download ?

Not really, it wasn’t an official release…Now I’ ve some better Malibran’s unofficial compilation of studio tracks on cd… for an official Malibran studio compilation in the future, I hope.

Please tell us more about your fifth album Rari Ed Inediti from 2000. Is this a live album or a compilation album ?

Rari ed Inediti ( rare and unreleased tracks ) was an unofficial compilation album, recorded live & in studio
Between 1987 and 2000. Part of this work became the official release called Strani Colori
( Mellow Records )…

I gather Oltre L'Ignoto from 2001 is a studio album. Please tell us more about this album.

Oltre L’ Ignoto ( Mellow Records, 2001 ) is the fourth Malibran album, the last with the classic 6 piece line-up. It was recorded before and after the Malibran experience in the United States in October 2000. Giancarlo, the flute and sax player, sayd “ after the United States I’ll left the band ”. So he did.
And Benny ( the keyboards player ) left too after the last show in February 2001. Often I was the only member of the band at work in the recording studios…But this is a Malibran album yet. A very good album, in my opinion. The lyrics are in Italian here. I play all the instruments on 3 songs. I think the first and the last song on the album ( Si Dirà Di Me and In Viaggio ) are very, very powerful Prog Songs…The first one was performed in America before the album issue…Also you can hear real violin and cello on some tracks…You can found few songs from this release on the Malibran My Space web site too.

 Please also tell us more about your album Strani Colori from 2004.

Strani Colori ( Strange Colours ) is a live & studio compilation, including unreleased songs, a 1989’s live version of The Wood Of Tales ( the instrumental song ), some covers like Rhayader ( Camel ) and other odd things…

It is my understanding that there was some major changes of members in Malibran after the release of Oltre L'Ignoto and that most of the responsibility of creating Trasparenze fell on your shoulders. Please tell us more about these member changes.

The current 4 members are the same from the beginning, withouth the other 2 guys…We haven’t new members and we haven’t keyboards on stage anymore from 2001. Now I play the keyboards too on the new studio tracks…and the flute ( plus electric guitar and vocals ) on stage with the band. Nowadays I play bass guitar also, live with other bands ( Deep South, Jade & The Others, Interference ), and electric guitar with a Led Zeppelin tribute band called Tangerine.

Your new studio album from 2009 is called Trasparenze. Please tell us more about this album too.

honestly, this is a Giuseppe Scaravilli solo album, with Jerry Litrico ( guitar solos ) and Alessio Scaravilli 
( drums ) from Malibran as special guests…plus the old friend Giancarlo Cutuli on sax and the incredible Toni Granata on violin on same tracks. I don’ t think it’ s a real Malibran album…But ¾ of Malibran are here, so…I plays all the instruments, with many acoustic guitars and smooth songs, but with some Heavy Rock tracks too, like Vento D’ Oriente ( also on the My Space web site ). The album ( Electromantic Music 2009 ) received the Prog Awards nomination and I’ m very proud of it. I think it’ s my best work ever.

You have also released the live albums In Concerto (1997), A live Show (2001) and Live On Stage 1994 (2004) in addition to a DVD from 2005 called 10 Anni in concerto-1988-1998*. Please tell us more about these live albums and the DVD.

In Concerto was recorded live in Pedara ( Sicily ) on 10th August 1997 ( some months before La Città Sul Lago recording sessions ) and issued by Mellow Records in 2000. There are the entire show, except the
encore of that night ( I remember it was Livin’ Alone, from Le Porte Del Silenzio ). I think this is the best
Malibran live recording on cd. Live On Stage was recorded in September 1994 in Acicastello ( Sicily ) and
issued 10 years later by Rock Symphony. The performance was good, but the recording quality is not great.

Here you can find 13 minutes from the 27-minutes-long suite Le Porte Del Silenzio, too. The band performed live the entire suite version many times between 1990 and 1994. The dvd is an official 2005 release also
( Electromantic music ), including various Malibran shows ( on stage & on tv ) between 1988 and 1999.
Many songs are filmed in Belpasso on 7th August 1997 ( 3 days before the In Concerto recordings )
and in Ragalna on 13th September 1996. A Live Show is an unofficial release, recorded during the 24th
February 2001 last show with the 6 pieces line up, with some track recorded in USA months before.  
How would you describe your musical journey from The Wood Of Tales to Trasparenze ?

In the early days the band was very spontaneous, charged and inspired by the 70’s heroes like Jethro Tull.
Then the sound became more sophisticated, with more acoustic and quite moments…Sometimes the albums sound as works of different bands…But I think something in the Malibran’s sound is always the same, from the beginning to now…
  
You have been using both English and Italian lyrics and vocals. Please tell us why your lyrics are bilingual.

It seemed English was the best language for the early Malibran’s songs…My English wasn’t so good,
but I don’ t believe the first album has been around the world through the years!

There is no doubt that Malibran have at least one eye on the great Italian symphonic prog tradition. A band like Locande Delle Fate has been mentioned as a reference for your music. But how would you describe your music ?

Definitely I think the Malibran sound comes from many 70’s Itlalian and British Prog bands… but the
Malibran sound is different at the same time. We play heavy music and melodic, acoustic and classical music, with some southern passion. We’ re a Sicilian band anyway…If you search for the classic Malibran
sound, you don’ t find it on Jethro Tull, Genesis or PFM.

There is a new generation of Italian bands which is, with great skills and luck, re-creating the great Italian symphonic prog sound. Bands like Calliope, Hostsonaten, Il Castello Di Atlante and yourself springs to mind and warms the hearts of those of us who love that old Italian scene. How would you describe this new Italian scene ?

Well, I like both the new and the old Italian Prog scene, but I don’t know the new bands wey well. We played with many good new and old Italian bands like Men Of Lake, Deus Ex Machina, Balletto di Bronzo, Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Conqueror… I like PFM and Banco, La Locanda delle Fate, Il Biglietto per L’Inferno, Le Orme… But I listen always the same 70’s bands like Tull, Zeppelin, Purple, VdGG, Free or King Crimson… maybe this is wrong but... is the truth.

Please tell us more about your experiences with the music industry and how is the availability of your albums.

I’m afraid is not so easy to find the Malibran’s albums in the records shops, …but you can find it all on the web…I think you can try with Electromantic Music, Mellow Records and Rock Symphony labels too. Also,
you can listen a bunch of songs on www.myspace.com/malibranprog with many photos and videos…
And you can see all Malibran news on www.malibran.it

Somebody told me you are hardly playing concerts outside Sicily these days. What is your concert plans for this year ? Are you planning to release another album this or next year ?

Well,  we plays outside Sicily when someone invite us to some Prog Festival here in Italy or abroad.
But we played around much more in the past. In the present days we play some gigs here and there,
and yes, we’ re still alive…I’ ve some new song for future releases, but I hope will be issued
Le Porte del Silenzio new version first… Also I’ ve another rare tracks double cd called FRA I SOGNI TUOI
( Between your Dreams ) and 2 different Malibran live compilation on double cd ready…

What is your favourite five albums of all time ?

Oh, it’ s a tough question, ‘cause I love all the 70’s Jethro Tull, VdGG, Genesis, Pink Floyd, Led Zeppelin, Deep Purple, Supertramp, Free, PFM, Banco, Black Sabbath & King Crimson albums!
I love all their live albums also. Anyway, my favorites are This Was and Minstrel in the Gallery ( Jethro Tull ),
Trespass and Nursery Cryme ( Genesis ), World Record ( VdGG )… In the present days, I think
Music from the Divine ( Glenn Hughes ) is a great album too...

Donato Zoppo interwiev
>   1) Qual'è la definizione che i Malibran solitamente danno alla propria proposta musicale?

La definizione era ed è quella di " Rock Progressivo ". Di matrice un po' anni '70, nel caso
nostro. Almeno come fonte di ispirazione iniziale . Ogni tentativo di definire la musica temo risulti sempre un po' astratto, o velleitario, in verità...Pero', in qualche modo, risulta necessario ed utile, perchè l'interlocutore possa avere almeno un'idea del tipo di proposta...Esiste tanta musica a questo mondo!...

>   2) Qual'è il motivo per il quale avete scelto questa definizione?

Naturalmente la definizione di " Rock Progressivo ", o " Progressive " che dir si voglia, esisteva gia',
e noi non crediamo di aver inventato nulla di nuovo che ci autorizzasse a ritenere di suonare un
genere tutto nostro, di percorrere una strada mai battuta da altri in precedenza...Anche se la
definizione di " Prog " non era in realta' utilizzata al tempo in cui il genere nasceva e viveva la sua
" età dell'oro "... Un bel paradosso, vero? I migliori gruppi Prog di sempre non sapevano di fare Prog...
I Malibran cercano solo di interpretare il genere a modo proprio, e di essere riconoscibili..." Ecco,
il classico stile Malibran in questo passaggio!..."

>   3) In che modo avere una definizione della propria musica può avvantaggiare?

La musica è fatta di note, ma non tutti sono musicisti. E dunque parlarne è difficile. Per parlare
di qualcosa si usano le parole. Dunque neanche si dovrebbe parlare di musica: nella sua
essenza la cosa sarebbe tecnicamente impossibile. E infatti tutti finiscono con il chiedertiti di che cosa parlano i testi..." E chi se ne frega ", potresti pensare: i testi sono importanti, ma la musica lo è molto di piu'...Almeno per me. Ma come la spieghi la musica, senza utilizzare le definizioni?

Forse la musica si dovrebbe poter solo suonare, o ascoltare, senza parlarne affatto. Eppure la musica piace a tutti. E' l'unica forma d'arte, o almeno di comunicazione, che non puoi toccare. Ma bisogna pur spiegare a chi ti chiede che musica fai...E in qualche modo si deve poter spiegare con le parole, utilizzare degli schemi, delle etichette, anche se queste risulteranno essere poi dei recinti...almeno per far capire all' interlocutore che tipo di musica suoni, se è jazz, rock, classica, oppure no...

Non puoi evitarlo. Ma il vantaggio è solo di tipo comunicativo. Un giornalista che recensisce un
disco non riesce a trasmettere le proprie emozioni. Come spieghi a parole una musica " evocativa ",
se non sai neanche " che cosa " ti evoca? Sai solo che ti piace. Ma a parole cosa dici? Fai prima a
dire che quella musica ricorda quella di quel noto gruppo, o quella di quell' altro, per dare almeno
un' idea al lettore, che altrimenti lasceresti lì a brancolare nel buio...

>   4) Come viene accolta la vostra definizione dai mezzi d'informazione e dalla stampa specializzata?

Bhè, se è stampa " specializzata ", vuol dire che si occupa proprio di quel genere. Il Rock Progressivo,
nel nostro caso. Sono appassionati del genere i giornalisti, i musicisti ed i fruitori in genere, e dunque
non è che ti chiedano ogni volta che cosa si intende per " Progressive ", lo sappiamo già tutti quanti...Se invece non sanno di che cosa si tratta, ecco che cadono un po' dalle nuvole... e tu ti ritrovi a citare almeno i Pink Floyd, come riferimento, sperando che conoscano almeno quelli, per dar loro una qualche idea, anche se magari i Floyd non c' entrano un granchè!...

>   5) (S)definire la musica: è possibile?

Secondo me sarebbe opportuno, ma alla fine risulta impossibile, per i motivi che ho esposto prima.
La musica va goduta e non definita, sia nel momento in cui la si " fa " , sia nel momento in cui
la si ascolta. Ma nel momento in cui la devi " spiegare " a qualcuno che ti chiede qualcosa in
merito, risulterebbe un atto di suprema arroganza, o di presunzione non rispondere, per quanto possibile.
E a quel punto non si potrà sfuggire alle " definizioni ", più o meno pertinenti.
Catalogare è un' esigenza dell' uomo, per intercettare ed incasellare diversi tipi di realtà,
e per distinguere tra loro realtà non omologhe. Per sfuggire l’ ombra poco confortante del caos,
probabilmente...

Antonie Deelen / iO Pages

Hello,

I’m Antonie, member of iO Pages, the Dutch magazine that reports about Progressive Rock. I’m working on an article that should bring some forgotten bands back in mind. One of those bands is Malibran.

Could you please tell me in a few words (max 250):

-          If the band is still in business?
-          why don’t we hear anything from the band?
-          What has happened since your last album Oltre L’Ignoto?
-          can we expect a new album in the near future?
-          what you are doing at the moment?

It would be great if you could send me a recent picture of the band as well.

Thank you very much
Best regards
 
Sabella Accursio interwiev

Intervista a Giuseppe Scaravilli dei Malibran


Quattro chiacchiere con uno dei fondatori di un gruppo siciliano, che ha contribuito
alla rinascita del Rock Progressivo anni 90.

Ciao , Giuseppe , finalmente è stata possibile questa intervista e questo ritorno
sulle pagine di Paperlate. Suppongo molti fans si saranno chiesti come state …Ma
andiamo per ordine.

Giuseppe , come sono nati i Malibran?

Ci siamo formati nel 1987, avendo in comune la passione per il Rock anni ’70 in genere,
non solo Progressive…Anzi, non sapevamo granchè della scena Prog, facevamo quelle
cose naturalmente,era il nostro approccio alla musica. ..Poi ci hanno paragonati a vari
gruppi,dopo il primo disco nostro ,ma molti nemmeno li conoscevamo!

Cosa  vi ha spinto a cimentarvi, peraltro cosi splendidamente in un genere
come il Rock Progressivo?

Ci piaceva (e ci piace) il Rock robusto,ma contaminato da passaggi eleganti,
 variazioni ritmiche e timbriche…Il Prog era l’ ideale per noi. Jerry e Giancarlo
poi avevano anche studi classici alle spalle,e il tutto si legava bene insieme…

Dopo 15 anni di onesta attività , di 4 splendidi dischi, mi sembra che il vostra
produzione in studio abbia avuto un arresto momentaneo.Come lo spieghi?

L’ultimo disco in studio ,OLTRE L’IGNOTO, è del 2001.Poi pero’sono usciti  STRANI COLORI
( rarita’ varie dal 1989 al 2002 ) e LIVE ON STAGE .Ci sono poi le nostre partecipazioni
 a dischi di artisti vari ( KALEVALA,2003) ,e tributi (dopo quello ai Tull, è uscito quello
della Mellow ai  KING CRIMSON,con una mia versione di I TALK TO THE WIND )…

In ogni caso non siamo mai stati molto prolifici.Anche perché proviamo in media una
volta ogni 4 mesi ,e per il resto ci vediamo direttamente ai concerti!
Da quando siamo rimasti in quattro suoniamo dal vivo piu’di prima…
E riarrangiare i vecchi pezzi per la formazione ridotta,senza tastiere e fiati,
ci ha impegnati abbastanza…

Per il resto sono io ad occuparmi del gruppo, spesso senza neanche vedermi con gli altri.
Ho appena fatto uscire per Electromantic il dvd antologico 10 ANNI IN CONCERTO:
2 ore e mezza di musica ed immagini …Sta piacendo molto!

La defezione di Giancarlo e di Benny ha comportato un riassetto delle
vostre ambizioni e un riadattamento del vostro repertorio . E' solo un
periodo o ci saranno ultreriori sorprese?

Forse è solo un periodo,ma il flauto lo sto suonando io,e le tastiere
in futuro magari le avremo di nuovo. ..
Al momento ci divertiamo di piu’,ed è tutto piu’ facile…
  
Quali gruppi ascolti attualmente?

Genesis, Jethro Tull e Led Zeppelin li ascolto spesso.
Ultimamente piu’ Gentle Giant e VdGG, pero’.
Anche  King Crimson,PFM,Banco,Pink Floyd…
Mi piace il primo dei Supertramp.Anche i Free mi piacciono.
Insomma,non solo Prog.Ma difficilmente cose non anni’70.
Trovo che Sabbath Bloody Sabbath dei Black Sabbath sia uno dei
dischi piu’ belli di quegli anni …Tra i piu’ recenti mi piacciono  Ritual,
Bumblefoot,Tea Party e Pain of Salvation…

Quali sono i tuoi cinque dischi più preferiti?

Difficile dirlo. MINSTREL IN THE GALLERY ( Tull ), WORLD RECORD ( VdGG ),
SELING ENGLAND BY THE POUND( Genesis ),THIS WAS ( Tull ),CHOCOLATE KINGS
( PFM ).Ma la prossima volta te ne citerei altri...Amo soprattutto i LIVE di tutti questi
gruppi anni ‘70…E anche i live dei Malibran! Ne ho messi su CD circa cinquanta, ultimamente!
Con copertine, foto e tutto il resto…

Nei Malibran convivono, credo, altre tendenze musicali: sapresti dirmi quali sono
a tuo parere?

Mah, Jerry aggiungeal nostro sound la sua vena classicheggiante, ma ama molto anche cose tipo Deep Purple…
Angelo preferisce la Fusion,… Alessio le cose tecnicamente piu’complesse ed i suoni nuovi…io quelle piu’
romantiche,con belle melodie, o le cose tipo Zeppelin…Da tutto questo credo venga fuori la nostra musica…

Pregi e difetti dell'odierna scena progressiva

La conosco poco in verita’,e non mi sento qualificato per esprimere giudizi.
Non mi piacevano molto i gruppi anni ’80,comunque, anche se noi venivamo da li’…
preferisco quelli di oggi. Molti li ho scoperti dopo aver partecipato ai vari festival, e al triplo  KALEVALA
un’opera piena di bellissime cose,che neanche mi aspettavo.Magnifico il pezzo
dei Clearlight,e quello dei Mad Crayon…Abbiamo suonato  con gli Anekdoten,
e mi piacciono anche loro.

Quali sono i brani che meglio vi rappresentano ?

Il pubblico si scalda sempre con Malibran e Prelude...Ma citerei anche
Nuovo Regno,Nuvole Di Vetro, On The Lightvaves…Oggi Stani Colori.
Meno i pezzi di OLTRE L’IGNOTO,che pure trovo sia un gran bel lavoro.
E’ è uscito mentre il gruppo era fermo,e l’abbiamo suonato poco o
niente dal vivo…di recente però abbiamo ripreso Si Dira’ Di Me,e funziona.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Rimanere insieme dopo tutti questi anni gia’sarebbe un progetto non da poco!…
Ci hanno invitato a suonare in Argentina,e hanno già mandato i nostri filmati live
sul maxischermo del festival Prog di Buenos Aires…Estratti dal dvd dei 10 anni.

Ho anche preparato TRACCE,un CD di nostri classici rivisitati,con
la nuova formazione a quattro elementi (due chitarre,basso e batteria ),
ma con arrangiamenti orchestrali,con archi, flauto e tastiere ( suonate dal sottoscritto)…
C’è sia l’impatto  Rock dell’ultima line up,sia la varieta’ di suoni  e arrangiamenti
che consente un lavoro da studio…Spero di farlo pubblicare presto, è il mio preferito!

Grazie,Giuseppe!











Autore: MALIBRAN
Titolo album: 
Trasparenze
Nazionalità: Italia
Etichetta: Electromantic Music
Anno di pubblicazione: 2009

Voto medio: (8)
Recensito da Daniele Cutali
Le trasparenze catanesi... (Vers. stampabile )
Malibran è stato un nome importante nell'ambito della rinascita del rock progressivo in Italia, ma non solo, a cavallo tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90. Insieme a band come Nuova Era, Eris Pluvia, Prowlers e subito dopo Finisterre e Moongarden, i Malibran hanno firmato numerose pagine del recente progressive nostrano. Il gruppo nacque a Catania nel 1987, città non a caso denominata la “Seattle di Sicilia” per la sua intensa attività musicale e per gli artisti famosi che ha sfornato (da Gerardina Trovato a Tom Sinatra a Carmen Consoli, tutti nello stesso giro cittadino), e fu fondato dai fratelli Scaravilli, Giuseppe alla chitarra e voce e Alessio alla batteria. A loro si aggiunsero degli ottimi musicisti come Giancarlo Cutuli, flauto e sax, Jerry Litrico, chitarra, Angelo Messina, basso, e Benny Torrisi, tastiere. Un ensemble coeso, affiatato, che suonava un rock con venature jazzy e ventate di Jethro Tull a cavallo del più suggestivo prog italiano degli anni '70 tra Orme e Banco.

Attualmente i Malibran sono ancora in attività, seppur decimati dalle defezioni di Cutuli e Torrisi, ed era da “Oltre l'Ignoto” (Mellow Records, 2001) che non sfornavano un album di brani inediti. Per volontà di Giuseppe Scaravilli viene finalmente pubblicato dall'Electromantic Music di Beppe Crovella (Arti & Mestieri) un disco a nome Malibran nuovo di zecca, dopo aver rilasciato con l'attiva etichetta torinese il dvd “10 Anni in Concerto”, una raccolta antologica di video delle esibizioni live del gruppo. Questo “Trasparenze” era nato per essere un lavoro solista di Scaravilli, come dichiara lui stesso nelle note del booklet, perchè se avesse dovuto aspettare tutti gli altri membri per registrarlo sarebbe uscito tra una ventina d'anni. Invece, tra la collaborazione stretta di Litrico, la presenza assidua del fratello Alessio e del bassista Messina, con la comparsata speciale del carismatico Cutuli in un paio di brani, e l'aggiunta dell'ospitata del violinista Toni Granata, ecco che utilizzare il nome Malibran per Scaravilli ha avuto di nuovo senso.

“Trasparenze” è un classico album in stile Malibran. La titletrack è un lungo brano, nato tempo fa per la band come dichiara Scaravilli, e si sente. Progressive sinfonico, incisi di flauto, cambi di tempo e direzione, cellule melodiche differenti legate tra loro, anni '70 che sprizzano da tutti i pori musicali. Da incorniciare “In Un Attimo”, delicata e sognante ballad e incursioni jazzy, prati fioriti ricchi di rugiada mattutina e spensieratezza che corre sotto un bel cielo terso, tutto questo trasmette questo grande brano. Graffiante hard-rock per “Vento d'Oriente”, spigoloso e affascinante. Anche “Presagio” è sulla falsariga di “In Un Attimo”, andamento tranquillo, ipnotico e settantiano, con un lungo e corposo assolo di synth centrale. Stupendo brano strumentale “Pioggia di Maggio”, seguita a ruota da “La Marea” e “Nel Ricordo”, in una girandola malinconica e struggente.

In “Volo Magico” a volare è il violino di Toni Granata, in un blues a tempi dispari, sanguigno ma fin troppo breve. Chiudono l'album “Promesse Vane”, “Gioco di Specchi” e “Pensieri Fragili”, tocchi, profumi e colori delicati come una cassata siciliana, rimembranze d'altri tempi ma sempre moderne. Questi Malibran sono poesia e Scaravilli non può rimanere solo. I Malibran sono vivi e vegeti. Evviva.





E' il 1987 quando i Malibran decidono di provare a dir la loro nel "detalked show" del progressive rock, quel genere musicale da sempre considerato di nicchia, quasi incompreso e snobbato dai promo-emittenti musicali. Pochi hanno realmente vissuto appieno gli anni dell'emancipazione di questo genere; Potrei essere il primo della lista, con i miei 23 anni e la mia "cultura pratica" anni 90. Se gli Area, I balletto di Bronzo o i P.F.M. in Italia nel 90 avevano detto la loro da troppo tempo, i Genesis o i Jethro Tull avevano già marchiato a fuoco la storia della musica, imponendo l'attenzione mondiale sulla loro macchina intellettualoide. 

Spostiamoci rapidamente tra gli emisferi del nostro mappamondo, tornando in Italia e in particolare a Catania. Il viaggio dei Malibran continua tuttora a emanare sapori di una battaglia che, a dir loro, "sarà, vita contro oscurità". A testa alta sfornano, dopo le loro prime tre uscite, un album progressive che non deve dar conto a nessuno, e che continua a sfidare caparbiamente il mercato ormai dominato dall'usa e getta. Quello dove non ci si ferma quasi più ad ascoltare, a fruire realmente della musica: dove 12 minuti per una canzone sono tabù per le proprie orecchie (12 minuti? maleducati, volgari!). E' con i 12:20 di "Si dirà di me" che inizia Oltre l'Ignoto (2001, Mellow Records): esecuzione impeccabile, composizione perfetta. Se il sound, come dicevo, non rinnega le sue chiare influenze (impossibile non collegare il flauto ai Tull di Andreson), al suo interno emergono spunti e innesti semi-elettronici che sorprendono per la loro audacia: il piano sembra uscito da una composizione di Alan Parsons! Il loro lavoro si spiega in un concept album di otto brani, ciascuno dei quali compone uno squarcio di un lungo e infinito viaggio: viaggio che la band affronta, tra le parole di Giuseppe Scaravilli, il vento alle vele soffiato da flauti, sax, tastiere, violini, percussioni e coraggiosi capitani al basso (Angelo Messina), chitarra (Jerry Litrico) e batteria (Alessio Scaravilli). Coraggio che permette loro di proporre alla fine del disco, come ghost track, anche una splendida intepretazione della Bouree di Joahnn Sebastian Bach. La cura con cui ogni pezzo è eseguito mi ha ad ogni ascolto liberato e trasportato in viaggio con loro, senza caricarmi di malinconia. Sapevo che alla fine dell'album li avrei lasciati al loro destino: quello che loro stessi si son tracciati e che Scaravilli sul retro del CD ha voluto sottolineare.


"Un lungo viaggio per mare in cerca di terre nuove, con il ricordo dei giorni passati e l'entusiasmo per quelli a venire. Alla volta di mondi ancora sconosciuti, oltre l'ignoto..."

Nella ormai decadente "Seattle d'Italia", come alcuni con orgoglio amavano chiamarla nei tempi d'oro dei suoi (presunti) fermenti musicali, c'è qualcosa di più tangibile di una stupida etichetta commerciale: ci sono i Malibran.




                                                   MALIBRAN  HISTORY
                    I  Malibran raccontati da Giuseppe Scaravilli  per il Centro Studi Prog
I Malibran si sono formati nell’estate del 1987. Avevo conosciuto Jerry Litrico ( chitarra )
l’ hanno prima, quando ci eravamo trovati sullo stesso palco, ma con due gruppi diversi.
Mi era piaciuto il suo stile  e avevamo scambiato quattro chiacchere. Lui non doveva avere
neanche 18 anni, e andava in giro su un “ ciopper ”, capelli lunghi ed gilet con le frange…
Venne a casa mia a suonare, con mio fratello alla batteria. Io non  potei partecipare alla
jam session, ma quello che lui faceva ( Deep Purple, cose Prog, Rock anni ’70… )
era il genere che amavo, e così gli proposi di rivederci.
Nel luglio ’87 suonavamo già un suo pezzo, intitolato Prelude, che sarebbe diventato un
“ classico ” dei Malibran. Il gruppo non aveva ancora un nome, ed era formato solo da noi
due ( chitarre ) piu’ un suo compagno di scuola batterista, Alfredo Cassotta, che è ancora
nel nostro “giro” ( nel 2000 ci avrebbe accompagnati negli USA ), anche se non registrò
mai niente con noi. Fu lui a far pubblicare l’annuncio che ci procuro’ il bassista ( Angelo
Messina ), il quale a sua volta conosceva un cantante (Massimo Greco)…
Poco dopo Alfredo venne sostituito alla batteria da Roberto Anile, che rimase con noi
circa un anno, e che porto’ nella band Benny  Torrisi  ( tastiere ). Nel frattempo si era
unito a noi anche un altro compagno di scuola di Jerry, Giancarlo Cutuli ( flauto e sax ).
L’ idea di avere un flautista nel gruppo mi piaceva molto, ma dovemmo aspettare il suo
ritorno da un viaggio negli USA…
Ci esibimmo per la prima volta nel settembre ’87, ancora senza Giancarlo.
L’ esordio come Malibran  avvenne solo nel luglio 1988. Il nome era una mia
idea: Maria Malibran era una cantante (soprano) del 1800, che aveva vissuto a Venezia.
Ecco perchè in quella città esistono  un teatro Malibran, un hotel Malibran, ecc...
Piu’ che altro mi piaceva il suono: parola tronca ma non inglese, da leggersi come si scrive, consonanti dolci, facile da ricordare.
Nell’ottobre 1988 chiedemmo a mio fratello Alessio di sostituire Roberto ( che aveva avuto
un piccolo incidente ) alla batteria, per un solo concerto, alla Festa dell’ Unità di Catania.
Quella sera capimmo che andava molto meglio lui, e così il posto rimase suo!
Anche il cantante era stato messo da parte. Sia lui che il batterista in realtà
avevano altri gusti musicali, e non poteva esserci molta sintonia. Sembrò una cosa
naturale. Il gruppo in ogni caso preferì la mia voce, quando provai a cantare un nuovo
pezzo, intitolato Malibran.
Nel marzo ’89 registrammo  in un solo giorno una “ demo ” che gia’ conteneva tutto
The Wood Of Tales, il nostro primo disco. Cominciammo a suonare nei pub e nei
Centri Sociali di Catania, e la voce si sparse. Sembrava che molti ragazzi
non aspettassero altro che di sentire qualcuno fare quel tipo di musica… Per non parlare
dei “ nostalgici ” degli anni ’70... Neanche allora facevamo cover, solo pezzi
nostri. Li registrammo dal vivo al teatro di Belpasso ( maggio ’89 ) e quella cassetta
ci procuro’ l’invito al Festival Prog di Castelverde ( Roma ), organizzato, tra gli altri,
da Riccardo Maccari. Da lì si cominciò a fare sul serio! 
Lì impazzirono tutti per noi… anche, immagino, per l’ impatto che avevamo dal punto di
vista   puramente “ visivo ”  ( eravamo dei  capelloni pazzi  scatenati…). E cosi’ diventammo
il primo ( e credo unico! ) gruppo della neonata etichetta di Maccari, la Pegaso Records.  
Quella stessa estate ( 1989 ) lui venne in Sicilia a seguire le registrazioni del primo disco.
Lo fece uscire solo in vinile, con alcune copie di colore rosso o verde...Fu una grande emozione,
anche se non si poteva essere molto soddisfatti per la qualità della registrazione ( ci lasciammo convincere a registrare le chitarre senza amplificatori! ). In ogni caso fu un bellissimo periodo,
con tutte quelle recensioni provenienti da varie parti del mondo, e sempre piu’ gente ai nostri concerti…Due anni di fuoco, davvero. Il 1989 ed il 1990 sono stati per noi quelli che furono
il 1969 ed il 1970 per i vecchi gruppi che ci hanno ispirato, quando tutto era  ancora novità
ed entusiasmo…
Allora, tra l’ altro, eravamo molto piu’ prolifici di oggi. Ci vedevamo  spesso, e dunque
due terzi del successivo “ Le Porte del Silenzio ” era già stato composto e suonato
dal vivo, in quello stesso 1990. Lo completammo nel 1991 con gli ultimi brani
( Libero e I  Know Your Soul ) e lo registrammo in soli 5 giorni alla fine dell’ anno,
a Roma. All’ epoca pensavo che anche il secondo disco sarebbe uscito in vinile,
con l’omonima suite ( 27 minuti ) sul lato B ( come ebbi modo di annunciare a
Mario Giammetti su Ciao 2001 )…
Invece Maccari volle rifare piu’ volte i missaggi e il disco usci’ solo nel 1993, in CD.
Quella lunga attesa raffreddo’ un po’ il nostro entusiasmo, e probabilmente segno’ la fine
del periodo emotivamente piu’ entusiasmante e piu’ bello.
Le recensioni comunque furono splendide e per molti quel lavoro rimane la nostra
cosa migliore …La scena Prog italiana, pero’, dopo una fase di espansione che aveva
fatto ben sperare, comincava a ripiegarsi su se stessa. Sembravano esserci piu’ gruppi che
estimatori… In pochi andavano ai Festival Prog, e le copie stampate e vendute di un disco
erano sempre quelle ( intorno alle mille unità )…
I nostri rapporti con Maccari erano finiti, e senza un disco nuovo per  5 anni
qualcuno dovette pensare che neanche esistevamo piu’… Invece, a parte i  Festival in
giro per l’ Italia, continuavamo a tenere i nostri concerti in Sicilia a ritmo sostenuto.
Avevamo un sacco di pezzi inediti ( anche se alcuni risalivano al 1992 ! ) e a fine
’97 finalmente siamo tornati in sala ( questa volta da un amico a 20 metri da casa mia…)
per registrare La Città Sul Lago, senza sapere assolutamente quale etichetta avrebbe
poi voluto pubblicarlo. Una risposta positiva arrivò da Mauro Moroni ( ricordo che quando
mi chiamò ascoltava il nostro master mentre parlavamo … ), con il quale pianificai anche
l’uscita di un nostro live ( un mio antico desiderio…).
Così il terzo disco dei Malibran uscì per la Mellow, a fine 1998. Come pure  In Concerto
( 2000 ), Oltre L’ Ignoto ( 2001 ), The Wood Of Tales Plus ( 2002, con venti minuti in piu’ )
e Srani Colori ( 2003, rarità ’89 - ’02 ). Mentre la brasiliana Rock Symphony  
pubblico’ le ristampe dei primi due dischi ( 1999 ) e Live On Stage ( 2004 ).
Nell’ estate ’99 organizzai un bel concerto per i Malibran con il Banco Del Mutuo Soccorso.
Dopo aver partecipato al ProgDay in America, pero’, ( ottobre 2000 ) il gruppo di fatto si fermo’.
Si riuscì a tenere ancora un ultimo concerto con la formazione a sei elementi, nel febbraio
2001, ma qualcosa non funzionava piu’ come prima.
Fu quasi uno scioglimento non ufficiale, in attesa di tempi migliori. Finchè, dopo quasi
un anno, Angelo mi chiamo’, e provammo  a  far ripartire il tutto.
Jerry e Alessio ci stavano, Benny e Giancarlo no. Già da tempo, del resto,
si vedeva che loro due non avevano piu’interesse, ed era anche inutile insistere…
Certo, perdere in una volta sola tastiere e fiati  per un gruppo dall’approccio “ sinfonico”
come il nostro poteva risultare un colpo fatale. Giancarlo, poi ,sul palco era il vero trascinatore.
Ed era anche quello che mi spalleggiava di piu’, in concerto e non solo. Di sicuro mi sarebbe mancato. Ma noi volevamo andare avanti, e all’inizio del 2002 ci siamo rimessi al lavoro per partecipare con un nuovo brano ( Strani Colori ) all opera Prog “ Kalevala ”, e per ri-arrangiare
i  brani piu’ vecchi.
Sembrava impossibile, ma ci accorgemmo che il nostro suono c’era ancora, con le due chitarre, il basso e la batteria. Naturalmente Jerry ed il sottoscritto dovevano occuparsi anche di quelle che erano le parti di Benny e Giancarlo, ma la cosa funzionava. Per fortuna  io suonavo già il flauto,
e così non avremmo neanche perso quello che era comunque uno strumento molto “ identificativo ”
per il gruppo. Siamo andati avanti fino ad oggi in quattro, e ci siamo presi qualche altra soddisfazione. Magari in futuro avremo di nuovo le tastiere, ma al momento va bene così…
Oggi, a parte gli spettacoli dal vivo e le altre cose riguardanti la band di cui mi occupo,
sto mettendo su CD ( saranno circa 35 titoli! ) i nostri concerti registrati meglio, piu’ vari inediti
che ho ritrovato…Un lavoro che faccio per me, per il mio archivio personale, grafiche comprese, ma che è anche a disposizione di chi volesse richiedermi qualche copia, giusto per levarsi la curiosità…
Dal punto di vista delle pubblicazioni ufficiali, invece, sto preparando l’ uscita del nostro dvd
antologico “ 10 Anni in concerto ”, per l’ Electromantic di Beppe Crovella. Così anche chi
non ha mai avuto occasione di andare ad un concerto dei Malibran  potra’ vedere il gruppo  in azione su un bel supporto audio-video di 2 ore e mezza!...


>   1) Qual'è la definizione che i Malibran solitamente danno alla propria proposta musicale?





La definizione era ed è quella di " Rock Progressivo ". Di matrice un po' anni '70, nel caso


nostro. Almeno come fonte di ispirazione iniziale . Ogni tentativo di definire la musica temo risulti sempre un po' astratto, o velleitario, in verità...Pero', in qualche modo, risulta necessario ed utile, perchè l'interlocutore possa avere almeno un'idea del tipo di proposta...Esiste tanta musica a questo mondo!...


>   2) Qual'è il motivo per il quale avete scelto questa definizione?
Naturalmente la definizione di " Rock Progressivo ", o " Progressive " che dir si voglia, esisteva gia',
e noi non crediamo di aver inventato nulla di nuovo che ci autorizzasse a ritenere di suonare un
genere tutto nostro, di percorrere una strada mai battuta da altri in precedenza...Anche se la
definizione di " Prog " non era in realta' utilizzata al tempo in cui il genere nasceva e viveva la sua
" età dell'oro "... Un bel paradosso, vero? I migliori gruppi Prog di sempre non sapevano di fare Prog...
I Malibran cercano solo di interpretare il genere a modo proprio, e di essere riconoscibili..." Ecco,
il classico stile Malibran in questo passaggio!..."
>   3) In che modo avere una definizione della propria musica può avvantaggiare?
La musica è fatta di note, ma non tutti sono musicisti. E dunque parlarne è difficile. Per parlare
di qualcosa si usano le parole. Dunque neanche si dovrebbe parlare di musica: nella sua
essenza la cosa sarebbe tecnicamente impossibile. E infatti tutti finiscono con il chiedertiti di che cosa parlano i testi..." E chi se ne frega ", potresti pensare: i testi sono importanti, ma la musica lo è molto di piu'...Almeno per me. Ma come la spieghi la musica, senza utilizzare le definizioni? 
Forse la musica si dovrebbe poter solo suonare, o ascoltare, senza parlarne affatto. Eppure la musica piace a tutti. E' l'unica forma d'arte, o almeno di comunicazione, che non puoi toccare. Ma bisogna pur spiegare a chi ti chiede che musica fai...E in qualche modo si deve poter spiegare con le parole, utilizzare degli schemi, delle etichette, anche se queste risulteranno essere poi dei recinti...almeno per far capire all' interlocutore che tipo di musica suoni, se è jazz, rock, classica, oppure no...
Non puoi evitarlo. Ma il vantaggio è solo di tipo comunicativo. Un giornalista che recensisce un
disco non riesce a trasmettere le proprie emozioni. Come spieghi a parole una musica " evocativa ",
se non sai neanche " che cosa " ti evoca? Sai solo che ti piace. Ma a parole cosa dici? Fai prima a
dire che quella musica ricorda quella di quel noto gruppo, o quella di quell' altro, per dare almeno
un' idea al lettore, che altrimenti lasceresti lì a brancolare nel buio...
>   4) Come viene accolta la vostra definizione dai mezzi d'informazione e dalla stampa specializzata?
Bhè, se è stampa " specializzata ", vuol dire che si occupa proprio di quel genere. Il Rock Progressivo,
nel nostro caso. Sono appassionati del genere i giornalisti, i musicisti ed i fruitori in genere, e dunque
non è che ti chiedano ogni volta che cosa si intende per " Progressive ", lo sappiamo già tutti quanti...Se invece non sanno di che cosa si tratta, ecco che cadono un po' dalle nuvole... e tu ti ritrovi a citare almeno i Pink Floyd, come riferimento, sperando che conoscano almeno quelli, per dar loro una qualche idea, anche se magari i Floyd non c' entrano un granchè!...

>   5) (S)definire la musica: è possibile?
Secondo me sarebbe opportuno, ma alla fine risulta impossibile, per i motivi che ho esposto prima.
La musica va goduta e non definita, sia nel momento in cui la si " fa " , sia nel momento in cui
la si ascolta. Ma nel momento in cui la devi " spiegare " a qualcuno che ti chiede qualcosa in
merito, risulterebbe un atto di suprema arroganza, o di presunzione non rispondere, per quanto possibile.
E a quel punto non si potrà sfuggire alle " definizioni ",  più o meno pertinenti.
Catalogare è un' esigenza dell' uomo, per intercettare ed incasellare diversi tipi di realtà,
e per distinguere tra loro realtà non omologhe. Per sfuggire l’ ombra poco confortante del caos,
probabilmente...
INTERVISTA DI DONATO ZOPPO A GIUSEPPE SCARAVILLI


21 agosto 1990, Malibran in concerto, Belpasso, piazza S. Antonio.
Un mare di gente, solo noi sulla scena, nessun altro gruppo, prima o dopo.
Ho conservato questa registrazione per anni. Come tante altre, del resto.
Quella serata fu però un evento particolare: evidenziò un tale entusiasmo,
da parte nostra e del pubblico, che contribuì in modo decisivo a dare al
gruppo la definitiva consapevolezza di sé e della propria capacità di
“tenere il palco”. Dal vivo eravamo dei pazzi, non un gruppo Progressive
nel senso tipico del termine, tutti immobili ad eseguire partiture precise
ed immodificabili. Al contrario, se la nostra musica era Prog, la nostra
attitudine ed il nostro approccio erano quasi Hard Rock. Anche a
discapito della perfezione esecutiva. Giancarlo Cutuli, il flautista, era una
furia scatenata. E all’inizio di Trequanda il suo flauto, come si puo’
notare, non suona: l’aveva lanciato per aria poco prima, l’aveva ripreso
al volo, e qualche tasto era rimasto temporaneamente bloccato (!)...
Correggere tutto quanto, magari con qualche sovraincisione in studio?
Avremmo alterato il documento originale. Bello così, invece, tutto dal
vivo, urla, rumori, errori, qualche strumento scordato o tenuto troppo
nascosto dal fonico, musicisti che parlano fra di loro, la mia voce
appassionata ma ancora grezza. E insieme, il grande impatto e il
suono caratteristico che avevamo allora. Il nostro primo disco,
“The Wood of Tales” era uscito da pochi mesi, ma già eseguivamo
circa due terzi del successivo “ Le Porte del Silenzio”: l’omonima
suite, 28 minuti, fu presentata per la prima volta dal vivo integralmente
proprio quel giorno ( nel febbraio 1990 la suonavamo già, ma ne esisteva
solo una parte, 15 minuti circa ). Ho fatto ripulire e rendere piu’
potente e brillante la registrazione, e ho fatto livellare le escursioni di
volume, intervenendo sui singoli frammenti. Il risultato non mi sembra male.
Oggi probabilmente suoniamo meglio, abbiamo più esperienza.
Manca però quel “qualcosa”. Quel qualcosa che ai quei tempi era nell’aria,
durante i nostri concerti. E che su questo live è presente.
                           Giuseppe Scaravilli, febbraio 2005



                 RIMEMBRANZE PRE–MALIBRAN:ESORDI IN MUSICA…

 

 

 

Ho iniziato a suonare la chitarra nell'agosto del 1980, quando avevo 13 anni.

Ho quasi sempre tenuto dei diari, ed è stata questa abitudine a consentirmi

di avere date e ricordi abbastanza precisi ( anche per quanto riguarda la 

storia dei Malibran...).
 
All'inizio, intorno al 1978-79, suonavo addirittura senza fare accordi, sulle corde a vuoto, tenendo solo il tempo...Mio fratello Alessio ( anche lui poi nei Malibran )si 
dava da fare su una batteria costruita da noi: fustini del Dash al posto dei tom, piatti di latta ( completamente senza suono! ) ed una cassa ottagonale di legno ( non riuscivamo a fabbricarne una tonda!) senza battente ( dunque, utile solo a sostenere i presunti tom...),verniciata in un vistosissimo arancione...
 
Luigi Scuderi ( poi fonico dei Malibran in sala, da LA CITTA' SUL LAGO in poi ), vicino di casa, era alle tastiere. Poi sarebbe passato al basso. Suonavamo " BELLA SARAI " de
LA BOTTEGA DELL'ARTE e QUELLA CAREZZA DELLA SERA dei NEW TROLLS 
( gli anni erano quelli )...
 
Alessio, anche se era il piu' piccolo, fu il primo ad imparare e ad avere 
uno strumento piu' serio, una batteria Maxwin. Poi avrebbe preso una Tama rossa.
Oggi ce l'ha ancora, la Tama, ma usa di più una MC artigianale ( mini-batteria " matrioska ", trasportabile inserendo i vari pezzi uno dentro l'altro!...). 
Nel 1981 io ebbi la prima chitarra elettrica ( una Eko imitazione SG )e Luigi il basso.
Formammo gli IRON STREET e tenemmo i nostri primi due " concerti ".
 
Quello di esordio fu a Bronte ( Catania ), in piazza, sul ribaltabile di un camion che faceva da palco. Prima c'era un gruppo che suonava SOTTO LA PIOGGIA di Venditti. Poi tocco' a noi, per 3 pezzi: SO LONELEY dei POLICE e 2 brani nostri ( un reggae senza titolo ed un pezzo mio chiamato WEST COAST, credo...ricordo che non facemmo in tempo a fare COCAINE...). Lo zio che ci aveva procurato quella occasione registrò l'audio da una tv locale che ne aveva trasmesso qualcosa. Ne ho ancora qualche secondo ed il suono era sorprendentemente potente e sicuro, considerato il fatto che avevamo solo 15 anni
( Alessio 13... ). Il bello fu che il nostro chitarrista solista, Roberto Pulvirenti,
non era venuto venire...per la paura! Eravamo passati a prenderlo, ma fu inutile...Era piuttosto bravo, ma aveva ( ed ha ) un formidabile nasone ed una insicurezza cronica...Anche noi, del resto, salendo la scaletta per salire sul palco, di fronte a quella folla, rischiammo di cadere giù per lo spavento...Ma poi ci prendemmo gusto.
A me prestarono una Gibson Custom nera che mi sembrò davvero magnifica...
 
La seconda ed ultima data fu nel 1983 al Club dei Progressisti, a Belpasso, 
" ospiti " durante una serata da ballo a Carnevale ( il gruppo ufficiale era un altro )...Avevamo nascosto gli strumenti tra i cappotti, nel guardaroba, e non facemmo foto perchè la cosa doveva sembrare del tutto improvvisata...un vero peccato! Questa volta Roberto c' era, ma per l'emozione inverti' gli " assolo " di SULTANS OF SWING
(ce n’ erano due, su quel brano, ma gli accordi sotto erano diversi e quindi combinò 
un disastro! ).
 
Facevamo anche altri pezzi dei Dire Straits con Roberto, e dei Police senza di lui. Prendemmo anche vari tastieristi ( Domenico, Nuccio, Salvo, gente che non suona più), 
ma più a lungo resistette Paolo Bonanno ( si provava da lui...). Il repertorio però divenne troppo eterogeneo...io portai AQUALUNG dei  Jethro Tull e Luigi un pezzo dei Pooh!...Cantavamo sia lui che io. Roberto provò a cantare Sultans of Swing ma venne subito bocciato!
 
Nel 1984 presi una Telecaster, ma non avevo un gruppo. Alessio suonava con i TETRA, e alle tastiere c'era Fabrizio Mirone, che in seguito avrebbe illustrato la copertina del primo disco dei Malibran, THE WOOD OF TALES. Quando entrai io in quel gruppo diventammo gli AFU JJ e partecipammo ad una " Collettiva " di vari gruppi, alla villa di Belpasso, nell' estate 1986. Fu lì che conobbi Jerry, con il quale, l'anno dopo, formai i Malibran. E si cominciò a fare un po' più sul serio, finalmente...
 
 
Giuseppe Scaravilli
 



Malibran The Wood Of Tales album cover


3.63 | 35 ratings | 9 reviews | 17% 5 stars

Excellent addition to any
prog rock music collection



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Studio Album, released in 1990
Songs / Tracks Listing

1. Malibran (8:39)
2. The Wood of Tales (8:39)
3. Sarabanda (5:11)
4. Pyramid's Street (11:01)
5. Prelude (10:25)

Total Time: 44:04

Lyrics


Music tabs (tablatures)


Line-up / Musicians

- Angelo Messina / bass
- Giuseppe Scaravilli / vocals, electric & acoustic guitars
- Beny Torrisi / keyboards
- Alessio Scaravilli / drums & percussion
- Giancarlo Cutuli / flute & saxophone
- Jerry Litrico: electric & classical guitars

Guest musician:
- G. Lacagnina / additional keyboard solo on "Pyramid's Street"

Releases information

LP Pegaso Records PGO-001 (1990), Italy

CD Rock Symphony RSLN 019 (1999), Brazil

CD Mellow Records MMP 396 (2002), Italy
re-released as "The Wood Of Tales Plus" with 3 Live Bonus-Tracks















LE PORTE DEL SILENZIO


Malibran



Rock Progressivo Italiano





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Malibran Le Porte Del Silenzio album cover


3.99 | 45 ratings | 10 reviews | 29% 5 stars

Excellent addition to any
prog rock music collection



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Studio Album, released in 1993
Songs / Tracks Listing
1. Livin' Alone (10:40)
2. I know your soul (7:25)
3. 
Libero (7:28)
4. Nel labirinto (1:30)
5. Le porte del silenzio (27:08)

Total Time: 61:11


Lyrics
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Music tabs (tablatures)
Search MALIBRAN Le Porte Del Silenzio tabs

Line-up / Musicians
- Angelo Messina / bass
- Giussepe Scaravilli / voice, guitar, flute
- Benny Torrisi / keyboards
- Alessio Scaravilli / drum
- Giancardo Cutulli / flute & sax
- Jerry Litrico / guitar


Releases information
CD Pegaso Records PGO-002 (1993), Italy (handnumbered 1000 copies)
CD Rock Symphony RSLN 020 (Brazil, re-release)


 


 LA CITTÀ SUL LAGO


Malibran



Rock Progressivo Italiano





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Malibran La Città Sul Lago album cover


3.37 | 16 ratings | 7 reviews | 25% 5 stars



Buy MALIBRAN Music
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Studio Album, released in 1998
Songs / Tracks Listing
1. Distanz (2:06)
2. Nuovo Regno (9:35)
3. La Citta Sul Lago (10:00)
4. In The Time part 1 & part 2 (9:13)
5. Magica Attesa (5:27)
6. La Stagione Del Re (5:15)
7. 
Nuvole Di Vetro part 1 & part 2 (10:49)
8. Interludio (1:12)
9. On The Lightwaves (12:33)
10. Richiami (2:18)

Total Time: 68:28


Lyrics
Search MALIBRAN La Città Sul Lago lyrics

Music tabs (tablatures)
Search MALIBRAN La Città Sul Lago tabs

Line-up / Musicians
- Giancarlo Cutuli / flute, tenor, baritone & Soprano sax
- Giuseppe Scaravilli / vocals, electric, acoustic & 12-strings guitars
- Angelo Messina / bass
- Alessio Scaravilli / drums & percussion
- Benny Torrisi / keyboards & piano
- Jerry Litrico / electric & classical guitars


Releases information
MELLOW RECORDS #MMP 357


 


 Malibran



Rock Progressivo Italiano





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Malibran Oltre L'Ignoto  album cover


3.48 | 23 ratings | 5 reviews | 26% 5 stars



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Studio Album, released in 2001
Songs / Tracks Listing
1. Si dirà di me (12:20)
2. Oltre l'ignoto (8:03)
3. L'incontro (2:48)
4. Cerchio mobile (5:14)
5. La via d'acqua (2:52)
6. Verso Sud (2:12)
7. Mare calmo (4:50)
8. In viaggio (14:24)

Total Time: 48:19


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Line-up / Musicians
- Giancarlo Cutuli / flute, piccolo, sax
- Jerry Litrico / electric guitar
- Angelo Messina / electric bass
- Alessio Scaravilli / drums, percussion
- Giuseppe Scaravelli / lead vocals, acoustic, electric, slide & wah-wah guitars, flute (4),
all instruments (3-5-6)
- Benny Torrisi / piano, synthesizers
WITH:
- Vito Germenà / violin (2-3)
- Antonia Longo / cello (2-3)


Releases information
CD Mellow Records MMP409 (2001) Italy
CD MALS Records MALS142 (2001) Russia



 


 

TRASPARENZE

Malibran



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Malibran Trasparenze album cover


4.03 | 20 ratings | 1 reviews | 30% 5 stars



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Studio Album, released in 2009
Songs / Tracks Listing
1.Trasparenze (13:46)
2. In un Attimo (7:08)
3. Vento D'Oriente (6:08)
4. Presagio (6:47)
5. Pioggia di Maggio (6:47)
6. La Marea (5:43)
7. Nel Ricordo (5:34)
8. Volo Magico (2:52)
9. Promesse Vane (6:53)
10. Gioco di Specchi (3:25)
11. Pensieri Fragili (13:11)


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Line-up / Musicians
- Giuseppe Scaravilli / vocals, acoustic, electric & slide guitar, flute, electric            bass, keyboards, bass
- Jerry Litrico/ sinth guitar (1), guitar intro (3), guitar solos (2, 5, 7 & 11)
- Alessio Scaravilli / drums

Special Guest:
- Giancarlo Cutuli / saxophone (2, 11)
- Toni Granata / violin (3, 5 & 8)


 



STRANI COLORI


Malibran



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Malibran Strani Colori  album cover


3.11 | 6 ratings | 2 reviews | 33% 5 stars



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Studio Album, released in 2004
Songs / Tracks Listing
1. Strani Colori (7:31)
2. Astro Bianco (4:23)
3. Arianna (5:35)
4. Prima Sera (3:34)
5. Bouree (3:56)
6. Il Giorno Arriverà (2:40)
7. Cause We've Ended As Lovers (5:42)
8. Rhayader/Rhayader Goes To Town (9:09)
9. Interludio (1:09)
10. La Stagione Del Re (5:26)
11. 
The Wood Of Tales (9:23)
12. Song For Lisa (7:46)
13. Ritratto Di Un'alba (4:47)
14. Espiazione (5:43)

Total Time: 76:44


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Line-up / Musicians
- Giuseppe Scaravilli / voice, guitars, flute
- Angelo Messina / bass
- Alessio Scaravilli / drums & percussion
- Giancarlo Cutuli / flute, saxophone, piccolo, backing vocals
- Benny Torrisi / piano, keyboards


Releases information
CD Mellow Records #MMP456 (2004)

 



10 ANNI IN CONCERTO -1988-1998*


Malibran



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Malibran 10 anni in concerto-1988-1998* album cover


3.09 | 5 ratings | 2 reviews | 20% 5 stars



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WARNING: Progarchives.com did not validate the information

DVD/Video, released in 2005
Songs / Tracks Listing

1) Distanze 1995
2) Pyramid's street 1997
3) Special tv 1999
4) Malibran 1997
5) La citta'sul lago 1997
6) Prelude 1997
7) Special tv 1993
8) Magica attesa 1996
9) On the lightwaves 1996
10) Nuovo regno 1996
11) Extracts 1991
12) In the time 1994
13) Mystery 1988
14) Libero 1993
15) Special tv 1994
16) I know your soul 1997
17) Extracts 1994/1991/1997
18) Interludio 1998
19) Medley 1988-1999
20) La stagione del re 1998
21) Nuvole di vetro 1998
22) Extracts 1989
23) Le porte del silenzio 1996

Including extracts from "La danza degli elfi", "La czarda", "Pinocchio", "Song for Lisa", "Nel labirinto" and "The wood of tales".



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Line-up / Musicians


Guiseppe Scaravilli-vocals, guitar and flute
Angelo Messina-bass
Benny Torissi-piano, keyboards
Alessio Scaravilli-drums
Jerry Litricio-lead guitar
Giancarlo Cutuli-flute and sax

ElectRomantic  2005


LIVE ON STAGE 1994


Malibran



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Malibran Live On Stage 1994 album cover


3.00 | 1 ratings | 0 reviews | 0% 5 stars



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Live, released in 2004
Songs / Tracks Listing
1. Distanze/On the Lightwaves (13:56)
2. In the Time (Part I/Part II) (8:43)
3. 
Livin' Alone (10:02)
4. Nuovo Regno (9:22)
5. Malibran (11:55)
6. Le Porte del Silenzio (13:07)

Total Time: 67:05


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Line-up / Musicians

- Angelo Messina / bass
- Giussepe Scaravilli / voice, guitar
- Benny Torrisi / keyboards
- Alessio Scaravilli / drum
- Giancardo Cutulli / flute, sax, tambourine
- Jerry Litrico / guitar


Releases information
CD Rock Symphony RSLN 091 (2004) Brazil

 

 


IN CONCERTO


Malibran



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Malibran In Concerto album cover


3.11 | 6 ratings | 2 reviews | 33% 5 stars



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Live, released in 1997
Songs / Tracks Listing
1. Key Intro (2:01)
2. Distanze (1:38)
3. Pyramid's Street (5:08)
4. 
Magica Attesa (6:05)
5. On The Lightwaves (4:56)
6. Nuovo Regno (9:42)
7. Malibran (16:32)
8. La Città Sul Lago (11:06)
9. Prelude (11:45)
10. Le Porte Del Silenzio (2:59)

Total Time: 71:55


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Line-up / Musicians
- Angelo Messina / bass
- Giussepe Scaravilli / voice, guitar, flute
- Benny Torrisi / keyboards
- Alessio Scaravilli / drum
- Giancardo Cutulli / flute & sax
- Jerry Litrico / guitar


Releases information
CD Selfreleased (1998) Italy
CD Mellow Records MMP 369 (2000) Italy 










  

10 anni in concerto (DVD)
Electromantic
2005
ITA
http://www.arlequins.it/pagine/articoli/alfa/copertine/Malibran-10Anni.jpg
La storia dei Malibran è la storia del progressive italiano negli ultimi quindici anni. E’ la storia del nostro migliore gruppo, passato attraverso varie esperienze e traversie conservando il cuore puro e l’entusiasmo dei forti. La band catanese ha esordito con “The Wood of Tales” (1990), bissato poi da “Le porte del silenzio” (1993), usciti ambedue per Pegaso Records ed ora ristampati da Rock Symphony. Sono quindi venuti, per la Mellow, “La città sul lago” (1998), “In concerto” (2000), “Oltre l’ignoto” (2001), “Strani colori” (2003) – una raccolta di rarità, dal 1989 al 2002 – e “Live On Stage” (2004). Questo DVD, dalla grafica eccellente e ricco di informazioni, ci consegna la musica (grezza e raffinata insieme) del capacissimo ensemble catanese, dotato di incredibile fascino. Flauto, tastiere, chitarra, un basso quantomai pulsante e corposo – il vero cuore della melodia insieme alla batteria – regalano una cascata di emozioni. Questo DVD è veramente bellissimo e molto curato. I brani sono stilisticamente coinvolgenti, carichi di energia incontenibile. Maturi e moderni, i Malibran possono ricordare forse i primi King Crimson ed i Jethro Tull degli anni Settanta. Tuttavia, la loro creativa originalità è fuori discussione. In questo DVD, realizzato con estrema professionalità e prodotto da Beppe Crovella, sono contenuti numerosi brani eseguiti dal vivo in concerto (nell’ultima decade), apparizioni a spettacoli televisivi ed interviste. Centocinquanta minuti in tutto, che rendono imperdibile questo DVD. La scaletta si apre con “Distanze” e “Pyramid’s Street”, registrate rispettivamente nel 1995 e nel 1997. Molte le dissolvenze, sicura la mano del regista. Le riprese sono, in effetti, eccellenti. Ad inquadrature frontali se se alternano altre con macchina da presa in movimento, restituendoci non solo i suoni, ma anche la luce e i vari colori del mondo Malibran. Segue un’intervista televisiva, la prima di tre che il gruppo ha (intelligentemente) deciso d’inserire per variare la strutturazione del DVD, evitando così un puro e semplice susseguirsi di brani suonati in concerto. Interviste – concesse, per lo più, durante tv shows di emittenti locali, nel 1993, 1994 e 1999 – che ci permettono, inoltre, di scoprire diverse cose curiose sui Malibran. La versione di “La città sul lago” qui presente è del 1997, precedente quindi di un anno l’uscita dell’omonimo lavoro. Abbiamo quindi la storica esibizione al concerto del 1° maggio 1996, a Catania, di fronte a 200.000 persone. Motivo d’orgoglio per il gruppo, come sottolineano le note interne a questo DVD antologico, redatte dagli stessi musicisti. Tre sono i pezzi registrati nel 1996: “Magica attesa”, “On the Lightwaves” e “Nuovo regno”. Numerosi anche gli estratti dal tour de “Le porte del silenzio”, così come quelli dall’esibizione ai festival di Castelverde (1989) e Altomonte (1994). Appuntamenti nei quali i Malibran si mostrano sicuri di sé e padroni del palco. Alcune canzoni, come “Mystery” (1988), ci riportano alla prima giovinezza del gruppo siciliano. Altre esecuzioni, si vedano qui “La stagione del re” e “Nuvole di vetro” (registrate nel 1998) oppure ancora “Libero” (del 1993), dimostrano la crescita anche concertistica dei Malibran. Se le interviste si possono considerate alla stregua di bonus e le apparizioni a spettacoli televisivi come momenti interessanti o curiosi, sono però i pezzi suonati dal vivo – spesso esaltanti – a calamitare inevitabilmente l’attenzione del prog-fan. Personalmente, ho anche apprezzato la scelta di non disporre secondo un mero ordine cronologico le esibizioni, accostandone invece di vicine e di lontane nel tempo. Una bella mescolanza di passato e presente.

  


COMUNE DI ANDRIA

ASSESSORATO ALLA CULTURA

ANDRIA PROG FEST – LARGO ANTISTANTE ENTRATA PRINCIPALE

STADIO DEGLI ULIVI

14 – 15 – 16 LUGLIO 2006


14 luglio (Musica epica e letteratura) 



ore 17.00/18.00 Soundcheck
ore 19.00 "Person TO Person" incontro artisti fans
ore 20.00 CONQUEROR
 live concert
ore 21.30 METAMORFOSI
 live concert
ore 24.00 AroundMidnight ,incontro al nuovo giorno 



                  Suoni&Sapori Band emergenti e "Officina del gusto" 



15 luglio (Nei sentieri della psichedelia) 



ore 17.00/18.00 Soundcheck
ore 19.00 "Person TO Person" incontro artisti fans
ore 20.00 MALIBRAN
 live concert
ore 21.30 BALLETTO DI BRONZO
 live concert
ore 24.00 AroundMidnight ,incontro al nuovo giorno 



       Suoni&Sapori Band emergenti e "Officina del gusto" 




16 luglio(Contaminazioni,liriche e passioni) 



ore 17.00/18.00 Soundcheck 
ore 19.00 "Person TO Person" incontro artisti fans 
ore 20.00 CAROVANA ETEREA MALAAVIA live concert 
ore 21.30 BANCO DEL MUTUO SOCCORSO live concert 
ore 24.00 AroundMidnight ,incontro al nuovo giorno






                                          MALIBRAN BIOGRAPHY 

The Italian band Malibran was born in 1987, in Catania, a city in the South of Italy (more specifically, in the Sicily Island, from where all its members come). At the beginning, they had a different drummer and a solo vocalist that ended up, being replaced by Alessio Scaravilli (Giuseppe’s brother) and Giuseppe himself, who decided to handle the lead vocals from now on.

 They were soon playing all around Sicily, presenting their great musicianship and strong stage presence.

In July 27th, 1989, a Prog Festival was organized in Rome with the  participation of 4 Italian groups: Malibran, Leviathan, Edith and Notturno Concertante.

After this mega-show, Riccardo Maccari and some friends decided “to do something about Malibran”. They finally produced their first album, which appeared in 1990 on the Pegaso Records label. After this debut, the band received well deserved praises for their seventies-oriented style and the strenght of the compositions. With their following release, “Le Porte del Silenzio”, a masterpiece presented as “ the best Italian album since 1977 ” (  Paul Bareight, “ Il Ritorno del Pop Italiano” ).

Malibran conquered their place among the best 3 Italian bands of the 90’s (the other two. in my opinion, being Nuova Era and Finisterre). The following period shows a slowdown on the band’s activities. Even so, an “Official Bootleg” would appear in the late nineties. Malibran, then, returns with all the energy of their beginning. With the reissue of their first two albums on Rock Symphony and the new studio opus ( “La Città Sul Lago, 1998) just came out on Mellow, we can rest assured that this great band will continue to embrace us with their fabulous progressive music.


(Leonardo Nahoum, Brazil, 1999 )


Biografía Musical de Malibran



La Banda Italiana MALIBRAN surgió en el año 1987 en CATANIA, una ciudad en el Sur de ITALIA, ubicada en la isla de SICILIA, adonde pertenecen todos sus miembros.


Su actual agrupación cuenta con GIUSEPPE SCARAVILLI (voz, guitarra, flauta), ALESIO SCARAVILLI (Batería), JERRY LITRICO (guitarra) y ANGELO MESSINA (Bajo).


PAUL BAREIGHT - autor de IL RITORNO DEL POP ITALIANO dijo: “ MALIBRAN conquistó su lugar junto a las mejores tres Bandas Italianas de los 90s, siendo en mi opinión las otras dos, FINISTERRE Y NUOVA ERA”


En sus orígenes, la Banda se encontraba muy unida al sonido de los años 70 con claras influencias de otras grandes agrupaciones Italianas como PREMIATA FORNERIA MARCONI, BANCO DEL MUTUO SOCORRO Y LE ORME.


Comenzaron con cortes musicales ligados al grupo MARILLION de la época “FISH”, pero con el correr del tiempo su sonido fue refinándose, con la incorporación de guitarras acústicas y especialmente por la activa participación de la flauta traversa.


Hasta el momento el Grupo lleva editados cuatro discos en estudio, uno en vivo y un video, y  durante este año lanzaran al mercado un trabajo impecable llevado a formato DVD donde resume su exitosa trayectoria de más de 10 años, además de un nuevo CD (compilación progresiva) con un fragmento de “STRANI COLORI” que integrará su galardonados logros oficiales.


Los títulos de sus obras son                               “ THE WOOD OF TALES ”            ( CD - 1990 )

                                                                          “ LE PORTE DEL SILENZIO ”      ( CD - 1993 )

                                                                          “ LA CITTA SUL LAGO ”                             ( CD - 1998 )

                                                                          “ IN CONCERT ”                                            ( CD - 2000 )

                                                                          “ 10 YEARS IN CONCERT ”          (  VHS / DVD )

                                                                          “ OLTRE L IGNOTO ”                    ( CD -  2001 )

                                                                          “ STRANI COLORI ”                      (  CD - 2003 )

                                                                          “ LIVE ON STAGE                          (  CD - 2004 )

                                                                           TRASPARENZE”                          (  CD – 2009 )



MALIBRAN durante su carrera musical, se presentó innumerables veces en importantes shows como CASTELVERDE PROG FESTIVAL (Roma - Año 1989), FESTA DELL´ UNITA (Roma - Año 1990), MONDOVI PROG FESTIVAL (1991), CINE TEATRO ODEÓN (Catania – 1992) ALTOMONTE PROG FESTIVAL (Año 1994, donde tocaron junto con importantes agrupaciones como el TRONO DEI RICORDI, y ANEKDOTEN,  entre otras), FESTA DEL LAVORO (con 20.000 personas), TEATRO FALCONE-BORSELLINO (Ragussa –2003).


Fue muy destacada su participación en EL PROGDAY FESTIVAL EN CHAPEL HILL, NORTH CAROLINA - USA, realizado en el mes de Octubre del Año 2000. 


La Banda además de sus composiciones propias, en sus presentaciones en vivo acostumbra a deleitar a su audiencia, con temas clásicos de Bandas como KING CRIMSON (I talk to the Wind), GENESIS (Los Endos),  CAMEL (Rhayader) y la magnifica composición Bourèe de JETHRO TULL (que forma parte de un CD llamado Songs for Jethro) memorable pieza ejecutada en flauta por GIUSEPPE SCARAVILLI, y que les reportó una sincera felicitación por parte del mismo Ian Anderson (Jethro).


Sus composiciones formadas por sus éxitos y los clásicos mencionados, le aportó al grupo un nivel Internacional junto con valiosos comentarios por parte de ROCK SYMPHONY EN BRASIL (Leonardo Nahoum) y del exitoso sello Europeo MUSEA. Actualmente la Banda graba sus Cds con el importante sello Europeo MELLOW RECORDS.


 A modo de Resumen, PETER RENFO se refirió al grupo con las siguientes palabras,  “Malibran es una Banda Italiana que suena realmente maravillosa, con tonos melódicos, gorjeos de guitarra, flauta, piano, y solos de Saxo, unidos a una voz refinada de su cantante que llevan su esencia musical muy alto y la ubican en un lugar preponderante dentro del clásico modelo de rock sinfónico del momento “

Malibran is one of the bigger names in the nineties' resurgence of Italian progressive rock, and this 1990 debut is the album that put them on the map for prog fans worldwide. The Wood of Tales is an interesting, but flawed, concoction of neo-prog, Italian symphonic prog, and even a few dashes of progressive folk. Flute plays a major part in Malibran's debut, and I love how the instrument is presented as an integral part of their sound - other than that, The Wood of Tales is characterized by the mix of pastoral symphonic prog and eighties' neo-prog that inspired many Italian prog bands around this era. The Wood of Tales is not a flawless gem that's been forgotten by the sands of time, but it's a solid debut that should satisfy most Italian prog enthusiasts.

The easiest comparisons to draw when talking about this album are probably Premiata Forneria Marconi, IQ, and even a bit of Jethro Tull (the flute-led sections make this comparison almost inevitable). The Wood of Tales is a mainly instrumental album, but there are a handful of vocal sections that ultimately leave me with a lukewarm impression. At least on this album, Giuseppe Scaravilli is not the most gifted vocalist and his singing parts come across as detrimental to the compositions. While he's far from an atrocious vocalist, the album would've been a bit better had it been fully instrumental. After all, The Wood of Tales does have plenty of excellent moments of symphonic prog - though there aren't any killer tracks here, Malibran was still a group of gifted songwriters from the beginning. The musicianship on this debut is also quite impressive, and every musician delivers their part with finesse.

While it may seem that The Wood of Tales is a near-flawless album after reading the first two paragraphs of my review, I've yet to mention that the album has a pretty weak production. The sound is simply muddy and unpolished, and the occasional 'buzzing' noises and uneven mix really don't do the album any justice. It's not unlistenable or anything like that, but The Wood of Tales definitely would've left a better impression if the production were up to par with the music.

The Wood of Tales is a flawed, but ultimately promising, debut from one of the biggest names in nineties' Italian progressive rock. Malibran offered plenty of cool ideas and solid compositions with this effort, and I'll be curious to hear what that's led them to create on future albums. Though not essential by any means, The Wood of Tales is a solid observation worthy of 3 stars. Fans of symphonic prog may want to check out this somewhat obscure classic.
(Originally Posted on ProgArchives.com)





      INTERVISTA DI FRANCESCO PALADINO A GIUSEPPE SCARAVILLI, 2014

Ciao Giuseppe! Se ti va bene comincio a farti le domande, così abbiamo la massima calma per fare il tutto. La prima domanda è: "Partiamo dalle origini: come si sono formati i Malibran?"
I MALIBRAN SI SONO FORMATI NEL 1987. AVEVO CONOSCIUTO JERRY L'ANNO PRIMA, AD UN FESTIVAL ALLA VILLA DI BELPASSO, DOVE CI ESIBIVAMO CON DUE GRUPPI DIVERSI: CI ERAVAMO SCAMBIATI I COMPLIMENTI, ED AVEVAMO SCOPERTO DI AVERE GUSTI MUSICALI IN COMUNE. A NOI SI UNI' IL BATTERISTA ALFREDO CASSOTTA, MA SOLO PER QUALCHE PROVA. GIA' FACEVAMO "PRELUDE", IL PEZZO CHE AVREBBE CHIUSO IL PRIMO DISCO...E TUTTI I CONCERTI DEI SUCCESSIVI 25 ANNI! IL BATTERISTA DEL PERIODO '87-88 FU ROBERTO ANILE. NELL'OTTOBRE '88 LO SOSTITUIMMO CON MIO FRATELLO ALESSIO, CHE HA REGISTRATO SU TUTTI I NOSTRI DISCHI, ED E' ANCORA CON NOI. IL NOME "MALIBRAN" E' QUELLO DI UNA CANTANTE DELL'800, CHE ESEGUIVA OPERE DEL NOSTRO VINCENZO BELLINI. HO PRESO IL NOME DA UN'INTERVISTA AD HUGO PRATT, L'AUTORE DI FUMETTI, CHE PARLAVA DEL CINEMA "MALIBRAN" DI VENEZIA, DOVE AVEVA AVUTO L'ISPIRAZIONE PER IL SUO PERSONAGGIO "CORTO MALTESE". MARIA MALIBRAN AVEVA VISSUTO A VENEZI. E MI PIACEVA IL SUONO DI QUEL NOME. DOPO UN PO' DI CONCERTI IN ZONA, ABBIAMO PARTECIPATO AD UN FESTIVAL VICINO ROMA, NEL 1989. UNO DEGLI ORGANIZZATORI AVEVA ANCHE UNA CASA DISCOGRAFICA, RIMASE MOLTO COLPITO DAL NOSTRO SHOW, E CI FECE REGISTRARE IL PRIMO DISCO, QUELLA STESSA ESTATE. E DA LI' SI COMINCIO' A FARE UN PO' PIU' SUL SERIO!
Cosa si respirava nell'aria dell'ambiente musicale belpassese di quegli anni?
 A BELPASSO SONO ESISTITI SEMPRE MOLTI GRUPPI. I PIU' VALIDI DI OGGI PER ME SONO GLI HYPERSONIC. COMUNQUE NOI NON ABBIAMO TANTO VISSUTO L'AMBIENTE BELPASSESE, PERCHE' GIA' IL PRIMO DISCO CI AVEVA PROIETTATI IN UNA DIMENSIONE NAZIONALE ED INTERNAZIONALE, CON RECENSIONI SU RIVISTE ITALIANE, ED ALTRE DAL GIAPPONE, E DA VARIE ALTRE PARTI DEL MONDO...ABBIAMO SUONATO SPESSO A BELPASSO, MA IL PAESE, IL COMUNE, NON CREDO ABBIANO FATTO PER VALORIZZRCI, SE POSSO DIRLO, VISTO TUTTO QUELLO CHE STAVA SUCCEDENDO COI NOSTRI DISCHI VENDUTI IN TUTTO IL MONDO, E I CONCERTI DI FRONTE A MIGLIAIA DI PERSONE. ABBIAMO SUONATO ANCHE NEGLI USA...AD OGNI MODO SOLO IO E MIO FRATELLO, IL BATTERISTA, ABITIAMO A BELPASSO. MA SIAMO BELPASSESI SOLO "DI ADOZIONE", DICIAMO COSI'. IO HO FATTO A BELPASSO LE SCUOLE MEDIE, ED E'E' LI' CHE HO UN PO' DI CARI AMICI, CHE NON SI SONO AFFATTO DIMENTICATI DI ME DURANTE I MIEI RECENTI, GRAVI PROBLEMI DI SALUTE: SONO VENUTI PIU' VOLTE A TROVARMI, PRIMA IN OSPEDALE, POI A CASA. PER I MEDICI IL FATTO CHE NE SIA USCITO VIVO E’ STATO UN MIRACOLO.
IN REALTA' IO E MIO FRATELLO SIAMO NATI IN LOMBARDIA. QUANDO IO AVEVO OTTO ANNI I MIEI, INSEGNANTI SICILIANI, HANNO OTTENUTO IL TRASFERIMENTO A BELPASSO. MA NOI NON SAPEVAMMO NEANCHE CHE ESISTESSE, QUESTA CITTADINA. ANCHE SE POI NE SIAMO DIVENUTI PARTE, NATURALMENTE. PERO' I PRIMI ANNI DI VITA SONO IMPORTANTI, E COSI' IO SONO RIMASTO UN PO' “A META'”. NON RICORDO COMUNQUE UNA VERA "SCENA MUSICALE BELPASSESE", QUANDO ABBIAMO COMINCIATO NOI. CREDO CI FOSSERO I "LEAKERS" DI TUO PADRE, ED IL GRUPPO DI NUCCIO CORALLO, CHE PORTA ANCORA AVANTI CON DIGNITA' LE SUE COSE. E ANCHE IL GRUPPO DELL'AMICO CHE OGGI PORTA IL NOME DI "JOE MARIANI". MA NOI FACEVAMO PARTE DELLA SCENA CATANESE, NON DI QUELLA BELPASSESE. ED ERA LI’ CHE QUALCOSA STAVA SUCCEDENDO, TRA FINE ANNI '80 E INIZIO ANNI '90. A PARTE NOI, CHE SUONIAMO PROG, UN GENERE PIU' "DI NICCHIA", C'ERANO I DE NOVO, DAI QUALI E’ POI VENUTO FUORI MARIO VENUTI. POI I BOPPIN’ KIDS, IL GRUPPO DAL QUALE E' USCITO BRANDO, ED I QUARTERED SHADOWS, DAI QUALI E' USCITO CESARE BASILE...
CARMEN CONSOLI VENIVA A VEDERCI SUONARE QUANDO AVEVA 16-17 ANNI, FINCHE' NON SIAMO DIVENTATI AMICI. IO ANDAVO ANCHE A CASA SUA, A SUONARE INSIEME, CON LE PIZZE, E A VEDERE I SUOI PRIMI CONCERTI, MENTRE LEI VENIVA A VEDERE I NOSTRI. ANCHE ESALTANDOSI, PUR NON ESSENDO AFFATTO UNA FAN DEL "PROGRESSIVE". MAGARI PERCHE' I MALIBRAN ERANO COMUNQUE MOLTO ROCK, E FACEVANO SUL SERIO SPETTACOLO SUL PALCO., DIVERTENDOSI. PER QUESTO, IN UN LIBRO SULLA PFM, CI HANNO PARAGONATO A LORO, DEFINENDOCI UN PO’ I LORO “EREDI”: LORO PER GLI ANNI ’70 E NOI PER I ’90. FORSE AVREMMO DOVUTO ESSERE ATTIVI A QUEI TEMPI. MA, SE DOPO IL PRIMO DISCO, CE NE HANNO FATTI FARE OTTO IN TUTTO, PIU' UN DVD, E CON ALTRI IN USCITA...VUOL DIRE CHE LA PROPOSTA E' PIACIUTA ANCHE IN ANNI PIU’ RECENTI: SENO', DAL PUNTO DI VISTA DELLA DISCOGRAFIA, SAREBBE FINITO TUTTO SUBITO! IN UN NEGOZIO DI GENOVA, CON IL NOSTRO PRIMO DISCO IN VETRINA, TUTTI CI CHIEDEVANO L’AUTOGRAFO. UN TIPO LO AVEVA GIA’ A CASA, MA NE COMPRO’ UN’ALTRA COPIA, PUR DI AVERLA AUTOGRAFATA DA NOI. UN ALTRO AVEVA IL PERSONAGGIO DELLA COPERTINA TATUATO SUL BRACCIO. STAVAMO ANDANDO AL FESTIVAL DI MONDOVI’, IN PROVINCIA DI CUNEO. ERA IL 1991. 
Come dicevi il vostro è un genere "di nicchia". Come mai avete deciso di suonare Prog? Vi ha mai creato problemi ai primi tempi la scelta di un genere decisamente anti-commerciale?
ERA LA MUSICA CHE ASCOLTAVAMO, CI E' VENUTO NATURALE SUONARE QUEL GENENE. MA NEANCHE SAPEVAMO CHE SI CHIAMAVA "ROCK PROGRESSIVO", DURANTE I PRIMI TEMPI. INSOMMA, NON E' STATA UNA SCELTA CONSAPEVOLE. IO E JERRY ABBIAMO SCOPERTO DI AVERE QUESTI GUSTI IN COMUNE, QUANDO CI SIAMO CONOSCIUTI, E DA LI' E' NATO TUTTO...MA IO ASCOLTO E SUONO ANCHE LED ZEPPELIN, DEEP PURPLE, BLACK SABBATH, FREE...INSOMMA, HARD ROCK BLUES ANNI '70...PERO' SE COMPONGO, PER ME O PER IL GRUPPO, MI VENGONO FUORI SEMPRE COSE COMUNQUE RICONDUCIBILI AL "PROGRESSIVE"...NON E’ UNA COSA STUDIATA A TAVOLINO, INSOMMA.
IL GENERE NON ERA E NON E’ “COMMERCIALE”, E' VERO. ALMENO PER GLI ALTRI, O PER MOLTI DI ESSI. MA QUESTO NON CI HA CREATO PROBLEMI, ALL'INIZIO, PERCHE' ERAVAMO ANCHE MOLTO ROCK, E FACEVAMO MOLTO SPETTACOLO SUL PALCO, COME DICEVO. IL PUBBLICO CI APPREZZAVA MOLTO, O ALMENO CI RISPETTAVA. ANCHE CHI NON AMAVA-O NON CAPIVA BENE-QUEL CHE FACEVAMO. IO RICORDO SOLO APPLAUSI E CONGRATULAZIONI, AD ESSERE SINCERO...ED IN TANTI CONTINUANO A SOSTENERE CHE AVREMMO MERITATO DI PIU’, AD UN CERTO PUNTO DELLA NOSTRA CARRIERA: UN FAN DAL MESSICO MI SCRIVEVA CHE PER LUI  NOI ERAVAMO AL LIVELLO DEI GENESIS, O COMUNQUE DEI GRANDI DEL PASSATO. MAGARI ESAGERAVA, MA ERANO IN TANTI A PENSARLO. UN ALTRO ESTIMATORE, DAL BRASILE, MI SCRIVEVA DI AVER COMPRATO 7 COPIE DEL NOSTRO PRIMO DISCO, IN VINILE, PERCHE’ MAN MANO LE ROVINAVA TUTTE A FURIA DI ASCOLTARLO! SEMPRE IN MESSICO UN MIO AMICO SI E’ VISTO PROPORRE IL NOSTRO DISCO D’ESORDIO. UN FAN DAGLI USA MI SCRIVEVA DI ESSERE RIMASTO TUTTO IL GIORN0 CON IL SORRISO STAMPATO IN FACCIA, SOLO PERCHE’ AVEVO RISPOSTO IO PERSONALMENTE AD UNA SUA MAIL: NON SE LO ASPETTAVA! UN ALTRO, DAL GIAPPONE, MI DICEVA DI AVER APPENA VISTO UN DISCO NOSTRO (CHE GIA’ AVEVA) IN UN NEGOZIO DI TOKYO. IN AMERICA ABBIAMO VENDUTO TUTTI I CD CHE AVEVAMO CON NOI, MENTRE SUONAVAMO. LI’ ABBIAMO CHIACCHIERATO CON LEONARDO PAVCOVICK, SEDUTI SULL’ERBA, MENTRE SUONAVANO GLI ALTRI GRUPPI, DI GIORNO. LUI DUE ANNI DOPO AVREBBE PORTATO LA PFM IN GIAPPONE, PER RELATIVO CD E DVD: ALLA FINE DEL CONCERTO SI PUO’ SENTIRE DI CIOCCIO CHE LO RINGRAZIA AL MICROFONO. ALL’INIZIO DEL CD LA PFM SUONA UN PEZZO CON LA VOCE DI PETER HAMMILL, PRIMA CHE QUESTI RICOSTITUISSE I VAN DER GRAAF. IO QUESTI ULTIMI LI HO VISTI DUE VOLTE. I JETHRO TULL OTTO VOLTE! ALLA CONVENTION DI NOVI LIGURE 2006, DEDICATA A LORO, HO SUONATO PRIMA DI IAN ANDERSON E DEGLI EX TULL CLIVE BUNKER E GLENN CORNICK.
CON QUEST’ULTIMO HO PARLATO UN PO’: UNA COSA IMPENSABILE, RIPENSANDO A QUANDO ASCOLTAVO IN CUFFIA IL SUO LAVORO INCREDIBILE SU “BENEFIT”, DEL 1970. E’ SUO ANCHE IL BASSO SULLA FAMOSISSIMA “BOUREE”, ASSOLO COMPRESO. IN DIFFUSIONE A NOVI LIGURE SI ASCOLTAVA LA NOSTRA VERSIONE DI QUESTO PEZZO, CHE ANCHE IAN ANDERSON HA ASCOLTATO, ESSENDO STATA MESSA IN APERTURA DEL CD ITALIANO DI TRIBUTO AI JETHRO TULL, CHE LUI HA APPREZZATO. CI SUONANO ANCHE BUNKER, CORNICK E JOHN EVAN. DIREI QUINDI CHE LE NOSTRE PICCOLE SODDISFAZIONI LE ABBIAMO AVUTE.
ECCO QUANTO MI HANNO APPENA SCRITTO SU FACEBOOK, PROPRIO MENTRE TI RISPONDO, GIUSTO PER DARTI UN' IDEA DELLA STIMA CHE ANCORA E’ RIVOLTA AI MALIBRAN:
 "Non solo l'orgoglio del progressive etneo, ma anche una band che ha scritto a lettere di fuoco la storia italiana di questo augusto genere musicale. Onore al nostro amico Giuseppe Scaravilli. Mi piacerebbe che gli amici che amano il Prog si rendessero conto lucidamente della grande lezione di classe artistica che è provenuta da voi. Vi considero una delle migliori band di new-progressive a livello europeo. Un abbraccio e molti auguri per il futuro. Non ho dubbi, carissimo, che la vostra musica sarà considerata come una pietra miliare del neo-progressive italiano, e non solo. Chiunque ami questo genere musicale, come me, o ne scriva, come me, non può non apprezzarvi. Non dubito che saprai fornirci ancora prove del tuo invidiabile talento”.
AD OGNI MODO IL ROCK PROGRESSIVO E’ ANCORA MOLTO AMATO. ALTRIMENTI NON SI SPIEGHEREBBE L'ESISTENZA DI TANTI GRUPPI E DI TANTI APPASSIONATI IN TUTTO IL MONDO. ANCHE SE GLI ANNI '70 SONO STATI CERTAMENTE I MIGLIORI PER IL PROG, IN MOLTI HANNO SENTENZIATO A SUO TEMPO CHE SI TRATTASSE DI UN GENERE ORMAI DATATO, RELEGATO A QUEGLI ANNI. MA ALLORA PERCHE' PER IL BLUES, IL JAZZ O IL REGGAE NON E' COSI'? SONO GENERI MUSICALI NATI ANCORA PRIMA DEL FENOMENO "PROGRESSIVE". E VANNO AVANTI ANCORA OGGI. GIUSTAMENTE. I MALIBRAN SONO DEFINITI COME PARTE DEL "NEO PROG" ITALIANO, MA E' SEMPRE QUEL MODO DI FARE MUSICA, CON TUTTE LE SUE DIVERSE SFACCETTATURE. NEL '77 E DINTORNI TUTTI I CRITICI, PRESI DALLA NOVITA' DEL PUNK, STABILIRONO CHE I GRANDI GRUPPI COME GENESIS, PINK FLOYD O LED ZEPPELIN ERANO FINITI. MA ERANO QUESTI I GRUPPI CHE RIEMPIVANO GLI STADI, E CHE VENDEVANO DISCHI A TONNELLATE. NON I SEX PISTOLS. ORA QUESTI "CRITICI" STANNO CERCANDO UN POSTO DOVE ANDARE A NASCONDERSI. MENTRE QUEI GRANDI NOMI, TIPO I PINK FLOYD, CHE BISTRATTAVANO TANTO, SONO DIVENTATI LA MUSICA "CLASSICA" DEL '900!
Tra l'altro proprio il rock progressivo italiano è riconosciuto e stimato in tutto il mondo come una delle scene musicali più significative di sempre. Quali band italiane consiglieresti a chi si vuole accostare per la prima volta al genere? Quali sono quelle che più ti hanno influenzato?
 E' VERO. L'UNICO GRUPPO ROCK ITALIANO AD AVER AVUTO SUCCESSO ALL'ESTERO, E NEGLI USA, E' STATA LA PFM: ED ERA UN GRUPPO PROGRESSIVE. POI MAI PIU' NESSUNO, SE NON CANTANTI (NON GRUPPI). A ME PIACCIONO APPUNTO PFM, BANCO DEL MUTUO SOCCORSO (ABBIAMO SUONATO E CENATO CON LORO A BELPASSO NEL '99), LE ORME, IL BIGLIETTO PER L'INFERNO, LA LOCANDA DELLE FATE...ABBIAMO SUONATO ANCHE CON GLI OSANNA, MA DI LORO MI PIACE SOLO QUALCOSA...IMMAGINO CHE UN PO' TUTTI CI ABBIANO INFLUENZATO. ALMENO UN PO'. MA LA MUSICA DEI MALIBRAN SUONA COMUNQUE COME LA MUSICA DEI MALIBRAN, SECONDO ME. IO ASCOLTO DI PIU' IL PROG INGLESE, TIPO GENESIS, KING CRIMSON E VAN DER GRAAF GENERATOR.  
HO CONOSCIUTO ANCHE LE ORME E LINO VAIRETTI, DI OSANNA E CITTA’ FRONTALE. CON OSANNA E BALLETTO DI BRONZO ABBIAMO SUONATO INSIEME, MA NON SIAMO STATI INFLUENZATI DALLA LORO MUSICA. UN PEZZO DEL BIGLIETTO PER L'INFERNO, PIUTTOSTO, HA ISPIRATO UN PO' LA NOSTRA "NUOVO REGNO", DAL TERZO DISCO. MA SOLO PER I TESTI, NON PER LA MUSICA.
 RIGUARDO ANCORA AGLI OSANNA, HO PARLATO A LUNGO ANCHE CON IL LORO LEADER, DI ALLORA E DI OGGI, QUANDO ABBIAMO SUONATO INSIEME NEL 1994: LORO HANNO SUONATO COI GENESIS NEL 1972 IN ITALIA, E NON E' ESCLUSO CHE PETER GABRIEL SI SIA ISPIRATO AL LORO MODO DI TRUCCARSI IN SCENA, PER FARE LO STESSO POCHI MESI DOPO. ESISTONO LE FOTO CHE VAIRETTI HA SCATTATO A GABRIEL NEL ’72 SULLA SPIAGGIA DI VIAREGGIO. PETER ERA CON LA MOGLIE, ED ERA IL LORO PRIMO ANNO IN TOUR NEL NOSTRO PAESE. COME GENTLE GIANT E VAN DER GRAAF, ANCHE I GENESIS EBBERO SUCCESSO PRIMA DA NOI CHE IN PATRIA, IN INGHILTERRA, DOVE ERANO ANCORA POCO CONSIDERATI. CREDO COMUNQUE CHE NEL NOSTRO DNA CI SIANO DI PIU’ I GRUPPI PROG INGLESI DEGLI ANNI ’70. ANCHE SE QUELLI ITALIANI, COME BANCO, PFM E ORME, NON ERANO AFFATTO INFERIORI, COME HA SEMPRE DETTO DAVID JACKSON DEI VAN DER GRAAF GENERATOR.
E’ STATO NEL 2006 IN PUGLIA, AL FESTIVAL DI ANDRIA, CHE ABBIAMO SUONATO SUBITO PRIMA DEL BALLETTO DI BRONZO, ANCHE LORO UN MITO DEL PROG ITALIANO ANNI '70. MI PIACEVA IL LORO NOME, DECENNI FA, PRIMA ANCORA DI CONOSCERLI! MA NON MI FANNO IMPAZZIRE, AD ESSERE SINCERO: QUESTIONE DI GUSTI. GIANNI LEONE ERA COMUNQUE UN PERSONAGGIO, PRATICAMENTE SENZA ETA’.
RIMANENDO IN TEMA DI PROG ITALIANO UN PO' "OSCURO", COME IL BALLETTO, IO PREFERIVO I METAMORFOSI, CHE AD ANDRIA SUONAVANO IL GIORNO PRIMA DI NOI. E IL GIORNO DOPO CI SAREBBE STATO IL BANCO DEL MUTUO SOCCORSO.
A PROPOSITO DEL BIGLIETTO PER L'INFERNO, E' SURREALE, MA IL LORO CANTANTE-FLAUTISTA, CLAUDIO CANALI, CHE SUL PALCO ERA UN PAZZO, E' POI DIVENTATO UN SERENO FRATE CON LA BARBA BIANCA.SEMPRE RIGUARDO A CLAUDIO CANALI, C'E' UN ANEDDOTO DIVERTENTE: LUI SI ERA ADDORMENTATO IN MACCHINA, MENTRE GUIDAVA UN ALTRO DEL GRUPPO. QUANDO SI E' SVEGLIATO, E HA VISTO CHE L'ALTRO STAVA TRANQUILLAMENTE DORMENDO AL VOLANTE, SI E' SPAVENTATO A MORTE E HA COMINCIATO A SCUOTERLO, URLANDOGLI DI SVEGLIARSI: NON SI ERA ACCORTO CHE ERANO IN MACCHINA, MA DEPOSITATI SU UN CARRO ATTREZZI CHE LI AVEVA PRELEVATI PER QUALCHE GUASTO CHE AVEVANO AVUTO PER STRADA!
 MI PIACEVANO ANCHE LA LOCANDA DELLE FATE, GLI AREA, QUELLA VECCHIA LOCANDA. DEI PIEROT LUNAIRE CONOSCO ARTURO STALTERI, CHE OGGI TRASMETTE MUSICA CLASSICA ALLA RADIO, SU RAI 3. MA AMA ANCORA IL PROGRESSIVE, I JETHRO TULL, HA VISTO I VAN DER GRAAF NEI PRIMI ANNI ’70. E MI HA DETTO DI RECENTE CHE GLI PIACCIONO ANCHE I MALIBRAN. DEL MUSEO ROSENBACH UNA VOLTA, NEL1997, ABBIAMO ANCHE SUONATO L'INIZIO DEL LORO "ZARATUSTRA", CON UNA FORMAZIONE RIDOTTA: LA PRIMA VOLTA IN CUI HO SUONATO IL BASSO DAL VIVO (INVECE CHE LA CHITARRA). CERTO, UN TEMPO NON AVREI MAI PENSATO DI SUONARE CON ALCUNI DI QUESTI GRUPPI...E CON IL NOME "MALIBRAN" SCRITTO GRANDE QUANTO IL LORO SUI MANIFESTI. O DI AVERE FRANCESCO DI GIACOMO E VITTORIO NOCENZI DEL BANCO IN MACCHINA, E VEDERE QUEST’ULTIMO,  TASTIERISTA GRANDIOSO, GODERE DIETRO AL PALCO MENTRE NOI SUONAVAMO LA SEZIONE FINALE DI “ON THE LIGHTWAVES”… PER POI ANDARE A CENARE INSIEME..
Parliamo del vostro grande ritorno di venerdì 24 gennaio all'Eight Horses: innanzitutto, è da rimarcare l'assenza dello storico bassista Angelo Messina. Qualche giorno prima del concerto avevi reso noto sul tuo profilo Facebook che Messina non avrebbe preso parte alla reunion dei Malibran, e che anzi ha minacciato di ricorrere alle vie legali per via dell'utilizzo del nome "Malibran". Ci racconti precisamente cosa è successo?
ANGELO SI E' SEMPRE IMPEGNATO PER IL GRUPPO, PER LE PROVE, ED HA FATTO PARTE DELLA PARTE MIGLIORE DELLA NOSTRA CARRIERA. PERO', SENZA SUA COLPA, NON ASCOLTA PROG...IO, ALESSIO E JERRY CI SIAMO SEMPRE TROVATI MEGLIO FRA NOI. ORA LUI NON VUOLE CHE SI USI IL NOME MALIBRAN, MA NATURALMENTE QUESTA E' UNA FOLLIA, PERCHE' L'IDEA DEL NOME E’ MIA. E SOPRATTUTTO, SONO IO QUELLO CHE HA FATTO FARE AI MALIBRAN TUTTO QUELLO CHE HANNO FATTO, SEMPLICEMENTE: OGNI PROVA, DISCO, BOOKLET, CONCERTO...PER NON PARLARE DELLE LOCANDINE ATTACCATE IN GIRO PER 20 ANNI, E DI TUTTO QUELLO CHE C'E SU DI NOI SUL WEB, IL PROFILO FB, YOU TUBE...LE APPARIZIONI RADIO E TV...E ANCHE TUTTO IL LAVORO CHE HO FATTO PER TUTTO QUELLO CHE POI NON E' ANDATO IN PORTO!
LUI ARRANGIAVA LE SUE PARTI DI BASSO, ED HA FATTO UN BUON LAVORO. MA NON HA COMPOSTO I PEZZI. ERO IO A SPIEGARGLI GLI ACCORDI. O GLI "OBBLIGATI", NOTA PER NOTA. QUINDI ORA DOVREBBE RINGRAZIARMI, E NON MINACCIARE “AZIONI LEGALI”. NEANCHE FOSSIMO I PINK FLOYD, CON ROGER WATERS CONTRO GLI ALTRI. INOLTRE E' STATA UNA SCELTA OBBLIGATA. AL MOMENTO SONO SULLA SEDIA A ROTELLE, ANCHE SE STO LAVORANDO PER NON RIMANERCI. SONO STATO UN MESE IN COMA E UN ANNO IN OSPEDALE. ANCHE LE MIE MANI ERANO BLOCCATE. POI SONO RIUSCITO A RIPRENDERE A SUONARE, ED ESSENDO ANCHE BASSISTA, SONO PASSATO DALLA CHITARRA AL BASSO, PERCHE’ CON IL GRUPPO MI VENIVA PIU’ FACILE SUONARE QUESTO STRUMENTO. MA ERA SOLO TERAPIA FISICA E MORALE, NON PENSAVAMO DI RICOMINCIARE DAVVERO. I MALIBRAN VERI E PROPRI AVEVANO CHIUSO GIA' 2 ANNI PRIMA CHE IO STESSI MALE, ANCHE SE ANGELO NON SE NE E’ RESO CONTO. E POI ORA SIAMO I “MALIBRAN ENSAMBLE”, NON I MALIBRAN. UNA SEMPLICE PAROLA CAMBIA TUTTO. NELLE SUE COSE SOLISTE NON FA PROG. ED E' ANCHE PIU' BRAVO CHE CON NOI. I DISCHI E I 20 ANNI PASSATI INSIEME IN OGNI CASO NON LI TOCCA NESSUNO, E SONO DOCUMENTATI SU DISCHI E FILMATI, PRESENTI ANCHE SU YOU TUBE.
Quest'evento negativo non ha comunque scalfito la vostra prestazione nella serata della reunion, da cui hai annunciato che verrà pubblicato un live album. A cosa è dovuta questa scelta?
IN REALTA’ IO NON HO MAI ANNUNCIATO QUESTA PUBBLICAZIONE: E' SOLO UN CD PER ME E PER IL NOSTRO BLOG: BASTA CERCARE MALIBRAN BLOG, APPUNTO. ALTRI CD LIVE (E IL DVD) LI ABBIAMO GIA’ FATTI, UFFICIALMENTE. MA PER CHI VORRA', SU YOU TUBE, CERCANDO "MALIBRAN 2014" SI POSSONO ASCOLTARE 4 BRANI DI QUEL CONCERTO. LO SI PUO’ ANCHE SCARICARE PER INTERO DAL BLOG “GENESISMARILLION”. ADESSO NON MI E’ PIU’ POSSIBILE, INVECE, AGGIORNARE IL SITO UFFICIALE.
QUELLA CHE DOVREBBE USCIRE QUEST'ANNO, INTANTO, E' LA RISTAMPA DEL NOSTRO SECONDO DISCO, "LE PORTE DEL SILENZIO", CON UN MISSAGGIO DIVERSO E ALCUNI BRANI LIVE IN PIU'.SPERO CHE ANCHE "STRANIERO", UNA CORPOSA RACCOLTA DI INEDITI, RARITA' E COVER, DAL 2001 AL 2011, VENGA PUBBLICATA: HO SPEDITO QUESTO CD A 2 ETICHETTE DEL NORD ITALIA CHE CI APPREZZANO MOLTO, E MAGARI PRESTO O TARDI USCIRA’.
IL CONCERTO AL PUB IN EFFETTI E' STATO UN SUCCESSONE: ERA STRAPIENO, NONOSTANTE IL TEMPO BRUTTO, E SIAMO STATI MOLTO APPREZZATI. IN TANTI VOLEVANO RIVEDERE SIA IL GRUPPO CHE IL SOTTOSCRITTO, DOPO ANNI. REPLICHEREMO COMUNQUE NELLO STESSO LOCALE IL 4 APRILE ED IL 9 LUGLIO.
 PROPRIO QUELLA SERA AL PUB MI HANNO DETTO CHE AVEVAMO LO STESSO SUONO DI PRIMA. ANCHE SE NON CI SONO PIU' LA MIA VOCE, LA MIA CHITARRA ED IL MIO FLAUTO. IN COMPENSO, PERO’, ABBIAMO DI NUOVO LE TASTIERE. HO DOVUTO ARRANGIARE I BRANI IN MODO CHE FUNZIONAASSERO COMUNQUE, ANCHE IN VERSIONE PIU’ BREVE, E SOLO STRUMENTALE. EBBENE, ALCUNI PEZZI SONO RISULTATI ANCHE PIU’ EFFICACI DI PRIMA!
PER QUANTO MI RIGUARDA, SONO ANCORA SCOSSO PER LA IMPROVVISA SCOMPARSA DI FRANCESCO DI GIACOMO DEL BANCO. NEL 1999 HO ORGANIZZATO IL CONCERTO DEI MALIBRAN A BELPASSO, INSIEME A LORO: IL PIU' FAMOSO GRUPPO PROGRESSIVE ANNI '70, INSIEME ALLA PFM. AVREMMO DOVUTO SUONARE SOLO NOI, IN PIAZZA, AVENDO PIU' TEMPO. E PRENDENDO ANCHE PIU' SOLDI. MA HO AVUTO QUESTA POSSIBILITA', DI SUONARE PRIMA DI UN GROSSO NOME, E HO SCELTO SUBITO IL BANCO DEL MUTUO SOCCORSO. ANCHE PERCHE’ AVEVO GIA’ DEI CONTATTI, ED IL GENERE MUSICALE ERA LO STESSO.
IO LI ASCOLTAVO FIN DALL'ADOLESCENZA. E MI SONO RITROVATO AD ANDARE A PRENDERLI ALL'AEREOPORTO, A PORTARLI IN ALBERGO...A PARLARE CON FRANCESCO E VITTORIO. PERSONE DAVVERO SPECIALI, NON SOLO GRANDI ARTISTI. E ASSOLUTAMENTE “ALLA MANO”, COME SI DICE.  
NEL 1991 FU PROPRIO FRANCESCO A DIRMI CHE MARIA MALIBRAN, LA CANTANTE LIRICA DEL 1800, DALLA QUALE ABBIAMO PRESO IL NOME, ERA MORTA CADENDO DA CAVALLO. E AVEVA AGGIUNTO, IRONICO COME SEMPRE, IN ROMANESCO "AH, SE ALLORA CE FOSSERO STATI I TAXI...".
HO PARLATO CON LUI ANCHE NEL 2006, PRIMA DI UN LORO CONCERTO IN CALABRIA. E GLI HO CONSEGNATO UNA MIA VERSIONE DEL LORO BRANO “CANTO DI PRIMAVERA”, DEL 1979.A BELPASSO L'HO PORTATO ALL'EX CLUB 84, PERCHE' VOLEVA PRENDERE DEI DOLCI TIPICI...
E INTANTO MI RACCONTAVA DI AVER CONOSCIUTO UN "CERTO" RICHIE BLACKMORE IN UN LOCALE, IN GERMANIA. ERANO LI' ENTRAMBI A SUONARE, PRIMA ANCORA DELLA FORMAZIONE DEI DEEP PURPLE E DEL BANCO. HO VISTO CHE TRASCINAVA UN PO’ UN PIEDE, COSA CHE SUL PALCO NON SI NOTAVA.
MI DICEVA DI SUO SUOCERO, CHE NON CREDEVA POTESSE VIVERE DI MUSICA. ANCHE DOPO I PRIMI LORO DUE DISCHI, CHE OGGI SONO LEGGENDA, ANCORA GLI CHIEDEVA: "SI, VABBE', CANTI, MA DI MESTIERE, DAVVERO, CHE FAI?"
NEL 1997 AVEVO PARLATO DI PIU' CON RODOLFO MALTESE, IL LORO CHITARRISTA, QUANDO ERANO VENUTI A SUONARE ALLE CIMINIERE DI CATANIA. HO RICEVUTO ANCHE DEI SUOI AUGURI DI NATALE VIA SMS. PRIMA DEL CONCERTO MI HA DETTO CHE AVEVANO SUONATO PROPRIO AL TEATRO “MALIBRAN” DI VENEZIA. E SI E’ SORPRESO UN PO’ QUANDO GLI HO RISPOSTO CHE ERA STATO NEL 1975. DUE ANNI DOPO, ALL’AEREOPORTO, MI HA RICONOSCIUTO SUBITO, FACENDO UN BEL SORRISO. E’ CON IL BANCO DAL 1973.
NEL 2010 LORO HANNO OSPITATO JOHN WETTON (EX KING CRIMSON) AL PROG EXHIBITION DI ROMA. CON LUI HANNO FATTO "STARLESS" DEI CRIMSON, E "NON MI ROMPETE", DEL BANCO STESSO.
PER QUEST'ULTIMO PEZZO, CHE ERA SEMPRE L'ULTIMO BIS, A BELPASSO RODOLFO MALTESE AVEVA DIMENTICATO IL CAPOTASTO DELLA CHITARRA...ED E' STATO IL NOSTRO JERRY A PRESTARGLI IL SUO! MENTRE IO HO SUONATO LA CHITARRA PROPRIO CON L'AMPLIFICATORE DI RODOLFO, IN QUELLA OCCASIONE. POI SIAMO ANDATI TUTTI PROPRIO ALL’EIGHT HORSES, PER MANGIARE QUALCOSA.
NEL 2004 AVREMMO DOVUTO SUONARE COI FIABA ANCHE PRIMA DELLA PFM, A CATANIA, ALLA VILLA BELLINI. MA PROPRIO QUELLA DATA SALTO'. ABBIAMO PARLATO DI SUONARE INSIEME ALTRE VOLTE, CON FRANZ DI CIOCCIO E IAIA DE CAPITANI, CHE SI OCCUPA DELLA PFM...MA LA COSA NON SI E' POTUTA FARE.
 All'Eight Horses vi siete presentati con una formazione un po' diversa dal solito, con te al basso, un nuovo tastierista e con un assetto strumentale data la mancanza di un vocalist. Continuerete con questa formazione anche nelle prossime date? Cosa puoi annunciare dell'immediato futuro dei Malibran ensemble?
 I CAMBIAMENTI NELLA FORMAZIONE SONO DOVUTI AD EVENTI IMPREVISTI, PERCHE’ SONO STATO MOLTO MALE, COME DETTO. E QUANDO MI SONO RIPRESO, MI ERA PIU’ FACILE SUONARE IL BASSO CHE LA CHITARRA. NIENTE VOCE E FLAUTO, PURTROPPO. ALMENO PER IL MOMENTO.
DUNQUE HO SCELTO E RI-ARRANGIATO I PEZZI PROPRIO PER VENIRE INCONTRO ALLE MIE ESIGENZE E ALLE MIE POSSIBILITA’ ATTUALI, AI MIEI LIMITI, RISPETTO A DUE ANNI FA. MA ANCHE IN MODO CHE VENISSE FUORI UNA SCALETTA PIACEVOLE, SEMPRE CON IL "SOUND" CARATTERISTICO DEI MALIBRAN. BISOGNAVA RIEMPIRE GLI SPAZI, SPECIE DURANTE GLI "ASSOLO" DI JERRY, PERCHE' MANCAVA LA MIA CHITARRA: E COSI' ABBIAMO INSERITO UN TASTIERISTA. NON BENNY, CHE E' STATO CON NOI DAL 1988 AL 2001, MA ALBERTO, FRATELLO DI JERRY: COSI' OGGI SIAMO DUE COPPIE DI FRATELLI!
PROGETTI PER IL MOMENTO NON MI SENTO DI FARNE. CONTO DI RIMETTERMI IN PIEDI, PRIMA O POI, E PER QUESTO FACCIO RIABILITAZIONE IN PALESTRA. MA SUONARE SOLO PEZZZI STRUMENTALI MI PIACE. FINCHE' NON SARO' PIU' AUTONOMO, FAREMO SOLO CONCERTI SPORADICI NEI PUB DELLA ZONA. DEL RESTO, IN 25 ANNI, ABBIAMO “GIA' DATO”. E CI SIAMO PRESI LE NOSTRE SODDISFAZIONI. PER MOLTI SIAMO TRA I GRUPPI PIU' IMPORTANTI DEL PROG ITALIANO, E NON SOLO: DAVVERO, NON AVREI POTUTO CHIEDERE DI PIU', QUANDO ABBAMO COMINCIATO!
"C'è un tema ricorrente nei testi dei Malibran? A cosa ti sei ispirato, nel corso degli anni, per comporli?"  
UN TEMA RICORRENTE VERO E PROPRIO NON CREDO CI SIA, NELLA NOSTRA PRODUZIONE IN GENERALE. MA C'E', A VOLTE, IN SINGOLI DISCHI. COSI', IN "THE WOOD OF TALES", LA FORESTA DELLE FIABE, PARLO DI QUESTO ALBERO CHE SI TRASFORMA IN UOMO: HA UN' INCONTRO CON UNA FIGURA FEMMINILE INCANTATA, MA QUANDO LA SFIORA, LEI SCOMPARE E LUI TORNA ALBERO. QUESTO E' IL MOMENTO RITRATTO IN COPERTINA, COI PIEDI DEL PERSONAGGIO CHE GIA' SI TRASFORMANO IN RADICI. E' UN PO' UN "CONCEPT ALBUM", SE VOGLIAMO, DOVE I TESTI DI TUTTI I BRANI SONO LEGATI DA QUESTA STORIA.
INVECE SU "OLTRE L'IGNOTO" PARLO DI VIAGGI PER MARE, DI VASCELLI CHE PARTONO VERSO TERRE SCONOSCIUTE E LONTANE...NATURALMENTE SI TRATTA DI UNA METAFORA, DELLA VOGLIA DI FUGA CHE E' PRESENTE IN TUTTI NOI: FUGGIRE DAL QUOTIDIANO, DALLE ABITUDINI, DALLA PROPRIA TERRA, IN CERCA DI QUALCOSA DI NUOVO. OPPURE DALLE PROPRIE RESPONSABILITA', DALLA NOIA, DA QUALCUNO O QUALCOSA CHE SI VORREBBE...O DA SE STESSI, MAGARI. ASPETTATIVA SOLITAMENTE VELLEITARIA, PERCHE', OVUNQUE SI VADA, CI SI PORTA TUTTO CON SE', DENTRO.
LA SUITE "LE PORTE DEL SILENZIO" ERA INVECE UN VIAGGIO PIU' INTROSPETTIVO. PROBABILMENTE DENTRO ME STESSO. PER LO MENO, IN RIFERIMENTO A QUELLO CHE ERO A QUEI TEMPI, OLTRE 20 ANNI FA. ANCHE SE NON CREDO DI ESSERE CAMBIATO MOLTO...LA SCARSA CAPACITA’ DI MANIFESTARE EMOZIONI, IL TENERSI TUTTO DENTRO: PORTE DEL SILENZIO DA ABBATTERE, ALLA FINE.  
SU "LA CITTA' SUL LAGO" C'E' INVECE QUALCHE RIFERIMENTO ALLA VICENDA DEL RE DETRONIZZATO CHE HO DISEGNATO IN COPERTINA...MA IN QUESTI DISCO HO CREATO SOPRATTUTTO DEI RIMANDI MUSICALI, DEI FRAMMENTI CHE SI RIPETONO VOLUTAMENTE IN PIU' BRANI...FINO ALL'ULTIMO PEZZO, CHE SI INTITOLA, APPUNTO, "RICHIAMI".
IL TEMA RICORRENTE, NEL CASO DEI MIEI TESTI, MAGARI E' SOPRATTUTTO IL FATTO CHE, TENDENZIALMENTE, NON SONO INCLINE A SCRIVERE COSE DEL TIPO "BABE, I LOVE YOU"... DEL RESTO ANCHE LE PAROLE DEVONO ADATTARSI AL GENERE DI MUSICA CHE SI FA...IN OGNI CASO, SONO SEMPRE STATO PIU' INTERESSATO AGLI ARRANGIAMENTI STRUMENTALI, CHE ALLE "LIRICHE"...ANCHE SE QUALCOSA DI BUONO E' VENUTO FUORI, CREDO. SOPRATTUTTO IN BRANI COME “L’INCONTRO”,  "NUOVO REGNO", NELLA STESSA SUITE “LE PORTE DEL SILENZIO”, E IN ALCUNE COSE DI "TRASPARENZE", CHE E' UN LAVORO CHE MI RIGUARDA PIU' DA VICINO...
IN VERITA', ESSENDO PIU' INTERESSATO ALLE PARTI STRUMENTALI, SUI PRIMI DISCHI HO CANTATO QUASI SOLO PER “LEVARMI IL PENSIERO”: OGGI CREDO CHE AVREI POTUTO FARE DI MEGLIO, IN VERITA'. IN QUELLI PIU' RECENTI, ESSENDOMI RESO CONTO CHE L'ASCOLTATORE SEGUE PER PRIMA COSA LA VOCE, L'HO CURATA DI PIU'. L'HO DOPPIATA CANTANDO DUE VOLTE LA STESSA LINEA MELODICA, PER RENDERLA PIU' DENSA E FORTE... AGGIUNGENDO ANCHE LE CONTROVOCI, E STANDO ANCHE PIU' ATTENTO ALL'INTONAZIONE. DAL 1992 NON SCRIVO PIU’ TESTI IN INGLESE. CE NE SONO ALCUNI ANCHE SU “LA CITTA’ SUL LAGO, IL TERZO DISCO: MA SI TRATTAVA DI BRANI RISALENTI APPUNTO A QUELL’ANNO, ANCHE SE PUBBLICATI SOLO NEL 1998.
MA MI HA SEMPRE INTRIGATO DI PIU' SOVRAPPORRE GLI STRUMENTI, REGISTRARE PIU' CHITARRE, ACUSTICHE ED ELETTRICHE, SUI CANALI DESTRO E SINISTRO...CREANDO COME UN SOUND DA 12 CORDE...E LO STESSO CON IL FLAUTO, INCIDENDONE PIU' DI UNO, COI CONTROCANTI...COME FOSSE UN'ORCHESTRINA DI FIATI.TUTTO QUESTO SOPRATTUTTO SU "TRASPARENZE", DOVE HO FATTO LO STESSO CON LE VOCI...E HO SUONATO ANCHE BASSO E TASTIERE...MA QUELLO, COME SI SA, ERA PIU' UN MIO DISCO SOLISTA, CON L'AIUTO DI VALIDI MUSICISTI, INTERNI OD ESTERNI AL GRUPPO...
La domanda di chiusura è: "Ringraziamo Giuseppe per la grande disponibilità, e concludiamo con un saluto e un messaggio ai giovani musicisti belpassesi: qual è il consiglio che daresti a chi sogna di affermarsi con i propri brani ed uscire dalla cerchia ristretta della provincia?"
IN VERITA' NON MI SENTIREI DI DARE CONSIGLI: NON SONO DIVENTATO UN MUSICISTA RICCO E FAMOSO. COERENTE SI, PERO': DUNQUE, POSSO CONSIGLIARE DI FARE MUSICA PROPRIA, E NON SOLO COVER. LE HO FATTE ANCHE IO, E MI SONO DIVERTITO. MA SE CI SI LIMITA A QUESTO SOLTANTO, ANCHE SE LO SI FA BENE, ALLA FINE NON SI LASCIA NIENTE DIETRO DI SE': A RIMANERE POI SARA' SEMPRE E SOLO L'ORIGINALE. POSSO DARE UNO STIMOLO A SUONARE CIO' CHE PIACE DAVVERO, PRIMA DI TUTTO PER  SE STESSI, E NON PER GLI ALTRI. SE SI SEGUE UNA STRADA IN CONTROTENDENZA, ANCHE SE I GUSTI DEI PIU' VANNO (O SONO GUIDATI) DA UN'ALTRA PARTE, RIMARRA' COMUNQUE UNA GRANDE SODDISFAZIONE.E QUESTO NELLA MUSICA COME NELLA VITA. GRAZIE MILLE PER L'ATTENZIONE RIVOLTA AL SOTTOSCRITTO E ALLA BAND!
intervista per il blog "Sciara"

INTERVISTA A GIUSEPPE SCARAVILLI


Partiamo dalle origini: come si sono formati i Malibran?


http://1.bp.blogspot.com/-X43OPQ6mG7s/UzC0YfS-kII/AAAAAAAAADE/oxiSSvDiVX4/s280/Malibran1.jpgI Malibran si sono formati nel 1987. Avevo conosciuto Jerry l'anno prima, ad un festival alla villa di Belpasso, dove ci esibivamo con due gruppi diversi: ci eravamo scambiati i complimenti, e avevamo scoperto di avere gusti musicali in comune. A noi si unì il batterista Alfredo Cassotta, ma solo per qualche prova. Ma già facevamo "Prelude", il pezzo che avrebbe chiuso il primo disco... E tutti i concerti dei successivi 25 anni! Il batterista del periodo '87-88 fu Roberto Anile. Nell'ottobre '88 lo sostituimmo con mio fratello Alessio, che ha registrato su tutti i nostri dischi, ed è ancora con noi. Il nome "Malibran" è quello di una cantante dell'800, che eseguiva opere del nostro Vincenzo Bellini. Ho preso il nome da un'intervista ad Hugo Pratt, l'autore di fumetti, che parlava del cinema "Malibran" di Venezia, dove aveva avuto l'ispirazione per il suo personaggio "Corto Maltese". Maria Malibran aveva vissuto a Venezia, e mi piaceva il suono di quel nome. Dopo un po' di concerti in zona, abbiamo partecipato ad un festival vicino Roma. Uno degli organizzatori aveva anche una nuova casa discografica, rimase molto colpito dal nostro show, e ci fece registrare il primo disco, nell'estate 1989. E da lì si cominciò a fare un po' più sul serio! 

Cosa si respirava nell'aria dell'ambiente musicale belpassese di quegli anni? 

A Belpasso sono esistiti sempre molti gruppi. I più validi di oggi per me sono gli Hypersonic. Comunque noi non abbiamo tanto vissuto l'ambiente belpassese, perché già il primo disco ci ha proiettati in una dimensione nazionale ed internazionale, con recensioni su riviste nazionali, ed altre dal Giappone, e da varie altre parti del mondo... Abbiamo suonato spesso a Belpasso, ma il paese, il comune, non hanno fatto poi tanto per valorizzarci, se posso dirlo, visto tutto quello che stava succedendo coi nostri dischi venduti in tutto il mondo, e i concerti di fronte a migliaia di persone. Abbiamo suonato anche negli USA... Tra l'altro solo io e mio fratello, il batterista, abitiamo a Belpasso. Ma fuori dal centro urbano. E siamo belpassesi solo "di adozione", diciamo così. Ho fatto a Belpasso le scuole medie,  ed è lì che ho conosciuto un po' di cari amici, che non si sono affatto dimenticati di me durante i miei recenti, gravi problemi di salute: sono venuti più volte a trovarmi, prima in ospedale, poi a casa.


http://4.bp.blogspot.com/-1vvwnrozGP4/UzC0ZRyIb_I/AAAAAAAAADM/oiw5G8QPzKM/s280/Malibran2.jpgIn realtà io e mio fratello siamo nati in Lombardia. Quando io avevo otto anni i miei, insegnanti siciliani, hanno ottenuto il trasferimento a Belpasso. Ma noi non sapevamo neanche che esistesse, questa cittadina. Anche se poi ne siamo divenuti parte, naturalmente. Però i primi anni di vita sono importanti, e così io sono rimasto un po' a metà. Non ricordo comunque una vera "scena musicale belpassese", quando abbiamo cominciato noi. Credo ci fossero i Leakers , ed il gruppo di Nuccio Corallo, che porta ancora avanti con dignità le sue cose. E anche il gruppo di un amico a me caro, che oggi porta il nome di Joe Mariani. Ma noi facevamo parte della scena catanese, non di quella belpassese, ed era li che qualcosa stava succedendo davvero, tra fine anni '80 e inizio anni '90. A parte noi, che suoniamo prog, un genere più "di nicchia", c'erano i Denovo dai quali è uscito Mario Venuti, poi i Boppin’ Kids, il gruppo dal quale è uscito Brando, e i Quartered Shadows, da cui è uscito Cesare Basile...
Carmen Consoli veniva a vederci suonare quando aveva 16-17 anni, finché non siamo diventati amici. Io andavo anche a casa sua, a suonare insieme, con le pizze, e a vedere i suoi primi concerti, mentre lei continuava a vedere i nostri. Anche esaltandosi, pur non essendo affatto una fan del progressive. Magari perché i Malibran erano comunque molto rock, e facevano sul serio spettacolo sul palco., divertendosi. Per questo ci hanno paragonati alla PFM degli anni '70. Forse avremmo dovuto essere attivi a quei tempi. Ma, se dopo il primo disco, ce ne hanno fatti fare otto in tutto, più un DVD, e con altri in uscita... Vuol dire che la proposta è piaciuta: sennò, dal punto di vista della discografia, sarebbe finito tutto subito! In un negozio di Genova, con il nostro primo disco in vetrina, tutti ci chiedevano l’autografo. Un tipo lo aveva già a casa, ma ne comprò un’altra copia, pur di averla autografata da noi. Un altro aveva il personaggio della copertina tatuato sul braccio. Stavamo andando al festival di Mondovì, in provincia di Cuneo, era il 1991. 

Un elemento che colpisce, nei Malibran, è la presenza nella vostra discografia di copertine e titoli particolarmente evocativi, penso a “Oltre L’Ignoto”, “Le Porte Del Silenzio”, o allo splendido art work di “The Wood Of Tales”. C'è un tema ricorrente nei vostri testi? A cosa ti sei ispirato, nel corso degli anni, per comporli?


http://2.bp.blogspot.com/-tKoJ3PHido4/UzC0Wj2uekI/AAAAAAAAAC4/GnAJPObv0C8/s280/Malibran-The-wood-of-tales-300x300.jpgUn tema ricorrente vero e proprio non credo ci sia, nella nostra produzione in generale. Ma c'è, a volte, nei singoli dischi. Così, in "The Wood Of Tales", la foresta delle fiabe, parlo di questo albero che si trasforma in uomo: ha un incontro con una figura femminile incantata, ma quando la sfiora, lei scompare e lui torna albero. Questo è il momento ritratto in copertina, coi piedi del personaggio che già si trasformano in radici. è un po' un "concept album", se vogliamo, dove i testi di tutti i brani sono legati a questa storia.

Invece su "Oltre L'Ignoto" parlo di viaggi per mare, di vascelli che partono verso terre sconosciute... Naturalmente si tratta di una metafora, della voglia di fuga che è presente in tutti noi: fuggire dal quotidiano, dalle abitudini, dalla propria terra in cerca di qualcosa di nuovo, oppure dalle proprie responsabilità, dalla noia, da qualcuno o qualcosa che vuoi dimenticare... O da sé stessi, magari. Aspettativa solitamente velleitaria, perché ovunque si vada, ci si porta tutto con sé, dentro.

La suite "Le Porte Del Silenzio" era invece un viaggio più introspettivo, probabilmente dentro me stesso. Per lo meno, in riferimento a quello che ero a quei tempi, oltre venti anni fa. Anche se non credo di essere cambiato molto... La scarsa capacità di manifestare emozioni, il tenersi tutto dentro: porte del silenzio da abbattere, alla fine.

Su "La Città Sul Lago" c'è qualche riferimento alla vicenda del re detronizzato che ho disegnato in copertina, ma in questo disco ho creato soprattutto dei rimandi musicali, dei frammenti che si ripetono volutamente in più brani, fino all'ultimo pezzo, che si intitola, appunto, "Richiami". 

Il tema ricorrente, nel caso dei miei testi, è soprattutto che, tendenzialmente, non sono incline a scrivere cose del tipo "babe, I love you"... Del resto anche le parole devono adattarsi al genere di musica che si fa. In ogni caso, sono sempre stato più interessato agli arrangiamenti strumentali che alle "liriche", anche se qualcosa di buono è venuto fuori, credo. Soprattutto in brani come “L’Incontro”, "Nuovo Regno", nella suite “Le Porte Del Silenzio” e in alcune cose di "Trasparenze", che è un lavoro che mi riguarda più da vicino.  

In verità, essendo più interessato alle parti strumentali, sui primi dischi ho cantato quasi solo per levarmi il pensiero, e avrei potuto fare di meglio, in verità. In quelli più recenti, essendomi reso conto che l'ascoltatore segue per prima cosa la voce, l'ho curata di più e ho fatto sicuramente meglio. L’ho doppiata cantando due volte la stessa linea melodica, per renderla più densa e forte, e aggiungendo anche le controvoci, e stando anche più attento all'intonazione. Dal 1992 non scrivo più testi in inglese. Ce ne sono alcuni anche su “La Città Sul Lago”, il terzo disco: ma si trattava di brani risalenti appunto a quell’anno, anche se pubblicati solo nel 1998. Mi ha sempre intrigato di più sovrapporre gli strumenti, registrare più chitarre, acustiche ed elettriche, sui canali destro e sinistro, creando come un sound da 12 corde, e lo stesso con il flauto, incidendone più di uno, coi controcanti, come fosse un'orchestrina di fiati. Tutto questo soprattutto su "Trasparenze", dove ho fatto lo stesso con le voci e ho suonato anche basso e tastiere. Ma quello, come si sa, era più un mio disco solista, con l'aiuto di validi musicisti, interni od esterni al gruppo. 

Come dicevi il vostro è un genere "di nicchia". Come mai avete deciso di suonare prog? Vi ha mai creato problemi  ai primi tempi la scelta di un genere decisamente anti-commerciale?


http://3.bp.blogspot.com/-bll3V1jZq9U/UzC0bS07v9I/AAAAAAAAADU/EaYzjqJqG1U/s280/Malibran3.jpgNo, è la musica che ascoltavamo, e ci è venuto naturale suonare quel genere musicale. Ma neanche sapevamo che si chiamava "rock progressivo", durante i primi tempi! Insomma, non è stata una scelta consapevole. Io e Jerry abbiamo scoperto di avere questi gusti in comune, quando ci siamo conosciuti, e da lì è nato tutto... Io ascolto e suono anche Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, Free, insomma, hard rock blues anni '70. Però se compongo, per me o per il gruppo, mi vengono fuori sempre cose comunque riconducibili al "prog"… Insomma, non è una cosa studiata a tavolino. 

Il genere non era e non è commerciale, è vero. Almeno per gli altri, o per molti di essi. Ma non ci ha creato problemi, all'inizio, perché eravamo anche molto rock, e facevamo spettacolo sul palco. Ci apprezzava molto, o almeno ci rispettava, anche chi non amava - o non capiva bene - quel genere. Io ricordo solo applausi e congratulazioni... Ed in tanti continuano a sostenere che avremmo meritato di più, ad un certo punto della nostra carriera. Un fan dal Messico mi scriveva che per lui noi eravamo al livello dei Genesis, o comunque dei grandi del passato. Magari esagerava, ma erano in tanti a pensarlo. Un altro estimatore, dal Brasile, mi scriveva di aver comprato sette copie del nostro primo disco, in vinile, perché man mano le rovinava tutte a furia di ascoltarlo! Sempre in Messico un mio amico si è visto proporre il nostro disco d’esordio. Un fan dagli USA mi scriveva di essere rimasto tutto il giorno con il sorriso stampato in faccia, solo perché avevo risposto io personalmente ad una sua mail: non se lo aspettava! Un altro, dal Giappone, mi diceva di aver appena visto un disco nostro (che già aveva) in un negozio di Tokyo. In America abbiamo venduto tutti i cd che avevamo con noi, mentre suonavamo. Lì abbiamo chiacchierato con Leonardo Pavcovick, seduti sull’erba, mentre suonavano gli altri gruppi, di giorno. Lui due anni dopo avrebbe portato la PFM in Giappone, per relativo cd e dvd: alla fine del concerto si può sentire Di Cioccio che lo ringrazia al microfono. All’inizio del cd la PFM suona un pezzo con la voce di Peter Hammill, prima che questi ricostituisse i Van Der Graaf Generator. Io questi ultimi li ho visti due volte. I Jethro Tull otto volte! Alla convention di Novi Ligure 2006, dedicata a loro, ho suonato prima di Ian Anderson e degli ex-Tull Clive Bunker e Glenn Cornick. Con quest’ultimo ho parlato un po’: una cosa impensabile, ripensando a quando ascoltavo in cuffia il suo lavoro incredibile su “Benefit”, del 1970. È suo anche il basso sulla famosissima “Bouree”, assolo compreso. In diffusione a Novi Ligure si ascoltava la nostra versione di questo pezzo, che anche Ian Anderson ha ascoltato, essendo stata messa in apertura del cd italiano di tributo ai Jethro Tull, che lui ha apprezzato. Ci suonano anche Bunker, Cornick e John Evan. Direi quindi che le nostre piccole soddisfazioni le abbiamo avute. 

Ecco quanto mi hanno appena scritto su Facebook, per darti un' idea: "Non solo l'orgoglio del progressive etneo, ma anche una band che ha scritto a lettere di fuoco la storia italiana di questo augusto genere musicale. onore al nostro amico Giuseppe Scaravilli. Giuseppe, mi piacerebbe che gli amici che amano il prog si rendessero conto lucidamente della grande lezione di classe artistica che è provenuta da voi. Vi considero una delle migliori band di new-progressive a livello europeo. Un abbraccio e molti auguri per il futuro. Non ho dubbi, carissimo, che la vostra musica sarà considerata come una pietra miliare del neo-progressive italiano e non solo. Chiunque ami questo genere musicale, come me, o ne scriva, come me, non può non apprezzarvi. Non dubito che saprai fornirci ancora prove del tuo invidiabile talento.

E tutto questo è molto bello, dopo venticinque anni.

Pensi che oggi il prog abbia ancora tanto da dire? 

Penso di si, altrimenti non si spiegherebbe l'esistenza di tanti gruppi e di tanti appassionati nel mondo. Anche se gli anni '70 sono stati certamente gli anni d'oro del prog, in molti hanno sentenziato a suo tempo che si trattasse di un genere ormai datato, relegato a quegli anni. Ma allora perché per il blues, il jazz o il reggae non è così? Sono generi musicali nati ancora prima del fenomeno "progressive". E vanno avanti ancora oggi, giustamente. I Malibran sono definiti come parte del "neo prog" italiano, ma è sempre quel modo di fare musica, con tutte le sue diverse sfaccettature. Nel '77 e dintorni tutti i critici, presi dalla novità del punk, stabilirono che i grandi gruppi come Genesis, Pink Floyd o Led Zeppelin erano finiti. Ma erano questi i gruppi che riempivano gli stadi, e che vendevano dischi a tonnellate, non i Sex Pistols. Ora questi "critici" stanno cercando ancora un posto dove andare a nascondersi, mentre quei grandi nomi, che bistrattavano tanto, sono diventati la musica "classica" del '900. 

Tra l'altro proprio il rock progressivo italiano è riconosciuto e stimato in tutto il mondo come una delle scene musicali più significative di sempre. Quali band italiane consiglieresti a chi si vuole accostare per la prima volta al genere? Quali sono quelle che più ti hanno influenzato? 

È vero. L'unico gruppo rock italiano ad aver avuto successo all'estero, e negli USA, è stata la PFM, cioè un gruppo progressive. Poi mai più nessuno, se non cantanti (ma non gruppi). Mi piacciono appunto PFM, poi Banco del Mutuo Soccorso (abbiamo suonato e cenato con loro a Belpasso nel '99), Le Orme, Il Biglietto Per L'Inferno,  La Locanda Delle Fate... Abbiamo suonato anche con gli Osanna, ma di loro mi piace solo qualcosa. Immagino che un po' tutti ci abbiano influenzato almeno un po', anche se ascolto di più il prog inglese, tipo Genesis, King Crimson e Van Der Graaf Generator.

Ho conosciuto Le Orme, prima di un loro concerto, ma non suonavamo insieme. Un pezzo del Biglietto Per L'Inferno ha ispirato un po' la nostra "Nuovo Regno”, dal terzo disco Malibran, ma solo per i testi, non per la musica. A proposito del Biglietto Per L'Inferno: è surreale, ma il loro cantante-flautista, Claudio Canali, che sul palco era un pazzo, è poi diventato un sereno frate con la barba bianca! Riguardo agli Osanna, ho parlato a lungo anche con il loro leader, di allora e di oggi, quando abbiamo suonato insieme nel 1994: hanno suonato coi Genesis nel 1972 in Italia, e non è escluso che Peter Gabriel si sia ispirato al loro modo di truccarsi in scena, per fare lo stesso pochi mesi dopo. Come Gentle Giant e Van Der Graaf, anche i Genesis ebbero successo prima da noi che in patria, in Inghilterra, dove erano ancora poco considerati. Credo comunque che nel nostro DNA ci siano di più i gruppi prog inglesi degli anni ’70, anche se quelli italiani, come Banco, PFM e Orme, non erano affatto inferiori, come ha sempre detto David Jackson dei Van Der Graaf. Nel 2006 in puglia, al festival di Andria, abbiamo suonato subito prima del Balletto Di Bronzo, anche loro un mito del prog italiano anni '70. Mi piaceva il loro nome, decenni fa, prima ancora di conoscerli, ma non mi fanno impazzire. Rimanendo in tema di prog italiano un po' "oscuro", come il Balletto, preferivo i Metamorfosi, che ad Andria suonavano il giorno prima di noi, e il giorno dopo ci sarebbe stato di nuovo il Banco.


A proposito di Claudio Canali, c'è un aneddoto divertente: si era addormentato in macchina, mentre guidava un altro del gruppo. Quando si è svegliato, e ha visto che l'altro stava tranquillamente dormendo al volante, si è spaventato a morte e ha cominciato a scuoterlo, urlandogli di svegliarsi: non si era accorto che erano si in macchina, ma su un carro attrezzi che li aveva prelevati per qualche guasto che avevano avuto per strada!

Mi piacevano anche La Locanda Delle Fate, gli Area, Quella Vecchia Locanda. Dei Pierot Lunaire conosco Arturo Stalteri, che oggi trasmette musica classica su RadioTre, ma ama ancora il progressive, i Jethro Tull, e mi ha detto di recente che gli piacciono anche i Malibran. Del Museo Rosenbach una volta, nel1997, abbiamo anche suonato l'inizio del loro "Zarathustra", con una formazione ridotta: la prima volta in cui ho suonato il basso dal vivo (invece che la chitarra). Certo, un tempo non avrei mai pensato di suonare con alcuni di questi gruppi, e con il nome "Malibran" scritto grande quanto il loro sui manifesti.


Proprio da qualche giorno il mondo del prog e della musica italiana è stato sconvolto dalla scomparsa di Francesco Di Giacomo, voce storica del Banco Del Mutuo Soccorso. Come abbiamo già detto, nel ’99 avete aperto per loro un concerto a Belpasso. Cosa puoi dirci dei vostri rapporti con questo grandissimo artista?


Per quanto mi riguarda, sono ancora scosso per la improvvisa scomparsa di Francesco Di Giacomo del Banco. Nel 1999 ho organizzato il concerto dei Malibran a Belpasso, insieme a loro: il più famoso gruppo progressive anni '70, insieme alla PFM. Avremmo dovuto suonare solo noi, in piazza, avendo più tempo, e prendendo anche più soldi. Ma ho avuto la possibilità di suonare prima di un grosso nome, e ho scelto subito il Banco Del Mutuo Soccorso, anche perché avevo già dei contatti, ed il genere musicale era lo stesso.


Io li ascoltavo fin dall'adolescenza, e mi sono ritrovato ad andare a prenderli all'aeroporto, a portarli in albergo, a parlare con Francesco e Vittorio (Nocenzi, tastierista e compositore della band, nda). Persone davvero speciali, non solo grandi artisti, e assolutamente “alla mano”, come si dice. Nel 1991 fu proprio Francesco a dirmi che Maria Malibran, la cantante lirica dell’800, dalla quale abbiamo preso il nome, era morta cadendo da cavallo, e aveva aggiunto, ironico come sempre, in romanesco: "Ah, se allora ce fossero stati i taxi...". Ho parlato con lui anche nel 2006, prima di un loro concerto in Calabria, e gli ho consegnato una mia versione del loro brano “Canto Di Primavera” del 1979. A Belpasso lo portai all'ex Club 84, perché voleva prendere dei dolci tipici, e intanto mi raccontava di aver conosciuto un "certo" Ritchie Blackmore (chitarrista dei Deep Purple, nda) in un locale, in Germania. Erano lì entrambi a suonare, prima ancora della formazione dei Deep Purple e del Banco. Ho visto che trascinava un po’ un piede, cosa che sul palco non si notava. Mi diceva che suo suocero non credeva potesse vivere di musica. Anche dopo i primi loro due dischi, che oggi sono leggenda, ancora gli chiedeva: "Sì, vabbè, canti, ma di mestiere, davvero, che fai?".


Nel 1997 avevo parlato di più con Rodolfo Maltese, il loro chitarrista, quando erano venuti a suonare alle Ciminiere, a Catania. Ho ricevuto anche dei suoi auguri di Natale via sms. Prima del concerto mi ha detto che avevano suonato proprio al teatro “Malibran” di Venezia, e si è sorpreso un po’ quando proprio io gli ho risposto che era stato nel 1975. Due anni dopo, all’aeroporto, mi ha riconosciuto subito, facendo un bel sorriso. Lui è con il Banco dal 1973. Nel 2010 loro hanno ospitato John Wetton (ex King Crimson) al Prog Exhibition di Roma. Con lui hanno fatto "Starless" dei Crimson e "Non Mi Rompete", del Banco stesso. Per quest'ultimo pezzo, che era sempre l'ultimo bis, a Belpasso Maltese aveva dimenticato il capotasto della chitarra ed è stato il nostro Jerry a prestarglielo! In quell’occasione, io ho suonato la chitarra proprio con l'amplificatore di Rodolfo. Poi siamo andati tutti proprio all’Eight Horses, per mangiare qualcosa. Nel 2004 avremmo dovuto suonare coi Fiaba anche prima della PFM, a Catania, alla Villa Bellini, ma proprio quella data saltò. Abbiamo parlato di suonare insieme altre volte, con Franz Di Cioccio e Iaia De Capitani, (rispettivamente batterista/cantante e manager della PFM, nda)... Ma la cosa non si è potuta fare. 

Parliamo adesso del vostro grande ritorno di venerdì 24 gennaio all'Eight Horses: innanzitutto, è da rimarcare l'assenza dello storico bassista Angelo Messina. Qualche giorno prima del concerto avevi reso noto sul tuo profilo Facebook che Messina non avrebbe preso parte alla reunion dei Malibran, e che anzi ha minacciato di ricorrere alle vie legali per via dell'utilizzo del nome "Malibran". Ci racconti precisamente cosa è successo?

Angelo si è sempre impegnato per il gruppo, per le prove, ed ha fatto parte della parte migliore della nostra carriera. Però, senza sua colpa, non ascolta prog, ed io, Alessio e Jerry ci siamo sempre trovati meglio fra noi. Lui non vuole che si usi il nome Malibran se non c'è anche lui, ma è una follia, perché l'idea del nome è mia, e soprattutto sono io quello che ha fatto fare ai Malibran tutto quello che hanno fatto, ogni prova, disco, booklet, concerto, per non parlare delle locandine attaccate in giro per 20 anni, e di tutto quello che c'è su di noi sul web, il mio profilo Fb, YouTube, le apparizioni radio e tv, ed il lavoro che ho fatto anche per tutto quello che non è andato in porto. Lui arrangiava le sue parti di basso, ed ha fatto un buon lavoro, ma non ha composto i pezzi. Ero io a spiegargli gli accordi o gli "obbligati", nota per nota, quindi ora dovrebbe ringraziarmi, e non minacciare azioni legali. Neanche fossimo i Pink Floyd, Waters contro gli altri. Inoltre è stata una scelta obbligata: sono sulla sedia a rotelle, anche se sto lavorando per non rimanerci, e le mie mani erano bloccate. Essendo anche bassista, sono passato dalla chitarra al basso (comunque i Malibran veri e propri avevano chiuso già due anni prima che io stessi male, anche se lui non si è accorto, e ora siamo i Malibran Ensemble, non i Malibran).

Nelle sue cose soliste Angelo non fa prog, ed è ancora più bravo che con noi, quindi ora stia tranquillo. I dischi e i venti anni passati insieme non li tocca nessuno, e sono anche documentati su dischi e filmati, presenti su YouTube.

Quest'evento negativo non ha comunque scalfito la vostra prestazione nella serata della reunion, da cui hai annunciato che verrà pubblicato un live album. A cosa è dovuta questa scelta? 

Non ho annunciato una vera e propria pubblicazione, è solo un cd per me e per chi lo vorrà. Su YouTube, cercando "Malibran 2014" se ne possono già sentire quattro brani, che si possono anche scaricare per intero dal blog “Genesismarillion”. Adesso anche io sto facendo mettere insieme un blog Malibran, perché non mi è più possibile aggiornare il sito ufficiale.  Abbiamo già pubblicato più live ufficiali, però chissà... Ho tanti cd nostri nel cassetto quanti ne abbiamo pubblicati, anzi di più tra live, rarità e cd vecchi rimasterizzati. Quella che dovrebbe uscire quest'anno intanto è la ristampa del nostro secondo disco, "Le Porte Del Silenzio", con un missaggio diverso e brani live in più. Spero anche "Straniero", una bella raccolta nostra di inediti, rarità e cover, dal 2001 al 2011: l'ho mandato a 2 etichette del nord Italia che ci apprezzano molto.

Il concerto all’Eight Horses in effetti è stato un successone, nonostante il brutto tempo. In tanti volevano rivedere sia il gruppo che il sottoscritto, dopo anni. Al pub mi hanno detto che avevamo lo stesso suono di prima,  anche se non c'è più la voce, ho ri-arrangiato i brani in modo che funzionino comunque. Magari Angelo era convinto di essere indispensabile - anzi, lo era - e la cosa non gli farà molto piacere. Ma le cose si sono messe così, e questo è un altro gruppo, che riprende anche - ma non solo - i Malibran. 

All'Eight Horses vi siete presentati con una formazione un po' diversa dal solito, con te al basso, un nuovo tastierista e con un assetto strumentale data la mancanza di un vocalist. Continuerete con questa formazione anche nelle prossime date? Cosa puoi annunciare dell'immediato futuro dei Malibran ensemble?


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I cambiamenti nella formazione sono dovuti ad eventi imprevisti: sono stato male, in coma e prossimo a non esserci più. Adesso non cammino ancora, non riesco a suonare il flauto, e della mia voce non resta granché. Suono un po' la chitarra a casa, anche se non come prima. Con il gruppo il basso mi viene più facile... Ho scelto e riarrangiato i pezzi nostri proprio per venire incontro alle mie esigenze, ma anche in modo che venisse fuori una scaletta piacevole, sempre con il "sound" caratteristico dei Malibran. A quel punto bisognava riempire gli spazi - specie durante gli "assolo" di Jerry, perché mancava la mia chitarra - e così abbiamo inserito un tastierista. Non Benny, che è stato con noi dal 1988 al 2001, ma Alberto, fratello di Jerry, così oggi siamo due coppie di fratelli!  

Progetti per adesso non mi sento di farne. Conto di rimettermi in piedi, prima o poi, e per questo faccio riabilitazione in palestra. Suonare solo pezzi strumentali mi piace, ma finché non sarò più autonomo, faremo solo concerti sporadici nei pub della zona. Del resto, in 25 anni, abbiamo già dato e ci siamo presi le nostre soddisfazioni. Per molti siamo tra i gruppi più importanti del prog italiano, e non solo: non avrei potuto chiedere di più, quando abbiamo cominciato!

Ti ringraziamo per la grande disponibilità, e concludiamo con un saluto e un messaggio ai giovani musicisti belpassesi: qual è il consiglio che daresti a chi sogna di affermarsi con i propri brani ed uscire dalla cerchia ristretta della provincia?

In verità non mi sentirei di dare consigli: non sono un musicista ricco e famoso. Coerente sì, però: dunque, posso consigliare di fare musica propria, e non solo cover. Perché chi si limita a questo, anche se lo fa bene, alla fine non lascia niente dietro di sé, dal momento che a rimanere poi sarà sempre e solo l'originale. Posso dare uno stimolo a suonare solo ciò che piace davvero, a sé stessi, e non agli altri. Se si segue una strada in controtendenza, anche se i gusti dei più vanno (o sono guidati) da un'altra parte, rimarrà comunque una grande soddisfazione. E questo nella musica come nella vita. Grazie mille per l'attenzione rivolta al sottoscritto e alla band!

Intervista di Francesco Paladino



ROCK'N' ROLL HOSPITAL  by Giuseppe Scaravilli, 2015


Apro un occhio. Uno solo. Sto uscendo dal coma, è un grande segnale di ripresa. I medici disperavano, e dicevano ai miei: “Questo ragazzo non si sveglia, temiamo che possa non venirne fuori”. Mio padre è presente: è proprio lui a vedere quell’unico occhio che si riapre. Dopo un mese, cioè dopo più o meno una vita a vagare nel nulla da parte del sottoscritto, tra maggio e giugno 2012. Adesso lui può finalmente gioire, richiamando l’attenzione di mia madre. In verità io non ricordo niente di tutto questo. Me lo racconteranno loro in seguito. In realtà non potrei neanche definirmi propriamente un “ragazzo”: forse medici ed infermieri mi chiamavano così perché tutti gli altri, nel reparto della sala rianimazione dell’ospedale, erano più anziani. Però mi chiamavano così anche quando ero ancora sveglio, al quinto piano. A fine gennaio di quello stesso anno ero stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Vittorio Emanuele di Catania: pancreatite acuta. Prima, a casa, avevo improvvisamente sofferto di dolori sempre più lancinanti, che alla fine che mi avevano letteralmente messo in ginocchio ad urlare. E sono uno che fa musica, non teatro. Non stavo esagerando: quel dolore al ventre era diventato davvero fortissimo, insopportabile. In un primo momento avevo pensato ad una qualche  forma di intossicazione: ero stato ad una festa di compleanno, e, come di consueto, non mi ero lasciato pregare nell’indulgere nei piaceri del desinare e del bere varie bibite gassate.

 Mi era capitato qualche altra volta, ma in questo caso era diverso. Dovevo sedermi, poi alzarmi di nuovo, camminare. E non riuscivo neanche a rimettere. Il problema, molto semplicemente, non era quello. Niente intossicazione: un calcolo (li chiamano così: forse perché amano “calcolare” se e quando farti fuori) aveva ostruito non so quale condotto interno, ed il pancreas era andato “in tilt”, prendendo allegramente a divorare se stesso invece che il cibo assunto. Un problemino da niente che qualche decennio fa usava la cortesia di mandare all’altro mondo i malcapitati dieci volte su dieci. Oggi tre volte su dieci, stando a quello che mi ha riferisce un chirurgo in pensione amico di famiglia. La sera in cui sto male sul serio viene lui a visitarmi a casa: mi fa stendere sul divano della cucina, mi visita, quindi sollecita papà a portarmi subito al Pronto Soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Viene con noi anche mio fratello Alessio, che mi incoraggia dicendomi che mi metteranno subito “a nuovo”: nessuno immagina minimamente l’odissea che mi aspetta. Tanto meno il sottoscritto. Del resto non avevo mai sofferto di niente. In passato andavo in farmacia solo per prendere i tappi per le orecchie e qualche pillola, in entrambi i casi solo per dormire meglio la notte. E soprattutto, non avevo mai avuto dolori che potessero indurmi a farmi visitare da qualcuno, a darmi almeno un campanello d’allarme. Di solito le cose vanno così. Come era capitato a mio nonno (mio omonimo) e, più di recente, a mio cugino Ivan. Il nonno era diventato tutto giallo (!), mentre il cugino aveva accusato forti dolori. In questi casi, è sufficiente sottoporsi ad una piccola operazione, ed ecco che i calcoli non ci sono più.  Solo due o tre giorni in ospedale, e tutto si riduce ad un vecchio ricordo. Non nel mio caso, però. Quando l’equipe medica stabilisce che bisogna operarmi, decidiamo di trasferirci al nuovo ospedale Garibaldi, perché sia un certo professore, specializzato in casi delicati come il mio, ad occuparsi dell’intervento. Andiamo con l’ambulanza. E anche questa si rivela una bella sofferenza! Del Vittorio Emanuele non ricordo molto, ma per un po’ di giorni ci sono rimasto. Una volta una dottoressa, che ricordo come una bella ragazza che portava gli stivali sotto il camice bianco, mi spingeva sulla barella (quella con le  ruote) insieme ad un’infermiera. Entrambe in mi trasportavano quasi correndo, scherzavano e ridevano come bambine, senza pensare alla “gerarchia” o a cose del genere. Rischiando anche di sbattermi di qua o di là. Non non stavo bene, ma quella volta mi sono divertito. Credo sia stato il momento più simpatico di quello sbiadito periodo, prima di cambiare ospedale. Al Vittorio Emanuele devo anche essere stato sedato. Fatto sta che ricordo di aver sognato di essere da solo su un battello, in alto mare. L’atmosfera era tranquilla. Poi però l’atmosfera è cambiata, ed io ho rotto tutto. Non so bene cosa, nel sogno, ma nella realtà ho strappato via dalle braccia tutti i cerotti e gli aghi delle flebo. Non sarei il tipo incline a sfuriate di questo tipo, ma credo che questo sia successo davvero. Ricordo anche un infermiere che si lamentava, sorpreso, ripetendo (in dialetto siciliano): “Ma guarda cosa ha combinato”…

All’ospedale Garibaldi Nesima rimango coricato per un mese, al quinto piano, prima di poter fare l’operazione al pancreas: non so in che senso, ma il mio corpo doveva essere preparato prima all’intervento, e dovevo aspettare. Avevo altri compagni di stanza. Ma nel tempo ne avrei avuti tanti, che non ricordo più chi e quanti fossero i primi, se non in maniera molto vaga. Alla fine tutti venivano dimessi, andavano via, venivano sostituiti da altri. Io invece no, sono rimasto lì per mesi, per i motivi che spiegherò meglio. E dunque avevo finito ormai per essere parte dell’arredamento: c’erano gli armadietti, le poltroncine, la tv, il crocifisso di fronte a me…e c’ero io. Anche con gli infermieri avevamo ormai fatto amicizia: ci chiamavamo per nome, e me li ricordo un po’ tutti. Enzo e Linda lavoravano sempre in coppia: stranamente lui non portava il classico camice bianco, ma una maglietta nera, coi muscoli in evidenza, ed un fisico asciutto. I capelli erano bianchi e corti, aveva famiglia, ma era ancora giovane. Organizzava pure serate in discoteca: decisamente un contesto diverso, rispetto a quello ospedaliero!

Mi sono operato infine il giorno dopo la morte di Lucio Dalla. Questa notizia non mi aveva messo esattamente di buon umore, e l’operazione in sé sarebbe stata comunque estremamente delicata. Eppure non avevo paura. Si scendeva in sala operatoria venendo trasferiti sopra un altro lettino più piccolo, con le rotelle. Praticamente nudi, a parte camice di sottilissima plastica trasparente, verde. E anche con qualcosa in testa, una cuffietta, o qualcosa del genere, sempre verde. Mi hanno “posteggiato” in una stanza, al caldo, e stavo piuttosto scomodo. Dovevo avere delle cinghie che mi trattenevano, ed anche la flebo addosso: in pratica non vedevo l’ora che si decidessero a farmi quell’accidente di intervento! Finalmente è il mio turno, sono nella stanza nella quale mi faranno un bel taglio, per asportare pancreas e cistifellea: quest’ultima con tutti i suoi dannati calcoli all’interno. Sorpresa, l’anestesista è un compagno del Liceo! Anche l’altra persona che è lì mi conosce perché è di Belpasso, il paese dove vivo. Ma anche e soprattutto per via dei Malibran, la mia band dal 1987. E considerato che all’intervento assisterà anche Roberto, il medico mio ex compagno di banco, potrebbe definirsi una bella rimpatriata! Certo, se le circostanze fossero diverse, dal momento che, ridendo e scherzando, sto per giocarmi la pelle (un altro mio coetaneo siciliano, in quello stesso periodo, si sottopone allo stesso giochetto e non ne esce vivo). La siringa per l’anestesia mi sembra enorme e mi fa un po’ male. Naturalmente, poi (ma va?) non ricordo più niente. Mi aprono e mi ricuciono. Mi ritrovo nella stanza del mio reparto al quinto piano, ma non avverto dolore. Né sento i punti che “mi tirano”, come sentirò dire ad altri. Con il tempo questi punti spariranno, e poi le “graffette” le rimuoverà un infermiere con barba e codino (che mi ricorda tanto Carmelo, il fratello del mio chitarrista). Mi accorgo che mi hanno rasato il petto. In seguito la stessa sorte toccherà a barba e capelli, che portavo lunghetti. Ma questo per un problema successivo, che in seguito racconterò. La dottoressa “capo” del reparto a volte è spigolosa, ma in altre occasioni ha qualche slancio più affettuoso. Non si capisce bene che tipo è: riceve telefonate al cellulare solo da sua madre. Ok, ma in fondo chi se ne frega? In ogni caso mi invita sempre a bere due bottiglie d’acqua al giorno e a camminare. Io non riesco a fare  solo un po’ di entrambe le cose. Sono in grado di “deambulare”, ma devo tirarmi dietro l’asta (con le rotelle) che sostiene le flebo. Io la chiamo “l’albero di Natale”. La mia, poi, sembra bloccata, rispetto a quella degli altri, le rotelle non girano bene. Anche persone anziane, nella mia stanza, fanno su e giù di continuo con quell’affare, volitive. Ma io non ci riesco. Cammino molto lentamente. E, soprattutto, quando stacco la testa dal cuscino, è come se dei cavi rimanessero su quest’ultimo, ed altri dietro la mia testa: così non sto bene, fino a quando, coricandomi di nuovo, non permetto a questi cavi (immaginari) di connettersi di nuovo tra loro. Non so a cosa sia dovuta questa sensazione, ma è così. Papà e mamma (spesso insieme a mio fratello Alessio) vengono a trovarmi ogni giorno, sia a pranzo che a cena, con la pioggia o con il caldo. Con papà al mio fianco qualche passo lo faccio, sempre tirandomi dietro l’asta con le flebo attaccate. Ma la cosa è talmente rara che, quando mi vedono in piedi, le infermiere mi tributano un sentito  applauso. Quello che chiamo “l’albero di Natale”, con tutte le flebo attaccate, devo tirarmelo dietro anche in bagno.
Rimango al Garibaldi fino all’ultimo giorno del marzo 2012. Due mesi mi sono già sembrati una vita, ma, ahimè,  il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Al momento rientro a casa sulle mie gambe, in macchina, con la famiglia al completo. Salgo le scale a fatica, e, come “bentornato”, rimetto in un sacchetto di plastica appena entro. Sono stati fatti dei lavori, cambiati gli infissi, e anche la mia stanza è un po’ diversa. Sempre con le pareti azzurre, comunque, ma in parte ritinteggiate. Anche alcuni dei manifesti alle pareti sono stati spostati. Comunque, “home sweet home”, finalmente! Ciò nonostante, non può certo dirsi che io stia bene: l’ospedale sembra un ricordo da lasciarsi alle spalle, ma cammino un po’ a fatica, e ho bisogno di sdraiarmi sul letto in continuazione. Per salire le scale mi aiuto con la ringhiera, e anche quando faccio la barba devo sedermi a riposare almeno una volta: neanche stessi scalando l’Everest! Trascorro a casa tutto il mese di aprile ed i primi giorni di maggio. A fine aprile riesco a suonare la chitarra elettrica, con Alessio alla batteria. Temevo peggio, perché le dita sembrano incastrarsi un po’ tra loro. Ma Alessio trova che vado bene. E’ presente anche Jerry, chitarra solista dei Malibran. Suoniamo insieme con questa band di Progressive Rock dal 1987, e abbiamo pubblicato otto dischi ed un dvd antologico. Lui però è solo in visita con il fratello Carmelo, senza strumenti, e loro due sono il nostro pubblico. Facciamo pezzi del disco “Trasparenze” (lavoro più mio che del gruppo, in verità’), e secondo Carmelo sembra che non manchi niente, anche se siamo solo in due a suonare. La cosa mi conforta, e già si parla di fare una prova “vera e propria” da Jerry, che ha una sala apposita. Purtroppo le cose non andranno così.
Il giorno del Primo Maggio lo trascorro a casa dell’amico Ignazio, ma non riesco a mangiare tutte le cose buone che ci sono (“Maledizione!”, direbbe Tex Willer). Negli ultimi giorni il ventre mi si è inspiegabilmente gonfiato, e cammino come più o meno una donna incinta. Così, mentre gli altri (grandi e piccoli) giocano allegramente sul prato, dopo pranzo, io me ne sto seduto in un angolo all’ombra, e poco dopo mi faccio accompagnare a casa. Collasso all’istante sul letto e mi addormento. No, decisamente non sto bene. Passo il resto del tempo a leggere nel terrazzino che abbiamo sotto le scale. Anche se è aprile, fa fresco, ed io me ne sto coperto e allungato sopra una sdraio, godendomi, se non altro, gli alberi ed il verde che abbiamo da noi. Un’altra cosa, rispetto al bianco “ospedaliero”. Riesumo anche un po’ di fumetti da leggere: per circa dieci anni, fino al 1988, ne disegnavo io stesso, rilegandoli in volumi. L’ultimo era la storia dei Led Zeppelin. Per il resto si trattava per lo più di racconti di avventura. A volte trasponevo film o racconti di Edgar Allan Poe. In seguito, però, avevo smesso sia di realizzare che di leggere fumetti, se non sporadicamente. Così questa “riscoperta” dell’aprile 2012 era stata una sorta di salto indietro nel tempo. A proposito di Poe, ho ancora un libro di Carmen Consoli che lei mi aveva prestato. A quei tempi ci frequentavamo: suonavamo insieme a casa sua, prendendo le pizze, io andavo ai suoi concerti con la sua band (i Moondogs), mentre lei veniva a vedermi coi Malibran, durante i primi anni ’90. Da quando è diventata una cantante famosa a livello nazionale, però, ci siamo persi di vista. E quel libro coi racconti di Edgar Allan Poe non sono ancora riuscito a restituirglielo! Lei amava il blues e lo cantava con una voce sorprendente, quasi da nera americana. Soprattutto considerato il fatto all’epoca aveva solo 16 o 17 anni, e che aveva un fisico davvero minuto. Non amava il Progressive, ma, per qualche motivo, apprezzava i Malibran. Probabilmente perché allora avevamo un sound molto rock e potente, e facevamo anche spettacolo sul palco. Una volta, dopo averci visti alla Festa dell’Unità in Piazza Europa, a Catania, nel 1991, alla chiusura del nostro show si arrampicò sul palco e venne ad abbracciarci entusiasta, urlando: “ma dove caz (bip) la prendete tutta questa grinta? In effetti, su un libro tutto dedicato alla Premiata Forneria Marconi, in fatto di spettacolarità  noi veniamo indicati come gli “eredi” della PFM: loro per gli anni ’70, i Malibran per i ’90. Ad ogni modo, la “Premiata” (come veniva chiamata all’epoca in Italia) è ancora uno dei miei gruppi preferiti. Ed è l’unica band Progressive ad aver avuto successo anche all’Estero, con Tournèe in Inghilterra, vari Paesi europei, USA e Giappone, specie tra il 1973 ed il 1977. Oltre ad essere stato il gruppo Prog-Rock più famoso in Italia, un gradino sopra Il Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme.

A proposito di grinta, i Led Zeppelin ne avevano da vendere (e infatti la vendevano bene, bisogna dire). Cosa c’entrano gli Zeppelin nel contesto di un racconto “ospedaliero”? C’entrano, perché l’idea di fondo sottesa a queste pagine è quella di mischiare insieme la mia poco allegra esperienza con vicende ed aneddoti attinenti ai gruppi rock anni ’70 che più amo. E di intrecciare a loro volta le storie riguardanti questi gruppi nel momento in cui, per qualche motivo, queste storie trovavano un qualche punto di contatto. Questo perché la musica è la mia più grande passione, e perché, bloccato in ospedale, sia da sveglio, sia nel sonno, sia (ad un certo punto) in coma, erano queste le cose che rivivevo, ricordavo o sognavo. Con grande beneficio per la mia salute psico-fisica, devo dire. Però non utilizzerò bibliografie varie o internet, per tutto questo. Mi baserò solo sulle mie conoscenze, su quanto ho appreso negli anni. Altrimenti sarebbe troppo facile; ed anche poco interessante, credo, dal momento che non mancano certo le biografie dedicate a questa o quella band, con dettagli annessi e connessi. Dunque, tornando ai Led Zeppelin, la grinta era il loro forte. Ma, unitamente a questa, anche il sound granitico e ben riconoscibile, oltre ai riff immortali creati dalla stupefacente chitarra di Jimmy Page. Non ultimo, la presenza di una sezione ritmica tanto precisa quanto devastante, con un batterista dalla potenza fuori dal comune. Il boss della casa discografica americana “Atlantic” intendeva mettere sotto contratto solo i gruppi che avessero tra le loro fila almeno un musicista straordinario: ebbene, nel caso degli Zeppelin, gli elementi straordinari erano quattro su quattro.

Jimmy Page e John Paul Jones si conoscevano già prima di formare la band, perché, a dispetto della giovane età, durante gli anni ‘60 erano entrambi stimatissimi (e molto richiesti) musicisti da studio. Jimmy guadagnava bene limitandosi a registrare le parti di chitarra che gli venivano richieste. E questo per una infinita varietà di artisti. A volte si trattava di nomi famosi, e in questo caso il suo nome non compariva nemmeno nei credits, in copertina, per non far sfigurare il chitarrista “ufficiale”. Il che non doveva risultare particolarmente gratificante. Inoltre, spesso, Page era costretto a suonare musica che non gli piaceva per niente. Oppure, dopo aver tanto lavorato su qualche parte, poteva capitargli di ascoltare il disco per scoprire che i suoi sforzi erano stati vanificati da un missaggio nel quale la sua chitarra si sentiva poco o niente. Così cominciò a stufarsi di quel lavoro, e prese a suonare dal vivo con varie formazioni. Oppure a partecipare alle jam sessions che si tenevano al ben noto “Marquee” di Londra, facendosi subito apprezzare. Anzi, ci fu anche chi decise di “appendere la chitarra al chiodo”, dopo aver visto quel giovane, gracile e minuto, fare cose pazzesche con il suo strumento. Anche John Baldwin cominciava ad essere stufo delle sessioni da studio, fatte con o senza Jimmy. Qualcuno che poteva permetterselo gli disse però che avrebbe dovuto cambiare il suo nome in “John Paul Jones”. Quest’ultimo era in realtà un personaggio storico: un ammiraglio che si era fatto valere nella guerra dei nascenti Stati Uniti contro gli inglesi, nel ‘700. Al tipo era piaciuto il nome, ma non sapeva un bel niente di tutto questo. Fatto sta che John Baldwin, eccellente bassista, tastierista ed arrangiatore, divenne da allora John Paul Jones. E anche lui voleva fare parte di un gruppo. E non di un gruppo qualsiasi.  
Il cantante Robert Plant ed il batterista John Bonham, detto “Bonzo”, invece, suonavano già insieme nella “Band Of Joy”. Nome che Plant avrebbe poi “riesumato” alcuni decenni dopo. Rispetto a Page e Jones, loro due erano i “campagnoli” provenienti dalle Midlands. Più precisamente, dalla zona denominata “Black Country” (da qui il titolo del brano “Black Country Woman), per via del fatto che il terreno, a causa dell’estrazione del carbone, era tutto nero. Bonham dormiva in una roulotte davanti casa dei suoi, e tirava a campare vendendo anche di nascosto articoli del negozio di sua madre. Mentre Robert, che stava già insieme alla ragazza indiana Maureen (in seguito sua moglie) si dava da fare asfaltando le strade. Naturalmente erano soprattutto musicisti doatissimi, in cerca della grande occasione. Nell’attesa suonavano in vari gruppi, ancora prima della Band Of Joy.
Ma era un’attesa che non desideravano durasse in eterno. Al punto che Robert Plant ebbe a dichiarare che avrebbe mollato tutto se non fosse riuscito a sfondare entro i suoi 20 anni. E 20 anni li avrebbe compiuti di lì a pochi mesi! Singolarmente, molti personaggi divenuti presto divi del Rock provenivano da quella stessa zona del Regno Unito, dalle parti di Birmingham: tra questi, oltre ai due futuri Zeppelin, anche i futuri Black Sabbath, Steve Winwood (poi leader dei Traffic), Robbie Blunt (chitarrista del primo Plant solista, già suo amico prima degli Zeppelin) e Glenn Hughes (in seguito nei Deep Purple). Quest’ultimo, nonostante Robert non fosse di ancora nessuno, lo ricorda con un atteggiamento già da rockstar, sfacciatamente sicuro di sé e del proprio luminoso futuro, con un grande carisma, bello, abbigliato in modo particolare e sempre in compagnia di belle ragazze, che sembrava attrarre come  una calamita: e quando Jimmy Page gli offrì il posto di cantante del suo nuovo gruppo, Robert non disse subito si. Ebbe modo di parlarne con John Osbourne (detto “Ozzy”, di lì a poco vocalist dei Sabbath), e quest’ultimo non riusciva a capacitarsi del fatto che Plant potesse nutrire dei dubbi: nell’ambiente Jimmy era infatti una celebrità, soprattutto perché era diventato il chitarrista degli Yardbirds: una vera band di successo, che suonava regolarmente anche in America ed aveva singoli in classifica. Incredibilmente questa band aveva visto succedersi tra le sue fila prima Eric Clapton, poi Jeff Beck, quindi Jimmy Page. Jeff e Jimmy erano amici fin dall’adolescenza, suonavano ed ascoltavano il blues insieme: così, quando si liberò un posto di bassista, Beck introdusse Page nella band. Naturalmente quest’ultimo, da anni un gran virtuoso della chitarra elettrica, al basso era  sprecato. Eppure accettò l’offerta, pur di lasciare il monotono lavoro di turnista da studio. Dopo qualche tempo andò a finire che gli Yardbirds, provvedendo diversamente per il ruolo di bassista, poterono permettersi di sfoggiare questi due formidabili chitarristi, per circa sei mesi di concerti infuocati. Per inciso proprio questa formazione, con Beck e Page insieme, appare nel film “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, ambientato nella “Swinging London” della fine degli anni ’60, con Jeff Beck che sfascia la sua chitarra contro l’amplificatore (in effetti Antonioni avrebbe voluto gli Who, che davvero distruggevano i loro strumenti alla fine dei loro concerti, mentre gli Yardbirds non erano soliti indulgere in questo tipo di bizzarre attività). Il brano che eseguono nel film è “Train Kept A Rollin”: proprio una delle cover che gli Zeppelin avrebbero suonato durante la loro prima prova, e che avrebbero utilizzato anche come apertura dei loro primi concerti. E anche degli ultimi, oltre 10 anni dopo, quasi a chiusura di un cerchio magico.
Ad ogni modo, Beck decise di piantare la band nel bel mezzo di un tour negli USA. E così Jimmy divenne l’unico chitarrista della band, sostenendo benissimo il nuovo ruolo. Con gli Yardbirds si esibiva già con l’archetto nel brano che sarebbe poi diventato “Dazed And Confused” (intitolato all’epoca “I’m Confused”) e, seduto da solo sul palco, anche nell’orientaleggiante “White Summer”. Entrambi i pezzi (il secondo con l’aggiunta di “Black Mountain Side”) sarebbero entrati nella scaletta degli Zeppelin. Il brano speziato di oriente sarebbe stato anche documentato nel famoso filmato della Royal Albert Hall del 1970, per essere ripreso, negli ultimi tempi, anche a Knebworth ’79 e nell’ultimo tour della band (“Led Zeppelin Over Europe”, del 1980). Beck invece formò il suo “Jeff Beck Group”, con Rod Stewart alla voce. Questa band fu anche invitata a partecipare al leggendario festival di Woodstock (agosto 1969), ma si sciolse poco prima. Anche Led Zeppelin e Jethro Tull furono invitati, ma non parteciparono perché impegnati in altre date, sempre negli Stati Uniti. Un vero peccato. Del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare il successo che avrebbe avuto quel festival, anche per merito del film, uscito l’anno dopo. Sarebbe stata una fantastica occasione per poter vedere questi due gruppi inglesi su pellicola, con ottima qualità audio e video, e proprio nel momento della loro esplosione oltre Atlantico.

Dei Jethro Tull il bassista Glenn Cornick si sarebbe sempre rammaricato per l’occasione perduta. Ian Anderson, invece, si è detto felice di non esserci stato, ritenendo che i partecipanti al festival avrebbero per sempre legato il loro nome a quell’unico evento. Cosa avvenuta forse per Joe Cocker, a parte gli altri, con la sua strepitosa interpretazione di “With A Little Help From My Friends”: forse l’unico caso di una cover migliore dell’originale (un’innocua marcetta dei Beatles cantata da Ringo Star). Per inciso, la chitarra della versione di Cocker su disco era, manco a dirlo, di Jimmy Page. Quest’ultimo prese invece a prestito il Beck’s Bolero per inserirlo all’interno di “How Many More Times”, il brano che avrebbe chiuso l’album d’esordio dei Led Zeppelin, registrato nell’ottobre del 1968.

Come detto, io rimango in ospedale fino alla fine di marzo 2012. Due mesi che sembrano un’eternità. Dal momento che fatico ad alzarmi dal letto, un medico mi chiama scherzosamente (senza riuscire a farmi ridere più di tanto, in verità) “sacco di patate”. E’ amico e collega di quel mio ex compagno di banco, Roberto, patito dei Pink Floyd (li vediamo assieme a Roma nel 1988) e medico anche lui. Ma, come detto, ad aprile sono a casa, e l’ospedale sembra un ricordo ormai alle spalle. Però continuo a muovermi a fatica, e, ad un certo punto, il ventre mi si gonfia sempre più. Così torno al Garibaldi (ci andavo comunque ogni lunedì a fare dei controlli), e, con l’assistenza di Roberto, verifichiamo che bisogna intervenire per tirare fuori questo liquido che mi appesantisce. La cosa in sé si rivela poca cosa: mi tirano fuori questo liquido dall’esterno, con un tubicino che va a finire in una sacca, che man mano si riempie. E allo stesso tempo io mi “sgonfio”, com’è ovvio. Dunque sono anche contento: tornerò come prima, e mi avvierò alla guarigione completa entro l’estate! Tutti gli infermieri mi chiedono che ci faccio di nuovo lì in ospedale. Ricevo la telefonata di un amico, mentre sono a letto (se ne era liberato uno, e dunque faccio tutto “al volo”, un venerdì, mentre avevo pensato di dover tornare in un secondo momento). Quando la telefonata finisce, vedo con una certa sorpresa che ho riempito due sacche di questo liquido: sono come due grandi palloni trasparenti, che l’infermiera deve portare fuori trascinandoli per terra, perché da sola non riuscirebbe a sollevarli (!). Mi dicono che potrò tornare a casa due giorni dopo, ed io già pianifico una prova con il gruppo. Si, bravo. Invece comincio a rimettere sangue. Prendo un sacco di plastica, e ogni tanto appoggio la testa sul cuscino. Ma dura poco: ogni due minuti devo risollevarmi per rimettere altro sangue, mentre il mio vicino di letto (un anziano) mi porge il rotolone di carta per pulirmi. Solo che sembra non finire mai. Vado in bagno, ma alla fine devo chiamare il vicino, perché mi aiuti. Naturalmente le porte degli ospedali non possono essere chiuse dall’interno, nel caso qualcuno dovesse avere problemi, e ritrovarsi chiuso dentro. Nel caso specifico quel “qualcuno” sono io. Il compagno di stanza mi aiuta a sollevarmi, ma non riesco a rimanere in piedi. Questa volta sembro davvero un “sacco di patate”. Vuoto, però. Durante il mio primo ricovero ero svenuto (prima volta della mia vita) mentre mi facevano una radiografia, una lastra, o non ricordo cosa. Dovevo stare solo in piedi, reggendomi con le mani su dei pomelli, mentre i medici “in sala regia” mi facevano una specie di foto all’addome. Ma avevo sentito subito che non avrei resistito più di qualche secondo. L’immagine successiva che ricordo è quella di me per terra, con dottori ed infermieri tutti attorno a me. L’infermiere che mi aveva portato fin là con la sedia a rotelle (per fare prima) assicura che, vedendomi crollare, sono accorsi facendo in tempo a non farmi battere la testa sul pavimento. Ma io ho la sgradevole sensazione di averla sbattuta comunque. Adesso, in bagno, ho la stessa sensazione, non riesco a stare in piedi, mi sento svuotato, sto andando giù.
Arrivano gli infermieri, con il solito Enzo in maglietta nera, mi sorreggono e mi sdraiano sul letto. A quel punto sto già molto meglio. Si, non desideravo altro. Ma ricomincio a rimettere sangue. E’ strano, mi piace il colore rosso vivido di questo sangue che sgorga a fiotti, sono sereno, non sento niente. Reclino la testa sul lato sinistro, mi mettono dei tovaglioli di carta sulla spalla, ma non serve a niente: sto vomitando un fiume di sangue a getto continuo, sto inondando il pavimento della stanza: qualcuno dovrebbe procurare delle scialuppe di salvataggio, siamo sul Titanic. Enzo mi dice di non addormentarmi. Gli chiedo per quale motivo, dal momento che così mi risparmierei almeno un po’ di questo brutto momento. Ma lui insiste, e mi chiede di parlargli:”Parlami, Giuseppe, parlami, dimmi qualcosa, quello che ti passa per la testa”. Mi sembra di intuire che, se dovessi addormentarmi, potrei non risvegliarmi più. E così dico qualcosa, anche se gli argomenti per un amabile conversazione, arrivati a quel punto, sembrano terribilmente scarseggiare.

Un personaggio poco avvezzo alle “amabili conversazioni” era il già citato Ozzy Osbourne. Neanche lui ricorda come il suo vero nome, John, avesse potuto trasformarsi in “Ozzy”. Ad ogni modo, si tolse lo sfizio di tatuarsi quelle quattro lettere sulle nocche di una mano, quando era ancora adolescente. E disegnò pure una faccina sorridente sopra una delle sue ginocchia, perché lo aiutasse a tirarlo un po’ su mentre se ne stava comodamente seduto sulla tazza del water. Abitava ad Aston (come tutti gli altri membri dei futuri Black Sabbath) insieme alla famiglia, in una casetta incastrata tra tante altre, tutte in fila lungo una via che all’epoca gli sembrava lunghissima, ma che non lo era affatto. Coi suoi amici andava a giocare in una casa bombardata dai tedeschi, ed era convinto che fosse tutto diroccato apposta per permettere ai ragazzini di giocarci dentro. A scuola più faceva lo scemo (e fu in questa “veste” che lo conobbe Tony Iommy (intimo amico di John Bonham), sempre nel periodo scolastico. Osbourne era un po’ dislessico, veniva trattato male dai professori e preso in giro dai compagni. Il suo senso di auto-stima era molto, molto basso. Se ne andava in giro senza scarpe e con un rubinetto appeso al collo, perché non avrebbe potuto permettersi una collana. Non gli riuscì bene neanche la carriera di ladro, visto che venne subito beccato, e a 17 anni era già in prigione: l’esperienza si rivelò talmente traumatica che decise di non ricaderci mai più. La sua fortuna fu quella di appendere un manifestino in un negozio di Birmingham, frequentato da tutti i musicisti della zona: con questo foglietto di “Ozzy” annunciava di essere un cantante in cerca di una band. E, soprattutto, di essere in possesso di un’amplificazione propria (appena compratagli dal padre). Una frase magica da quelle parti, in grado di catturare l’attenzione di molti, al di là delle sue qualità canore.
E infatti tutti i futuri Black Sabbath finirono per bussare presto alla porta di casa sua: prima “Geezer”, il bassista (che allora suonava ancora la chitarra), quindi Bill Ward, il batterista, insieme a Tony Iommi. Il tutto in una processione quasi surreale, perché, dalla  finestra di casa sua, John Osbourne vedeva dei personaggi che sembravano tutti uguali: baffi e capelli lunghi. Tony però lo riconobbe come lo scemo della scuola, e disse a Bill di andare via, di lasciarlo perdere senza neppure metterlo alla prova. Iommy era già un chitarrista molto stimato nella zona, ed era anche un po’ più grande. Bill però insistette perché ad Ozzy fosse concessa almeno una possibilità e, sorpresa, alla prima prova cantò bene: era intonato, e sapeva trovare linee vocali interessanti e molto azzeccate. “Geeser” passò al basso, si unirono altri musicisti, si cambiarono un po’ di nomi  (compreso quello di una marca di borotalco!) e si cominciò ad andare in giro a suonare. Quando infine si decise di rimanere in quattro, alla fine degli anni ’60, il nome del gruppo divenne “Earth”. Anche se ad Ozzy non piaceva più di tanto. In seguito videro il manifesto di un film, in bella vista davanti alla loro sala prove: era un film horror italiano, e si intitolava “Black Sabbath”. Così Tony Iommi, notando che la gente faceva la fila per essere spaventata, pensò che quello sarebbe diventato il nome definitivo del gruppo, e che la loro musica avrebbe virato verso atmosfere più tenebrose ed inquietanti. Già in una lettera spedita da Ozzy mentre rientravano da Amburgo, Ozzy annunciava felice che al ritorno a casa si sarebbero chiamati Black Sabbath. Ad Amburgo si sentirono quasi arrivati, perché suonavano allo “Star Club”, lo stesso locale che aveva visto abituali protagonisti i primi Beatles: proprio il quartetto di Liverpool  che aveva cambiato la vita di Osbourne, quando alla radio aveva ascoltato per la prima volta “She Love You”, e aveva capito che voleva far parte di quel mondo. Ma, dopo tutti quegli anni, quel Club era diventato in realtà un postaccio. E loro si ritrovarono pure a derubare le gentili fanciulle con le quali si intrattenevano dopo i concerti, pur di “arrotondare”: uno “intratteneva”, appunto, e l’altro entrava di soppiatto nella stanza e frugava nella borsetta della malcapitata.  Non andavano fieri di questo, ma dovevano pur mangiare.

E, naturalmente, anche bere e drogarsi!  Si spostavano da una città all’altra con un furgone tutto scassato: pioveva, nevicava, ed i tergicristalli non funzionavano. Così uno di loro si affacciava da un finestrino, l’altro da quello opposto, e tiravano i tergicristalli con le mani, ora in un verso, ora nell’altro, per permettere a chi guidava di vedere qualcosa attraverso il  parabrezza (!). Un escamotage che poi utilizzavano pu di suonare era tanto bizzarro, quanto logorante: si piazzavano con il furgone carico della strumentazione davanti ai locali nei quali era previsto il concerto di un gruppo già affermato, e, nel caso il gruppo in questione non avesse potuto esibirsi, si sarebbero proposti loro. Incredibilmente, intorno alla fine del 1968, la cosa riuscì. I Jethro Tull  non furono in grado di raggiungere il locale davanti al quale si erano “appostati”, e Ozzy e compagni suonarono al loro posto. Ian Anderson riuscì ad arrivare e a mescolarsi tra il pubblico, mandando in estasi il giovane Osbourne perché, mentre questi cantava sul palco, intravedeva Anderson muovere la testa seguendo la musica. In effetti il sound dello sconosciuto gruppo di Aston era ancora più pervaso dal blues che dai suoni funerei che li avrebbero caratterizzati di lì a poco. E c’era molto blues anche nel primo disco dei Tull (“This Was”, l’unico che avevano pubblicato fino a quel momento).
Ma ad attrarre l’attenzione di Ian Anderson doveva essere stata soprattutto la performance di Tony Iommi: Ian doveva trovare un sostituto a Mick Abrahams, il chitarrista, e Iommi sembrava essere l’uomo giusto. Del resto, se si ascoltano certi pezzi dei primi lavori dei Black Sabbath, quando Tony Iommi suona da solo, con la stessa Gibson SG rossa che utilizzava Abrahams, sembra assomigliargli molto. In qualche caso, quando la chitarra ha un sound più blues e carico di riverbero, accompagnata solo da un tumultuante sottofondo di basso e batteria, sembra proprio di ascoltare “Cat’s Squirrell”, dal disco d’esordio dei Jethro Tull. E in effetti Tony ricevette la proposta di entrare in quella band, già piuttosto nota, e con la morte nel cuore dovette comunicare ai compagni che avrebbe dovuto lasciarli. Ozzy e gli altri sentirono che i loro sogni di gloria stavano andando in pezzi: non sarebbero potuti andare da nessuna parte senza il talento di Tony Iommi. Sarebbero dovuti tornare a lavorare in fabbrica, o a fare gli altri i lavori frustranti (o veramente schifosi) che facevano prima. E questo proprio quando le cose sembrava cominciassero a funzionare. Eppure, in una maniera che può anche essere ritenuta commovente, tutti trattennero le lacrime e si congratularono con il loro amico, felici per lui, che a quel punto sarebbe passato letteralmente da un pianeta all’altro: dalla fame alla fama, in poche parole. Di lì a poco, tanto per cominciare, Tony avrebbe partecipato coi Jethro Tull al programma televisivo “The Rolling Stones Rock And Roll Circus, insieme a gente del calibro di John Lennon (ancora nei Beatles), The Who, Mitch Mitchell (il batterista di Jimi Hendrix) e, naturalmente gli stessi Stones (ancora con Brian Jones). Iommi, proprio lavorando in fabbrica, tempo prima si era visto tranciare di netto la parte superiore delle dita della mano destra da un macchinario che non sapeva ancora usare bene. E dal momento che era mancino, si trattava delle dita che avrebbero dovuto scorrere sulla tastiera. La sua carriera di musicista sembrava già finita. E invece si era fabbricato da solo delle protesi (simili a ditali) che gli avevano permesso di riprendere a suonare (e che utilizza ancora oggi). Così, adesso, con quel nuovo ingaggio, aveva l’occasione di passare, in pochi anni, dalla triste certezza di aver chiuso per sempre con la musica alla concreta possibilità di diventare il chitarrista di un gruppo importante. Le cose sarebbero in effetti andate così, ma non nel modo che sembrava aver prefigurato il destino: Tony Iommi, infatti, partecipò alle riprese del “Circus” coi Jethro Tull, il 10 dicembre 1968; ma lasciò quella band dopo un paio di settimane, preferendo tornare coi suoi vecchi compagni: troppo strette erano risultate per lui  la disciplina, la professionalità e la serietà che Ian Anderson imponeva alla band (pur avendo poco più di vent’anni!), e ben presto avrebbe preso il sopravvento la nostalgia per il divertimento, le follie e le risate con Ozzy e compagni. Il suo posto nei Jethro sarebbe stato preso da Martin Barre (che non lo avrebbe mollato per 40 anni!), mentre gli Earth, divenuti Black Sabbath, avrebbero sfondato al primo colpo con l’omonimo disco d’esordio, uscito nel 1970. Lo registrarono praticamente dal vivo, in 12 ore, scappando subito dopo per un concerto a Zurigo. Quando poi lo ascoltarono, quasi svennero per la felicità:

il suono era pazzesco, erano state aggiunte campane e pioggia all’inizio del disco, e la copertina (alla quale non avevano preso parte in alcun modo) era strepitosa. All’interno dell’ album tutti e quattro portavano al collo grosse croci di ferro, fabbricate dal padre di Ozzy. E a quel punto fecero addirittura il bis, ottenendo ancora più successo con il successivo “Paranoid”: questo secondo lavoro avrebbe dovuto in realtà chiamarsi “War Pigs”, come uno dei brani contenuti nel disco (e come voleva suggerire la stessa copertina). Ma la casa discografica aveva preferito evitare problemi con quella che sarebbe stata facilmente interpretata come un’aperta denuncia contro la guerra in Vietnam, e preferì attribuire all’album il titolo di un brano che la band aveva registrato all’ultimo momento, giusto perché c’era ancora spazio per un’altra traccia: quest’ultima (Paranoid) sarebbe diventata la loro hit più famosa in assoluto, e avrebbe gettato le basi per quello che sarebbe diventato l’Heavy Metal. Se anche i Black Sabbath si fossero sciolti subito dopo quei primi due dischi, avrebbero comunque marchiato con indelebili lettere di fuoco il libro della storia del Rock.
Sono nel letto d’ospedale a rimettere sangue, con la testa rivolta da una parte. Linda, l’infermiera collega di Enzo, all’inizio tenta di raccogliere quel flusso rosso continuo. Poi rinuncia, dal momento che quello non accenna a smettere. Io sono sdraiato sopra una barella, mentre gli altri, in camice bianco, corrono tutti, portandomi non so dove. A a fare una tac, credo, ma i miei ricordi non sono chiari. Vedo i cerchi delle luci sul soffitto del corridoio scorrere sopra di me: sembra di essere alla fine del film “Carlito’s Way”, dove Al Pacino in una situazione molto simile, ripensa agli ultimi avvenimenti della sua vita, per l’ultima volta. Ma non capisco lo stesso il motivo di tanta concitazione: non mi sento male. Ho sempre preferito vedere calma intorno a me. E qui invece, dottori ed infermieri che mi trasportano il più velocemente, le flebo si muovono oscillando, le parole sono concitate. Sto forse morendo? Penso: e chi se ne frega? Basta che si faccia piano. Qui finiscono i miei ricordi da persona cosciente di sé stessa, ed entro nel tunnel senza tempo del coma. In realtà durerà un mese, tra maggio e giugno 2012. Ma io non so niente. Non so nemmeno di essere di nuovo in sala rianimazione. Ho barba e capelli ormai lunghissimi, e alla fine mi sbarbano e mi radono a zero. Ma non ho nessuna memoria di questo: non so chi sia stato, come e quando. Mi racconteranno anche che i miei riceveranno una telefonata, per sentirsi chiedere se acconsentono a questa mia “tosatura”. Figuriamoci, una chiamata dalla sala rianimazione, mentre non si sa se ne uscirò vivo o morto: papà e mamma rischieranno un infarto. Nel frattempo io non ci sono: settimane di nulla, a galleggiare tra sogni ed incubi, vita e non vita. Nella mia mente l’ospedale è  montato sopra una chiatta che attraversa lo Stretto, da Messina a Reggio Calabria, e viceversa. In continuazione. Non si sa per quale motivo. Ci sono sopra le attrezzature sanitarie, i letti, i dottori, gli infermieri; ma anche grandi videogiochi, tipo quelli di una volta, per i figli dei degenti. E’ come una stramba via di mezzo tra una nave ospedale ed una nave da crociera. Ogni tanto colgo delle figure reali, infermiere o infermieri, che si trasfigurano nel mio dormire in personaggi diversi, che popolano questo mondo a parte, che esiste solo nella mia testa, e che non posso controllare.
Il mio amico Roberto mi fa ascoltare musica in cuffia, ma io non sento niente. Non ci sono proprio. Ho chiuso con tutto e con tutti.  Ad un certo punto, come verrò a sapere in seguito, lui, che mi è sempre accanto, chiederà agli amici stretti e agli ex compagni di liceo di pregare tutti insieme per me: ho raggiunto una fase critica, sono sopravvenuti altri problemi, compresa una febbre altissima. Me ne sto andando. Si sparge la voce, telefonate, Facebook. Tutti pregano. Io sono in un altro mondo, eppure il mio corpo vuole proprio rimanere in questo, non vuole saperne di lasciarlo. E’ un miracolo. Un vero, autentico miracolo.
Non fu un miracolo, invece, se Phil Collins riuscì ad entrare nei Genesis: Peter Gabriel capì che Phil era bravo non appena vide come si sedette sul seggiolino della batteria. Leggeva di continuo che quessti Genesis, nonostante avessero pubblicato due dischi dalle vendite piuttosto modeste (“From Genesis To Revelation” e, soprattutto, “Trespass”), suonavano da tutte le parti. Cosa che non riusciva alla sua band. Dunque teneva molto ad entrare nella band, e si recò alla casa dei genitori di Peter Gabriel, dove si tenevano le audizioni per tutti gli aspiranti batteristi, insieme al suo amico Ronnie Caryl, che sperava di essere preso come chitarrista. Mentre aspettava il suo turno, gli venne offerto di fare un bagno in piscina: e così, sguazzando in acqua, Phil Collins, a 19 anni, nell’estate del 1970, ebbe modo di ascoltare sia i brani che gli altri batteristi, capendo al volo cosa volevano i Genesis, quello che avrebbe dovuto fare, e quello che avrebbe dovuto evitare, quando sarebbe toccato a lui. Al ritorno a casa il suo amico Ronnie si disse convinto che avrebbe ottenuto lui il posto, al contrario di Phil. E invece le cose andarono esattamente al contrario. E quando i Genesis gli telefonarono a casa, per comunicargli che il posto era suo, fu contento al punto da abbracciare sua madre! Il gruppo aveva già avuto tre batteristi, prima di lui: Chris Stewart (sul singolo “The Silent Sun”, John Silver (sul disco d’esordio, registrato durante le vacanze estive del 1968, quando andavano ancora tutti a scuola) e John Mahyew (su Trespass). I Genesis erano nati proprio dalla fusione di due gruppi scolastici, gli Anon e i Garden Wall. Ma le severe regole della Charterhouse, riservata ai figli delle famiglie più facoltose, li aveva resi ragazzi piuttosto chiusi ed infelici. Solo la musica era in grado di dar loro entusiasmo e di salvarli da quell’ambiente tanto austero (quella scuola somigliava ad una cattedrale gotica, e i familiari erano lontani) quanto avvilente (suonare la chitarra elettrica sarebbe stato considerato più o meno un atto rivoluzionario e anti-sistema). Phil Collins invece portò nel gruppo quella ventata di allegria e spensieratezza che erano necessarie. Oltre, naturalmente, ad un sound molto più professionale, che trasformò la band dalle fondamenta, rispetto ai suoi pur volenterosi predecessori.

E così fu con lui che i Genesis intrapresero il tour di “Trespass”, il 2 ottobre 1970, nonostante non avessero ancora trovato qualcuno che sostituisse Anthony Phillips alla chitarra. Ant era un elemento importantissimo per la band, al punto che si pensò seriamente allo scioglimento, quando, subito dopo la registrazione del secondo LP, Phillips annunciò agli altri che avrebbe mollato tutto. Era lui, alla 12 corde, l’elegante tessitore delle delicate trame chitarristiche arpeggiate, tanto caratteristiche nei i Genesis dei primi tempi. Affiancava la sua voce a quella di Gabriel, e poteva anche scatenarsi con l’elettrica in un brano come “The Knife”, che chiudeva sia “Trespass” che i concerti dal vivo. Nonostante non avrebbe poi partecipato alla registrazione del successivo “Nursery Cryme”, persino l’immortale “The Musical Box” era in buona parte farina del suo sacco. Alla fine comunque il gruppo decise di proseguire in quartetto: Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford e Phil Collins. Tony simulava le parti di chitarra applicando un distorsore alle tastiere. L’amico di Phil, Ronnie Caryl, riuscì a fare con loro qualche concerto. E per un paio di mesi il loro chitarrista fu Mick Barnard, che comparve con loro anche in TV (filmato purtroppo andato perduto), durante l’esecuzione di “The Knife”. Ma tutti sapevano che era una soluzione provvisoria e, a seguito di un annuncio di Steve Hackett sul Melody Maker, andarono ad ascoltarlo a casa sua, accompagnato dal fratello John al flauto: capirono subito che quello era il chitarrista che giusto per loro, abile sia nelle parti “bucoliche”, alla chitarra classica, che in quelle aggressive, alla chitarra elettrica, strumento dal quale riusciva a tirare fuori suoni particolarissimi, utilizzando con gusto vari effetti a pedale, senza cercare mai di stupire con “assolo” alla velocità della luce: cosa che loro non avrebbero gradito affatto. Così, quando Steve andò a vedere i Genesis al Lyceum, proprio alla fine del 1970, con Mick Barnard alla chitarra, sapeva già di essere il loro nuovo chitarrista. Per il nuovo album,“Nursery Cryme”(1971), ai due nuovi arrivati, Phil e Steve, fu concesso di inserire un loro brano, intitolato “For Absent Friends”. Quello era anche il primo pezzo cantato da Phil Collins invece che da Peter Gabriel. Un altro sarebbe stato “More Fool Me”, incluso su “Selling England By The Pound”, del 1973 (pezzo che avrebbe visto Collins al microfono anche durante il relativo tour). Si trattava comunque di due canzoni molto brevi e quiete: nulla avrebbe lasciato presagire che un giorno Phil Collins sarebbe diventato il cantante dei Genesis (dopo che anche Peter Gabriel, nel 1975, avrebbe lasciato  la band).

Personalmente li ho visti a Nizza nel 1992: ricordo che prima del concerto la folla aveva accolto con un gran boato un video del Gabriel solista, ed ho sentito un giovane chiedere alla sua ragazza il perché di quella reazione entusiastica: non sapeva che Peter Gabriel era stato il cantante dei (migliori) Genesis prima di Phil Collins! E probabilmente sono ancora  in tanti a non saperlo. Per l’assolo di “The Musical Box” Hackett (che avrebbe lasciato a sua volta nel 1977) utilizzò qualche parte che era di Mick Barnard. Ed utilizzò la tecnica del “tapping”, diversi anni prima di Eddie Van Halen. All’inizio del 1971 i Genesis partirono con la nuova formazione (poi divenuta quella “classica”) in un tour insieme ai Van Der Graaf Generator e agli Audience, tutti facenti parte dell’etichetta “Charisma”. Sul tour bus, come ama rammentare scherzando Peter Hammill ( leader dei Van Der Graaf), ai primi posti erano seduti i Genesis coi loro cestini da pic-nic, al centro gli Audience con le birre, e in fondo gli stessi VdGG con le droghe (!). Fatto sta che in quel momento erano questi ultimi il gruppo di maggior richiamo. Fino a quando, concerto dopo concerto, furono i Genesis a conquistarsi sul campo (anzi, sul palco) il titolo di attrazione principale. Semplicemente perché era diventato impossibile fare meglio di loro. All’inizio del 1972 filmarono mezz’ora di musica dal vivo alla TV belga, consegnandoci il documento (peraltro di buona qualità, e a colori) più “datato” che sia possibile reperire. Esistono in realtà altri due brani ripresi ad un festival del 1970, ancora con Phillips e Mayhew in formazione: ma è un filmato senza sonoro, con l’audio dei pezzi in questione (“Looking For Someone” e “The Knife”) sovrapposti in un secondo tempo (e non provenienti da quel concerto). Altri documenti (solo audio) dei Genesis del 1970, riemersi dall’oblio dopo decenni, sono sia i “Jackson Tapes”, che le registrazioni effettuate alla trasmissione radiofonica “Nightride”, rispettivamente del gennaio e del febbraio 1970, entrambi per la BBC. I primi risalgono più precisamente al 9 gennaio: cioè alla stessa sera che vedeva i Led Zeppelin filmati in concerto alla Royal Albert Hall, da un’altra parte di Londra, il giorno del ventiseiesimo compleanno di Jimmy Page, che dietro le quinte, avrebbe conosciuto la sua futura moglie. Per inciso, il film in questione, ritenuto troppo scuro nelle immagini, rimase nel cassetto, per essere finalmente pubblicato nel doppio dvd antologico del 2003, con un fantastico suono stereo. Le registrazioni dei Genesis di quel giorno, recuperate miracolosamente in tempi recenti, risultano interessantissime, per quanto brevi: si possono ascoltare infatti i Genesis, ancora senza Collins e Hackett, suonare non solo spezzoni di “Looking For Someone” (poi su “Trespass”, 1970), ma anche di “The Fountain Of Salmacis”, “The Musical Box” (entrambe su “Nursery Cryme, 1971) e addirittura di “Anyway” (in seguito su “The Lamb Lies Down On Broadway”, l’ultimo disco con Peter ancora nella band, 1974). I Genesis dei primi anni ebbero più successo in Italia che in Patria: così vennero in tour nel nostro Paese nell’aprile e nell’agosto del 1972. All’inizio con un semplice furgone, in seguito con una strumentazione sempre più “ingombrante”, man mano che i loro dischi (soprattutto da “Foxtrot” in poi) cominciavano a vendere. Suonarono anche con gli Osanna, e forse i costumi di scena ed i volti truccati del gruppo partenopeo ispirarono Gabriel per i suoi successivi travestimenti.
Tornarono per il “Charisma Festival” nel gennaio del 1973, e ancora per il tour di “Selling England”, nel 1974; quindi per quello di “The Lamb” con l’unica data di Torino, nel 1975. Quindi il ritorno (naturalmente senza Gabriel) solo nel 1982 (tour in cui tornò in scaletta “Supper’s Ready”, per festeggiare i 10 anni dell’epica suite) e nel 1987 (anno nel quale io vidi Peter Gabriel a Roma). Saltò invece la data del 1992 a Torino, spostata a Nizza, dove, come detto, ebbi modo di vederli. Essendo Phil Collins divenuto il vocalist della band, già dalla metà degli anni ’70 si era resa necessaria la presenza di un secondo batterista: prima Bill Bruford (ex Yes e King Crimson), per la tournèe di “A Trick Of The Tail”. Quindi Chester Thompson, dal 1977 in poi. Alla chitarra (ma anche al basso) il sostituto di Steve Hackett divenne invece Daryl Stuermer (americano come Thompson), che esordì con loro in occasione del tour di “And Then There Are Three”, nel 1978. Con questo quintetto i Genesis si esibirono in tour fino al 1992.

E, dopo 15 anni di “stop”, tornarono in pista nel 2007, per una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti. Il dvd del concerto gratuito al Circo Massimo di Roma (di fronte a mezzo milione di persone) avrebbe documentato questa reunion. Si era in effetti parlato di tornare “on stage” con Peter Gabriel, ma la cosa non andò in porto. Un vero peccato che Peter non abbia pensato di tornare coi suoi vecchi compagni almeno per il bis finale di Roma: il pezzo sarebbe stato “The Carpet Crawlers”, e sentirglielo cantare (anche sul dvd) ancora una volta coi Genesis sarebbe stato molto emozionante. Invece, a conti fatti, l’unica volta di Peter Gabriel di nuovo coi Genesis, per un concerto intero, e con Steve Hackett nel bis, sarebbe rimasto quello dell’ottobre 1982 a Milton Keynes, in Inghilterra, sotto la pioggia, con “Back In New York City” come brano d’apertura, e la versione ridotta di “The Knife” come magnifica chiusura.

Nel 1975 alcuni membri dei Genesis ascoltarono in macchina il pezzo nuovo di un gruppo che non riconobbero subito: erano i Led Zeppelin, ed il brano in questione era “Kashmir”. Phil Collins impazzì per il suono massiccio e l’incedere imponente di quella batteria, e provò a fare qualcosa del genere in una canzone che stavano provando per il primo disco dell’era post-Gabriel: Squonk. Il pezzo si rivelò perfetto anche per l’inizio dei concerti del 1977, e dunque del doppio disco dal vivo intitolato pubblicato quell’anno, intitolato “Seconds Out”. Fu questo il disco che mi introdusse al mondo dei Genesis, quando ero ancora adolescente. Nel 1988 telefonai ad Armando Gallo, autore della foto di copertina di quel disco (nonché amico personale dei Genesis fin dai primi anni ’70), parlai con lui e mi feci spedire una copia del suo (ormai quasi mitico) libro a loro dedicato. Gli chiesi un autografo suo per me e per i Malibran, il mio gruppo, che all’epoca muoveva i suoi primi passi. Fu una vera fortuna riuscire a “beccare” Armando nella sua casa romana, dal momento che viveva (e vive) anche a Los Angeles, e che stava partendo (sempre in qualità di fotografo) per l’Australia con gli INXS, band di successo negli anni ’80. Un altro importante “riferimento Genesis” per l’Italia sarebbe poi divenuto Mario Giammetti: sulla prima pagina di un numero della sua fanzine “Dusk”, mentre io mi trovavo in condizioni ancora critiche all’ospedale, volle gentilmente rivolgermi un saluto, definendomi  “musicista raffinato”, “leader dei Malibran”, e aggiungendo che “tutto il mondo del Prog” mi aspettava “a braccia aperte”. Davvero un bell’attestato di stima, fortunatamente non isolato.
Nel 1975, in macchina, i Genesis non avevano riconosciuto i Led Zeppelin, perché questi, nel frattempo, erano cambiati un bel po’. Con il nome di “New Yardbirds” nel 1968 avevano intrapreso un tour in Scandinavia, che si era rivelato utilissimo per mettere a punto i brani per il disco d’esordio sotto la nuova denominazione. Degli Yardbirds rimaneva non il solo Jimmy Page, ma anche il manager Peter Grant, ed il tour manager Richard Cole, che ai tempi delle tournèe con la vecchia band divideva la stanza con lo stesso Page. Nel film “The Song Remains The Same” (1976) Cole è la prima faccia che compare, interpretando il gangster barbuto che viene fuori da una casa, seguito dalla mole immensa di Peter Grant e da un altro tizio, tutti armati di mitra. Jimmy pagò di tasca sua la registrazione del primo album degli Zeppelin, avvenuta in sole trenta ore nell’ottobre del 1968, e con poche sovra-incisioni. A Robert Plant non sembrava neanche vero di trovarsi in uno studio a registrare, e quando ascoltò la musica in cuffie andò letteralmente in estasi.

John Paul Jones e Jimmy Page, invece, registravano già da anni; ma fu il secondo, Page, a guidare le operazioni, sapendo perfettamente cosa voleva ottenere, e come ottenerlo. Si occupò in prima persona anche del fenomenale suono della batteria che sarebbe venuto fuori da quel disco (benchè in buona parte generato dalla stessa potenza di John Bonham), tenendo i microfoni a distanza per “generare profondità” (come era solito asserire). Peter Grant adorava e rispettava Jimmy. E quando Bonham ebbe a polemizzare  con quest’ultimo, durante le registrazioni, sempre a proposito della batteria, Grant intimò a “Bonzo” di fare quello che diceva Jimmy Page, perché, in caso contrario, l’avrebbe sbattuto fuori dal gruppo (e probabilmente anche dalla finestra). E, per inciso, nessun altro si sarebbe potuto permettere di parlare in quel modo a John Bonham, senza rischiare di farsi male sul serio.
Ma John fece buon viso a cattivo gioco, perché aveva capito che quello era il gruppo giusto per combinare qualcosa di veramente grande (e per questo aveva rinunciato a possibili lavori con gente del calibro di Chris Farlowe e Joe Cocker). Lo stesso John Paul Jones ebbe a dire che di lì a poco avrebbe fatto un sacco di soldi: e infatti, in poco tempo guadagnò due milioni di sterline. Gli Zeppelin, dopo la Scandinavia, fecero ancora qualche data in patria come “New Yardbirds”. Quando infine esordirono con il nuovo nome “Led Zeppelin” (in un primo tempo scritto “Lead Zeppelin”, da un’idea di Keith Moon, il batterista degli Who, che intendeva formare un “super-gruppo” con membri degli stessi Who e dei futuri Zeppelin), la scritta “ex Yardbirds” era comunque scritta più grande sull’insegna del locale dove si sarebbero esibiti (!). Non mancarono nemmeno l’immancabile passaggio al ben noto “Marquee Club”. Ma la mente di Grant e Page era già rivolta agli States, e, ottenuto un vantaggiosissimo contratto con l’Atlantic Records, proprio nei giorni di Natale volarono in America, per l’unica volta senza Peter Grant, ma accolti all’aereoporto da Richard Cole. Quello con gli USA fu amore a prima vista: all’inizio il nome del gruppo compariva anche storpiato, sulla facciata dei club dove avrebbero suonato. Ma poco dopo i ragazzi impazzirono sia per il disco appena uscito, sia per le loro performances dal vivo. Jones raccontò di essersi reso conto dell’effetto che avevano sul pubblico quando notò che c’erano giovani che battevano addirittura la testa contro il palco, mentre loro ci davano dentro. Steve Tyler, in seguito cantante degli Aereosmith, racconta di aver pianto dopo aver visto gli Zeppelin in azione per la prima volta. E di aver pianto di nuovo quando vide la sua ragazza uscire dalla stanza di Jimmy Page!

Mentre a Plant e a Bonham non sembrava vero di essere in America, Jimmy camminava impettito, sicuro di sé, già star degli Yardbirds anche a quelle latitudini. Ma il gruppo stava comunque bene insieme: era sempre unito, non solo sul palco, ma anche nei locali dove andavano a mangiare. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, le due “coppie” interne alla band non erano erano Page e Plant da un lato e la sezione ritmica dall’altro, bensì i ragazzi delle “Midlands” da una parte (Plant e Bonham), e i più esperti “meridionali” di Londra (Page e Jones) dall’altra, con conseguenti, affettuose, prese in giro reciproche. Robert e “Bonzo” litigavano spesso, ma solo per stupidaggini, proprio come fratelli. E si intendevano a meraviglia, anche senza parlare, cosa che non sarebbero stati capaci di fare con gli altri. L’intesa perfetta tra tutti e quattro era soprattutto quella che avveniva sul palco: un’alchimia magica, che li portava ad andare nella stessa direzione e a fare le stesse cose, gli stessi stacchi, anche senza aver mai provato prima quelle cose. Fu così che le versioni live dei brani assunsero una vita propria, con versioni diverse (e molto dilatate) rispetto a quelle incise su nastro. Il secondo disco, intitolato semplicemente “Led Zeppelin II”(solo con “The House Of The Holy”, registrato nel ’72 ed uscito nel ’73, si sarebbero decisi a pubblicare un LP con un vero titolo) fu praticamente registrato in vari studi sparsi qua e là, mentre erano in tour negli USA.“Hearthbreaker”, addirittura, venne registrato in una sala, mentre l’assolo di Page, in esso contenuto, fu inciso altrove (e infatti il suono è diverso). Plant compose il suo finalmente il suo primo pezzo per la band (“Thank You”), anche se a farla da padrone sarebbe stato il micidiale riff di apertura: quello di “Whole Lotta Love”, divenuto ben presto uno dei brani Hard Rock più famosi della storia: Jimmy Page l’avrebbe suonato anche in occasione della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici di Pechino, nel 2008, con il “passaggio di testimone” per quelli di Londra del 2012, a rappresentare lo stesso Regno Unito!  Per il terzo disco (“Led Zeppelin III”) la band decise di cambiare registro: si trasferì con famiglia, tecnici e strumenti a Bron-Yr-Aur, una tranquilla dimora in una zona sperduta del Galles, e con le chitarre acustiche cominciò a comporre brani più tranquilli, di matrice decisamente folk. Pezzi di questo tipo erano in realtà presenti anche sugli album precedenti: solo che questa volta occupavano una buona metà del lavoro! Ciò nonostante, il disco che fu poi dato alle stampe si apriva con “Immigrant Song”, uno dei brani più devastanti della discografia Zeppelin, utilizzato anche come apertura dei concerti del periodo ’71-’72.

 Erano presenti anche altri brani “elettrici”, quali “Celebration Day” e “Out On The Tiles” (il cui inizio si rivelò poi utile come apertura delle versioni live di “Black Dog”. E c’era anche il lento, straziante, epico blues “bianco” intitolato “Since I’ve Been Loving You”: catturato praticamente dal vivo, non si preoccupava di nascondere qualche pecca (una nota dei bass pedals di Jones sbagliata, la cinghia della cassa di Bonham che si sente distintamente), in favore di una spontaneità e di un’enfasi fuori dal comune: la voce di Plant comincia sui toni bassi, per lanciarsi verso la fine in acuti da paura; l’organo di John Paul (niente basso elettrico su questo pezzo) è straordinario; ogni colpo di cassa o rullante di “Bonzo” suona come una sentenza, possente, implacabile; Page alterna arpeggi e contrappunti delicatissimi ad un assolo sfrenato, a velocità forsennata, eppure emozionante nota per nota: il semplice (si fa per dire) controllo delle dinamiche da parte di tutta la band, per un risultato strepitoso. Anche “Bron-Yr Aur Stomp” era nato come brano elettrico (questa versione è ufficialmente inedita, ma reperibile), per essere poi trasformato in un incalzante “stomp” (appunto) acustico, utile anche per i concerti. Pure “That’s The Way” (durante la registrazione della quale pare che Jimmy abbia concepito la figlia) e “Tangerine” erano contraddistinti dalle chitarre acustiche. E così l’ultimo brano (solo chitarra con “bottleneck” e voce con effetto “tremolo”), dedicato già dal titolo al cantautore Roy Harper. Quest’ultimo si era esibito ad Hyde Park con i Jethro Tull e i Pink Floyd il 29 giugno 1968 (lo stesso giorno in cui usciva il secondo LP di questi ultimi, “A Saucerful Of Secrets”, con David Gilmour al posto di Syd Barrett). Roy avrebbe anche cantato “Have A Cigar” su “Wish You Were Here” (1975), e avrebbe suonato con Page nel 1984, sia su disco che dal vivo. Un personaggio molto stimato nell’ambiente dei musicisti. Naturalmente, in ogni caso, la vera “pietra miliare” della discografia Zeppelin sarebbe venuta fuori come per magia solo sul successivo quarto album (di fatto senza titolo): piazzata spesso al primo posto nei sondaggi riguardanti le canzoni più belle del Rock di tutti i tempi, “Stairway To Heaven” si staglia imperiosa tra gli altri brani (comunque eccellenti): anche qui, un grande lavoro di dinamiche, dall’inizio quieto e celtico, con il delicato, evocativo (e conosciutissimo) arpeggio di Page, il mellotron di Jones (a simulare i flauti) e la voce morbida di Plant, fino all’esplosione dell’assolo di chitarra (una Fender Telecaster sul disco, la mitica “doppio manico” dal vivo), fino alla conclusione, con la parossistica linea vocale di Robert, che torna soffice solo sull’ultimissima frase, che suggella il brano proprio con quello che è il suo titolo: “And she’s buying a stairway to heaven”.

Fu proprio nel 1971 (il 5 luglio) che gli Zeppelin suonarono per l’unica volta in Italia. Ma solo per 20 minuti. Al velodromo Vigorelli di Milano era prevista infatti una delle tappe del cosiddetto “Cantagiro” (con gruppi e cantanti che andavano appunto in giro per l’Italia, al posto dei ciclisti), con il celebre gruppo inglese ospite della serata. Quando però Page e soci cominciarono il loro concerto (un po’ in anticipo rispetto ai tempi previsti), i ragazzi ancora fuori dal velodromo cominciarono a pressare per riversarsi all’interno della struttura. E la polizia reagì sparando i gas lacrimogeni. Plant dovette interrompere lo show e, ignaro di quanto stesse effettivamente succedendo, sollecitò il pubblico a “smettere di accendere fuochi”. In quel periodo i musicisti della band portavano tutti la barba, Plant anche una tunica colorata, e Page dei vistosi pantaloni a quadri. Sarebbe stato un bellissimo show, ma la gente, ancora prima degli incidenti, era ammassata proprio non solo sotto il palco, ma anche attorno e dietro (come testimoniano le foto di quel giorno). Quando il fumo dei lacrimogeni costrinse quella massa di giovani a cercare scampo in direzione del palco, la strumentazione finì per essere travolta, con i roadies che tentavano disperatamente di salvare il salvabile. Gli Zeppelin provarono una volta a riprendere lo spettacolo, ma la situazione era ormai fuori controllo, e dovettero cercare rifugio nei camerini. In quell’occasione si erano esibiti anche i New Trolls e i Pooh (ancora con Riccardo Fogli), ed anche questi ultimi dovettero rinchiudersi nei camerini, senza per questo riuscire a sfuggire alle esalazioni dei gas. Robert Plant andò via in lacrime (più per la rabbia che per i lacrimogeni), giurando “Mai più in Italia” (come avrebbe titolato anche qualche giornale, dopo quegli sciagurati eventi).
E purtroppo così fu. Io stesso avrei visto Page e Plant, sempre a Milano, solo nel giugno del 1995: ma non erano più i Led Zeppelin, appunto. Anche se suonarono quasi tutti brani del vecchio “dirigibile” (con qualche sorpresa, come “Dancing Days”, e una “The Song Remains The Same” con tanto di chitarra “double neck” rossa, come ai bei tempi. Gli scontri tra polizia e pubblico (soprattutto contro quelli che reclamavano “la musica gratis”) finirono per protrarsi per tutti gli anni ’70, con scontri in occasione del concerto dei Jethro Tull a Bologna nel ’73, i palchi di Lou Reed e Santana dati alle fiamme (rispettivamente nel 1975 e nel 1977), più i “processi politici” a Francesco De Gregori ed Antonello Venditti. I manager italiani (soprattutto Zard, Mamone e Sanavio), che portavano in Italia i grossi gruppi stranieri, venivano accusati di arricchirsi a spese dei giovani. Soprattutto, si pretendeva che la musica fosse  “di tutti”, e che non si dovesse pagare per ascoltarla. Gianni Nocenzi (del Banco Del Mutuo Soccorso) si disse d’accordo, a patto che fosse il pubblico ad onorare le cambiali per gli strumenti acquistati. I Gentle Giant cercarono di far capire che, tolte le spese, anche i musicisti dovevano poter mangiare. La PFM subì un’aggressione, con Franco Mussida pronto a fronteggiare i più esagitati stringendo la chitarra per il manico, come fosse una clava. Franz Di Cioccio, il batterista della stessa “Premiata” (come veniva chiamato all’epoca il gruppo) la mise sul ridere: chiamò sul palco uno dei contestatori,  gli consegnò le bacchette e gli disse: “Ah, la musica è di tutti? E allora suona tu”. Il risultato di tutto questo trambusto fu comunque che l’Italia venne praticamente cancellata dai tour di tutti i grandi gruppi inglesi ed americani. I Van Der Graaf Generator, riformatisi nel ’75 (dopo lo scioglimento del ’72) si fecero vedere solo perché riuscirono ad esibirsi sulla riviera romagnola, in un clima di vacanze ed ombrelloni. Ma quando suonarono a Roma, nel dicembre del 1975, subirono il furto del furgone con tutti gli strumenti dentro, e, nonostante fossero riusciti a recuperare un po’ tutto, se ne tornarono a casa; sarebbero dovuti venire a suonare anche a Catania, ma, dopo i fatti di Roma, ma tutte le date rimanenti di quel mese vennero cancellate.  E così il sottoscritto li avrebbe visti solo 30 anni dopo, nel 2005, a Roma e a Taormina. Di fatto il nostro Paese perse l’occasione di vedere i gruppi più grandi della storia del Rock proprio nel momento del loro massimo fulgore. I Genesis ed i Jethro Tull si sarebbero rifatti vivi solo nel 1982, quando le acque si furono calmate.

Esco dal coma. Almeno in parte. Nella sala rianimazione mi trovo in una stanza a parte, rispetto agli altri degenti. Un po’ perché sono il più grave, ma forse anche perché sono il più giovane. Intorno a me, solo respiri nel silenzio. Ho l’impressione di essere circondato da malati in fase terminale. Da moribondi. Senza realizzare bene che anche io sono uno di loro. Quando ho bisogno di qualcosa, è un grosso problema, perché non si vede nessuno. Per lo meno, non dal mio letto. E neanche riesco a pronunciare una parola, ad emettere un suono, per richiamare l’attenzione di qualcuno: ho avuto un tubo in gola per respirare (anche se questo è un particolare che non ricordo per niente), e dunque ho perso la voce. Per farmi notare posso solo sollevare un braccio, se intravedo un qualunque essere deambulante. Mi piacerebbe avere qualcosa da sbattere, per farmi sentire, ma non ho niente di niente. E sono quasi del tutto immobile. Non riesco neanche a tirarmi su le lenzuola, quando sento freddo per via dell’aria condizionata; il mio sogno sarebbe riuscire a girarmi su un fianco, ma mi sento come un bambolotto inchiodato, avvitato contro il letto: posso stare solo a pancia in su. Riesco a farmi capire un po’ solo con il labiale. Ma certi giorni c’è un’infermiera che non capisce nulla di quel che cerco di esprimere. A parte il fatto che uno in quelle condizioni non potrebbe che chiedere le solite cose (“un po’ d’acqua”, o cose del genere), lei segue il mio labiale, e ripete cose surreali: magari che ho la necessità urgente di andare sulla luna a cavallo di un ornitorinco. In rianimazione di solito viene a trovarmi papà: può farlo una sola volta al giorno, con camice e cuffia verdi, sempre sorridente. Anche se fuori piangono tutti. Mamma spesso deve rimanere fuori, e può solo guardarmi da una finestrella. Quando mi vede per la prima volta con il cranio rasato, le ricordo mio fratello Alessio. Di frequente viene anche mio zio Carlo (il fratello più piccolo di mio padre), direttamente da Bronte: tutto quel viaggio, solo per guardarmi da quella stupida finestrella.

E’ stato lui, quando era un capellone barbuto (ed io un ragazzino) a farmi conoscere i Doors e i Jethro Tull, e ad insegnarmi i primi accordi di chitarra. Se sono alla finestra, io do loro le spalle, e per permettermi almeno di salutarli, papà deve mettermi davanti un piccolo specchio. E’ così che scopro di avere i capelli rasati a zero, e di avere l’aspetto di un detenuto in un campo di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. Qualche volta entrano anche mamma, Alessio e lo zio. Ad Alessio chiedo di portarmi un libro che è a casa, nella mia stanza: ma scopro presto di non essere in grado di sfogliare le pagine. Neanche una.   Ed è sempre ad Alessio (architetto, nonché batterista dei Malibran dal 1988) che tutti telefonano per avere mie notizie. Mentre sono in cattive condizioni, lui si avvilisce non meno dei miei: si trascura, dimagrisce (ed è sempre stato in palestra a fare “body building”), si lascia crescere la barba. Un infermiere napoletano, Luigi, mi aiuta moltissimo. Stranamente, quando sono in quell’altro mondo, sogno lui che mi fa la doccia spruzzandomi addosso acqua gelata con un tubo di gomma, mentre io mi rannicchio completamente nudo sopra una roccia, sperando che giunga presto il momento di essere avvolto in un morbido accappatoio (!?). Un altro aiuto mi viene amorevolmente offerto da Fiammetta: in realtà lei si occupa dei bambini, in un altro reparto. Ma suo marito, medico e chitarrista del gruppo “Metatrone”, mi conosce. E quando lei gli parla di me, lui fa: “Ah, Peppe dei Malibran!”. Così passa a trovarmi spesso, mi parla, e qualche volta mi porta pure il gelato. In seguito ci risentiremo su Facebook, quando sarò finalmente a casa (ebbene si: sono sopravvissuto): io non ero neanche certo se me la ero sognata, Fiammetta, oppure no; e invece lei mi scrive: “Ma ti ricordi tutto!”. Si rincuora, a vedermi, tanto tempo dopo, sul pc, con un aspetto decisamente migliore. Un suo collega dice che sono “bellissimo”!. In effetti per lei è molto frustrante prodigarsi tanto, e poi non riuscire a salvare le vite che accudisce. Soprattutto lei, che si occupa di bambini. Così ha quasi l’impressione di impegnarsi per niente. Vedere che io ne sono venuto fuori, invece, sarà per lei motivo di enorme felicità e gratificazione. Addirittura verrà a vedermi suonare (per quanto io sia sulla sedia a rotelle), con il marito ed i colleghi della rianimazione. E sono io a rianimare loro, dal momento che mi vedono vitale, felice e completamente preso dalla musica. Come se non fosse successo niente (anche se non suono certo con la scioltezza di un tempo). Durante il coma (o mentre sono un po’ di qua e un po’ di là) la figlia del comandante-primario della nave-ospedale è una ragazza che si chiama Federica. Io non riesco mai a ricordarmi questo nome (non chiedetemi perché), e per riuscirci utilizzo sempre un “escamotage”: penso a quella che immagino potrebbe essere l’etimologia latina del nome: tradotto in italiano, “ricca di fede”. E da qui, ecco Federica! E’ anche un tipo che mi piace, occhi blu e capelli lunghi neri. A volte è un’amazzone a cavallo. Però scompare sempre, non si vede mai. Inoltre, nella veste di figlia del “comandante”, è fidanzata con un giovane medico che è a bordo. Il padre però è contrario, e i due sono sempre lontani l’uno dall’altra, ai due lati opposti della nave. Anche queste due persone sono reali, intraviste in un momento di veglia, accanto al mio letto, per poi “infiltrarsi” nel film che inconsciamente sto girando nella mia testa. Alla fine mi riportano su, in reparto, sempre al quinto piano. Alla fine mi riportano su, in reparto, sempre al quinto piano. Sono lucido, ma praticamente immobile. Non vedo l’ora, e dunque rifiuto l’ultima visita di fisioterapia che stavano per farmi, perché voglio salire al più presto. Solo che mi ritrovo in una stanza singola, con la tv che neanche funziona. Viceversa, dopo tanta solitudine, avrei voluto tornare in una stanza (magari la stessa di prima) con almeno altre due persone, sentire qualcuno parlare. Ed avere anche dei compagni di stanza (al di là degli infermieri) a cui poter chiedere di porgermi questo o quello, dal momento che da solo non riesco a prendere niente. Ancora non lo so, ma purtroppo sono uscito dal coma con una lesione al cervelletto. Di qui, a parte lo stare a letto per un tempo lunghissimo, i tremori alle mani e l’impossibilità di alzarmi. Papà e mamma sembrano contenti della stanza, dicono che si vedono gli alberi dalla finestra. Ma io non sono in grado di vederli, questi alberi, questo verde. E quando rimango solo, combino pure un guaio: muovendo male le mani, faccio rovesciare la bottiglietta d’acqua (senza tappo) sul ripiano che fa da comodino, accanto al letto. Ed il mio telefonino, che è lì sopra, annega miseramente in quest’acqua. Mi basterebbe tirarlo fuori con due dita, ma non ci riesco.

Rubrica, messaggi, tutto può andare perduto, e non riesco a fare niente. Il campanello per chiamare gli infermieri sembra non funzionare: non arriva nessuno, si accende solo la luce. Chiamo il solito Enzo con tutta la voce che ho (stranamente mi viene fuori), ma la porta è chiusa, la stanza è in un corridoio deserto, e mi metto a piangere di rabbia. Perché capisco in quel momento che non sono autonomo, che non posso rimanere da solo. Per fortuna dopo un po’ arriva un infermiere, che tira fuori il cellulare dall’acqua e asciuga tutto. Era venuto per conto suo, non perché avesse sentito suonare: ero io che non avevo individuato il pulsante giusto, abilmente nascosto alla base del pomello coi vari tasti! Quando mamma e papà ritornano nel tardo pomeriggio, decidono di rimanere con me una notte ciascuno, dormendo sulla poltrona allungabile (e certo non comodissima) che è lì. Lui smonta il telefonino e, asciugandolo a lungo con un phon, riesce insperatamente a salvarlo. All’inizio sembra di no, ma poi riprende a funzionare. Così portano una piccola tv da casa, e continuano a venire a trovarmi di giorno. Poi uno di loro si trattiene anche di notte. Anche se, non avendo più il pancreas, ho ormai il diabete a vita, mi faccio portare spesso un ghiacciolo: riscopro quello al gusto Coca-Cola, del quale avevo dimenticato l’esistenza. Oppure mi accontento di quello al limone. Non assaggiavo più ghiaccioli da decenni, ma è estate, e ho bisogno di qualcosa che mi rinfreschi, e mi tiri un po’ su. Ho una tosse violenta, e, soprattutto di notte, ho bisogno di qualcuno che mi porga un tovagliolo di carta. In questo mio padre è sorprendente: nonostante stia dormendo aggrovigliato su quella stupida poltrona, con un guizzo si alza e in un secondo è già da me. La sera ci addormentiamo presto, e dunque, quando ci svegliamo, di solito è ancora buio: accendiamo la tv e seguiamo il tg di Rai News 24. Solo qualche volta mi sveglio con la luce del giorno, e quasi non mi pare vero.

Nei ricordi di Ian Anderson, relativi ai primi tempi con i Jethro Tull, c’era invece la presenza un po’ ingombrante di Mick Abrahams: quest’ultimo era un eccellente chitarrista, ma era anche un cantante ed una “prima donna”, che avrebbe voluto guidare la band e lasciare Anderson un po’ sullo sfondo, durante i concerti, giusto per qualche intervento al flauto o all’armonica. Ma fu Ian a divenire ben presto la vera figura di riferimento della band (nata alla fine del 1967), un po’ per il suo carisma, e un po’ per quella sua  bizzarra idea di inserire il flauto traverso (strumento utilizzato solitamente in contesti Jazz o di musica classica) in un gruppo rock-blues. Ian Anderson aveva in realtà cominciato con la chitarra, ma, dopo aver visto Eric Clapton, si era reso conto che non sarebbe mai riuscito a fare di meglio. Così rivolse la sua attenzione ad uno strano strumento argentato, esposto in un negozio, e che non aveva mai visto prima. Imparò “Serenade To A Cuckoo” (un brano strumentale del fiatista di colore Roland Kirk) e come flautista  migliorò tantissimo in pochi mesi, utilizzando anche l’aggressiva tecnica di “cantare” con la voce “dentro” le note che suonava, agitandosi davanti all’asta del microfono e reggendosi su una gamba sola, tenendo l’altra sospesa a mezz’aria: uno spettacolo nello spettacolo. I Jethro Tull esordirono disco graficamente con un 45 giri accreditato erroneamente ai “Jethro Toe”. E, fin dall’inizio del 1968, cominciarono a farsi le ossa come band live suonando in giro per locali e club dell’Inghilterra. Soprattutto al ben noto “Marquee” di Londra, fino a quando non riuscirono  a conquistarsi  lo “status” di attrazione principale: per questo dedicarono un pezzo in bilico tra jazz e swing al proprietario del locale (“One For John Gee”, appunto), al quale dovettero molto, al tempo dei loro primi passi. Durante l’estate di quello stesso anno registrarono “This Was”, il loro primo LP (nonché l’unico con Mick Abrahams alla chitarra), un lavoro piacevolissimo, con poche sovra-incisioni, intriso di blues e di venature vagamente jazz, con Ian e Mick a scambiarsi i ruoli di cantanti e di solisti, ciascuno al proprio strumento. Questo è l’unico album della band a contenere due brani nei quali Ian Anderson non compare affatto: “Move On Alone” (cantata da Mick) e “Cat’s Squirrell”, che lascia spazio alla chitarra distorta e riverberata di Abrahams, con il solo supporto della sezione ritmica (Glenn Cornick al basso e Clive Bunker alla batteria): in questo pezzo i Jethro Tull si trasformano in una sorta di “Power Trio”, tipo i Cream, la Jimi Hendrix Experience o i Taste. Ed il lavoro del chitarrista di Luton è comunque pregevole e raffinato su tutto “This Was”, tra assoli eleganti sofisticati accordi jazz-blues.
 Non era questa però la strada che la band avrebbe continuato a percorrere: Abrahams aveva ottenuto il suo spazio, “Cat’s Squirrel” era la sua passerella personale per i concerti dal vivo; ma il gruppo stava per cambiare direzione, affidandosi completamente alla guida (e al flauto) di Ian Anderson. L’ultima incisione di Mick Abrahams con la band è degli ultimissimi mesi del 1968, con il brano “Love Story”: un singolo che, dall’altro lato (“A Christmas Song”) vede Ian Anderson impegnato alla voce e al mandolino (strumento mai utilizzato su “This Was”), accompagnato dai soli Clive e Glenn, oltre che da un bell’arrangiamento d’archi: una sorta di “antipasto” dei Jethro Tull che verranno. Oltre a Tony Iommy la band proverà anche il chitarrista dei Nice (il gruppo di Keith Emerson prima degli E.L.P.). Ma, alla fine, opterà per il tranquillo e malleabile Martin Barre, dopo un’audizione (con “Nothing is Easy”) della fine del 1968.

All’inizio la scelta non sembra rappresentare un gran passo avanti rispetto all’abilità, all’eleganza e alla sicurezza di Mick Abrahams: nella registrazione del concerto insieme a Jimi Hendrix (Stoccolma, 9 gennaio 1969) il nuovo chitarrista, un po’ impacciato (e ancora senza barba) non appare del tutto convincente. Poco dopo, però, dopo il primo tour in USA, Barre acquista sempre maggior sicurezza, e per 40 anni (!) diverrà la fidata “spalla” di Ian Anderson. Nel 1969 sono in giro per gli States anche con i Led Zeppelin (Mick Abrahams non amava viaggiare: altro punto a suo sfavore): esiste anche una bella foto, coi Jethro Tull che impazzano sul palco (stavano diventando sempre più spettacolari, anche da un punto di vista puramente “scenico”) e John Bonham seduto dietro di loro, intento a seguire il lavoro di Clive Bunker alla batteria. Mentre erano in tour in America, fu Joe Cocker ad annunciare loro che in Patria erano arrivati primi in classifica con il singolo “Living In The Past”. Jethro Tull continuarono a suonare negli States anche per tutto il 1970 (senza però mancare all’appuntamento dell’ Isola di Wight, alla fine di agosto di quell’anno). Quando però si concluse l’ultimo tour americano, a novembre, Ian Anderson decise di “scaricare” Glenn Cornick: erano tutti all’aereoporto, in procinto di tornare in Inghilterra, e Ian prese da parte Glenn, annunciandogli senza mezzi termini che era fuori dal gruppo, e che sarebbe tornato a casa con un altro volo. Possiamo immaginare con che stato d’animo quello che era stato fino a quel momento il bassista dei Jethro Tull avrà fatto quel viaggio, da solo, senza più i suoi compagni, dopo gli anni di gavetta trascorsi insieme, i concerti, gli hotel, i viaggi e le risate insieme. Ho parlato con lui di persona nel 2006, ma ho preferito non toccare l’argomento, perché sapevo che Glenn Cornick non aveva ancora dimenticato. Era anche riuscito a “sfiorare” il colpo grosso, arrivato con il successivo album “Aqualung”, perché aveva anche registrato alcuni pezzi di quel disco, poi rifatti nel febbraio del 1971 dal vecchio amico di Anderson, Jeffrey Hammond Hammond, che sarebbe rimasto nella band fino al 1975. Uno dei ricordi più belli per Glenn rimase comunque il festival gratuito di Hyde Park, come detto, insieme a Pink Floyd e Roy Haper, il 29 giugno 1968: non avevano ancora pubblicato neanche il loro primo disco, ma, raccogliendo consensi al Marquee ed in altri mille piccoli locali britannici, ecco che avvenne qualcosa di inaspettato: tutti i loro fans si raccolsero a quel festival, e quando un roadie salì sul palco, poggiando una borsa, dal pubblico partì un boato: tutti sapevano che quella era la borsa nella quale Ian Anderson teneva i suoi vari strumenti a fiato: e dunque era il segnale che stavano per suonare i Jethro Tull! Gerry Conway, un batterista amico di Clive Bunker (poi a sua volta nei Tull del periodo ’81-’82), aveva saputo da quest’ultimo che si trattava di una band che si esibiva in piccoli locali. Ora,  vedendo tutto questo, pensò di essere stato preso benevolmente in giro da Clive. La verità era invece che  neanche quest’ultimo si sarebbe aspettato un successo simile. Per inciso quel giorno i Jethro Tull (che stavano già registrando il primo album) si esibirono di giorno, vestiti come nelle foto che li ritraggono al Marquee il 3 maggio 1968, per quella che fu la loro prima data come gruppo principale in cartellone (Ian con un giubottino corto, e Glenn con un cappellino). Al Sanbury Jazz Festival (agosto 1968) appariranno invece con gli stessi abiti della copertina di “This Was” (escluso il trucco da vecchietti), con Anderson in cappottone verde e Glenn Cornick in gilet giallo e bombetta rossa. Così come anche nel filmato del “Rolling Stones Rock And Roll Circus”, nel dicembre di quello stesso anno, con Tony Iommi alla chitarra. 

Mi riportano su, in reparto, sempre al quinto piano. Sono lucido, ma praticamente immobile. Non vedo l’ora di lasciare la sala rianimazione, e dunque rifiuto l’ultima visita di fisioterapia che stavano per farmi, perché voglio salire al più presto. Purtroppo mi ritrovo in una stanza singola, con la tv che neanche funziona. Viceversa, dopo tanta solitudine, avrei voluto tornare in una camera grande (magari la stessa di prima), con almeno altre due persone, sentire gente parlare, ed avere anche dei compagni di stanza a cui poter chiedere di porgermi questo o quello, dal momento che da solo non riesco a prendere niente. Ancora non lo so, ma purtroppo sono uscito dal coma con una lesione al cervelletto. Di qui, a parte lo stare coricato per un tempo lunghissimo (lo chiamano “eccessivo allettamento), i tremori alle mani e l’impossibilità di alzarmi in piedi. Papà e mamma sembrano contenti della stanza, dicono che si vedono gli alberi dalla finestra. Ma io, dal letto, non sono in grado di vederli questi alberi, questo verde di cui parlano. E quando rimango solo, combino pure un guaio: muovendo male le mani, faccio rovesciare la bottiglietta d’acqua (senza tappo) sul ripiano che fa da comodino, accanto al letto. Ed il mio telefonino, che è lì sopra, annega miseramente in quest’acqua. Mi basterebbe tirarlo fuori con due dita, ma non ci riesco.

Rubrica, messaggi, tutto adesso può andare perduto. Ed io non riesco a fare niente. Il campanello per chiamare gli infermieri sembra non funzionare: non arriva nessuno, si accende solo la luce. Chiamo il solito Enzo con tutta la voce che ho (stranamente mi viene fuori), ma la porta è chiusa, la stanza è in un corridoio deserto, e mi metto a piangere di rabbia. Perché capisco in quel preciso momento che non sono autonomo, che non posso rimanere da solo. Per fortuna dopo un po’ arriva un infermiere, che tira fuori il cellulare dall’acqua e asciuga tutto. Era venuto per conto suo, non perché avesse sentito suonare: ero io che non avevo individuato il pulsante giusto, abilmente nascosto alla base del pomello coi vari tasti! Quando mamma e papà ritornano nel tardo pomeriggio, decidono di rimanere con me una notte ciascuno, dormendo sulla poltrona allungabile (e certo non comodissima) che è lì. Lui smonta il telefonino e, asciugandolo a lungo con un phon, riesce insperatamente a salvarlo. All’inizio sembra di no, ma poi riprende a funzionare. Così portano una piccola tv da casa, e continuano a venire a trovarmi di giorno. Poi uno di loro si trattiene anche di notte. Anche se, non avendo più il pancreas, ho ormai il diabete a vita, mi faccio portare spesso un ghiacciolo: riscopro quello al gusto Coca-Cola, del quale avevo dimenticato l’esistenza. Oppure mi accontento di quello al limone. Non assaggiavo più ghiaccioli da decenni, ma è estate, e ho bisogno di qualcosa che mi rinfreschi, e mi tiri un po’ su. Ho una tosse violenta, e, soprattutto di notte, ho bisogno di qualcuno che mi porga un tovagliolo di carta. In questo mio padre è sorprendente: nonostante stia dormendo aggrovigliato su quella stupida poltrona, con un guizzo si alza e in un secondo è già da me. La sera ci addormentiamo presto: e dunque, quando ci svegliamo, di solito è ancora buio: accendiamo la TV e seguiamo il tg di Rai News 24. Solo qualche volta mi sveglio con la luce del giorno, e quasi non mi sembra vero. Io in ogni caso io non sono in grado di utilizzare il telecomando, non essendo in grado di premere un solo tasto! Ogni tanto viene un fisioterapista (che si fa chiamare “Pablo”): prova a farmi almeno sedere sul letto. Ma non ci riesco, per me è una fatica immane, tremo tutto e devo sdraiarmi di nuovo, spossato, come se avessi appena scalato l’Himalaya!

Dopo l’ospedale Garibaldi mi sposto (in ambulanza, naturalmente) al Centro “Villa Sofia” di Acireale. Ma non mi piace, e rimango lì solo quattro giorni. Non funziona la TV, l’atmosfera è grigia, ed ho pure un vicino di letto, anziano, che di tanto in tanto lancia urla fortissime: senza motivo, così, tanto per gradire. Come speravo, vengo spostato al “Calaciura” di Biancavilla, che è tutta un’altra cosa: sembra quasi un Hotel, le infermiere sono attente, giovani e graziose, gli infermieri simpatici (non tutti), l’ambiente luminoso, ed è molto più vicino casa. A Biancavilla avevo visto suonare la PFM (Franz Di Cioccio mi aveva chiesto anche le riprese che avevo fatto da sotto il palco) e Franco Battiato. Naturalmente non pensavo di tornarci in ambulanza e passarci due mesi a letto, ma non ho ragione di lamentarmi. Ho solo un “vicino di letto”, che cambia di volta in volta (prima due giovani, poi due anziani), ma mi trovo bene con tutti. E detengo anche  il possesso del telecomando, per guardare in televisione quello che preferisco. Praticamente tutto il giorno! Non mi va di leggere, né (udite, udite!) di ascoltare musica con il piccolo lettore mp3. Per la fisioterapia si scende in palestra un’ora di mattina ed un’altra di pomeriggio. Ma io sono uno scheletro quasi immobile, e non posso fare granchè, a parte il lettino e lo “Standing” (un affare che ti fa stare in piedi, ma immobile). A seguirmi sono di più Daniela e Valentina. Il problema, però, è già “ab origine”: essere cioè tirato su dal letto per il trasferimento sulla sedia a rotelle: a quel punto, quando le ragazze mi mettono a sedere sul letto (sollevandomi la testa dal cuscino), partono i tremori (clonìe) a tutto spiano, e sgambetto come una marionetta impazzita (sono io stesso a definirmi così), rifilando calcioni ad ogni sfortunato essere umano che si trovi nelle immediate vicinanze. Il tutto dura circa un minuto, ma qualcuno deve piantarmi bene i piedi a terra, come se volesse conficcarli nel pavimento (!). Solo allora mi calmo (naturalmente si tratta di un riflesso non voluto), ed è possibile farmi passare sulla carrozzina. A quel punto, anche una sola fisioterapista è in grado di prelevare più “degenti” (età media circa 90 anni) e di accatastarli tutti nell’ascensore, per scendere a fare fisioterapia. E di solito uno di loro, sulla sua sedia a rotelle, viene abilmente utilizzato per tenere aperta la porta dell’ascensore, così da fare entrare tutti! La palestra è ampia, e anche se io sono uno dei più giovani, ecco che devo guardare signori e signore in età avanzata fare molto meglio di me: salgono e scendono la scaletta, camminano agevolmente con il deambulatore, o sorreggendosi alle parallele per andare più volte avanti e indietro. Ma porca miseria! Io fatico anche a rimanere seduto sulla carrozzina, e quando mi spostano per il lettino o lo Standing partono di nuovo le clonìe. Non riesco neanche a chiudere le mani, che rimangono semi-aperte, tipo artiglio. Altro che riprendere a suonare! Una volta Daniela, cercando di farmi chiudere a forza il pugno, mi fa urlare di dolore, neanche stessero torturandomi durante il regime di Pinochet in Cile. L’amico Ignazio mi porta in stanza la sua chitarra acustica, ma niente: non riesco più a fare una nota. Non un accordo completo, si badi bene: una sola, stupidissima nota. Mano destra e sinistra non si coordinano tra loro, e sono troppo deboli. Avrei tutto in testa, ma il corpo non mi segue. Il mio sogno, dopo aver suonato da una vita le cose più complicate, sarebbe soltanto quello di riuscire a fare un sol maggiore, oppure un re. Quel tempo arriverà, ma, mentre sono ricoverato a Biancavilla (agosto e settembre 2012), è ancora troppo presto. Per inciso, una volta mi ritrovo per caso davanti ad uno specchio, e mi atterrisco: senza più barba, smunto, con gli occhi e le spalle che sembrano voler venire fuori. Mi atterrisco! Meglio evitare gli specchi, al momento!

INTERVISTA DI MAURO SELIS A GIUSEPPE SCARAVILLI, APRILE 2015:
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Come prima cosa come stai dopo il grave problema fisico del 2012?          
Direi molto meglio, considerato il fatto che ho rischiato sul serio di andarmene! Ho subito l’asportazione del pancreas, ma, soprattutto, una successiva emorragia interna che mi ha mandato in coma per un mese, con conseguente lesione al cervelletto. Per questo oggi sono sulla sedia a rotelle, ho tremori alle gambe (se mi alzo in piedi) e alle mani, e non parlo più in modo scorrevole. Però stavo molto peggio qualche tempo fa: oggi parlo meglio e riesco a camminare, se sostenuto da qualcuno o qualcosa. Ho ricominciato  a suonare, sono in grado di salire le scale di casa (con il supporto delle ringhiere ravvicinate), mangio da solo e sono abbastanza autonomo. I medici hanno parlato di miracolo, dunque direi che non ho ragione di lamentarmi!
Quanto sono stati importanti i tuoi cari in questo periodo?
Moltissimo. Venivano a trovarmi ogni giorno in ospedale: e questo per mesi interi. Anche in sala di rianimazione, nonostante io fossi in un altro mondo, e non sapessi nemmeno che loro fossero lì. Quando sono “tornato”, poi, dormivano una notte ciascuno nella mia stanza d’ospedale, per assistermi in ogni momento. Al mio ritorno a casa hanno continuato a prodigarsi, senza lasciarmi mai solo. Mio padre è diventato in pratica anche uno dei miei fisioterapisti, il mio barbiere ed il mio infermiere. E, soprattutto, uno stimolo continuo ad osare di più. Pensa lui a prendere e a prepararmi le varie medicine, giorno per giorno. A controllarmi la glicemia e a farmi le quotidiane quattro somministrazioni di insulina (naturalmente, non avendo più il pancreas, ho il diabete!). E’ sempre in giro per qualcosa che mi riguarda, o per portarmi nei vari centri di fisioterapia. E pure in piscina, per qualche tempo. Di mia madre non parliamo nemmeno. Si sa come sono le mamme per i figli: bene, la mia di più. Tra l’altro, con me era così anche quando stavo bene, figuriamoci adesso! 
Alcune persone uscite dal coma raccontano esperienze di percezione del mondo esterno nonostante il loro stato incosciente, a te è capitato?
Si. Mi hanno fatto ascoltare musica in cuffia, mentre ero in coma, e non ho sentito niente. Però in qualche momento devo aver percepito e visualizzato le persone che mi stavano intorno, infermiere ed infermieri. Tanto è vero che entravano nei miei sogni (non sempre piacevoli), seppur trasfigurate in altri personaggi. Forse mi trovavo nella fase conclusiva del coma. Fatto sta che, in seguito, ho scoperto che quelle persone erano reali. Nel mio mondo mi trovavo su una sorta di traghetto-ospedale, che attraversava di continuo lo Stretto di Messina, avanti e indietro. Sopra c’erano non solo le attrezzature ospedaliere, ma anche grandi videogiochi per i figli dei pazienti. Veramente assurdo! Il direttore dell’ospedale era anche il comandante della nave. 
Facciamo un salto a ritroso, alla tua infanzia, il tuo sogno nel cassetto da bambino qual’era?
Facevo disegni a fumetti, e certamente mi sarebbe piaciuto, se questo fosse diventato un giorno il mio lavoro. La passione per la musica è arrivata dopo. Avevo anche scritto e mandato alcune mie tavole a Sergio Bonelli (Tex, ecc.), che gentilmente aveva risposto: invitandomi però, pur apprezzando, a non rischiare, e a pensare prima agli studi, perché il settore era in crisi, e anche disegnatori esperti trovavano difficoltà ad inserirsi. Così mi sono diplomato al Liceo Classico e in seguito laureato in Legge. Ma non era questo il mio sogno nel cassetto. Sono avvocato ed ho insegnato Diritto. Sfortunatamente, però, la mia passione era la Storia, e quella è la materia che avrei voluto insegnare! Credo proprio che sarei stato felice, al di là del tanto vituperato stipendio esiguo. Sono a mio agio coi ragazzi, specie se parlo di cose che mi piacciono. Non di Diritto, dunque! E la sera avrei continuato a suonare in giro. Ad ogni modo, oggi, senza poter più guidare, camminare e parlare bene, sarebbe stato un bel problema in ogni caso, per quanto io possa ancora migliorare. Ma è inutile piangere sul latte versato, giusto?   
Andiamo avanti un po' di anni e sei adolescente, avevi un desiderio predominante in quella delicata ma affascinante fase di crescita?
La passione per il disegno, della quale parlavo sopra, si poneva a cavallo tra infanzia e adolescenza. Leggevo i fumetti, e dunque ne volevo realizzare di miei. Poi mi ha preso l’ascolto della musica, e allo stesso modo ho voluto anche farla. Ad un certo momento questi miei due interessi si sono incrociati, quando ho realizzato la storia dei Led Zeppelin a fumetti. A quel punto, però (siamo nel 1988) erano già nati i Malibran, e la mia attenzione si era rivolta totalmente al gruppo. Oltre a comporre, cantare e suonare diversi strumenti, ero anche un po’ il manager della band: trovavo le serate, i contatti per fare i dischi, organizzavo le prove e andavo in giro ad attaccare locandine per pubblicizzare i nostri concerti. Abbiamo fatto otto dischi ufficiali (compresi due “live” ed uno di rarità varie), più un DVD antologico, e non mi sarei mai aspettato tanto. Il tutto sempre nell’ambito del Rock Progressivo, traendo ispirazione dai grandi gruppi degli anni ’70, ma creando un sound che ritengo sia tutto nostro. Il secondo lavoro dei Malibran (“Le Porte del Silenzio”) è stato definito forse il migliore del Prog italiano anni ’90. Ed abbiamo suonato con il Banco Del Mutuo Soccorso, gli Osanna, Il Balletto di Bronzo e tanti altri. A molti giovani questi nomi risulteranno sconosciuti, ma per chi ama il genere, sarebbe come essere un fan degli U2, e ritrovarsi a suonare con loro,  avere Bono e The Edge in macchina (come, nel mio caso, Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi), cenare insieme e vedersi trattato come loro amico e collega. La nostra musica ci ha portati a suonare anche in America, altra cosa che sarebbe stata inimmaginabile quando abbiamo cominciato. Avremmo anche aprire il concerto dei Jethro Tull a Palermo (nel 2003), e della PFM a Catania (nel 2004), ma entrambe le occasioni sono sfumate all’ultimo minuto. Sempre a Catania, nel 1996, ci siamo esibiti di fronte a ventimila persone, salendo sul palco subito prima di Gino Paoli ed Edoardo Bennato.
Parliamo dell’oggi, hai un sogno musicale che ti piacerebbe realizzare?                               
Il sogno si è già realizzato, ed è quello di riuscire a suonare ancora, sia a casa mia che con i Malibran. Un neurologo aveva confidato ad un amico comune che difficilmente sarei stato più in grado di farlo: la lesione al cervelletto, che sovraintende ai movimenti, le dita tremanti, deboli e non coordinate tra loro: all’inizio, infatti, non riuscivo più a fare una sola nota, con la chitarra. La suono dal 1980, e non ero più in grado di fare niente! Del resto, non riuscivo neanche a chiudere le mani per fare il pugno. in Invece, poco alla volta,  sono riuscito a suonare di nuovo. Non come prima, certo, ma suono la chitarra acustica ed elettrica, da solo accompagnando i dischi. Anche se non riesco più a fare arpeggi, parti soliste veloci e accordi  complessi. Con il gruppo mi è risultato più facile suonare il basso, e così ho cambiato “ruolo”. Almeno in concerto. Con il flauto traverso è tutto più difficile, perché è uno strumento che si deve tenere in equilibrio, sospeso per aria, mentre chitarra e basso offrono l’appoggio stabile del manico. Ho perso anche un bel po’ di voce, e non sono in grado di pronunciare parole ravvicinate tra loro. Così i nuovi Malibran sono una band solo strumentale. E del resto, ritengo che sia sempre stato questo il nostro punto di forza, non certo la mia voce. Ho scelto e arrangiato i brani in modo da poterli suonare senza problemi. E i risultati sono buoni, anche a giudicare dalla reazione del pubblico ai nostri spettacoli!  
Hai materiale inedito ancora a disposizione dopo il disco -  di fatto “solista” –Trasparenze del 2009?
Si, moltissimo materiale. Sette CD inediti già pronti, in pratica, tra brani registrati in studio ma non pubblicati, live e cover. Molto di questo materiale è reperibile sul nostro “Malibran Official Blog” e su You Tube, insieme a tanti video, con la band in concerto o in TV. La Mellow si sta occupando della ristampa (con mix diverso) del nostro secondo disco. Ma conto anche di far pubblicare “Straniero”, una corposa raccolta di “rari ed inediti”, tutti registrati bene, lungo 80 minuti. Sarebbe un peccato tenerlo solo per me. 
Hai riformato il gruppo chiamandolo “Malibran ensemble”: puoi illustrarci in sintesi questo progetto?
Si tratta sempre dei Malibran. Ho aggiunto “ensemble” perché ora la scaletta è tutta strumentale, come se si trattasse di un gruppo Jazz, che invece suona Prog. Inoltre la formazione è cambiata, ed essendo rimasto fuori il bassista “originale”, era giusto dare il segno di un nuovo corso, anche per non avere problemi con lui, che non l’ha presa bene. Ma io, Alessio e Jerry siamo sempre presenti, dal 1988 ad oggi, e dal 2013 si è aggiunto Alberto alle tastiere. Siamo due coppie di fratelli!
Quali brani del Prog Internazionale e /o Italiano ti sarebbe piaciuto comporre e per quale motivo?
Dovrei fare un elenco troppo lungo. “Starless” dei King Crimson, “Maggio” de Le Orme, “Firth of Fifth” dei Genesis, “Man-Erg” dei Van Der Graaf Generator, “Minstrel in the Gallery” dei Jethro Tull, “La Conquista della Posizione Eretta” del Banco, “River Of Life” della PFM, giusto per citare un titolo per ognuno dei miei gruppi preferiti. Il motivo per me risiede solitamente nella bellezza della musica, mentre bado meno ai testi. Anche ai miei! Però in questi giorni ascoltavo “Figure di Cartone” de Le Orme, e notavo che ha un testo proprio toccante, perfetto e commovente. Mi sono reso conto dell’importanza dei testi solo quando la PFM ha accompagnato De Andrè, alla fine degli anni ’70. E il testo più bello della stessa PFM rimane sempre quello di “Impressioni di Settembre”, che però è di Mogol: un vero dipinto in parole, evocativo e  descrittivo insieme. Anche qualcuno dei miei testi mi piace, ma, ripeto, tendo a seguire più la musica. E, da questo punto di vista, io, ascoltando un brano, “sento” la voce come uno degli altri strumenti: devono attirarmi timbro, interpretazione e linea melodica. Poi, se il testo è anche bello, meglio! 
Se dovessi inviare tre dischi di Rock Progressive nello Spazio per diffonderli nell’universo quali sceglieresti e perché?
Ma nello Spazio andrebbero perduti! Di solito si parla di dischi da portarsi sull’isola deserta… Scherzi a parte, capisco cosa intendi. Ed è un’altra domanda cui è difficile dare una risposta, per il semplice fatto che riempirei lo Spazio di dischi! Invierei comunque i primi tre dischi del Banco, quelli della PFM fino al 1977, più “Stati di Immaginazione” (di 30 anni successivo). Ancora, i dischi dei Jethro Tull, dal 1968 al 1978, live compreso. I King Crimson del primo disco e del periodo ’73-74. I Genesis da “Trespass”(1970) fino a “A Trick of the Tale” (1976). Le Orme dal 1971 al 1977, con speciale menzione per il brano “Sera” (1975). “Forse Le Lucciole Non si Amano Più” (1977) de La Locanda delle Fate, ed il brano “Vorrei incontrarti” dell’Alan Sorrenti periodo “Progressive”. “Dolce Acqua” (1971) e “Viaggio negli Arcipelaghi del Tempo” dei Delirium. I dischi anni ’70 dei Van Der Graaf, con speciale citazione per “World Record” (1976), che me li ha fatti conoscere. “Vemod” degli Anekdoten, coi quali abbiamo suonato nel 1994. Le cose meno ostiche degli Area, e quasi tutti i Pink Floyd, con menzione speciale per “il disco perfetto”, cioè “The Dark Side Of The Moon” e del brano “Echoes”. Fuori dal Prog, molte cose dei Deep Purple anni ’70, sia con Gillan che con Coverdale. I Led Zeppelin fino a “Presence” (1976”), i pochi dischi dei Free, i primi due dei Black Sabbath (entrambi del 1970), più “Sabbath Bloody Sabbath” (1973). E se mi è consentito, invierei anche una buona compilation dei Malibran! 
Ti propongo un gioco, scegli una tra queste due opzioni e se hai voglia di commentare brevemente lo puoi fare…. 
Mare o Montagna?
Abito in Sicilia, ma non vado mai al mare. In media ci andavo una volta ogni estate! Non amo il caldo, né le spiagge con gli ombrelloni. E ancora meno il viaggio per arrivarci! Non invidio chi si mette disteso a cuocere per abbronzarsi: io soffrirei, e mi annoierei pure a morte. Né mi piacciono le ragazze troppo abbronzate! Mio fratello (batterista dei Malibran) è l’esatto opposto: d’estate va al mare tutti i giorni, anche da solo! A me piaceva solo quando ero piccolo. Posso dire che sono stati piacevoli, quanto sporadici, alcuni bagni notturni. Mi piace il mare dei documentari e delle navi, o quello degli antichi velieri dei film. Ma, d’altra parte, non posso dire di andare neanche in montagna! Sto bene a casa mia. Ed è un bene, considerata la mia condizione attuale! Anche viaggiare non mi piaceva più quando ero ancora in piena salute. E in realtà, a parte le gite scolastiche, partivo solo per andare a suonare, o per andare a vedere i miei gruppi preferiti (i Jethro Tull li ho visti otto volte, i Deep Purple tre (anche nella formazione di “Made in Japan”). Ma ho fatto in tempo anche a vedere i Pink Floyd, Page & Plant, i Genesis, Peter Gabriel nel tour di “So” (1987), Joe Cocker e tanti altri. A pensarci bene non ho mai fatto viaggi “di piacere”, come semplice turista.
Sole o Luna?
Direi luna, dopo quanto detto sopra! Sole soltanto se devo suonare all’aperto, per non avere l’ansia di eventuali piogge che possano rovinare tutto! Mi è piaciuto tanto suonare di giorno, quando è capitato. E, in questo caso, evviva il sole!
Realtà o Fantasia?                    
Per il tipo che sono io, fantasia. Ho frequenti contatti con la realtà, e voglio averli. Seguo anche TG e Talk Show politici. Ma di solito galleggio in un mondo di fantasia, e queste sono solo provvisorie interruzioni.
Essere o Avere?
Sicuramente essere. Mi è sempre bastato quello che ho avuto, mentre ho sempre cercato di alimentare spirito e cultura. Non solo musicale. Probabilmente tutto questo non mi ha giovato, ma sono fatto così.   Non ho mai avuto interesse per soldi o macchine nuove. Magari per molti è così. Per me no.
Psiche o Soma?
Direi Psiche
Chitarra o Flauto?
Mi sento soprattutto un chitarrista. Il flauto per me è arrivato dopo. Ho imparato entrambi gli strumenti suonando sui dischi, e affinando l’orecchio musicale. So quale è la nota giusta, e come suona, ancora prima di toccare il relativo tasto. Una volta, a casa di un mio zio, c’era il rumore di un trapano, e ho detto che, a mio avviso, stava emettendo un suono in re: ho suonato il pianoforte che era lì accanto, ed era effettivamente un re. E’ come un dono. Comunque, come flautista sono stato apprezzato moltissimo, dopo che Giancarlo ha lasciato il gruppo: lo suonavo già a per conto mio, sui dischi dei Jethro Tull, e così ho assimilato quel tipo di tecnica. Giancarlo invece, avendo studiato sul serio lo strumento, aveva un suono più pulito ed “accademico”, nonostante sul palco apparisse come una furia, coi capelli lunghi al vento! Insieme dal vivo l’unico pezzo che suonavamo a due flauti era “Magica Attesa”. Quando lui ed il tastierista hanno lasciato la band, nel 2001, ho dovuto occuparmi anche del flauto, e sono migliorato nel tempo. In sala mi piace armonizzare più flauti tra loro, approfittando della possibilità delle sovra-incisioni: viene fuori una sorta di orchestrina di fiati, molto gradevole.  
Jazz o Blues?
Blues. Anche l’Hard Rock che ascolto (o suono) ha radici Blues. Per questo non arrivo al Metal. Nonostante  un mio pezzo, “Vento d’Oriente”, è stato definito “Prog Metal”, a me ricorda piuttosto cose tipo “Kashmir” degli Zeppelin. Con il Jazz ho provato, e mi sono pure abbonato ad alcune rassegne, anni fa.
 Voglio essere aperto a tutto. Ma se è Jazz puro, non contaminato, non capisco niente: riesco solo a seguire la batteria. Avverto che i musicisti sono bravi, ma quanto ad emozioni, più o meno non pervenute. E mi dispiace, perché vorrei godere di tutta la musica che esiste. Mi “arriva” qualcosa di più con la musica classica, anche perché amo il suono dell’orchestra. Ma non in dosi massicce. Mio padre ascolta Mozart da quando sono nato, e dunque è musica per me familiare, anche se poi non vado a comprarmi i dischi…
Cd o Vinile?
Dicono che il vinile si senta meglio, che il CD appiattisca certe frequenze e che abbia un suono meno caldo. Sono grande abbastanza da aver vissuto in pieno l’era del vinile (era in vinile anche il nostro primo disco, uscito nel 1990). Ma, ormai, non ho più modo di ascoltare i vecchi dischi, anche se sono ancora nella mia stanza: ho solo lettori CD, e dunque non ho modo di cogliere la differenza. So che gli “audiofili” ascoltano solo dischi in vinile. E mi fa piacere sentire che stia un po’ tornando a circolare. Il CD, invece, sembra destinato a durare meno del previsto, rimpiazzato da altri “supporti”. Però a me piace: Io voglio avere non solo la musica, ma anche la copertina (che magari preparo io, se non si tratta di un originale), i titoli, i nomi dei musicisti, sapere dove è registrato il lavoro, ecc.
Live o Studio?
Ascolto più musica live che in studio, in effetti. Amo i concerti dei gruppi che preferisco, che siano registrazioni ufficiali o meno. Una volta ascoltavo cassette registrate dal pubblico, di pessima qualità. Adesso preferisco procurarmi registrazioni dal mixer, e magari migliorare io stesso il suono, per mezzo di un programma che ho sul PC. Mi piace personalizzare queste cose, e fare da me le copertine, mettendo le foto del periodo, se non proprio di quella data specifica. Cerco di avere almeno un concerto registrato dal mixer per ogni tour delle band che amo. E degli stessi Malibran ho passato su CD circa 50 serate. L’ho fatto per me, ma qualche nostro fan più accanito (ne ricordo uno dalla Germania) me li ha richiesti tutti, spendendo anche un bel po’ di soldi!
Carmen Consoli o Vincenzo Bellini?
Ho frequentato Carmen Consoli per molto tempo, negli anni ’90, prima che divenisse veramente famosa. Non posso dire lo stesso di Vincenzo Bellini, dal momento che non ho avuto la ventura di vivere nei primi decenni del 1800. Anche se mi sarebbe piaciuto. Ho conosciuto Carmen dopo un nostro concerto del 1991, quando è venuta da me per congratularsi per il mio modo di suonare la chitarra. Non era una di quelle ragazze che vanno dal cantante perché è “carino”, e parlava con cognizione di causa. Non amava il Prog, ma i Malibran sono stati sempre molto Rock, e così lei veniva a vedere noi, ed io a vedere lei, quando suonava con la sua blues band (i “Moondogs”) o accompagnata solo da un chitarrista. La prima volta sua voce mi ha sorpreso: era intrisa di Soul e Blues (faceva cover) ed era molto potente, considerata l’età e l’ aspetto minuto. Aveva 16 o 17 anni. Si trasferì a Roma, ma tornò delusa. Era ancora alla ricerca di una sua vocalità. E, in effetti, la sua voce poi è cambiata, ha trovato una “chiave”tutta sua. All’epoca, quando finivamo di suonare, saliva pure sul palco per abbracciarci, entusiasta. Al telefono mi diceva che stavamo per “esplodere”, ed eravamo nel periodo tra il primo ed il secondo disco. Ma ad esplodere davvero è stata lei: l’altra volta era ospite a “Che Tempo Che Fa”, su RAI 3: una trasmissione nella quale si esibiscono Sting, Madonna, Robert Plant o gli U2. Naturalmente all’epoca non ci avrei creduto. Ma era davvero molto determinata. Si andava a casa sua, tra pizze e chitarre acustiche. Le ho prestato una VHS dei Free, che le piacevano, ma che non aveva mai visto. E durante un suo concerto mi dedicò un loro brano (Mr Big). Ho ancora un suo libro di Poe che mi aveva prestato, ma purtroppo ci siamo persi di vista e non ho potuto restituirglielo. Ci siamo incontrati di nuovo solo nel 2000, all’aeroporto di Catania, mentre noi partivamo per gli USA e lei per Bari. E in poche altre occasioni. In anni più recenti la stavano premiando, ed era circondata da fans e giornalisti: eppure, quando mi vide, devo dire che scansò tutti per venire a salutarmi.
Ma anche con Vincenzo Bellini i Malibran hanno un punto di contatto: Maria Malibran, mezzo-soprano dell’800, cantava le sue Opere. E qualcuno dice che avesse una passione nei suoi confronti, al punto che, alla notizia della morte di lui, si uccise a sua volta, lanciandosi follemente al galoppo, fino a cadere malamente. Non so se sia vero, ma anche Francesco Di Giacomo, la voce del Banco, una volta mi disse che la Malibran era morta cadendo da cavallo,  aggiungendo, con la sua ben nota ironia tutta romanesca: “Eh, se allora ce fossero stati i taxi”…
Solista o Band?
Diciamo che sono stato anche “solista nella band”, se parliamo di me. Infatti diversi dischi dei Malibran contengono brani composti e suonati solo dal sottoscritto. Pezzi che spesso gli altri non avevano neanche mai sentito, fino alla pubblicazione (!). Lo stesso “Trasparenze”, il nostro ultimo CD ufficiale, è in realtà un mio lavoro solista, come dicevi, con alcuni ospiti, tra i quali qualcuno dei Malibran. Ma l’etichetta ha insistito perché uscisse a nome “Malibran”, e alla fine, dal momento che il sound era quello, e tre su quattro di noi erano presenti (più l’ex Giancarlo al sax), ho acconsentito. Ma avevo già composto e suonato  tutto il disco, e gli altri hanno (ottimamente) contribuito venendo in sala solo una volta, e seguendo le mie “istruzioni”. Ricordo comunque con più piacere i tempi dei primi dischi, quando era più un lavoro di squadra. Già con “Oltre L’Ignoto” (2001) ad essere presente in sala con il fonico spesso c’era solo uno di noi. E indovinate chi era? Non parla riamo poi del lavoro per la grafica per ogni disco, del quale mi sono sempre occupato in prima persona. Magari con l’aiuto di qualche amico, me senza nessuno della band. Peccato, perché mi sarebbe piaciuto. Oltre al nome stesso della gruppo, inoltre, sono anche miei i titoli di tutti i nostri dischi e dei singoli brani, oltre al loro ordine su ciascun disco. E i testi, naturalmente, oltre che un bel po’ delle musiche. In ogni caso, ritengo che i veri talenti dei Malibran siano Alessio alla batteria e Jerry alla chitarra solista. Soprattutto considerato il fatto che non suonano mai, se non quando abbiamo una data in vista! Io ho invece una maggiore visione d’insieme, una passione certamente più maniacale, e la fortuna di essere anche compositore, polistrumentista, ed arrangiatore.
Cinema o Televisione?
Entrambi. Andavo al cinema ogni martedì con una ex compagna di Liceo, per non so quanti anni. Ma tutto si è bruscamente interrotto tre anni fa, quando sono stato male. Adesso non sarei più nelle condizioni, e mi rimane la TV. Anche per vedere quei film che altrimenti avrei visto al cinema. Per fortuna ho un bel TV Color, nella mia stanza, collegato pure alle casse dello stereo. E’ grande e si vede benissimo. Così non è il cinema quello che mi manca di più, ad essere sinceri. E magari, più in là, sarò nelle condizioni di andarci di nuovo. Forse potrei anche adesso, ma, considerati “pro” e  “contro”, temo che non ne varrebbe la pena.
Pittura o Scultura?        
Direi pittura, anche per via dei miei “trascorsi” di disegnatore. Ma dipende anche da quale pittore e da quale scultore. In Italia abbiamo avuto artisti eccelsi in entrambe le forme d’arte. Specie nel Rinascimento.
Romanzo o Racconto?
Ho apprezzato entrambi, ma leggevo di più prima di stare male. Soprattutto riviste e libri attinenti alla Storia o alla musica. Mi piacciono le biografie dei gruppi Rock con belle foto a colori. Io stesso ho scritto il mio racconto, riguardante le mie “vicissitudini” ospedaliere. Dicono che scrivo bene. Ma la musica è presente anche lì, e, ampliandolo, il racconto potrebbe anche diventare un libro. Leggevo molti romanzi. Adesso non più. Magari ricomincerò, chi può dirlo? Da piccolo ho divorato tutti quelli di Salgari attinenti al  “Ciclo Malese”(Sandokan), e a quello del Corsaro Nero. Poi Ho letto tutti i racconti di Poe, traducendone qualcuno a fumetti, compreso l’unico romanzo che aveva scritto, “Le avventure di Gordon Pym”.
Lui non fece in tempo a completarlo, e a concluderlo fu Giulio Verne, per quel che mi ricordo. Ma nel fumetto io avevo ideato un mio finale. Ho letto molto Camilleri e Baricco. Adesso mi hanno regalato tantissimi libri, ma non saprei da dove cominciare. Anche perché ci vedo pure meno! Colpa del diabete?
Pasta con le sarde o Granita alla siciliana?
Appunto, si diceva del diabete! Granita, comunque. La prendevo al bar ogni mattina, in estate, con gli amici. Ora non dovrei, ma qualche dolce me lo concedo ancora, e ci scapperà anche la granita, con quegli stessi amici! Ogni tanto vengono a prendermi e andiamo a prendere la pizza…